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mercoledì 12 dicembre 2018

"Rosa canina"

L'Olivo Saraceno


L'Olivo Saraceno 



"Rosa canina" di Umberto Eco













Rosa canina

Quando il rio dalla fontana
si fa chiaro e, come suole,
sboccia la rosa canina,
e l'usignolo sul ramo
fa canzon variata e piana
e il suo dolce canto affina,
il mio canto l'accompagna.


Oh, amor mio di terra lontana
il mio cuore per te duole
né io trovo medicina
se non vado al tuo richiamo,
al calor della tua lana,
o fiorita mia cortina,
o mia ignota, o mia compagna.

Non ti posso aver vicina
nel tuo fuoco brucio, e bramo.
Non ho visto mai cristiana
che vivesse, se Dio vuole,
né giudea né saracina,
della tua beltà sovrana.
Chi il tuo amore si guadagna ?

Io di sera e di mattina,
o mio amore, io ti chiamo;
la mia mente si fa insana,
la mia brama offusca il sole.
Già mi punge come spina
quel dolor che mi risana,
e una lagrima mi bagna.

- Umberto Eco













Amare qualcuno che appartiene a qualcun altro... quante volte accade?
Come si risolve?
Non si risolve quasi mai, e il dolore è l'unico eco di parole che cadono nel vuoto.
"Se si potesse scegliere chi amare l'amore sarebbe una banale addizione,
 invece che un arzigogolata espressione algebrica"
 - Rosanna Bazzano











Umberto Eco 
(Alessandria, 5 gennaio 1932 – Milano, 19 febbraio 2016) 
è stato un semiologo, filosofo e scrittore italiano.
Autografo di Eco nell'edizione tedesca di Arte e bellezza 
nell'estetica medievale.
Saggista prolifico, ha scritto numerosi saggi di semiotica,  
estetica medievale, 
linguistica e filosofia, oltre a romanzi di successo.
Nel 1988 ha fondato il Dipartimento della Comunicazione 
dell'Università di San Marino. Dal 2008 era professore emerito 
e presidente della Scuola Superiore di Studi Umanistici 
dell'Università di Bologna.
Dal 12 novembre 2010 Umberto Eco era socio 
dell'Accademia dei Lincei, per la classe di Scienze Morali, 
Storiche e Filosofiche.

martedì 19 aprile 2016

In cosa crede chi non crede?





Carlo Maria Martini
In cosa crede chi non crede? è un libretto, riedito da Bompiani nell’aprile 2014 (quando Eco era ancora tra noi e Martini era morto due anni prima, nel 2012), che riprende un dialogo epistolare intercorso tra Martini ed Eco nel 1995-96, pubblicato sulla rivista Liberale poi in un piccolo volume tradotto in 16 paesi.
Si tratta di quattro scambi (in tutto otto lettere) sulle seguenti tematiche: il senso e il fine della storia; l’inizio della vita umana e il problema dell’aborto; il ruolo della donna nella chiesa e la questione del sacerdozio femminile; i fondamenti di un’etica laica e le convergenze etiche tra credenti e non credenti.


Umberto Eco
Mi soffermo su quest’ultimo aspetto. E’ Martini ad impostare il colloquio su questo tema, ponendo il problema e chiedendo ad Eco qual è “il fondamento ultimo dell’etica per un laico, nel quadro del ‘postmoderno’. Cioè, in concreto […], quali ragioni dà del suo agire chi intende affermare e professare principi morali, che possono richiedere anche il sacrificio della vita, ma non riconosce un Dio personale?” (pp. 93-94). Martini prosegue chiarendo il suo pensiero. Egli non intende affatto negare la possibilità concreta di comportamenti moralmente retti da parte del laico non credente, ma vuole domandare la giustificazione teorica di tale retto operare. Il confronto, nell’ottica di Martini, potrebbe portare ad una più intensa e proficua collaborazione su temi eticamente rilevanti tra credenti e non credenti, soprattutto in quegli spazi che esulano dai territori delle leggi civili e penali e toccano le relazioni interpersonali e la responsabilità verso gli altri.

Pinturicchio, Disputa di Gesù
con i dottori del Tempio, particolare
(Cappella Baglioni, Spello)
Martini insiste soprattutto sull’etica dell’alterità: quali ragioni ha un laico non credente per preferire “l’altruismo, la sincerità, la giustizia, il perdono dei nemici […], anche a costo della vita, ad atteggiamenti contrari?”.Certo l’appello alla dignità umana può essere condiviso da credenti e non credenti, ma – conclude Martini – che cosa fonda tale dignità “se non il fatto che ogni essere umano è persona aperta verso qualcosa di più alto e di più grande di sé? Solo così essa non può essere circoscritta in termini intramondani e gli viene garantita una indisponibilità che nulla può mettere in questione” (p. 102).


Pinturicchio, Disputa di Gesù
con i dottori del Tempio, particolare
Raccolto il tema del dibattere Eco propone le sue risposte. Inizia con il confermare l’ultima affermazione di Martini, relativamente ad una forma di “religiosità” laica, utilizzando queste belle espressioni: “fermamente ritengo che ci siano forme di religiosità, e dunque senso del sacro, del limite, dell’interrogazione e dell’attesa, della comunione con qualcosa che ci supera, anche in assenza della fede in una divinità personale e provvidente” (p. 107). Quindi Eco procede sul terreno proposto da Martini per discutere se, a partire da questi presupposti, sia possibile la fondazione di un’etica laica.
Le argomentazioni sono di due ordini.
Pinturicchio, Disputa di Gesù
con i dottori del Tempio,
particolare
La prima riguarda la presenza di nozioni universali che prescindono dall'appartenenza ad una fede e possono avere una valenza in termini di fondazione etica. Eco non ricorre all’argomento illuministico della comune ragione umana in cui sarebbero inscritti principi morali universali: tesi che non ha retto i colpi dello sgretolamento postmoderno. Egli sostiene invece l’universalità della percezione che noi uomini tutti abbiamo del nostro corpo, delle azioni mentali e fisiche che lo riguardano. “Pertanto (e già si entra nella sfera del diritto) si hanno concezioni universali circa la costrizione: non si desidera che qualcuno ci impedisca di parlare, vedere, ascoltare, dormire, ingurgitare, espellere, andare dove vogliamo; soffriamo che qualcuno ci leghi o ci costringa in segregazione, ci percuota, ferisca o uccida, ci assoggetti a torture fisiche o psichiche che diminuiscano o annullino la nostra capacità di pensare”.
E’ in base a questi diritti del corpo che si può fondare un’etica del rispetto della mia e dell’altrui corporalità.Quello che io desidero per il mio corpo è desiderato dall’altro - che è corpo come me - per il suo corpo e quindi “la dimensione etica inizia quando entra in scena l’altro” (p. 111).
Pinturicchio, Disputa di Gesù
con i dottori del Tempio, particolare
La seconda argomentazione posta a fondamento di un’etica laica è invece radicata nella finitezza e nell’impossibilità da parte del non credente di pensare una prospettiva ultramondana: amare gli altri può diventare così il modo per dare un senso alla propria esistenza, per lasciare qualcosa di sé dopo la morte, per trasmettere un’eredità, un esempio. E così, con un aneddoto, Eco racconta di quel suo amico che un giorno, celebrando la figura del papa Giovanni XXIII, gli disse: “Papa Giovanni deve essere ateo. Solo chi non crede in Dio può volere tanto bene ai propri simili” (p. 114). Anzi, secondo Eco, proprio la finitezza senza prospettiva ultraterrena del laico non credente, può indurre quest’ultimo a chiedere perdono agli altri per il male compiuto e a perdonare a sua volta, perché non essendoci un oltre in cui venir perdonati, tutto si decide in questa vita e solo l’altro può liberare dalla pena, altrimenti disperata e senza alcun rimedio, del male compiuto.
Pinturicchio, Disputa di Gesù
con i dottori del Tempio,
particolare
Né Eco si sottrae alla considerazione – anticipata da Martini – della provenienza religiosa di una concezione e di un atto come il perdono. Egli conclude con pagine molto alte sulla figura di Cristo, il cui esempio può valere anche per il laico non credente: “se Cristo fosse pur solo il soggetto di un grande racconto, il fatto che questo racconto abbia potuto essere immaginato e voluto da bipedi implumi che sanno solo di non sapere sarebbe altrettanto miracoloso (miracolosamente misterioso) del fatto che il figlio di un Dio reale si sia veramente incarnato. Questo mistero naturale e terreno non cesserebbe di turbare e ingentilire il cuore di chi non crede” (p. 122). E, ancor prima: “Se fossi un viaggiatore che proviene da lontane galassie e mi trovassi di fronte a una specie che ha saputo proporsi questo modello, ammirerei soggiogato tanta energia teogonica, e giudicherei questa specie miserabile e infame, che ha commesso tanti orrori, redenta per il solo fatto che è riuscita a desiderare e a credere che tutto ciò sia la Verità” (pp. 121-122).
Ce n’è abbastanza per continuare il dialogo.

Pinturicchio, Disputa di Gesù con i dottori del Tempio,
Cappella Baglioni, Chiesa Collegiata di Santa Maria Maggiore, Spello (Perugia)
IL PITTORE LAICO.
Pinturicchio, Disputa di Gesù
con i dottori del Tempio,
particolare
L’affresco di Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio (1454-1513), raffigura La disputa di Gesù con i dottori del Tempio. La scenanon è ambientata all’interno del Tempio - che campeggia sullo sfondo, in prospettiva - ma nella Piazza antistante. Intorno a Gesù non ci sono solo i sapienti, ma anche giovani donne e anziane, insieme ad altre persone che si trovano a passare di lì. Scegliere la Piazza, piuttosto che il Tempio, come luogo in cui rappresentare il famoso passo della disputa coi dottori (Lc. 2, 41-50) vuol dire già offrire un’interpretazione: Gesù non discute semplicemente con dotti e religiosi, ma con tutti gli uomini. La Piazza è il luogo che appartiene a chi crede e a chi non crede, è spazio aperto a tutti. In mezzo, sul pavimento, sono visibili alcuni libri, simboli di tutto l’umano sapere, cercare, pensare. La dialettica tra fede e dubbio è necessaria e non si sottrae al confronto. Per questo Maria trattiene Giuseppe che vorrebbe avvicinarsi a Gesù, forse per ricondurlo nel recinto privato e protetto del cerchio familiare.
Se questa è la chiave interpretativa dell’affresco, si può allora pensare che la piacevolezza cromatica dei colori, la raffinatezza dei particolari cesellati come in una miniatura (si notino le piante accanto al Tempio), la ricerca felice dell’ornamento non siano soltanto riconducibili alla scelta di uno stile godibile e “scorrevole”, ma anche e più profondamente ad una ben precisa intenzionalità contenutistica che immerge la fede nel mondo e tanto più qualifica Pinturicchio come “il più laico dei pittori del suo tempo” (G.C.Argan).

Post ed iconografia di Rossana Rolando.

venerdì 4 marzo 2016

Il nome della rosa.

PERSONA E COMUNITA'

Un ricordo di Umberto Eco e Il nome della rosa.





Umberto Eco ad Albenga presso il Liceo G. Bruno,
in occasione del Premio letterario C'era una svolta 2011

Umberto Eco ad Albenga,
presso il Liceo G. Bruno.
Presidenza.
Umberto Eco
ad Albenga
San Carlo,
Palazzo Oddo
L’altro giorno un caro amico mi ha ricordato un articolo che tempo fa -era il 1987 - avevo scritto su “Il Biellese”. L’avevo sepolto nei meandri della memoria. Ora l’ho qui davanti e lo rileggo con una buona dose di autoironia, tanto cara ad Umberto Eco. Esprimevo alcune mie riflessioni su Il nome della rosa che avevo letto d’un fiato e che avevo trovato oltremodo affascinante e seducente. Proprio per questo aveva provocato in me una reazione di ovvia ed aperta ammirazione, ma non scevra da un guardingo sospetto, che nel corso della mia vita ho cercato sempre di conservare di fronte ad ogni fascino seducente. E poi ho conosciuto Umberto Eco nel 2011 quando il Liceo che dirigevo lo invitò a presiedere il concorso annuale “C’era una svolta”.
Umberto Eco ad Albenga,
San Carlo,
Palazzo Oddo
E’ in quell’occasione che incontrai l’uomo: la sua umanità, la sua saggezza, la sua imprevedibile inventiva, il suo bel rapportarsi con i giovani, il suo sguardo sul mondo e sugli altri ricco di indulgenza e tolleranza condite di fine ironia, ma anche - nei riguardi di alcuni pubblici personaggi - di qualche irridente arguto strale, pienamente condiviso. Un incontro per molti di noi, più che significativo e memorabile, unico. Qualche giorno dopo una sua bustina di Minervasuggellava l’incontro con il Liceo, quasi un inno di speranza nelle giovani generazioni...


IL NOME DELLA ROSA
Umberto Eco,
Il nome della rosa
Sette novembrini giorni del 1327 in un’abbazia dell’Italia settentrionale: tempo e spazio invero ristretti, ma più che sufficienti ad U. Eco per presentare, in un giallo intessuto di morbose vicende ed erudite disquisizioni, la crisi di un mondo che si sta progressivamente secolarizzando, nonostante l’ostinata opposizione del potentato clericale il quale, non pago di teorizzare la sua avversione al riso ed all’ironia, attende con solerzia a che nessuno abbia di che ridere, inquisendo, tramando, abbruciando. Libro di dotta erudizione, opera letteraria, romanzo storico, saggio filosofico?


Disegno del labirinto
della cattedrale di Reims,
XVIII secolo
(Schema riprodotto sulla copertina
de Il nome della rosa, ed. Bompiani).
Labirinto di segni ed ermeneutica.
Da un pezzo da novanta come Eco era lecito attendersi squarci di documentata cronaca, auree briciole di filosofare, eloqui forbiti e generose dosi di opulenta erudizione. Le variegate interpretazioni che la critica ne ha tratto, i sentimenti contrastanti suscitati, le non sopite polemiche sono – soprattutto nel caso di un’opera dal successo strepitoso con risvolti commerciali assai interessanti –effetti dall’autore esplicitamente previsti, come si conviene a chi deve conoscere l’ermeneutica e la psicologia e ben sa che la lettura è sempre un soggettivo comprendere ed un interpretare in situazione. Ma non è questo a suscitare curiosità o interesse, quanto piuttosto il coacervo di questioni ed eventi dall’autore riferiti o dai protagonisti vissuti e patiti.


Perfetti catari amministrano
il Consolamentum,
XIII secolo
L'immagine del Medio Evo.
La finzione letteraria di Eco pare suggerire la convinzione che si tratti di microstoria: la sua abbazia sarebbe il microcosmo che in sé ricapitolerebbe il macrocosmo dell’età a cui viene fatta appartenere. Per una sorta di transfert ne deriva l’immagine di un Medio Evo declinante, disperatamente tenebroso ed opprimente, dal quale giustamente la ragione, simboleggiata da Occam, anela ad emanciparsi nella catarsi finale del fuoco divoratore. E’ impresa di onestà intellettuale verificare tutto ciò, non abbandonando vicende e problemi al fantasioso arbitrio per quanto artisticamente riuscito della ricostruzione letteraria, ma rapportandoli al loro reale contesto storico. Solo così assumono tragica durezza o trovano in non pochi casi drastico ridimensionamento -cito a caso - il conflitto tra potere temporale e spirituale, i movimenti ereticali e la loro protesta sociale, il nostro fra Dolcino e la bella Margherita, inquisitori ed inquisiti, povertà evangelica ricercata e miseria imposta, streghe e demoni, superstizioni ed antisemitismo, frati gaudenti e sodomiti, aristotelici ed antiaristotelici, intellettuali organici e disorganici, curiali ed imperiali. Si tratta di operare una riflessione storiograficamente corretta di questo periodo storico, nella disponibilità a convertire i pregiudizi in postgiudizi.
Miniatura dal Codex Benedictus,
Biblioteca Apostolica Vaticana,
inizio XIII secolo
Esiste un Medio Evo cristiano?
Come si viveva veramente nei monasteri? Quali le condizioni e la mentalità della gente comune come noi? Le contraddizioni, gli errori, i peccati (soprattutto di intolleranza) erano il segno della fallibile nostra condizione umana o il prodotto di una religiosità inautentica ed alienante? Comprendere l’essenza della società sacrale, cogliere il tempo della Chiesa avviato al suo tramonto, penetrare nelle ansie teocentriche e negli aneliti autentici della Cristianità che fu è insieme riconoscerne l’identità, quanto alla sostanza, e l’estraneità, quanto alle forme ed ai modi, rispetto alla nostra esperienza di fede che, nella pienezza della cosiddetta secolarizzazione, non è più contrassegnata da conclamati sostegni visibili.
Festa in maschera,
Salterio di Luttrell
XIV secolo



Il Medio Evo e oggi.
Così anche questo approccio al passato, come ogni seria lezione storiografica, può consentire di cogliere e vivere meglio il nostro presente, che non è né il tempo delle Chiesa né il tempo del mercante, ma piuttosto tempo di privazione del sacro e nostalgia dell’Assente, dove il credente è chiamato ad elaborare e vivere l’interpretazione non religiosa ma cristologica della fede e della salvezza.

Monaco cellario testa la qualità del vino,
miniatura dal Li Livres dou Santé
di Aldobrandino da Siena,
fine XIII secolo
Ironia estetica e gioco. Un’ultima ipotetica annotazione. Chi è stato in qualche modo educato alla scuola del sospetto non può sottrarsi all’impulso dello smascheramento: qual è nel libro la chiave nascosta da disvelare (a-letheia), quale il messaggio sommerso, la metacomunicazione? Non certo il fuoco finale purificatore e distruttore, forse piuttosto quella insidiosa figura di pensiero che i retori chiamano ironia.
Maestro e discepoli,
miniatura della Vita
di San Cutberto
di Beda il Venerabile,
XII secolo


Tuttavia l’elogio dell’ironia, che occupa pagine interessanti, pare piuttosto l’apologia di una specie particolare. E’ l’ironia del seduttore - ci rammenta Kierkegaard -, è il riso dell’esteta, di colui che, pur non ignorando che il conflitto e le contraddizioni sono segni profondi della condizione umana, sceglie di giocare all’infinito con le creazioni del suo sogno e la maestria della sua parola, contemplando il tutto con raffinato piacere... Prende così corpo, dopo il fascino del primo approccio al libro, il sospetto che l’ironia di chi sa sedurre, profusa in actu exercito in ogni pagina, non disdegni di irridere, oltre i suoi fantasmatici frati e monaci, anche i suoi reali compiacenti lettori.
Le immagini.
Per una sequenza di fotografie su Umberto Eco al Liceo G. Bruno di Albenga si rimanda a questo link.
Le immagini dei disegni e delle miniature sono riprese dal Blog Il Palazzo di Sichelgaita (Il Medioevo in rosa) che ringraziamo per la gentile concessione.

Post di Gian Maria Zavattaro
Iconografia di Rossana Rolando.

sabato 20 febbraio 2016

Umberto Eco ...

«Se Dio c’è, con Lui si può ragionare»

by giulianoguzzo

Nel segno dell’immancabile e tradizionale ipocrisia, da oggi in avanti sarà un fioccare incessante di aneddoti, citazioni e ricordi. Ora, dato che non sono fra quanti – pur riconoscendogli una cultura immensa e una statura letteraria mondiale - nutrivano Leggi il resto dell'articolo

È stato uno dei più importanti intellettuali e scrittori italiani del Novecento...

Umberto Eco AT United Nations Headquarters - NYC
Era nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932, suo padre era un ferramenta. Diventò famoso in tutto il mondo nel 1980 grazie al romanzo Il nome della Rosa...
Nel 1988 Umberto Eco pubblicò Il pendolo di Foucault, un altro bestseller mondiale....
 >>>>ilpost.it
                                                                     ç°ç°@#@
 "C’è gente che ha letto tutto, ma ha capito poco. 
E gente che ha letto poco, ma ha capito tutto. 
Poi ci sono Umberto Eco e Dio".

Umberto Eco (1932-2016) scrittore, filosofo, semiologo e linguista italiano


 Intervista ad Umberto Eco


www.rainews.it

Eco però non ama il suo primo romanzo, come ha raccontato durante il festival del libro del 2011.

«Odio questo libro e spero che anche voi lo odiate.»

Il nome della rosa, del 1980


Il nome della rosa di Umberto Eco (35 puntate - 8:08:25) - fedcalmus


Manifesto italiano del film


"Il nome della rosa" 1986


IL NOME DELLA ROSA