La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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Visualizzazione post con etichetta Pier Paolo Pasolini. Mostra tutti i post
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venerdì 17 novembre 2017

Puoi , leggere,leggere,leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù:e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.

Alla mia nazione

Pier Paolo Pasolini (Bologna, 5 marzo 1922 – Roma, 2 novembre 1975) 


By leggoerifletto

La meglio gioventù - Pier Paolo Pasolini

Un poco ubriachi cantano, alla mattina presto,
coi fazzoletti rossi stretti intorno alla gola,
poi comandano rauchi quattro litri di vino
e caffè per le ragazze, che ormai tacciono piangendo.
Venite, treni, caricate questi giovani che cantano
coi loro blusoni inglesi e le magliette bianche.
Venite, treni, portate lontano la gioventù
a cercare per il mondo ciò che qui è perduto.
Portate, treni, per il mondo, a non ridere mai più,
questi allegri ragazzi scacciati dal paese.




Che cos'è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall'ansia economica di esserlo? 
Che cos'è che ha trasformato le "masse" dei giovani in "masse" di criminaloidi? L'ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una "seconda" rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la "prima": il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra male e bene. Donde l'ambiguità che caratterizza i criminali e la loro ferocia, prodotta dall'assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c'è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c'è stata: la scelta dell'impietrimento, della mancanza di ogni pietà.



 Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.



Alla mia nazione


Poesie mondane - Pier Paolo Pasolini

Ci vediamo in proiezione, ed ecco
la città, in una sua povera ora nuda,
terrificante come ogni nudità.
Terra incendiata il cui incendio
spento stasera o da millenni,
è una cerchia infinita di ruderi rosa,
carboni e ossa biancheggianti, impalcature
dilavate dall'acqua e poi bruciate
da nuovo sole. La radiosa Appia
che formicola di migliaia di insetti
- gli uomini d'oggi - i neorealistici
ossessi delle Cronache in volgare.
Poi compare Testaccio, in quella luce
di miele proiettata sulla terra
dall'oltretomba. Forse è scoppiata,
la Bomba, fuori dalla mia coscienza.
Anzi, è così certamente. E la fine
del Mondo è già accaduta: una cosa
muta, calata nel controluce del crepuscolo.
Ombra, chi opera in questa èra.
Ah, sacro Novecento, regione dell'anima
in cui l'Apocalisse è un vecchio evento!
Il Pontormo con un operatore
meticoloso, ha disposto cantoni
di case giallastre, a tagliare
questa luce friabile e molle,
che dal cielo giallo si fa marrone
impolverato d'oro sul mondo cittadino...
e come piante senza radice, case e uomini,
creano solo muti monumenti di luce
e d'ombra, in movimento: perché
la loro morte è nel loro moto.
Vanno, come senza alcuna colonna sonora,
automobili e camion, sotto gli archi,
sull 'asfalto, contro il gasometro,
nell'ora, d'oro, di Hiroscima,
dopo vent'anni, sempre più dentro
in quella loro morte gesticolante: e io
ritardatario sulla morte, in anticipo
sulla vita vera, bevo l'incubo
della luce come un vino smagliante.
Nazione senza speranze! L'Apocalisse
esploso fuori dalle coscienze
nella malinconia dell'Italia dei Manieristi,
ha ucciso tutti: guardateli - ombre
grondanti d'oro nell'oro dell'agonia.







L'occhio guarda, per questo è fondamentale. 
È l’unico che può accorgersi della bellezza. La visione può essere simmetrica lineare o parallela in perfetto affiancamento con l’orizzonte. Ma può essere anche asimmetrica, sghemba, capricciosa, non importa, perché la bellezza può passare per le più strane vie, anche quelle non codificate dal senso comune. E dunque la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Ma che certe volte si sveli non c’è dubbio […]. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.





Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell'esperienza speciale che è la cultura.







Buona giornata a tutti. :-)



martedì 13 dicembre 2016

Fa bene rileggere lo stesso libro? Syringa e altre poesie

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Letteratura. Avvenire

 Fa bene rileggere lo stesso libro?

Ha ragione lo scrittore russo Nabokov per il quale alla prima lettura l'essenziale sfugge, oppure a tornare sulle stesse pagine se ne altera il gusto e la memoria?

Ci sono momenti in cui diversi frammenti di informazioni o di opinioni si mescolano e quello che fino ad allora era soltanto una vaga intuizione all’improvviso diventa chiara. Aprendo il nuovo libro dello scrittore olandese Douwe Draaisma intitolato Forgetting (“Dimenticare”), si scopre che la nostra memoria visiva immediata «trattiene gli stimoli per non più di una frazione di secondo». Questo viene ammesso con un certo rammarico, perché in genere siamo indotti «a immaginare la memoria come la capacità di preservare qualcosa, o magari anche tutto, completamente intatto», riflette Draaisma. 
Vladimir Nabokov sosteneva che «stranamente, non si può leggere un libro, lo si può soltanto rileggere». Nabokov spiega che «quando leggiamo un libro per la prima volta il processo stesso di spostare faticosamente gli occhi da sinistra a destra, riga dopo riga, pagina dopo pagina, quel complicato lavoro fisico sul libro, il processo stesso di apprendere in termini spaziali e temporali di che cosa si parla, si interpone tra noi e la valutazione artistica». Solo a una terza o quarta lettura, afferma lo scrittore, iniziamo ad avvicinarci al libro con l’atteggiamento che adotteremmo verso un dipinto, a possederlo mentalmente nella sua interezza. Nabokov non parla del dimenticare, ma è chiaro che a questo allude. Lo sforzo fisico di spostare gli occhi avanti e indietro resta identico a ogni lettura del libro – non che si possa dire particolarmente faticoso. Ciò che cambia dalla seconda lettura in poi è che aumenta la nostra capacità di assorbire e mettere in relazione i vari elementi del testo. Ora, conoscendo l’epilogo, possiamo intravederne una prefigurazione già nelle prime pagine. 
Citando Flaubert, Nabokov aggiunge: Comme l’on serait savant si l’on connaissait bien seulement cinq ou sìx livres. («Come saremmo saggi se conoscessimo bene soltanto cinque o sei libri»). Sembra, allora, che l’ideale sia arrivare a una conoscenza totale del libro, una consapevolezza totale e simultanea del suo intero contenuto, e una capacità di ricordarloin toto. Dal momento che un lettore potrà raggiungere una tale padronanza con un numero estremamente limitato di libri, diventa cruciale che siano pochissime le opere degne di tale attenzione. Così siamo spinti a una visione elitista della letteratura in cui la valutazione estetica richiede una conoscenza esaustiva solo dei capolavori. 
Inutile dire che un simile approccio è una consolazione per i professori, a cui tocca rileggere sempre gli stessi testi, anno dopo anno. E, naturalmente, è proprio un testo volutamente complesso e difficile (Ulisse, la Recherche, La montagna incantata, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana) a consentire al professore, che l’ha letto almeno una decina di volte, di mantenere un sicuro vantaggio sui poveri studenti smarriti. 
Per contro, la nostra prima reazione alla lettura di un libro è irrilevante, se non nella misura in cui ci fa o non ci fa venire voglia di tornare all’inizio e ricominciare. Ma poiché que- st’approccio presuppone che nessun libro di valore dia il meglio di sé alla prima lettura e che non possiamo sapere cosa potrebbe emergere da letture ulteriori, a decidere se sia il caso di rileggerlo o meno saranno più che altro gli insegnanti o i critici. Insomma, i savi, dall’alto della loro esperienza, ci dicono quali libri dovremmo leggere, anzi, rileggere, perché leggere una volta sola è quasi come non aver letto affatto. 
Ma è questo l’atteggiamento ideale con cui avvicinarsi alla letteratura? Ha ragione Nabokov, un libro si può solo rileggere? Che rapporto c’è fra quest’approccio e le nostre abitudini di lettura reali, in particolare nel mondo contemporaneo che offre sempre più libri, ma sempre meno tempo per leggerli?
Torniamo a Douwe Draaisma. Perché definisce la nostra incapacità di rievocare le impressioni sensoriali a distanza di pochi secondi un “dimenticare”? Ciò implicherebbe che abbiamo “posseduto” o almeno avremmo voluto possedere quelle impressioni. L’assunto di base è che la vita ha minor valore, minore dignità, se, per così dire, semplicemente scorre. Eppure anche ora, mentre scriviamo o leggiamo, siamo consapevoli di tutta una serie di impressioni sensoriali. La posizione di fogli, tazze, penne, telefono, libri sul tavolo di vetro del soggiorno; la parete di fronte; il ronzio del frigorifero e una sirena in lontananza. Domani non saremo mai capaci di ricordare neanche una frazione di tutto questo. Eppure, queste percezioni costituiscono parte integrante del piacere di essere dove siamo in questo momento e se non ci fossero la nostra vita sarebbe più povera. 
Naturalmente, uno dei motivi per cui non saremo in grado di ricordare tutte le impressioni è che presto saranno sostituite da altre, egualmente vivide, oltre al fatto che dopo aver trascritto qualche dettaglio del nostro qui e ora, qualsiasi ricordo potremo rievocare sarà colorato e in qualche modo falsificato da quel resoconto. 
Nel rigettare il mito che sia possibile ricordare tutto, Draaisma ci rammenta che i ricordi, quelli che conserviamo, sono per lo più costruzioni, rimaneggiamenti, semplificazioni, fotografie che sostituiscono i volti e così via; per giunta, non c’è motivo di ipotizzare che l’impressione originaria si possa ritrovare intatta in qualche angolo della nostra testa. Non possediamo il passato, neanche quello di qualche istante fa, e questo non è certo motivo di rimpianto, perché possederlo sarebbe un serio ostacolo alla nostra esperienza del presente. Ma questo ci aiuta forse a fare luce sul problema della lettura? A questo punto dovremmo porci qualche domanda sull’entusiasmo di Nabokov per la rilettura. Si tratta davvero di un accumulo graduale e sempre positivo che accresce il controllo e l’assorbimento di un libro, o è piuttosto un processo precario in cui ogni volta che rinnoviamo il nostro coinvolgimento verso il testo cancelliamo o alteriamo quello passato? Non potremo mai ritrovare, per esempio, l’entusiasmo provato la prima volta che abbiamo letto The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge, il Decamerondi Boccaccio, o Molloy di Beckett. Spesso, rileggendo, ci prende un senso di delusione: Moravia, Calvino, Tabucchi ora non sembrano esaltanti come quando li ho affrontati per la prima volta. Ma perché questo dovrebbe ridurre il piacere provato allora? Perché non dovremmo rallegrarci per un libro che apprezziamo oggi piuttosto che preoccuparci del verdetto di una prossima rilettura? Non si legge per formulare un giudizio definitivo sul testo, ma per appassionarsi a quello che ha da offrirci adesso...

>>> Fa bene rileggere lo stesso libro?


Collana Tarsie
Testo originale a fronte
John Ashbery
Syringa e altre poesie
Tradotte da Edoardo Albinati

Con due disegni di Gianni Dessì Poeta di poeti, la sua poesia – che pure ingloba fluendo quanto più può dei mobili scintillii del reale – è invincibilmente una poesia della poesia. Nell’opera di Ashbery si sente sempre il facitore di versi al lavoro, il singer che «edifica il suo canto un piano dopo l’altro / come un grattacielo», consapevole anche nell’abbandono, nell’inarrestabile flowing… Né l’autore avrebbe potuto essere più esplicito intitolando Houseboat Days la raccolta da cui sono tratte Syringa e le altre poesie, che Edoardo Albinati ha ammirevolmente tradotto, ispirate come sono tutte al fluire, allo scorrere, al passare, al precario fluttuare dei «giorni da barcone», o semplicemente dei giorni. E a sostenere questo tumultuare d’acqua o, proiettato in cielo, questo vorticare di nebulosa, insomma quel moto che è la sostanza e la forma della poesia di Ashbery, non sarà il liuto di Orfeo, bensì la siringa di Pan, anche lì dove, come in Syringa, è in Orfeo che il poeta odierno ancora ambiguamente si specchia.



Da Syringa

La bambola seria
Le cose in generale sono più importanti della
cosa singola, per quanto lo specifico sia estremamente
interessante. Giusto? Mentre ogni particolare
scivola dentro una botte verso le cascate del Niagara

 ci si potrebbe chiedere a ragione: e questo, da dove viene?
Fino a che punto mi riguarda? Quello che indossavi
è sparito assieme ad altri concetti.
Sono appesi alla ringhiera del ballatoio della fabbrica
contro il cielo blu con alcune goffe nuvole di carta bianca
incollate sopra. Dov’è che l’est incontra l’ovest?
Al tramonto la scelta è tra due sorrisi: discreto o serio.
In questo migliore dei mondi possibili, basta.


(Traduzione di Edoardo Albinati)



«Un labirinto non è un groviglio: 
è tutto il contrario,
è molto facile fare un groviglio;
ma non è facile
fare un labirinto»





                                                                                  By www.labirintolibri.com

lunedì 14 marzo 2016

Bestia di gioia





Ci sono donne gonfie d’amore



Ci sono donne gonfie d’amore
sono spade e forcelle e assi
nella manica.
Vitalità si sporge
dai capezzoli per un latte piccolo
all’infante. Le condiziona la struttura celeste
quel tessere l’enigma
fino al velo scostato per pochissimo
fino alle sonde acute di concentrazione.

Non sono donne in verità
ma passeri sporgenti su nidiate
inermi. L’estate entra
nei vestiti
e s’infila
in un sudore d’ossa delicate.

Sono qui. Portano parte del peso
una polvere di stelle primarie.
Soccorrono ridendo
le sponde d’un cielo
imperfetto che a volte cade.

Piangono. Ogni tanto.
Quel guastarsi del pane
il grave precipizio del tempo.
Sono che non c’è al mondo
bocca che rida meglio
di quella loro fiamma. O leggerezza
in sponda d’infante.

Niente c’è che perfori
come l’incendio a festa
di quel riso. Sono capanne
dove lo stanco pellegrino
piange
un poco
in sere cupe di gravità terrestre.

Dicono «Si nasce in avanti. Verso la fonte
di tutta una luce. Al qui.
Al tempo. Al niente. Càlmati ora».

Sono qui per questo. Portare la parola.
Ridere. Stare senza pensiero.
Dare da mangiare. Essere geniale svolta.
Pulire dove si sporca. Miracolare.
Sono opera intera d’un amore
trapuntato di stelle.


[Poesia tratta da Bestia di gioia, di Mariangela Gualtieri, edita da Einaudi.
 La proposta è di Barbara Pesaresi]


approfondimento

 Mariangela Gualtieri, Bestia di gioia, Einaudi, 2010, pp. 131, 12 euro.

 FILI D'AQUILONE
Numero 20

COSMO DIVENTA POESIA

Bestia di gioia di Mariangela Gualtieri
di Marco Testi
Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
DUE POESIE DI MARIANGELA GUALTIERI
da Bestia di gioia

* Hanno detto che è stata una cometa
che impattando con duro della terra
ha portato l'acqua fra le pietre
del nostro pianeta. Una cometa hanno detto.
Un ghiaccio volante di luce
come scagliato da altre stelle
fin qui. E dentro c’era
la legge della specie, la formula
del sangue e delle linfe
il timbro di ogni voce. L’acqua è la perfetta chiave
che apre le forme scatenate.
L’acqua che ancora beviamo
è stata strascico di luce
viaggiante. Bastimento abbagliante
nel buio fra i mondi.
* Il cielo messo sopra le teste
in una veste d’azzurro palpito
accolto dentro si bagna
penetra sottilmente in ogni poro
del mondo come alimento d'amore. Il cielo nella tessitura d'acque
che lo compone non indietreggia
si condensa in fontane
si sparpaglia in brine si sprigiona
si dona a noi che respiriamo
la sua formula in fusione
di ciò che non si vede con ciò
che nasce e trema.






Mariangela Gualtieri
è nata a Cesena nel 1951. Nel 1983 ha fondato, insieme a Cesare Ronconi, il Teatro Valdoca.

 Ha pubblicato alcune raccolte di versi, fra le quali Antenata (Crocetti 1992), Fuoco centrale
 (Einaudi 2003), Senza polvere senza peso (Einaudi, 2006) e Bestia di gioia (Einaudi 2010).


testi.marco@alice.it  


martedì 24 novembre 2015

(PASOLINI DAY) PASOLINI, DI ABEL FERRARA

S O L A R I S



(PASOLINI DAY) PASOLINI, DI ABEL FERRARA







Il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini veniva trovato assassinato sul Lungomare di Ostia. Se ne andava così uno dei più lucidi, discussi, affascinanti, controversi intellettuali del secolo scorso... Ho usato il termine "intellettuale" non a caso: Pasolini era un artista a 360°, scrittore, giornalista, drammaturgo e, ovviamente, cineasta. Il cinema era la sua grande passione, e nonostante il suo approccio alla regìa fosse per forza di cose un po' naif (quasi autodidatta) ciò non gli ha impedito di realizzare film che sono rimasti nella storia.

Oggi, a quarant'anni dalla morte, la compagnia di blogger della quale mi onoro di far parte gli rende omaggio analizzando i suoi film. Il sottoscritto invece, non ritenendosi all'altezza del compito, preferisce recensire (come già fatto a suo tempo) il film con cui Abel Ferrara ricostruisce, a mio avviso molto bene, l'universo pasoliniano. In calce al post però potete trovare la lista di tutti i "colleghi" che partecipano all'iniziativa, con l'invito di andare a leggervi i loro post. Ne vale assolutamente la pena.

PASOLINI
(id.)
di Abel Ferrara (Italia, 2014)
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana Asti, Maria de Medeiros
durata: 87 minuti

Avvertenza:
questo non è un film per tutti, ed è bene metterlo in chiaro fin da subito. Non lo è per chi si aspetta un film biografico puro e semplice, dal momento che è impossibile condensare in neppure un'ora e mezza di pellicola l'opera-omnia pasoliniana, ovvero l'uomo, lo scrittore, il regista, l'intellettuale, il poeta. E non lo è neppure per chi cerca un film d'inchiesta, dal momento che è evidente che ad Abel Ferrara importa molto poco di come sia morto Pasolini e di chi lo abbia ucciso: per quello guardatevi pure il bel film di Marco Tullio Giordana del 1995 (Pasolini, un delitto italiano), senz'altro molto più indicato. Se invece cercate qualcosa di coraggiosamente sperimentale, forse anche un po' incosciente, un ritratto neutrale e inaspettato (perchè girato da un americano) di uno dei personaggi ancora oggi più discussi e scomodi in assoluto a livello planetario, allora andate a vedere il film di Ferrara. Con le dovute precauzioni...


La trama è semplice: ci vengono raccontate (non in ordine cronologico) le ultime 36 ore di vita dello scrittore, di cui vediamo frammenti di vita privata e professionale. Solo che Ferrara li scompone e li rimonta a modo suo secondo il suo stile debordante e allucinato, che lo porta spesso ad 'esagerare' ma che è anche utilissimo per farsi un'idea della complessità del personaggio, che ci viene mostrato in tutte le forme: vediamo infatti il Pasolini al lavoro (mentre batte a macchina il suo ultimo romanzo, Petrolio, destinato a rimanere incompiuto), quello umano e intimo (tenero e affettuoso con la madre anziana e i familiari), quello che guarda al futuro e illustra i prossimi progetti cinematografici (il Porno-Teo-Kolossal, una specie di seguito di Salò) al giovane Ninetto Davoli, seduto al tavolo di una trattoria che si trasforma poi in luogo irreale dove prendono forma atmosfere (incubi?) oniriche e suggestive.
Ferrara costruisce un film dai toni surreali, evocativi, sotto certi aspetti disordinato e kitsch, eppure tremendamente affascinante nella sua babele di situazioni e di lingue (nella versione originale i personaggi, Pasolini compreso, passano con disinvoltura dall'italiano all'inglese - ma anche al francese e al romanesco - e curiosamente questo mix non disturba più di tanto, anzi: si può dire che l'alternanza di linguaggio permette di 'alleggerire' la visione e creare un certo stacco tra le sequenze 'reali' e quelle immaginifiche. Peccato che tutto questo viene irrimediabilmente perso nell'edizione doppiata...). Merito di un regista che, nel bene e nel male, ha sempre rifiutato di scendere a compromessi produttivi e che ha girato una pellicola personalissima e particolare, imperfetta ma genuinamente d'autore. E merito anche, soprattutto, dell'incredibile mimesi fisica e artistica di uno splendido Willem Dafoe, semplicemente perfetto nell'umanizzare e rendere credibile il suo personaggio: un uomo sofferente, tormentato, incompreso, diffidente verso una società ottusa e perbenista che lo accettava solo per necessità, non potendone ignorare la statura di intellettuale.
Il Pasolini di Ferrara, a mio modesto parere, è un film riuscito: perchè, pur con tutti i suoi difetti (evidenti) riesce comunque nell'intento di trasportare lo spettatore nell'universo pasoliniano, spingendolo verso il suo mondo, il suo stile, le atmosfere tipiche dell'epoca. L'uomo-Pasolini che esce da questo ritratto sembra davvero vicino al reale, e la sensazione è che anche un regista dissacrante e politicamente scorretto come Abel Ferrara abbia tentato un approccio allo stesso tempo irriverente e deferente, rispettoso e appassionato, certamente non banale come il personaggio che racconta. Un film che non sarà utile da far vedere a scuola, ma che sorprende per la sua modernità .

HANNO COLLABORATO ANCHE:
DIRECTOR'S CULT (Mamma Roma)
NON C'E' PARAGONE (Medea)
WHITE RUSSIAN (Accattone)
COMBINAZIONE CASUALE (Teorema)
MARI'S RED ROOM (Salò, o le 120 giornate di Sodoma)

                          By S O L A R I S

lunedì 2 novembre 2015

Pier Paolo Pasolini ...quarant'anni


Buone notizie aleggoerifletto -




Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da sua necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. * *Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. * *Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valor... altro » ...

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Scolpito nella pietra.<<< nella pietra.

«Il Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini.

Cinquant’anni fa usciva «Il Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini.


Cinquant’anni fa usciva «Il Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini. È forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema altro>>>


Regia di Pier Paolo Pasolini 

Prodotto da Alfredo Bini
Con Enrique Irazoqui (doppiato da Enrico Maria Salerno), Susanna Pasolini, Settimio Di Porto, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Otello Sestili...
Italia 1964 
Ambientazione: Chia (frazione di Soriano nel Cimino, Viterbo) Barile, Castel Lagopesole, Ginosa, Le Castella, Matera, Massafra e Gioia del Colle (Pasolini avrebbe voluto girare in Palestina, ma la produzione per contenere i costi "impose" l'Italia).
(dai titoli di coda)


Dichiarazione di Pasolini a proposito del film: «Il film vuole essere anche un violento richiamo alla borghesia, lanciata verso un futuro che è la distruzione degli elementi antropologicamente umani, classici e religiosi. Forse è perché sono così poco cattolico che ho potuto amare tanto il Vangelo e farne un film».


Curiosità: il protagonista Enrique Irazoqui era un giovane sindacalista catalano e si trovava in Italia per cercarvi appoggi contro il regime franchista. In precedenza si era pensato ad un prelato tedesco.


« Questo film è dedicato alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII »

lunedì 21 luglio 2014

«Il Vangelo secondo Matteo»

Cinquant’anni fa usciva

 «Il Vangelo secondo Matteo» 

di Pier Paolo Pasolini.

Scolpito nella pietra.





Cinquant’anni fa usciva «Il Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini. È forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema 

Mostra a Matera. Dal 21 luglio al 9 novembre il Museo nazionale d’arte medievale e moderna di Matera ospita la mostra «Pasolini a Matera. Il Vangelo secondo Matteo cinquant’anni dopo. Nuove tecniche di immagine: arte, cinema, fotografia», curata da Marta Ragozzino e Giuseppe Appella. Divisa in sei sezioni, l’esposizione racconta storia e luoghi del Vangelo in relazione al clima culturale e artistico del tempo. Lo scopo è mettere a fuoco la genesi del capolavoro e il suo rapporto con la città che nell’estate del 1964, sotto un sole «ferocemente antico», divenne Gerusalemme.

(Emilio Ranzato) Molti sostengono, non a torto, che il momento più rappresentativo del cinema di Pier Paolo Pasolini sia concentrato nella mezz’ora e poco più de La ricotta, l’episodio da lui firmato all’interno di Ro.Go.Pa.G. (1963). La vicenda che vi si racconta — quella di «Stracci», ladrone buono in un film sulla Passione che muore davvero sulla croce per un’indigestione dovuta alla troppa fame — in effetti non potrebbe essere più emblematica della poetica del regista. Ma ci sono elementi a margine della lavorazione della pellicola, che ci dicono qualcosa di ancora più significativo non solo su Pasolini, ma su tutto il cinema di quei primi anni Sessanta.

Importanti, in particolare, sono gli altri nomi coinvolti nel progetto. Oltre a Ugo Gregoretti, infatti, firmano gli episodi Roberto Rossellini e Jean-Luc Godard. Mentre attore nel ruolo del regista ne La ricotta è Orson Welles, a cui il personaggio di un pedante e viscido giornalista pone varie domande, fra cui una su Federico Fellini. Domanda inevitabile, verrebbe da dire, visto che tutta la situazione messa in scena da Pasolini ha chiare discendenze felliniane, e che lo stesso Welles assomiglia vagamente ma forse non a caso al regista riminese.

Rossellini, Godard, Welles, Fellini, dunque. Quattro nomi che corrispondono a quattro coordinate fondamentali dell’opera cinematografica pasoliniana dei primi anni. Rossellini rappresenta ovviamente il punto di partenza. Quel neorealismo che aveva dimostrato come si potesse fare poesia muovendo dal contatto diretto, spoglio con la realtà. Assunto cruciale cui pure Pasolini darà una personalissima interpretazione, arrivando persino a esiti in gran parte opposti rispetto alla rilevanza sociale e storica di quel modello, ovvero sfocianti da una parte nel mito, dall’altra nella mimesi autobiografica.
Se Rossellini aveva minato, con l’irrompere della realtà, il terreno del cinema narrativo, Godard gli darà il colpo definitivo sdoganando il linguaggio cinematografico poetico, ovvero il montaggio libero da regole espressive che non siano quelle dettate dalla poetica dell’autore stesso. Anche se Godard e Pasolini esordiscono alla regia quasi contemporaneamente, e i due arriveranno, più avanti, anche a una polemica sul rapporto fra cinema e politica, a metà decennio Pasolini si dichiara ancora affascinato dal lavoro del collega francese. In cui non può non vedere un punto di riferimento per associare a quel lessico neorealista di cui si è appropriato, una sintassi nuova, al passo coi tempi, ma soprattutto capace di dare respiro al fitto e persino ingombrante tessuto culturale e intellettuale che egli quasi suo malgrado possiede, e che invece avverte come una zavorra nella ricerca della verità di una qualsiasi rappresentazione artistica. Concetto che è proprio alla base de La ricotta. Dove la passione vera di Stracci si contrappone a quella posticcia che il regista colto e saccente interpretato da Welles voleva inscenare.
Lo stesso Welles rappresenta poi un nume tutelare per chi dirige film in questi anni. Per il suo tentativo rivoluzionario, ancorché fallito, di spezzare il sistema produttivo mettendo a capo di tutto la figura del regista. Il che, da un punto di vista politico, ne fa un antesignano dei nuovi registi-autori. Ma anche perché con Quarto potere, e con il suo Charles Foster Kane cui nessuno riesce a dare una definizione univoca, aveva suggerito un tema fondamentale del cinema moderno. Ovvero la crisi della personalità.
Non sorprende che due dei capolavori del cinema della metà degli anni Sessanta, Otto e mezzo (1963) appunto di Fellini, e Il bandito delle undici (Pierrot le fou, 1965) appunto di Godard, affrontino questo tema. Questa crisi d’identità rappresenta infatti una deriva comune a una parte sempre maggiore del mondo artistico e intellettuale via via che ci si allontana dalle facili contrapposizioni e dalle istintive tensioni morali dell’immediato dopoguerra.
Nel collaborare con Godard, nel citare Fellini, nell’impiegare Welles come attore, il Pasolini dei tempi de La ricotta — e a un passo dal progettare Il Vangelo secondo Matteo — dimostra dunque di essersi sintonizzato su questa lunghezza d’onda. Di lì a poco, infatti, confesserà di essere affetto dallo stesso «morbo» di tanti suoi colleghi. Nelle interviste, nelle poesie, in vari scritti, Pasolini tornerà quasi ossessivamente al concetto della crisi dell’intellettuale. In questo contesto, cita i nomi di altri scrittori, come Cassola o Bassani, per dimostrare come la crisi sia in effetti qualcosa di comune. Di certo è una realtà personale sempre più evidente, che nasce anche e soprattutto da un’insoddisfazione nei confronti delle soluzioni marxiste ai problemi del mondo. Soluzioni a cui sfuggiva non a caso quel sottoproletario universale protagonista dei suoi romanzi e dei suoi film, incapace di inserirsi nella lotta di classe perché non appartenente ad alcuna classe. E a malapena capace di una coscienza anche soltanto individuale. Di contro, tuttavia, Pasolini non attenuerà mai i toni contro una Chiesa che, a suo parere, nell’istituzionalizzarsi perdeva completamente di vista il proprio spirito primigenio.
Alle soglie degli anni Sessanta, dunque, Pasolini sente di trovarsi in una terra di nessuno. In un periodo e in un Paese, per giunta, in cui non prendere una posizione precisa è ancora considerato di per sé una colpa. L’artista e intellettuale, insomma, è pronto a mettere in scena la sua epocale crisi d’identità. E Il Vangelo secondo Matteo (presentato il 4 settembre 1964 a Venezia), con un Cristo interpretato da un sindacalista antifranchista, con la Madonna anziana impersonata dalla madre dello stesso regista, con la scena disseminata ancora una volta dai volti dei “suoi” sottoproletari, con la scabra ambientazione dei Sassi di Matera che ricorda molto le periferie primitive di Accattone, con i riferimenti alla pittura del Quattrocento già individuati nei due film precedenti, nasce infatti prima di tutto per Pasolini come scenario interiore, come presepe intimo in cui far confluire tutti gli elementi della propria tormentata e per molti versi contraddittoria ideologia. Senonché, proprio l’umanità febbrile e primitiva che il regista porta un’altra volta sullo schermo, finisce per conferire un vigore nuovo al verbo cristiano, che in questo contesto appare ancora più attuale, concreto, rivoluzionario. Viceversa, il regista per il resto rispetta la pagina evangelica alla lettera, e non arretra affatto neanche di fronte al racconto dei miracoli, che mette anzi in scena con l’ispirazione degna di un credente. In questo modo, confermando cioè la validità e la forza della parola cristiana da una parte, ma dandogli un contesto più vero in cui potersi propagare dall’altra, il regista vuole certamente dare una stoccata tanto al mondo marxista quanto a quello ecclesiastico. Allo stesso tempo, però, forse inaspettatamente, trova un rifugio in cui vivere in pace la propria equidistanza da quei due poli.
Ecco dunque che quello che nelle premesse doveva essere il suo film su una crisi personale, la sua variante di Otto e mezzo e Il bandito delle undici, diventa invece un’opera che individua negli insegnamenti cristiani, restituiti però alla spoglia essenza di cui si invocava un ritorno già ne La ricotta, lo strumento per uscire da quella stessa crisi. Non è un caso, allora, che ai suicidi, benché surreali o solo immaginati, con cui terminano i sopracitati omologhi di Fellini e Godard, qui si contrappone una resurrezione. Girata anche questa, fra l’altro, con la spinta emotiva, la gioia e l’urgenza di chi, al di là delle dichiarazioni ufficiali, vi crede davvero.
Che sia un film su una crisi in atto o su un suo superamento, Il Vangelo secondo Matteo rimane comunque un capolavoro, e probabilmente il miglior film su Gesù mai girato. Sicuramente, quello in cui la sua parola risuona più fluida, aerea e insieme stentorea. Scolpita nella spoglia pietra come i migliori momenti del cinema pasoliniano.
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Digitalizzato dalla Filmoteca Vaticana
(Claudia Di Giovanni) La pellicola 16 millimetri in bianco e nero de Il Vangelo secondo Matteo era nell’archivio della Filmoteca Vaticana da molti anni e nel 2005, nel corso della periodica revisione del materiale, aveva iniziato a manifestare gli inevitabili segni del tempo, perdendo soprattutto luminosità e penalizzando l’intensità delle immagini. Inizialmente si è provveduto a sostituire le scatole di metallo in cui erano riposte le bobine, onde evitare che l’ossidazione danneggiasse ulteriormente la pellicola. Fortunatamente lo scorso inverno è stato possibile riportarla al suo originario splendore, con un lavoro durato oltre sette mesi, intervenendo prima manualmente su ognuna delle quattro bobine che presentavano anche graffi e macchie. Dopo questa accurata pulizia manuale dei loro oltre millecinquecento metri, le bobine sono state passate in un liquido rigenerante che le ha rese più elastiche e ha eliminato le macchie residue. La pellicola è stata poi trasferita su supporto digitale e, grazie al telecinema, è stato possibile intervenire per migliorare eventuali difetti dell’immagine. Proiettando il lavoro finito sullo schermo, la galleria di tanti volti in primo piano ha riportato l’emozione di quell’umanità che è il cuore dell’intero film. Maria, gli apostoli, uomini e donne sullo sfondo di una storia intrisa di solitudine e fraternità, a cominciare proprio dal Cristo, uomo divino cosciente del suo fardello e del sacrificio che esso comporta. 
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Scritto nel 1968 il film non fu mai girato. San Paolo a New York

(Lucetta Scaraffia) Anche dopo Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini ha continuato a lavorare sulla tradizione cristiana: in particolare, aveva progettato di girare un film sull’apostolo Paolo. Nel 1968 aveva portato a termine un abbozzo di sceneggiatura già piuttosto completo, ma varie difficoltà ne impedirono la realizzazione, a cui evidentemente teneva molto, se tentò di trovare una produzione ancora nel 1974.

Si tratta di una proposta per molti aspetti ancora più audace di quella adottata per il Vangelo: l’intera vicenda del santo doveva essere trasportata ai nostri giorni, «per dare cinematograficamente nel modo più diretto e più violento l’impressione e la convinzione della sua attualità» o, ancor meglio, «per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che San Paolo è “qui, oggi, tra noi” e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia».

Pasolini si propone quindi di sostituire il conformismo dei tempi di Paolo con il conformismo contemporaneo, e quindi la scena viene trasposta in quelle città che corrispondono — oggi — a quelle dove visse l’apostolo. Il centro del mondo moderno non è più Roma, ma New York, mentre il centro culturale, ideologico e civile, non è più Gerusalemme, ma Parigi. Al posto di Atene di allora mette la Roma di oggi, e Antiochia viene sostituita da Londra. Quindi, in sostanza, il teatro in cui si muove Paolo non è più il Mediterraneo, ma l’Atlantico.
Ma la cosa più importante è che «le domande che gli evangelizzati porranno a San Paolo saranno domande di uomini moderni, specifiche, circostanziate, problematiche, politiche, formulate in un linguaggio tipico dei nostri giorni» mentre le risposte di Paolo saranno invece riprese direttamente dalle sue parole, «formulate col linguaggio tipico di San Paolo, universale ed eterno». In questo modo Pasolini vuole rivelare la problematica profonda che sta dietro al suo lavoro di sceneggiatura: cioè «la contrapposizione di “attualità” e “santità”».
Alla fine Paolo verrà condannato a morte — su sedia elettrica — in un carcere americano, per avere denunciato il mondo dei monopoli, della ricchezza e della potenza, contrapposto al mondo dei reietti, della lotta disperata dei negri.
È un vero peccato che il film non sia stato realizzato. Ma anche la sola lettura del testo preparatorio — pubblicato in un’edizione ormai introvabile da Einaudi — rende bene l’idea di Pasolini, e ci tuffa in una contemporaneità abitata dagli apostoli che coinvolge profondamente il lettore moderno.
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Il sacro nel quotidiano
(Emilio Ranzato) Pochi film come Il Vangelo secondo Matteo danno un’impressione di complessiva compattezza e solidità pur serbando in sé un totale rifiuto per uno stile. Termine viceversa sentito come un imperativo in quegli anni di nouvelle vague, in cui nel rompere sistematicamente, programmaticamente le regole vigenti fino a quel momento, si stava già creando un nuovo codice, di lì a poco altrettanto condizionante e asfissiante, oltreché riconoscibile e facilmente decifrabile. Quello del Vangelo di Pasolini, che pure a quella sensibilità si avvicina, è invece cinema completamente libero, legato soltanto all’urgente ispirazione del momento.
All’inquadratura che rimanda alla citazione colta, segue magari il movimento di macchina improvvisato o la comparsa che guarda ingenuamente nell’obiettivo; alle sequenze girate con la tipica frontalità pasoliniana, se ne contrappongono altre risolte con piani dall’angolazione spericolata alla Welles; ai lunghi silenzi spezzati qua e là dai gospel o dalle musiche di Bach, si alternano monologhi dalla lunghezza inusitata. Eppure ci vuole un occhio davvero attento per notare certe incongruenze, che di certo sfuggono comunque alle prime visioni, tanto l’insieme fila liscio.
Lo stile, se di stile si può parlare, è infatti dettato semplicemente dal divenire degli eventi che vediamo sullo schermo. Con tutto ciò che ne consegue. Ossia con l’effetto di mostrare allo spettatore episodi evangelici che sembrano uscire dal testo sacro per trasformarsi in vita concreta. Persino vita minuta, in certi momenti. Ne è un esempio già la scena iniziale, quando Giuseppe si allontana da casa e da Maria incinta, per poi aggirarsi turbato per le strade di Betlemme come farebbe un uomo qualsiasi. Ma proprio questa sequenza è invece emblematica di come Pasolini riesca straordinariamente a insinuare il sacro nel quotidiano senza soluzione di continuità. Appena prima dell’apparizione dell’angelo, una febbrile panoramica a scoprire arriva a inquadrare improvvisamente un nutrito gruppo di bambini che giocano, quasi fosse a sua volta un’epifania, preparando il campo alla visione mistica, viceversa la più sommessa che si possa immaginare.
Pasolini sembra dunque seguire ciecamente i propri protagonisti. E se questo avviene perché si tratta semplicemente dei personaggi di una sua opera, o perché intravede qualcosa di illuminante in ciò che si concretizza di fronte allo sguardo della cinepresa, sarà sempre arduo stabilirlo. Qualcosa di nuovo comunque, rispetto ai suoi film precedenti, salta facilmente all’occhio. E cioè che mentre lì il regista dimostrava di padroneggiare con sicurezza le proprie creature, di saper addomesticare in ultima battuta un materiale umano e sociale pur tanto febbrile da far parlare di riesumazione del neorealismo, qui sembra completamente abbandonarsi al fluire della pagina evangelica. È proprio in questo afflato espressivo, che sta l’impressione di un film più religioso che laico. Di certo, poche altre volte nella storia del cinema una rappresentazione che tocca corde sacre, o anche soltanto mitiche ed epiche, ha preso le mosse da un così sincero realismo.
L'Osservatore Romano

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Pasolini - Il Vangelo secondo Matteo: Battesimo, Tentazione.




Il Vangelo secondo Matteo





Prodotto da Alfredo Bini
Con Enrique Irazoqui (doppiato da Enrico Maria Salerno), Susanna Pasolini, Settimio Di Porto, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Otello Sestili...

Italia 1964 
Ambientazione: Chia (frazione di Soriano nel Cimino, Viterbo) Barile, Castel Lagopesole, Ginosa, Le Castella, Matera, Massafra e Gioia del Colle (Pasolini avrebbe voluto girare in Palestina, ma la produzione per contenere i costi "impose" l'Italia).

« Questo film è dedicato alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII »
(dai titoli di coda)

Dichiarazione di Pasolini a proposito del film: «Il film vuole essere anche un violento richiamo alla borghesia, lanciata verso un futuro che è la distruzione degli elementi antropologicamente umani, classici e religiosi. Forse è perché sono così poco cattolico che ho potuto amare tanto il Vangelo e farne un film».

Curiosità: il protagonista Enrique Irazoquiera un giovane sindacalista catalano e si trovava in Italia per cercarvi appoggi contro il regime franchista. In precedenza si era pensato ad un prelato tedesco.


         

  Il Vangelo secondo Matteo da Pasolini (16:9)



Vedi anche: 

Fonte: pasolini.net

Alcune immagini tratte
dal film
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Un commento al film
di Serafino Murri
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La Passione secondo
Matteo di J.S. Bach,
di Angela Molteni
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La musica nei film
di Pier Paolo Pasolini.
Alcuni riferimenti pittorici
di Angela Molteni (blog)