
Solo chi ha molto navigato e ha attraversato i mari in pace e in tempesta conosce la gioia che il mare infonde nell'animo dei naviganti. Itaca per sempre - Luigi Malerba ♡ ♡ ♡ ♡ ♡ La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede. Leonardo da Vinci
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domenica 25 marzo 2018
lunedì 1 gennaio 2018
I rituali della vita Vie per trovare sicurezza e gioia...

I rituali della vita
Vie per trovare sicurezza e gioia
In breve
I rituali sono prassi di vita e l’Autore offre esempi concreti per rituali personali, familiari e sociali oltre a dare indicazioni per un rinnovamento dei rituali sacramentali.
Descrizione
Un rituale è «qualcosa per cui rallegrarsi ogni giorno», scrive Anselm Grün. Senza questa cultura della quotidianità, non vi è spiritualità né fede. I rituali sono per l'autore tutt'altro che tradizioni esoteriche; essi sono, per il monaco benedettino, quotidiana prassi di vita. Grün offre esempi per i rituali personali, familiari e sociali e dà spunti per strutturarli con consapevolezza. Inoltre, per la celebrazione dei sette sacramenti rende chiaro quali rituali possano essere vissuti e sperimentati in modo nuovo.
www.queriniana.it/libro/i-rituali-della-vita
Don Gabriele Gastaldello
Don Gabriele Gastaldello
MESSAGGI DALL’INDIA
Edda Cattani
Alla nostra Associazione di Padova abbiamo ospitato PADRE GABRIELE GASTALDELLO un sacerdote di Vicenza, laureato in filosofia all’Università di Padova e dottorato di ricerca all’Università di Benares (India) sull’umanesimo induista. Questa figura di apostolo e missionario che ha conosciuto Madre Teresa di Calcutta, ha saputo trasmetterci lo spirito dell’India, una cultura complessa ma di stile alquanto semplice. Il Padre, animatore della ‘Scuola del Villaggio’ che ha un sito www.scuoladelvillaggio.it ci invia sovente comunicazione e contenuto dei suoi incontri. Ecco qualche pillola di saggezza.
Sulla piazza del mondo le culture si incontrano. Noi condividiamo la sapienza di altri popoli e diventiamo sempre più “fratelli universali”. Tutti siamo riscaldati dallo stesso sole, respiriamo la stessa aria, usiamo la stessa acqua e posiamo i piedi sulla stessa terra. Non abbiamo un altro pianeta perché questo non è di nostro gradimento! È bello collaborare per un mondo più umano!
Il neurologo Moreno Toldo che da quattro anni serve un centro di aiuto sanitario a Benares in India condividerà le sue esperienze con le nostre esperienze di dialogo con l’Oriente.
La perla della antica cultura vedica abita in questo messaggio:
“Il bene che fai è l’affitto che paghi per il posto che occupi sulla terra. Continuamente tu adoperi il sole, l’aria, l’acqua e la terra. Sii consapevole di questi elementi cosmici di cui è fatto il mondo e di cui sei fatto anche tu: considera quanto sole hai sintetizzato, quanta aria hai respirato, quanta acqua hai adoperato, quanti pasti hai mangiato…. Nella rugiada delle piccole cose la mente si illumina e il cuore si appassiona. Perché la rosa fiorisce e non si chiede il perché? I fiori dei campi fioriscono gratuitamente, gli uccelli del cielo cantano gratuitamente. Celebra anche tu la gratuità! Celebra l’alba e il tramonto. Celebra il silenzio e la parola. Celebra il lavoro e il riposo. Celebra la gratuità di ogni giorno e di ogni respiro. Gratuità è la via più bella per apprezzare la vita!”
In India i devoti fanno il bagno sacro sul Gange per iniziare il giorno con energia. Da quel gesto significativo (rito) abbiamo ricavato una proposta bella per tutti noi: alla finestra del mattino allunga le braccia in alto, in-spira con abbondanza. Poi allarga le braccia ed e-spira anche l’aria residua chinandoti in avanti. In-spira calma, e-spira sorriso…. Chiama la compagnia di parole significative che proteggono e potenziano la mente (mantra). Offri l’inno della gratuità che abbiamo scritto per te.
Porta messaggi di dialogo con l’Oriente e … “svegliati antico Oriente dentro di me”. (Tagore).
gratuità
OGNI MATTINA AL TOCCO DELLA LUCE HAI UN GIORNO NUOVO DAVANTI A TE. NON HAI DIRITTO DI ESSERE VIVO: LA VITA È GRATUITA. OGNI MATTINA PUOI DIRE: “ANCHE OGGI ADOPERO IL SOLE, L’ARIA, L’ACQUA, LA TERRA”. PENSA QUANTO SOLE HAI SINTETIZZATO, QUANTA ARIA HAI RESPIRATO, QUANTA ACQUA HAI USATO, QUANTI PASTI HAI MANGIATO FINO A QUESTO PUNTO…..
Il grande grembo del mondo rende possibile la tua piccola vita. Il grande tempio del mondo fa da casa al piccolo tempio della tua vita. Ogni mattina puoi dire: “Anche oggi adopero gli occhi che vedono, gli orecchi che odono, il cuore che batte, i polmoni che respirano, la mente che pensa…..”.
Tu sei tutti quelli che hai incontrato lungo il cammino della vita che ti hanno lasciato qualche cosa che ti ha aiutato a vivere. Considera le mille mani che ti hanno fatto arrivare fino a questo punto.
Il bene che fai agli altri è l’affitto per il posto che occupi sulla terra.
Tu puoi fare esperienza di Dio nella gratuità di ogni giorno e di ogni respiro. Tu vieni dalla grande vita, tu abiti nella grande vita e alla grande vita ritornerai.
Abituati a bene-dire = dire-bene cioè apprezzare: è uno stile di vita da portarsi appresso sempre.
· · Benedetto Dio per la vasta terra che ci dai in usufrutto.
· · Benedetto Dio per il potere che dai alla terra di produrre pane.
· · Benedetto Dio per il nutrimento che ci dai in ogni tempo.
Gratuità è l’atteggiamento migliore per apprezzare la vita che è un dono da donare: l’amore dono fa fiorire la vita.
Alla finestra del mattino dici: “Ti offro le azioni della giornata, fa che siano belle!”.
Alla finestra della sera volgi le palme al cielo e dici: “Ti adoro mio Dio, ti ringrazio del giorno che finisce, del bene compiuto, dei volti incontrati, delle parole belle ascoltate e donate, della salute, del lavoro, del cibo, del riposo…..”.
Su tutto ciò che la coscienza ti rimprovera chiama queste parole: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito fermo, non cacciarmi lontano dal tuo volto, non mi togliere il tuo spirito di santità” (Salmo 50).

Dio grande e misericordioso, visita la nostra casa (fermati a guardare i volti e a recitare i nomi di chi prega con te), allontana le insidie del male, manda i tuoi angeli a custodirci nella pace, la tua benedizione sia sempre con noi.
Dio ci benedica e ci protegga.
Dio faccia splendere il suo volto su di noi.
Dio ci doni serenità e pace per mezzo dello Spirito Santo.

Mandala (dal sanscrito maṇḍala (मण्डल), letteralmente: «essenza» (maṇḍa) + «possedere» o «contenere» (la); tradotto anche come «cerchio-circonferenza» o «ciclo», entrambi i significati derivanti dal termine tibetano (dkyil khor) è un termine simbolico associato alla cultura veda ed in particolar modo alla raccolta di inni o libri chiamata Rig Veda. La parola è utilizzata, anche, per indicare un diagramma circolare costituito, di base, dall’associazione di diverse figure geometriche, le più usate delle quali sono il punto, il triangolo, il cerchio ed il quadrato. Il disegno riveste un significato spirituale e rituale sia nel Buddhismo che nell’Hinduismo.
Questo post ha molte "parole" fissiamoci su di una,
possiamo sempre ritornare per rileggere le altre...
Una parola al giorno per tenere sempre acceso il baluginio di una speranza o di un buon pensiero.
venerdì 2 giugno 2017
L'angelo della semplicità e altri messaggeri celesti che rendono la vita più facile
By leggoerifletto
La santità invisibile dell'asinello - Massimo Arrighi

*Quando troppi pensieri affollano il cuore e la mente, pare che l’aridità prenda il sopravvento.* *Afferràti da tanti impegni e obblighi ci sentiamo prigionieri come mosche nella tela del ragno, ma più tentiamo di fuggire, di liberarci… più ne rimaniamo invischiati. Il lavoro, gli impegni burocratici quotidiani….corri a sbrigare una scadenza in banca…un versamento alla posta…una attesa dal medico…un guasto alla macchina….anche la spesa diventa una impresa…e ci mancava anche il ricaricare i telefonini….prendi i figli da scuola…portali in palestra…prepara da mangiare
L'angelo della semplicità e altri messaggeri celesti che rendono la vita più facile
di Anselm Grün
Descrizione
Anselm Grun ci fa conoscere 33 messaggeri celesti che mostrano come possa essere semplice vivere una vita felice. C'è l'angelo che ci aiuta a non arrabbiarci, quello della condivisione, della disponibilità, delle piccole pause, l'angelo che ci aiuta a rimboccarci le maniche, quello che ci aiuta a dire basta! E persino quello della bella dormita.Ogni angelo, se lo chiamiamo, può farsi trovare accanto a noi per spronarci a percorrere una strada che renda più lieve la nostra vita.INTRODUZIONEMolti artisti hanno raffigurato gli angeli dotati di ali, dando forma concreta a un elemento essenziale: gli angeli ci rendono la vita più lieve. Nella vita ci sono innumerevoli situazioni che in un primo momento ci appaiono difficili. Proviamo una sorta di resistenza interiore, ci sentiamo abbattuti, spossati, schiacciati. In questi momenti avremmo bisogno di un angelo che metta le ali alla nostra anima, per prendere le cose con più leggerezza, per considerarle da una prospettiva diversa, magari per vederle in una luce tutta nuova.Nelle situazioni che ci mettono a dura prova, è bene non impuntarsi sui problemi, non affaticarsi a cercare a tutti i costi una soluzione. Dovremmo semplicemente volgere lo sguardo sull'angelo che è già accanto a noi e prestare ascolto all'impulso che percepiamo nel nostro cuore. L'angelo affronta ogni cosa con semplicità, invitando anche noi a non prendercela troppo, a non sobbarcarci carichi eccessivamente pesanti. Perché altrimenti rischiamo di crollare sotto il peso che grava sulle nostre spalle.Gli angeli hanno in sé un che di lieve, di leggero. Anche in questo caso ci vengono in aiuto gli artisti: gli angeli natalizi, che spesso sono disegnati con fattezze infantili, ci vogliono invitare a non prenderci troppo sul serio, a diventare semplici e spensierati come bambini. Vogliono mostrarci la leggerezza dell'esistenza e invitarci ad abbandonarci a tale leggerezza.Ci sono tantissimi angeli che ci esortano a trasformare quello che ci capita ogni giorno. Ecco l'angelo della semplicità, che ci invita a vivere in maniera semplice. Ecco l'angelo del gustare, che ci libera dalla costrizione di dover sempre dimostrare qualcosa agli altri. E poi c'è l'angelo del rallentare, che ci trascina via dalla pressione costante a cui siamo sottoposti, via dalla frenesia della vita quotidiana, regalando alla nostra vita un ritmo più lento.I 33 angeli che ho descritto in questo libro vogliono tutti renderci la vita più facile. Non fanno alcun appello moralistico alla nostra volontà, non esigono assolutamente che facciamo qualcosa di troppo difficile, semplicemente sono già lì, accanto a noi. Gli angeli, infatti, si trovano già in noi, in fondo al cuore. Ci mettono in contatto con le capacità che sono già insite nel nostro animo, ma che sono seppellite sotto l'ansia da prestazione che ci opprime. L'angelo della semplicità non cerca neanche di contrastare lo stress a cui siamo sottoposti, tentando di giungere alle capacità già insite nel nostro animo. Si limita a osservare il carico pesante che grava su di noi, per poi sollevarlo come se si trattasse di un gioco, con leggerezza e senso dell'umorismo. Fa buon uso delle sue ali e fa volare in alto tutto ciò che pesa, rendendolo lieve lieve e innalzandolo al di sopra della vita quotidiana, affinché non gravi più sulle nostre spalle.Conosco un gran numero di persone che vivono con difficoltà, schiacciate sotto pesi diversi. Per ciascuna di loro ho scelto questi angeli, che vogliono rendere la vita un po' più semplice anche a te, cara lettrice, caro lettore. Ma non leggere troppo seriamente i miei pensieri sugli angeli, non rimuginarci su troppo. Lasciati semplicemente contagiare dalla loro leggerezza, che punta a salire su in alto, verso il cielo. Fidati degli angeli, vedrai che prenderanno anche te sotto le loro ali e ti proteggeranno, mettendo le ali alla tua anima con la forza della speranza e il sentimento della libertà. Un'anima dotata di ali vive più facilmente. Riesce sempre a volar via da situazioni sgradevoli, osservandole dall'alto, da una prospettiva superiore, considerandole con senso dell'umorismo e rendendoci capaci di affrontarle con leggerezza.Ti auguro dunque che anche tu, come papa Giovanni XXIII, possa dire: "Giovanni, non prenderti troppo sul serio!" La tua anima ha le ali. Fidati di queste ali. Ti trasporteranno attraverso la vita con leggerezza.ESTRATTO DALLA PRIMA PARTEL'ANGELO DELLA SEMPLICITÀSpesso esclamiamo: "La vita non è per niente semplice!" E potrebbero essere davvero tanti i motivi per vederla in questo modo. Spesso, però, siamo noi a rendercela difficile. La risposta ce la danno gli altri: "Ma è facilissimo. Semplicemente, vivi!" E hanno proprio ragione: in fondo, è molto semplice stare a guardare come va avanti la vita. Spesso, invece, ci perdiamo in ragionamenti complicati e finiamo per paralizzarci da soli.Ecco allora che avremmo bisogno dell'angelo della semplicità, capace di farci capire le cose della nostra vita che ci sembrano incomprensibili. Questo angelo non solo vuole insegnarci a vedere in modo nuovo la realtà, ma intende anche introdurci a uno stile di vita semplice. Ovviamente la semplicità non riguarda solo lo stile di vita. È anche un atteggiamento dell'uomo. Marco Aurelio, imperatore filosofo, quando parla di semplicità pensa all'adempimento del proprio dovere senza secondi fini, al non lasciarsi condizionare dalle passioni, all'essere liberi da tutte le illusioni che spesso ci facciamo sulla vita.È semplice l'uomo che è una cosa sola con se stesso. A tal proposito, la Bibbia ricorre al termine haplous. Gesù parla dell'occhio semplice e limpido, privo di secondi fini. "Quando il tuo occhio è semplice (haplous), allora tutto il tuo corpo sarà luminoso" (Lc 11,34). L'occhio semplice vede le cose così come sono. Non proietta sulle cose e sulle persone i bisogni o le emozioni che proviamo noi. Se talvolta il nostro occhio è appannato, se proiettiamo sugli altri le nostre passioni represse, ecco che abbiamo bisogno dell'angelo della semplicità, che ci purifica gli occhi perché tornino ad essere limpidi e semplici.Semplice non significa ingenuo né credulone. La semplicità è una caratteristica dell'uomo maturo. La persona matura è diventata una cosa sola in se stessa e con se stessa. La sua unità interiore si riflette anche sul suo rapporto con gli altri. Nei loro confronti sarà infatti limpida, perché non deve fingere né dimostrare nulla. Può permettersi semplicemente di esserci. La sua semplicità nel pensare e nell'agire ha un effetto liberatorio e unificatore. Vicino a questa persona, diventiamo tutti più limpidi, anche dentro di noi ciò che è appannato si purifica e riusciamo di nuovo a vederci bene.Quando l'angelo della semplicità agisce in noi, per coloro che ci stanno accanto diventiamo noi stessi un angelo che chiarisce la loro vita rendendola più semplice. Questo angelo vuole mostrarci che la vita semplice è sempre una vita felice. Lo ha capito Jean Paul quando scrive: "Si possono avere giornate di beatitudine senza aver bisogno di nient'altro che il cielo blu e la verde terra primaverile".L'angelo della semplicità vorrebbe farci sentire la voglia di vivere la vita che ci porta alla felicità. Vorrebbe che fossimo capaci di cogliere e gustare tutto quello che ogni giorno è davanti ai nostri occhi: il cielo blu e la terra fertile.L'ANGELO DEL GUSTAREi non gusta, alla fine disgusta", dice il proverbio. Ma gustare è un'arte che va imparata. Nella tradizione cristiana, il godimento è spesso visto con sospetto. Nella Chiesa primitiva, molti teologi erano piuttosto scettici nei confronti del godimento e di tutto ciò che dà piacere. Essi mettevano continuamente in guardia dall'edonismo (la smania del piacere). Il filosofo greco Epicuro era considerato il rappresentante dell'edonismo. Ma il godimento fa parte della natura umana. Porta alla vera vitalità. E la gioia che ne traiamo è qualcosa di diverso dal divertimento frenetico, costantemente alla ricerca di nuovi stimoli.È in grado di gustare davvero solo colui che sa anche rinunciare. Di fronte a una demonizzazione del godimento, sant'Agostino ha elaborato una propria teologia del gustare. Per lui, lo scopo della vita spirituale è lafruitio dei, che significa "gustare Dio". Egli distingue tra frui, "gustare", e uti, "usare, impiegare". Il frui è perlopiù in relazione a una persona, l'uti a una cosa. Io posso gustare un cibo, la bellezza di un'immagine o di una melodia. Allora — afferma sant'Agostino — in quel momento sono interamente in quel cibo, quell'immagine, quella melodia. Ma se uso il cibo solo per soddisfare un mio bisogno, allora non lo gusto veramente, mi limito a colmare di cibo il mio vuoto interiore. Se gusto l'amore di una persona, non uso l'altro per soddisfare il mio bisogno di affetto. Al contrario, sono interamente presso l'altro e presso il suo amore.L'angelo del gustare vorrebbe insegnarci l'arte del godimento. Vuole farci apprezzare il gusto della vita in tutta la sua pienezza. Gustare — come ci mostra la teologia mistica che si rifà a sant'Agostino — fa parte della nostra spiritualità. Lo scopo della nostra vita sarà gustare Dio nella vita eterna. Se qui gustiamo la vita, una chiacchierata con un amico, un buon pranzo, un vino eccellente, un concerto emozionante, una camminata in un panorama meraviglioso, allora in questo godimento sfioriamo la traccia di Dio. Il godimento ha sempre a che fare con la bellezza. E la bellezza è la traccia che Dio ha impresso nel nostro mondo. Quando proviamo gioia e godimento davanti a qualcosa di bello, è come se avessimo un assaggio del particolare gusto di Dio. La teologia mistica del Medioevo - che era soprattutto legata al mondo femminile - ha sempre parlato della dukedo dei, la dolcezza di Dio. Ti auguro dunque la venuta dell'angelo del godimento, che ti faccia sentire che la vita è bella e ti introduca all'arte di gustare, a un godimento che non significhi usare e sfruttare, ma trasmetta gioia interiore per tutto ciò che Dio ti dona nella bellezza di questo mondo.
langelo-della-semplicita-e-altri-messaggeri-celesti-che-rendono-la-vita-piu-facile
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50 angeli per l'animaDescrizione |

*Molti artisti hanno raffigurato gli angeli dotati di ali, dando forma concreta a un elemento essenziale: gli angeli ci rendono la vita più lieve. * *Nella vita ci sono innumerevoli situazioni che in un primo momento ci appaiono difficili. Proviamo una sorta di resistenza interiore, ci sentiamo abbattuti, spossati, schiacciati. In questi momenti avremmo bisogno di un angelo che metta le ali alla nostra anima, per prendere le cose con più leggerezza, per considerarle da una prospettiva diversa, magari per vederle in una luce tutta nuova.* *Nelle situazioni che ci mettono a dura prova...
altro » leggoerifletto
lunedì 22 febbraio 2016
fà che il tuo tempo sia vita e che la tua vita non sia una perdità di tempo.
By leggoerifletto
Riconciliazione e guarigione (5) - Anselm Grün
La riconciliazione è un percorso importante per giungere alla guarigione. Guarire non significa che Dio ci toglie e fa sparire le nostre piaghe, bensì che noi apriamo le nostre piaghe per Dio e in lui diventiamo sani e integri.
Le piaghe fanno parte della nostra identità, non ci separano né da Dio né dal nostro vero Sé. Al contrario aprono in noi una breccia che ci fa scoprire il nostro vero Sé, l’immagine originaria e autentica di Dio in noi.
Chi si riconcilia con se stesso, con gli uomini e con Dio, sente di essere una persona nuova. Paolo lo ha formulato così: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).
La vera e propria malattia del nostro tempo – ci dice la psicologia – è la mancanza di relazione (di riferimenti). Gli uomini non sono capaci di mettersi in relazione con se stessi, e neppure con le cose, con gli altri e con Dio.
La riconciliazione è il mezzo per mettersi in relazione con tutto quello che c’è in me, così da non escludere più niente dal mio vero Sé.
Colui che mette tutto in relazione con il Sé più intimo, il Cristo in noi, è totalmente risanato e salvo, e sperimenta se stesso come un uomo nuovo.
Per Paolo riconciliazione è un altro concetto (un sinonimo) per esprimere la redenzione. Sulla croce Dio ha riconciliato a sé gli uomini con tutte le loro contraddizioni. L’uomo lacerato diventa in tal modo risanato e integro, si sente un essere nuovo.
Le cose vecchie sono veramente passate. In Cristo l’uomo ha trovato la sua nuova identità, un’identità in cui egli non ha più bisogno di escludere niente, né da se stesso, né davanti a Dio.
Ha la capacità di vedere con occhi nuovi se stesso e anche il mondo attorno a sé. Da lui la riconciliazione si espande in tutto l’ambiente in cui vive.
In tal modo, per suo mezzo, anche il mondo che lo circonda viene ri-creato. Nella riconciliazione muore l’uomo vecchio che giudica se stesso.
Siamo così liberi di camminare nella novità della vita divina (cf. Rm 6,4).
La «novità di vita» non è un’affermazione puramente teologica, ma si riferisce alla nostra esperienza.
Chi si riconcilia con se stesso, vive se stesso in modo diverso da prima.
Non vive più sul piano del rifiuto o della estraniazione da sé, bensì come una persona unificata nel proprio intimo, rinnovata, riconciliata e capace di donare riconciliazione agli altri.
- Anselm Grün -
Le piaghe fanno parte della nostra identità, non ci separano né da Dio né dal nostro vero Sé. Al contrario aprono in noi una breccia che ci fa scoprire il nostro vero Sé, l’immagine originaria e autentica di Dio in noi.
Chi si riconcilia con se stesso, con gli uomini e con Dio, sente di essere una persona nuova. Paolo lo ha formulato così: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova: le cose vecchie sono passate, ecco, ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).
La vera e propria malattia del nostro tempo – ci dice la psicologia – è la mancanza di relazione (di riferimenti). Gli uomini non sono capaci di mettersi in relazione con se stessi, e neppure con le cose, con gli altri e con Dio.
La riconciliazione è il mezzo per mettersi in relazione con tutto quello che c’è in me, così da non escludere più niente dal mio vero Sé.
Colui che mette tutto in relazione con il Sé più intimo, il Cristo in noi, è totalmente risanato e salvo, e sperimenta se stesso come un uomo nuovo.
Per Paolo riconciliazione è un altro concetto (un sinonimo) per esprimere la redenzione. Sulla croce Dio ha riconciliato a sé gli uomini con tutte le loro contraddizioni. L’uomo lacerato diventa in tal modo risanato e integro, si sente un essere nuovo.
Le cose vecchie sono veramente passate. In Cristo l’uomo ha trovato la sua nuova identità, un’identità in cui egli non ha più bisogno di escludere niente, né da se stesso, né davanti a Dio.
Ha la capacità di vedere con occhi nuovi se stesso e anche il mondo attorno a sé. Da lui la riconciliazione si espande in tutto l’ambiente in cui vive.
In tal modo, per suo mezzo, anche il mondo che lo circonda viene ri-creato. Nella riconciliazione muore l’uomo vecchio che giudica se stesso.
Siamo così liberi di camminare nella novità della vita divina (cf. Rm 6,4).
La «novità di vita» non è un’affermazione puramente teologica, ma si riferisce alla nostra esperienza.
Chi si riconcilia con se stesso, vive se stesso in modo diverso da prima.
Non vive più sul piano del rifiuto o della estraniazione da sé, bensì come una persona unificata nel proprio intimo, rinnovata, riconciliata e capace di donare riconciliazione agli altri.
- Anselm Grün -
scrittore, terapeuta, monaco dell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach
(Germania)
(Germania)
La preghiera non è una bacchetta magica che ci libera da tutti i sintomi negativi. Ci conduce invece all'incontro con Dio e all'incontro con la nostra verità. E soltanto se affrontiamo la nostra verità può avvenire in noi una trasformazione.
- Anselm Grün -
da: "Le questioni della vita"
Quando riuscirai a sentire che l'amore è in te, che tu stesso sei semplicemente amore, una gran calma ti pervaderà e ti sentirai in armonia con te stesso e con tutto ciò che esiste.
- Anselm Grün -
da: "Sereni nella frenesia del mondo"
Buona giornata a tutti. :-)
domenica 10 gennaio 2016
I cinque passi della riconciliazione...con gli altri.
Originally posted on leggoerifletto…
Guarigione (3) - Anselm Grün
3. Riconciliazione con gli altri
Solo chi è riconciliato con se stesso è capace di riconciliarsi anche con gli altri. Molti incontrano grosse difficoltà nel perdonare gli altri.
Esigono troppo da se stessi, perché pensano di dover perdonare immediatamente.
Il perdono è sempre un processo che richiede tempo.
Alcune persone non guariscono perché non sanno perdonare.
Finché non riescono a perdonare, rimangono legate a colui che le ha ferite, si lasciano condizionare da lui.
Nella mia esperienza di accompagnamento, incontro continuamente persone che per lunghi anni portano dentro di sé il rancore verso qualcuno.
L’astio divora la loro anima e ruba le loro energie: e abbastanza spesso finiscono anche per ammalarsi.
La riconciliazione con quelli che mi hanno ferito nel corso della mia vita, non è semplicemente una decisione della volontà.
È piuttosto un processo che secondo me avviene in cinque fasi.
Il primo passo richiede che io lasci spazio al dolore.
Non debbo scusare troppo presto colui che mi ha ferito. È del tutto indifferente se l’altro mi ha ferito apposta oppure non poteva fare altrimenti: il fatto è che mi ha fatto soffrire. E questo dolore devo nuovamente percepirlo nella sua realtà.
Mi sono sentito abbandonato, sminuito, preso non seriamente in considerazione.
Esigono troppo da se stessi, perché pensano di dover perdonare immediatamente.
Il perdono è sempre un processo che richiede tempo.
Alcune persone non guariscono perché non sanno perdonare.
Finché non riescono a perdonare, rimangono legate a colui che le ha ferite, si lasciano condizionare da lui.
Nella mia esperienza di accompagnamento, incontro continuamente persone che per lunghi anni portano dentro di sé il rancore verso qualcuno.
L’astio divora la loro anima e ruba le loro energie: e abbastanza spesso finiscono anche per ammalarsi.
La riconciliazione con quelli che mi hanno ferito nel corso della mia vita, non è semplicemente una decisione della volontà.
È piuttosto un processo che secondo me avviene in cinque fasi.
Il primo passo richiede che io lasci spazio al dolore.
Non debbo scusare troppo presto colui che mi ha ferito. È del tutto indifferente se l’altro mi ha ferito apposta oppure non poteva fare altrimenti: il fatto è che mi ha fatto soffrire. E questo dolore devo nuovamente percepirlo nella sua realtà.
Mi sono sentito abbandonato, sminuito, preso non seriamente in considerazione.
Il secondo passo consiste nel lasciar spazio alla collera (rabbia).
La collera è la forza di buttare fuori da me colui che mi ha ferito.
Collera non vuol dire mettermi a gridare contro l’altro oppure ferirlo a mia volta. Essa consiste invece nel prendere una sana distanza dall’altro.
Posso dirmi per esempio: non penso più continuamente a lui; gli impedisco di entrare in casa mia, cioè gli proibisco di abitare nel mio intimo, di occuparmi continuamente di lui nei miei pensieri.
Nello stesso tempo devo trasformare in energia questa collera: posso vivere da me stesso; non ho bisogno dell’altro perché la mia vita abbia un esito positivo.
Il terzo passo si riferisce al guardare oggettivamente ciò che è accaduto. Cerco ora di comprendere perché l’altro mi ha ferito. Forse non ha fatto altro che trasmettere le ferite che a sua volta aveva ricevuto.
Mi sforzo quindi di capire me stesso: per quale motivo il comportamento dell’altro mi ha fatto soffrire così tanto.
Forse l’altro ha toccato in me un’antica piaga, un posto dove non mi sono ancora riconciliato con me stesso.
Questa riflessione diventa un invito a occuparmi di questa zona così vulnerabile e ad accettare me stesso con questa mia vulnerabilità.
Il quarto passo della riconciliazione con l’altro consiste propriamente nell’atto del perdono. Perdonare significa che mi libero dal legame con l’altro. Lascio che il suo comportamento rimanga in lui e così mi distacco dall’altro. Il perdono è sempre un segno di forza e non di debolezza.
Rinuncio a girare continuamente attorno alle mie ferite. Se queste sono però troppo profonde, non riesco ancora a incontrarmi con l’altro, nonostante il mio perdono.
Devo allora accettare i miei limiti. Ho perdonato all’altro, ma non sono ancora capace di costruire con lui un rapporto normale.
Molti psicologi hanno sperimentato, tra le altre cose, che il perdono è un atto terapeutico, che rende possibile la guarigione delle proprie piaghe e ci libera dal rimuginare continuamente il nostro passato.
Il perdono ci rende capaci di impegnarci nel momento presente con tutto il nostro essere.
La collera è la forza di buttare fuori da me colui che mi ha ferito.
Collera non vuol dire mettermi a gridare contro l’altro oppure ferirlo a mia volta. Essa consiste invece nel prendere una sana distanza dall’altro.
Posso dirmi per esempio: non penso più continuamente a lui; gli impedisco di entrare in casa mia, cioè gli proibisco di abitare nel mio intimo, di occuparmi continuamente di lui nei miei pensieri.
Nello stesso tempo devo trasformare in energia questa collera: posso vivere da me stesso; non ho bisogno dell’altro perché la mia vita abbia un esito positivo.
Il terzo passo si riferisce al guardare oggettivamente ciò che è accaduto. Cerco ora di comprendere perché l’altro mi ha ferito. Forse non ha fatto altro che trasmettere le ferite che a sua volta aveva ricevuto.
Mi sforzo quindi di capire me stesso: per quale motivo il comportamento dell’altro mi ha fatto soffrire così tanto.
Forse l’altro ha toccato in me un’antica piaga, un posto dove non mi sono ancora riconciliato con me stesso.
Questa riflessione diventa un invito a occuparmi di questa zona così vulnerabile e ad accettare me stesso con questa mia vulnerabilità.
Il quarto passo della riconciliazione con l’altro consiste propriamente nell’atto del perdono. Perdonare significa che mi libero dal legame con l’altro. Lascio che il suo comportamento rimanga in lui e così mi distacco dall’altro. Il perdono è sempre un segno di forza e non di debolezza.
Rinuncio a girare continuamente attorno alle mie ferite. Se queste sono però troppo profonde, non riesco ancora a incontrarmi con l’altro, nonostante il mio perdono.
Devo allora accettare i miei limiti. Ho perdonato all’altro, ma non sono ancora capace di costruire con lui un rapporto normale.
Molti psicologi hanno sperimentato, tra le altre cose, che il perdono è un atto terapeutico, che rende possibile la guarigione delle proprie piaghe e ci libera dal rimuginare continuamente il nostro passato.
Il perdono ci rende capaci di impegnarci nel momento presente con tutto il nostro essere.
Il quinto passo della riconciliazione trasforma le piaghe in perle.
Ildegarda di Bingen sostiene che la riuscita della vita dipende dal fatto che le nostre piaghe vengano trasformate in perle.
Se compissi soltanto i primi quattro passi, avrei sempre la sensazione di subire un danno, poiché ero stato ferito in modo veramente grave.
Il quinto passo mi mostra che nelle mie ferite si trova un tesoro prezioso.
Là dove mi hanno ferito sono crollate le mie maschere e ho potuto mettermi in contatto col mio vero Sé.
Le piaghe mi fanno sentire vivo, mantengono sveglia in me la nostalgia di Dio e mi aprono verso le persone con le loro ferite.
Dato che io stesso sono stato ferito, posso meglio comprendere le altre persone con le loro piaghe.
Molti terapeuti e pastori d’anime hanno trasformato le loro piaghe in perle. Gli antichi greci sapevano già che solo il medico ferito poteva veramente guarire. Se le mie piaghe vengono trasformate in perle, non porto più rancore contro quelli che mi hanno ferito.
Allora il perdono non è soltanto qualcosa di passivo, ma rende possibile la scoperta delle mie energie e mi dà fiducia di imprimere in questo mondo la traccia inconfondibile e del tutto personale della mia vita.
Ildegarda di Bingen sostiene che la riuscita della vita dipende dal fatto che le nostre piaghe vengano trasformate in perle.
Se compissi soltanto i primi quattro passi, avrei sempre la sensazione di subire un danno, poiché ero stato ferito in modo veramente grave.
Il quinto passo mi mostra che nelle mie ferite si trova un tesoro prezioso.
Là dove mi hanno ferito sono crollate le mie maschere e ho potuto mettermi in contatto col mio vero Sé.
Le piaghe mi fanno sentire vivo, mantengono sveglia in me la nostalgia di Dio e mi aprono verso le persone con le loro ferite.
Dato che io stesso sono stato ferito, posso meglio comprendere le altre persone con le loro piaghe.
Molti terapeuti e pastori d’anime hanno trasformato le loro piaghe in perle. Gli antichi greci sapevano già che solo il medico ferito poteva veramente guarire. Se le mie piaghe vengono trasformate in perle, non porto più rancore contro quelli che mi hanno ferito.
Allora il perdono non è soltanto qualcosa di passivo, ma rende possibile la scoperta delle mie energie e mi dà fiducia di imprimere in questo mondo la traccia inconfondibile e del tutto personale della mia vita.
Questi cinque passi della riconciliazione con l’altro si possono percorrere senza parlare con l’altro. Spesso però è di grande aiuto chiarire la ferita con un altro. È sempre necessaria tuttavia la prudenza nel giudicare se il dialogo con l’altro sia veramente opportuno. Se dico a dei genitori anziani che mi hanno ferito, li metterò in confusione e pretenderei troppo da loro.
Il processo della riconciliazione avviene dentro di me.
Spesso è bene parlarne con una terza persona, ad esempio nell’accompagnamento pastorale o in una analisi terapeutica.
Se si tratta di ferite attuali, devo decidere se per me è meglio segnalare all’altro che mi ha ferito, oppure se posso perdonargli interiormente.
Se dico all’altro che mi ha ferito, ciò non deve essere in alcun modo una rimostranza, bensì un’informazione, affinché sappia come il suo comportamento si riflette su di me.
Un’altra questione è se devo dire all’altro che lo si perdona.
Il direttore di una fabbrica mi raccontava di avere un conflitto con la sua segretaria.
Durante la discussione, la donna disse: «Le perdono in nome di Gesù». Per il direttore fu come uno schiaffo in faccia. Infatti in questa frase risuonava implicitamente: «Tu sei colpevole. Sei un tipo cattivo, ma io sono una persona spirituale e di animo generoso e ti perdono». Per l’altro, simili dichiarazioni di perdono sono un’accusa. Non producono alcuna riconciliazione, bensì rendono il disaccordo più profondo.
Quando l’altro non accoglie il nostro perdono, abbiamo sempre la sensazione di essere persone migliori di lui.
Nel monachesimo dei primi secoli cristiani, si racconta la storia di un monaco che andò dal suo vecchio padre spirituale lagnandosi che suo fratello non aveva accettato il suo perdono. Allora il vecchio abate gli rispose: «Guarda bene dal non metterti al di sopra di tuo fratello. Immagina di aver peccato contro di lui e va così da tuo fratello».
Quando il monaco andò dal fratello con questo atteggiamento, fu il fratello che gli andò incontro e i due si abbracciarono. Certamente il fratello si era accorto del cambiamento avvenuto nel monaco. Il nostro perdono potrà giungere fino all’altro solo quando è inteso sinceramente e riusciamo a scorgere anche la nostra parte di colpa.
Anselm Grün
Il processo della riconciliazione avviene dentro di me.
Spesso è bene parlarne con una terza persona, ad esempio nell’accompagnamento pastorale o in una analisi terapeutica.
Se si tratta di ferite attuali, devo decidere se per me è meglio segnalare all’altro che mi ha ferito, oppure se posso perdonargli interiormente.
Se dico all’altro che mi ha ferito, ciò non deve essere in alcun modo una rimostranza, bensì un’informazione, affinché sappia come il suo comportamento si riflette su di me.
Un’altra questione è se devo dire all’altro che lo si perdona.
Il direttore di una fabbrica mi raccontava di avere un conflitto con la sua segretaria.
Durante la discussione, la donna disse: «Le perdono in nome di Gesù». Per il direttore fu come uno schiaffo in faccia. Infatti in questa frase risuonava implicitamente: «Tu sei colpevole. Sei un tipo cattivo, ma io sono una persona spirituale e di animo generoso e ti perdono». Per l’altro, simili dichiarazioni di perdono sono un’accusa. Non producono alcuna riconciliazione, bensì rendono il disaccordo più profondo.
Quando l’altro non accoglie il nostro perdono, abbiamo sempre la sensazione di essere persone migliori di lui.
Nel monachesimo dei primi secoli cristiani, si racconta la storia di un monaco che andò dal suo vecchio padre spirituale lagnandosi che suo fratello non aveva accettato il suo perdono. Allora il vecchio abate gli rispose: «Guarda bene dal non metterti al di sopra di tuo fratello. Immagina di aver peccato contro di lui e va così da tuo fratello».
Quando il monaco andò dal fratello con questo atteggiamento, fu il fratello che gli andò incontro e i due si abbracciarono. Certamente il fratello si era accorto del cambiamento avvenuto nel monaco. Il nostro perdono potrà giungere fino all’altro solo quando è inteso sinceramente e riusciamo a scorgere anche la nostra parte di colpa.
Anselm Grün
scrittore, terapeuta, monaco dell’abbazia benedettina di Münsterschwarzach (Germania)
Buona giornata a tutti. :-)
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