Ma anche che niente può trasformarsi in qualcosa di diverso da quello che è. Consapevole del fatto che la natura è una serie di continui mutamenti egli, per mezzo dei sensi registrava il modo in cui si trasformavano. Non riuscendo a far coincidere quanto percepiva con i sensi con quello che gli diceva la ragione, decise di fidarsi della ragione. Come filosofo capì che il suo compito era quello di smascherare tutte le forme di inganno dei sensi. Questa fede così radicata nella ragione umana venne chiamata “razionalismo” da “logos-ragione”. Un razionalista crede che la ragione umana sia la fonte del nostro sapere sul mondo.
Secondo Eraclito (550-480 a.C.) originario di Efeso, in Asia Minore, il tratto costitutivo della natura è dato proprio dai suoi continui cambiamenti, “tutto scorre” tutto è in movimento e niente dura in eterno. Per questo “non si può discendere due volte nel medesimo fiume”, perché quando mi immergo nel fiume per la seconda volta, sia io che il fiume siamo diversi.
Eraclito
Spiegò anche che il mondo è caratterizzato da stati contrari. Se non ci si ammala, non si potrebbe capire che cosa significa star bene, così vale per la fame, la sete ecc.. Sia il bene che il male occupano un posto necessario nell’unità. Se non ci fosse un continuo gioco tra gli opposti, il mondo finirebbe. Anche se noi uomini non la pensiamo tutti allo stesso modo, o non siamo dotati dello stesso buonsenso, deve esistere una forma di “buon ordine” che guida e domina tutto quello che succede in natura. Tuttavia per Eraclito la maggior parte degli uomini vive seguendo la propria ragione privata.
Parmenide dice: – niente può cambiare e….
– per questo le impressioni dei sensi sono inattendibili.
Eraclito invece: – tutto cambia “tutto scorre”.
– le impressioni dei sensi sono attendibili.
Parmènide di Elea (Elea, 515 a.C. – 450 a.C.) è stato un filosofo greco antico, presocratico. Fu il maggiore esponente della scuola eleatica.
Parmenide
Parmenide nacque in Magna Grecia, ad Elea (Velia in epoca romana, oggi Ascea), da una famiglia aristocratica. Della sua vita si hanno poche notizie. Fu probabilmente discepolo di Senofane. Dai suoi concittadini sarebbe stato chiamato a redigere le leggi della sua città. Ad Elea fondò inoltre una scuola, insieme al suo discepolo prediletto Zenone. Platone nel Parmenide riferisce di un viaggio che negli anni della vecchiaia Parmenide intraprese alla volta di Atene, dove conobbe Socrate da giovane col quale ebbe una vivace discussione.
«…Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità); l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo. … Infatti lo stesso è pensare ed essere. »
L’unica opera di Parmenide è il poema in esametri intitolato Poema sulla natura, di cui alcune parti sono citate da Simplicio in De coelo e nei suoi commenti alla Fisica aristotelica, da Sesto Empirico e da altri scrittori antichi. Di tale poema ci sono giunti ad oggi diciannove frammenti, alcuni dei quali allo stato di puro stralcio, che comprendono un Proemio e una trattazione in due parti: La via della Verità e La via dell’Opinione; di quest’ultima abbiamo solo pochi versi.
Nel Poema sulla natura Parmenide sostiene che la molteplicità e i mutamenti del mondo fisico sono illusori, e afferma, contrariamente al senso comune, la realtà dell’Essere: immutabile, ingenerato, finito, immortale, unico, omogeneo, immobile, eterno. La narrazione si snoda intorno al percorso intellettuale del filosofo che racconta il suo viaggio immaginario verso la dimora della dea Diche (dea della Giustizia) la quale lo condurrà al «cuore inconcusso della ben rotonda verità». Secondo alcuni, la splendida donna rappresenterà d’ora in poi il significato della filosofia. La dea mostra al filosofo la via dell’opinione, che conduce all’apparenza e all’inganno, e la via della verità che conduce alla sapienza e all’Essere .
Pur non specificando cosa sia questo essere, Parmenide è il filosofo che per primo ne mette a tema esplicitamente il concetto; su di esso egli esprime soltanto una lapidaria formula, la più antica testimonianza in materia, secondo la quale «l’essere è, e non può non essere», «il non-essere non è, e non può essere»:« è, e non è possibile che non sia… non è, ed è necessario che non sia » (Parmenide, Sulla Natura, fr. 2, vv 3;5). Con queste parole Parmenide intende affermare che niente si crea dal niente, e nulla può essere distrutto nel nulla. Già i primi filosofi greci avevano cercato l’origine (o ἀρχή, archè) della mutevolezza dei fenomeni in un principio statico che potesse renderne ragione, non riuscendo a spiegarsi il divenire. Ma i cambiamenti e le trasformazioni a cui è soggetta la natura, tali per cui alcune realtà nascono, altre scompaiono, secondo Parmenide non hanno semplicemente motivo di esistere, essendo pura illusione. La vera natura del mondo, il vero essere della realtà, è statico e immobile. A tali affermazioni Parmenide giunge promuovendo per la prima volta un pensiero basato non più su spiegazioni mitologiche del cosmo, ma su un metodo razionale, servendosi in particolare della logica formale di non-contraddizione, da cui si traggono le seguenti conclusioni:
- L’Essere è immobile perché se si muovesse sarebbe soggetto al divenire, e quindi ora sarebbe, ora non sarebbe.
- L’Essere è Uno perché non possono esserci due Esseri: se uno è l’essere, l’altro non sarebbe il primo, e sarebbe quindi non-essere. Allo stesso modo per cui, se A è l’essere, e B è diverso da A, allora B non è: qualcosa che non sia Essere non può essere, per definizione.
- L’Essere è eterno perché non può esserci un momento in cui non è più, o non è ancora: se l’essere fosse solo per un certo periodo di tempo, a un certo momento non sarebbe, e si avrebbe contraddizione.
- L’Essere è dunque ingenerato e immortale, poiché in caso contrario implicherebbe il non essere: la nascita significherebbe essere, ma anche non essere prima di nascere; e la morte significherebbe non essere, ovvero essere solo fino a un certo momento.
- L’Essere è indivisibile, perché altrimenti richiederebbe la presenza del non-essere come elemento separatore.
L’Essere risulta così vincolato dalla necessità (ἀνάγχη, anànche), che è il suo limite ma al contempo il suo fondamento costitutivo: «la dominatrice Necessità lo tiene nelle strettoie del limite che lo rinserra tutto intorno; perché bisogna che l’essere non sia incompiuto». Parmenide paragona l’Essere a una sfera perfetta, sempre uguale a se stessa nello spazio e nel tempo, chiusa e finita (per gli antichi greci il finito era sinonimo di perfezione). La sfera è infatti l’unico solido geometrico che non ha differenze al suo interno, ed è uguale dovunque la si guardi; l’ipotesi collima suggestivamente con la teoria della relatività di Albert Einstein che nel 1900 dirà: «Se prendessimo un binocolo e lo puntassimo nello spazio, vedremmo una linea curva chiusa all’infinito» in tutte le direzioni dello spazio, ovvero, complessivamente, una sfera (per lo scienziato infatti l’universo è finito sebbene illimitato, fatto di uno spazio tondo ripiegato su se stesso). Fuori dell’Essere non può esistere nulla, perché il non-essere, secondo logica, non è, per sua stessa definizione. Il divenire attestato dai sensi, secondo cui gli enti ora sono e ora non sono, è una mera illusione (che appare ma in realtà non è). La vera conoscenza dunque non deriva dai sensi, ma nasce dalla ragione. «Non c’è nulla di errato nell’intelletto che prima non sia stato negli erranti sensi» è la frase che d’ora in poi sarà attribuita a Parmenide.
Il pensiero è dunque la via maestra per cogliere la verità dell’Essere: «ed è lo stesso il pensare e pensare che è. Giacché senza l’essere… non troverai il pensare», a indicare come l’Essere si trovi nel pensiero. Pensare il nulla è difatti impossibile, il pensiero è necessariamente pensiero dell’essere. Di conseguenza, poiché è sempre l’essere a muovere il pensiero, la pensabilità di qualcosa dimostra l’esistenza dell’oggetto pensato. Tale identità immediata di essere e pensiero, a cui si giunge scartando tutte le impressioni e i falsi concetti derivanti dai sensi, abbandonando ogni dinamismo del pensiero, accomuna Parmenide alla dimensione mistica delle filosofie apofatiche orientali, come il buddhismo, il taoismo e l’induismo. Una volta stabilito che l’Essere è, e il non-essere non è, restava tuttavia da spiegare come nascesse l’errore dei sensi, dato che nell’Essere non ci sono imperfezioni, e perché gli uomini tendano a prestare fede al divenire attribuendo l’essere al non-essere. Parmenide si limita ad affermare che gli uomini si lasciano guidare dall’opinione (δόξα, doxa), anziché dalla verità, ossia giudicano la realtà in base all’apparenza, secondo procedimenti illogici. L’errore in definitiva è una semplice illusione, e dunque, in quanto non esiste, non si può trovargli una ragione. Compito del filosofo è unicamente quello di rivelare la nuda verità dell’Essere nascosta sotto la superficie degli inganni.
Il tema sarà ripreso da Platone che cercherà una soluzione al conflitto tra l’essere e il molteplice; per sciogliere il dramma umano costituito dal senso greco del divenire (per cui tutto muta) che si scontra con una ragione, altra dimensione fondamentale della grecità, che è portata a negarlo, Platone concepirà il non-essere non più alla maniera di Parmenide staticamente e assolutamente contrapposto all’essere, ma come diverso dall’essere in senso relativo, nel tentativo di dare una spiegazione razionale anche al tempo e al molteplice. Il rigore logico di Parmenide gli valse inoltre l’appellativo di “venerando e terribile” da parte di Platone. La fiducia di Parmenide in un sapere completamente dedotto dalla ragione, e viceversa la sua totale sfiducia nei confronti dei sensi e di una conoscenza empirica, fa di lui un filosofo profondamente razionalista. Parmenide fu il fondatore della scuola di Elea, dove ebbe vari discepoli, il più importante dei quali fu Zenone. Il metodo usato dagli eleati era la dimostrazione per assurdo, con cui confutavano le tesi degli avversari giungendo a dimostrare la verità dell’Essere, nonché la falsità del divenire e delle impressioni dei sensi, per una “impossibilità logica di pensare altrimenti”.
Stupiva i contemporanei un ragionamento che scaturiva dalla radicale contrapposizione essere/non-essere e da un’immediata conseguenza del principio di non-contraddittorietà dell’essere e del pensiero, teorizzato in seguito da Aristotele come evidenza prima e indimostrabile alla ragione senza la quale diverrebbe impossibile qualsiasi conoscenza necessaria-filosofica, restando solo il mondo dell’opinione. Parmenide e gli eleati si contrapponevano soprattutto al pensiero di Eraclito, loro contemporaneo, filosofo del divenire che basava la conoscenza interamente sui sensi. Nella prospettiva della storia della filosofia, sarà quindi Hegel a concepire l’essere in maniera radicalmente opposta a Parmenide. Anche l’atomismo democriteo intese contrapporsi alla teoria eleatica dell’Essere (che aveva cercato una soluzione al problema dell’archè negando alla radice un fondamento originario al divenire), presupponendo gli atomi e uno spazio vuoto, diverso dagli atomi, in cui essi potessero muoversi, ipotizzando in un certo senso una convivenza di essere e non-essere. In seguito furono i sofisti a cercare di confutare il pensiero degli eleati, opponendo al loro sapere certo e indubitabile (επιστήμη, epistéme) sia il relativismo di Protagora, sia il nichilismo di Gorgia. Uno dei maggiori problemi sollevati da Parmenide riguardava in particolare l’impossibilità di oggettivare l’Essere, di darne un predicato, di sottrarlo all’astrattezza formale con cui Parmenide l’aveva enunciato, e che sembrava contrastare con la pienezza totale del suo contenuto. Fu seguendo questa strada che Platone, nel tentativo di risolvere il problema, approderà al mondo delle idee.
Fu Empedocle di Agrigento che riuscì a dipanare l’intricata matassa in cui si trovava la filosofia. Secondo lui sia Parmenide che Eraclito avevano ragione in una delle loro affermazioni, ma sbagliavano in un punto entrambi: davano per scontato che esiste un solo principio. Se fosse vero, il divario tra ciò che dice la ragione e quello che vediamo con nostri occhi sarebbe incolmabile. L’acqua non può diventare pesce però vediamo che in natura avvengono continuamente mutamenti. Empedocle arrivò alla conclusione che la natura è costituita da quattro radici: la terra, l’aria, il fuoco e l’acqua. Tutti i cambiamenti che avvengono in natura sono dovuti al mescolarsi e al separarsi delle quattro radici. Se un pittore ha un solo colore, es. il rosso, non può dipingere gli alberi verdi, ma se ha il giallo, il rosso, il blu e il nero, allora può dipingere centinaia di colori diversi mescolandoli in proporzioni differenti.
Si avvertono il crepitio e uno scoppiettare del legno: si tratta dell’acqua. Qualcosa sale sotto forma di fumo: è l’aria. Il fuoco lo vediamo davanti a noi e, quando si spegne, rimane ancora qualcosa: la cenere (cioè la terra). Ma qual è la causa che spinge le radici a mescolarsi in modo da far crescere una nuova vita? E cosa fa separare? Lui le chiama Amore (o amicizia) e Odio (o discordia). La prima lega le cose la seconda le separa. Forse Empedocle osservò come bruciava un pezzo di legno. In sintesi si può dire che qualcosa si dissolve.
A detta invece di Anassagora (499 – 428 a.C.) originario di Clazomene, Asia Minore la natura viene costruita partendo da particelle minuscole che l’occhio non può vedere. “Come infatti potrebbe prodursi da ciò che non è capello il capello e la carne da ciò che non è carne?”.
Anassagora chiamò questi principi infinitamente divisibili “semi”. E anche per lui esiste una specie di forza che “organizza”, il noûs, cioè “l’intelletto”. Trasferitosi ad Atene nel 462 a.C., nel 432 venne processato per aver sostenuto che gli dei non esistevano e fu costretto a fuggire. Aveva anche affermato che il sole non era un dio, bensì una massa incandescente molto più grande della penisola del Peloponneso.
L’ultimo dei grandi filosofi della natura fu Democrito (460-370 a.C.) originario di Abdera a nord sulla costiera del mar Egeo. Concordava che i suoi predecessori nell’affermare che i cambiamenti in natura non si spiegavano con il fatto che qualcosa “mutasse” realmente. Per questo ipotizzò che tutto fosse composto da mattoncini invisibili ciascuno dei quali era eterno e immutabile, a questi elementi minimi diede il nome di “atomi”, átomos = indivisibile, (Atomo: 1 miliardesimo di mm., i neutroni, protoni in esso contenuti sono 10.000 volte più piccoli e ancora particelle chiamate quark. I fisici che studiano l’infinitamente piccolo pensano che vi siano particelle ancora più piccole ma come sopra detto, sono concordi nell’affermare vi sia un limite) era fondamentale sottolineare che gli elementi con cui viene costruita ogni cosa non potevano essere divisi all’infinito: se così fosse stato non si sarebbero potuti utilizzare come mattoni da costruzione, la natura avrebbe cominciato a fluire come una zuppa sempre più liquida.
Democrito
Oggi possiamo affermare che la teoria di Democrito sugli atomi era giusta. La natura è veramente “costruita” da atomi che si aggregano e si separano. La scienza ha tuttavia scoperto che gli atomi si possono dividere in particelle ancora più piccole: protoni, neutroni e elettroni e anche queste a loro volta possono essere scisse. Ma i fisici sono concordi nell’affermare che ci deve essere un limite.