La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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martedì 13 dicembre 2016

Fa bene rileggere lo stesso libro? Syringa e altre poesie

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Letteratura. Avvenire

 Fa bene rileggere lo stesso libro?

Ha ragione lo scrittore russo Nabokov per il quale alla prima lettura l'essenziale sfugge, oppure a tornare sulle stesse pagine se ne altera il gusto e la memoria?

Ci sono momenti in cui diversi frammenti di informazioni o di opinioni si mescolano e quello che fino ad allora era soltanto una vaga intuizione all’improvviso diventa chiara. Aprendo il nuovo libro dello scrittore olandese Douwe Draaisma intitolato Forgetting (“Dimenticare”), si scopre che la nostra memoria visiva immediata «trattiene gli stimoli per non più di una frazione di secondo». Questo viene ammesso con un certo rammarico, perché in genere siamo indotti «a immaginare la memoria come la capacità di preservare qualcosa, o magari anche tutto, completamente intatto», riflette Draaisma. 
Vladimir Nabokov sosteneva che «stranamente, non si può leggere un libro, lo si può soltanto rileggere». Nabokov spiega che «quando leggiamo un libro per la prima volta il processo stesso di spostare faticosamente gli occhi da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, quel complicato lavoro fisico sul libro, il processo stesso di apprendere in termini spaziali e temporali di che cosa si parla, si interpone tra noi e la valutazione artistica». Solo a una terza o quarta lettura, afferma lo scrittore, iniziamo ad avvicinarci al libro con l’atteggiamento che adotteremmo verso un dipinto, a possederlo mentalmente nella sua interezza. Nabokov non parla del dimenticare, ma è chiaro che a questo allude. Lo sforzo fisico di spostare gli occhi avanti e indietro resta identico a ogni lettura del libro – non che si possa dire particolarmente faticoso. Ciò che cambia dalla seconda lettura in poi è che aumenta la nostra capacità di assorbire e mettere in relazione i vari elementi del testo. Ora, conoscendo l’epilogo, possiamo intravederne una prefigurazione già nelle prime pagine. 
Citando Flaubert, Nabokov aggiunge: Comme l’on serait savant si l’on connaissait bien seulement cinq ou sìx livres. («Come saremmo saggi se conoscessimo bene soltanto cinque o sei libri»). Sembra, allora, che l’ideale sia arrivare a una conoscenza totale del libro, una consapevolezza totale e simultanea del suo intero contenuto, e una capacità di ricordarloin toto. Dal momento che un lettore potrà raggiungere una tale padronanza con un numero estremamente limitato di libri, diventa cruciale che siano pochissime le opere degne di tale attenzione. Così siamo spinti a una visione elitista della letteratura in cui la valutazione estetica richiede una conoscenza esaustiva solo dei capolavori. 
Inutile dire che un simile approccio è una consolazione per i professori, a cui tocca rileggere sempre gli stessi testi, anno dopo anno. E, naturalmente, è proprio un testo volutamente complesso e difficile (Ulisse, la Recherche, La montagna incantata, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana) a consentire al professore, che l’ha letto almeno una decina di volte, di mantenere un sicuro vantaggio sui poveri studenti smarriti. 
Per contro, la nostra prima reazione alla lettura di un libro è irrilevante, se non nella misura in cui ci fa o non ci fa venire voglia di tornare all’inizio e ricominciare. Ma poiché que- st’approccio presuppone che nessun libro di valore dia il meglio di sé alla prima lettura e che non possiamo sapere cosa potrebbe emergere da letture ulteriori, a decidere se sia il caso di rileggerlo o meno saranno più che altro gli insegnanti o i critici. Insomma, i savi, dall’alto della loro esperienza, ci dicono quali libri dovremmo leggere, anzi, rileggere, perché leggere una volta sola è quasi come non aver letto affatto. 
Ma è questo l’atteggiamento ideale con cui avvicinarsi alla letteratura? Ha ragione Nabokov, un libro si può solo rileggere? Che rapporto c’è fra quest’approccio e le nostre abitudini di lettura reali, in particolare nel mondo contemporaneo che offre sempre più libri, ma sempre meno tempo per leggerli?
Torniamo a Douwe Draaisma. Perché definisce la nostra incapacità di rievocare le impressioni sensoriali a distanza di pochi secondi un “dimenticare”? Ciò implicherebbe che abbiamo “posseduto” o almeno avremmo voluto possedere quelle impressioni. L’assunto di base è che la vita ha minor valore, minore dignità, se, per così dire, semplicemente scorre. Eppure anche ora, mentre scriviamo o leggiamo, siamo consapevoli di tutta una serie di impressioni sensoriali. La posizione di fogli, tazze, penne, telefono, libri sul tavolo di vetro del soggiorno; la parete di fronte; il ronzio del frigorifero e una sirena in lontananza. Domani non saremo mai capaci di ricordare neanche una frazione di tutto questo. Eppure, queste percezioni costituiscono parte integrante del piacere di essere dove siamo in questo momento e se non ci fossero la nostra vita sarebbe più povera. 
Naturalmente, uno dei motivi per cui non saremo in grado di ricordare tutte le impressioni è che presto saranno sostituite da altre, egualmente vivide, oltre al fatto che dopo aver trascritto qualche dettaglio del nostro qui e ora, qualsiasi ricordo potremo rievocare sarà colorato e in qualche modo falsificato da quel resoconto. 
Nel rigettare il mito che sia possibile ricordare tutto, Draaisma ci rammenta che i ricordi, quelli che conserviamo, sono per lo più costruzioni, rimaneggiamenti, semplificazioni, fotografie che sostituiscono i volti e così via; per giunta, non c’è motivo di ipotizzare che l’impressione originaria si possa ritrovare intatta in qualche angolo della nostra testa. Non possediamo il passato, neanche quello di qualche istante fa, e questo non è certo motivo di rimpianto, perché possederlo sarebbe un serio ostacolo alla nostra esperienza del presente. Ma questo ci aiuta forse a fare luce sul problema della lettura? A questo punto dovremmo porci qualche domanda sull’entusiasmo di Nabokov per la rilettura. Si tratta davvero di un accumulo graduale e sempre positivo che accresce il controllo e l’assorbimento di un libro, o è piuttosto un processo precario in cui ogni volta che rinnoviamo il nostro coinvolgimento verso il testo cancelliamo o alteriamo quello passato? Non potremo mai ritrovare, per esempio, l’entusiasmo provato la prima volta che abbiamo letto The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge, il Decamerondi Boccaccio, o Molloy di Beckett. Spesso, rileggendo, ci prende un senso di delusione: Moravia, Calvino, Tabucchi ora non sembrano esaltanti come quando li ho affrontati per la prima volta. Ma perché questo dovrebbe ridurre il piacere provato allora? Perché non dovremmo rallegrarci per un libro che apprezziamo oggi piuttosto che preoccuparci del verdetto di una prossima rilettura? Non si legge per formulare un giudizio definitivo sul testo, ma per appassionarsi a quello che ha da offrirci adesso...

>>> Fa bene rileggere lo stesso libro?


Collana Tarsie
Testo originale a fronte
John Ashbery
Syringa e altre poesie
Tradotte da Edoardo Albinati

Con due disegni di Gianni Dessì Poeta di poeti, la sua poesia – che pure ingloba fluendo quanto più può dei mobili scintillii del reale – è invincibilmente una poesia della poesia. Nell’opera di Ashbery si sente sempre il facitore di versi al lavoro, il singer che «edifica il suo canto un piano dopo l’altro / come un grattacielo», consapevole anche nell’abbandono, nell’inarrestabile flowing… Né l’autore avrebbe potuto essere più esplicito intitolando Houseboat Days la raccolta da cui sono tratte Syringa e le altre poesie, che Edoardo Albinati ha ammirevolmente tradotto, ispirate come sono tutte al fluire, allo scorrere, al passare, al precario fluttuare dei «giorni da barcone», o semplicemente dei giorni. E a sostenere questo tumultuare d’acqua o, proiettato in cielo, questo vorticare di nebulosa, insomma quel moto che è la sostanza e la forma della poesia di Ashbery, non sarà il liuto di Orfeo, bensì la siringa di Pan, anche lì dove, come in Syringa, è in Orfeo che il poeta odierno ancora ambiguamente si specchia.



Da Syringa

La bambola seria
Le cose in generale sono più importanti della
cosa singola, per quanto lo specifico sia estremamente
interessante. Giusto? Mentre ogni particolare
scivola dentro una botte verso le cascate del Niagara

 ci si potrebbe chiedere a ragione: e questo, da dove viene?
Fino a che punto mi riguarda? Quello che indossavi
è sparito assieme ad altri concetti.
Sono appesi alla ringhiera del ballatoio della fabbrica
contro il cielo blu con alcune goffe nuvole di carta bianca
incollate sopra. Dov’è che l’est incontra l’ovest?
Al tramonto la scelta è tra due sorrisi: discreto o serio.
In questo migliore dei mondi possibili, basta.


(Traduzione di Edoardo Albinati)



«Un labirinto non è un groviglio: 
è tutto il contrario,
è molto facile fare un groviglio;
ma non è facile
fare un labirinto»





                                                                                  By www.labirintolibri.com

martedì 11 ottobre 2016

“La grande onda di Kanagawa”... Chi ha vinto il Premio Strega del 2016?

Il Fuji a Milano. L’onda di Hokusai, Hiroshige e 

Utamaro si abbatte su Palazzo Reale - 





Katsushika Hokusai
La grande onda presso la costa di Kanagawa, dalla serie Trentasei vedute del monte Fuji (1830-1832 circa)
Silografia policroma, 25,9 x 38,5 cm – Honolulu Museum of Art

Un’onda vi seppellirà. Arrivano a Palazzo Reale di Milano i tre grandi maestri dell’ukiyoeHokusai, Hiroshige e Utamaro. Una selezione di oltre 200 silografie policrome e libri illustrati -provenienti dalla prestigiosa collezione della Honolulu Academy of Arts- racconta il Mondo Fluttuante dei tre maestri, punto di riferimento indiscussi della modernità: Katsushika Hokusai (1760-1849), Utagawa Hiroshige (1797-1858) e Kitagawa Utamaro (1753-1806).
La mostra (prodotta di MondoMostre / Skira) propone un viaggio nel mondo artistico e umano dei tre artisti, che ancora oggi, come nei secoli precedenti, hanno influenzato scuole e artisti del Giappone e dell’Europa, contrapponendo all’etica del samurai il godimento del singolo momento, il piacere, il divertimento in ogni sua forma. Sono messe così in luce da una parte le peculiarità tecniche, l’abilità e l’eccentricità dei singoli artisti, dall’altra il mercato dell’immagine dell’epoca che richiedeva di trattare soggetti precisi, luoghi e volti ben noti al pubblico, temi e personaggi alla moda. Una domanda intorno alla quale crescevano inevitabilmente rivalità, prima ancora che tra gli stessi artisti, tra gli editori che producevano le opere e si contendevano i migliori pittori, incisori e stampatori per dar vita a serie di stampe sempre diverse, verticali, orizzontali, in forma di ventaglio, in formato di libro per soddisfare un mercato dell’editoria sempre più esigente e ampio.
Informazioni utili
“HOKUSAI, HIROSHIGE, UTAMARO”
Luoghi e volti del Giappone che ha conquistato l’Occidente
22 settembre 2016 – 29 gennaio 2017
Palazzo Reale – Piano Terra
Piazza Duomo, 12
20122 – Milano
Mostra prodotta da MondoMostre Skira


Perché la “Grande onda” 

di Hokusai è così famosa 

CULTURA IlPost

Il Wall Street Journal racconta quello che sta intorno all'immagine più famosa dell'arte giapponese, e come è diventata così familiare




In occasione di due recenti mostre a Parigi e Berlino dedicate all’artista giapponese Katsushika Hokusai, il Wall Street Journal ha raccontato l’origine e la popolarità della sua opera più famosa, la xilografia “La grande onda di Kanagawa”: una delle opere d’arte non occidentali più conosciute al mondo. Hokusai, che era nato a Tokyo nel 1760 e morì nel 1849, realizzò “La grande onda” negli anni Trenta dell’Ottocento, in una serie chiamata “36 vedute del Monte Fuji”: ad oggi ne esistono circa cento esemplari, sui più di cinquemila che furono prodotti all’epoca (con una tecnica di stampa su legno in stile Ukiyo-e, cioè dai soggetti leggeri adatti alla classe borghese). I due esemplari meglio conservati al mondo della “Grande onda” oggi sono al Metropolitan Museum of Art di New York e al British Museum di Londra.

(l’immagine si ingrandisce con un clic)

http://www.ilpost.it/2015/03/27/grande-onda-hokusai/japanese-art/

“La grande onda” raffigura un tratto di mare molto agitato in cui navigano due barche di pescatori, vicino a Kanagawa (nei dintorni di Tokyo). Sullo sfondo si vede il Monte Fuji, il monte più alto del Giappone, raffigurato con lo stesso colore del mare. “La grande onda” mescola tratti tipici dell’arte orientale, come il profilo delle barche e dei pescatori, a tratti tipicamente occidentali, come l’uso della prospettiva per raffigurare il Monte Fuji. La spuma generata dall’onda al centro del dipinto, grazie a una specie di gioco artistico, può essere confusa con i fiocchi di neve che cadono sul Monte Fuji, la cui cima è innevata. In molti hanno ipotizzato che il “protagonista” del dipinto non sia l’onda, come capita di pensare a chiunque osservi il quadro inizialmente: in Giappone infatti è abitudine leggere e osservare le immagini da destra a sinistra, e questo potrebbe indicare che Hokusai volesse attirare l’attenzione sulle difficoltà dei pescatori.
Hokusai divenne molto famoso solo alla fine dell’Ottocento quando le riproduzioni delle sue stampe vennero scoperte essendo usate come carta d’imballaggio per oggetti preziosi spediti dal Giappone: da allora “La grande onda” ha ottenuto un esteso successo – «è diventata virale», dice il Wall Street Journal – ed è stata utilizzata negli ambiti più disparati, diventando familiare a moltissime persone che spesso non conoscono neanche il nome del suo autore. Per fare alcuni esempi, nel 1905, il compositore francese Claude Debussy la mise in copertina del suo poema sinfonicoLa Mer. La nota società produttrice di jeans Levi’s, fra le altre, l’ha utilizzata in una campagna pubblicitaria. Di recente, Apple l’ha stilizzata in una emoji e Google l’ha celebrata il 31 ottobre del 2010 con un doodle in occasione dell’anniversario della nascita di Hokusai.
La storica dell’arte Christine Guth, che ha appena pubblicato un libro intitolato La Grande onda di Hokusai, ha collegato la diffusione della Grande Onda allo tsunami che avvenne nel nord del Giappone il 15 giugno 1896, che causò la morte di circa 22mila persone. In seguito a quell’evento cominciò a diffondersi in Occidente la parolatsunami, che venne presto associata alla “Grande onda” (nonostante non raffiguri davvero uno tsunami, ma solamente un tratto di mare molto agitato). Sebbene durante gli ultimi anni della propria vita Hokusai fosse piuttosto famoso in Giappone, il Wall Street Journal scrive che prima di dipingere la serie sul Monte Fuji aveva problemi economici che quelle opere aiutarono a superare. Un’altra versione è che l’abbia realizzata per pagare i debiti di gioco di suo nipote. Secondo Hokusai stesso tutte le opere che aveva realizzato prima della serie sul Monte Fuji «non sono degne di nota»: in realtà, Hokusai realizzò decine di dipinti e stampe molto apprezzate, oltre ai cosiddetti manga, una raccolta di 15 libricini con circa 4mila xilografie considerati gli antenati degli attuali fumetti.
La grande popolarità contemporanea della Grande Onda è ovviamente legata anche all’immediatezza del suo soggetto, alla sua semplicità e al richiamo del tema naturale e delle sfumature di colore attraenti e omogenee. Maki Fukuoka, che insegna lingua e cultura asiatica al Royal College of Art di Londra, ha detto che l’immagine ottenne un successo così esteso proprio perché «il pubblico europeo, inclusi gli artisti, non avevano mai visto niente di simile: né in termini di materiali né in termini di stampa su legno». Fukuoka ha aggiunto che il dipinto provoca «una specie di comprensione immediata di ciò che significa. Si tratta di un soggetto piuttosto semplice, ma che rimane bene in mente».
foto: la copia della “Grande onda” posseduta dal Centro di Cultura Giapponese di Washington 
(AP Photo/Japan Information and Culture Center)
FONTE:  http://www.ilpost.it

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NB: 
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Our Katsushika Hokusai page provides visitors with Hokusai's bio, over 90 of his works, exclusive articles, and up-to-date Hokusai exhibition listings. The page also includes related artists and categories, allowing viewers to discover art beyond our Hokusai page. We would love to be included as an additional resource for your visitors via a link on your page. 
If you are able to add a link to our Hokusai page, please let me know, and thanks in advance for your consideration. 
Best, Jenna  

"I have drawn things since I was six. All that I made before the age of sixty-five is not worth counting. At seventy-three, I began to understand the true construction of animals, plants, trees, birds, fishes, and insects. At ninety I will enter into the secret of things. At a hundred and ten, everything--every dot, every dash--will live."-Katsushika Hokusai


"I have drawn things since I was six. All that I made before the age of sixty-five is not worth counting. At seventy-three, I began to understand the true construction of animals, plants, trees, birds, fishes, and insects. At ninety I will enter into the secret of things. At a hundred and ten, everything--every dot, every dash--will live."-Katsushika Hokusai

www.artsy.net/artist/katsushika-hokusai





Chi è Edoardo Albinati


Edoardo Albinati,60enne scrittore italiano, ha vinto il Premio Strega del 2016, il più importante premio letterario italiano, con il suo ultimo libro “La scuola cattolica”. Gli altri quattro finalisti erano L’uomo del futuro di Eraldo Affinati, Se avessero di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci, eLa femmina nuda di Elena Stancanelli.
“La scuola cattolica” è lungo 1294 pagine – ma nella versione originale era lungo circa il doppio – racconta l’adolescenza del narratore e contiene riferimenti alla storia italiana degli anni Settanta, soprattutto al caso di cronaca noto come il “massacro del Circeo”. Al centro del romanzo c’è l’Istituto San Leone Magno di via Nomentana a Roma, una scuola maschile gestita dai preti e frequentata da una certa borghesia e piccola borghesia cattolica: due dei ragazzi colpevoli del “massacro del Circeo” erano infatti stati studenti di quella scuola.
Albinati è nato a Roma nel 1956 e fino ad ora ha scritto una quindicina di opere letterarie, tra romanzi, racconti e raccolte di poesie. Il suo penultimo romanzo era uscito nel 2006: si chiamava Tuttalpiù muoio e fu scritto in collaborazione con Filippo Timi. Da metà anni Novanta insegna lettere ai detenuti del carcere romano di Rebibbia e nel 2002 ha trascorso alcuni mesi in Afghanistan lavorando con l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati. Due anni dopo ha partecipato ad una missione dell’UNHCR in Ciad e in seguito ha pubblicato dei reportage molto apprezzati sul Corriere della Sera, e suRepubblica. Prima di iniziare a pubblicare romanzi e racconti, Albinati ha tradotto delle opere di alcuni scrittori stranieri, come Vladimir Nabokov e Robert Louis Stevenson.
Parlando del suo ultimo libro, Albinati ha detto: «Volevo mostrare e capire come sotto la superficie del decoro stiano crimini e miserie. Volevo tirare i fili di quell’ambiente preciso in quel momento preciso: il quartiere Trieste a Roma nella prima metà degli anni Settanta, un quartiere della piccola borghesia cattolica. Volevo mostrare come il risentimento borghese, cioè della classe razionale per antonomasia, potesse accendersi in fiammate selvagge. Volevo mostrare lo sbalordimento di fronte a quell’infiammarsi. Ma il mio bisogno era liberarmene, non ricordarlo».



 Edoardo Albinati al Premio Strega (ANSA/GIORGIO ONORATI)



La scuola di Albinati è il mondo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1.300 pagine. Sì, esatto, 1.300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.
>>>  www.corriere.it scuola-albinati-mondo