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giovedì 15 dicembre 2011

Commento spirituale "d i Gabriele" della Parola di Domenica 18 Dicembre 2011 IV Domenica di Avvento Anno B


Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te.


Prima lettura               2Sam. 7,1-5.8-12.14.16

Nella quarta domenica di Avvento si legge dal secondo libro di Samuele la profezia messianica per eccellenza. Samuele fu l’ultimo giudice in Israele prima della monarchia. Saul, il primo re, venne deposto dal profeta Natan perché aveva ignorato la Parola di Dio, al suo posto salì al trono Davide, figlio di Iesse il Betlemita. Davide voleva innalzare un tempio al Signore non solo perché gli era devoto, ma perché voleva fare una struttura religiosa, ad imitazione degli altri popoli, per avere Dio come cittadino del suo regno. In questo brano si dice, invece, che sarà Dio a fare una casa a Davide, consegnando suo Figlio alla storia umana contorta. Gesù Cristo il Messia, infatti, nascendo da Maria, sposata ad un uomo di nome Giuseppe della stirpe del re Davide, fu un suo discendente.
Del brano possiamo fare una profonda lettura spirituale. Anche noi molte volte vogliamo inscatolare Dio e ci accontentiamo di un rapporto templare con Lui, anche noi molte volte vorremmo un rapporto religioso con Dio, invece Egli ricorda a Davide: “Io ti presi dai pascoli, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi il capo d’Israele mio popolo; sono stato con te ovunque sei andato”, perciò questa Parola vorrebbe illuminarci sulla vicinanza di Dio nella nostra itineranza. Anche noi siamo spiritualmente nomadi, itineranti, anche noi non siamo molte volte fermi nelle nostre decisioni, abbiamo nostalgia di un viaggio, perché anche noi veniamo da un grembo esodico, il popolo d’Israele.
È bello pensare che il Signore ci segue ovunque andiamo, che è un Dio vicino al nostro andare. Allora in questa Parola Dio ci chiede dove siamo, e ci invita a non inscatolare il nostro Dio. Davide, prima di fare questa scelta costruendo al Signore un tempio, aveva chiesto consiglio al suo profeta personale Natan ed egli aveva risposto: “Va’, fa’ quanto hai in mente di fare, perché il Signore è con te”, dando una lettura scontata dell’avvenimento, ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa Parola del Signore: “Va’ e riferisci al mio servo Davide: forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?”
Inoltre questa Parola vuole ricordarci che proprio durante le nostre notti sentiamo il Signore, come Gesù sentì la consolazione di Dio nella notte del Getsemani quando, dice Luca, venne un angelo dal cielo per confortarlo. Quando siamo nella nostra notte non diamo risposte scontate, allora Dio ci parla e ci rivela la profondità della vita. Finché viviamo con le nostre piccole gioie, Dio non ci parla e noi diamo risposte umanamente scontate. La notte deve toccarci, dobbiamo cercare Dio nella notte, allora Dio si rivelerà e ci dirà che non dobbiamo fare una casa a Lui, ma è Lui che fa una casa a noi, perché è Lui che ci riveste del suo intelligente amore. Se non faremo esperienza dell’amore di Dio, se non entreremo nel mistero di Dio, se non faremo esperienza della notte oscura, ci illuderemo di fare esperienza di Dio, faremo solo un tempio a Dio. San Giovanni della Croce parla della notte oscura nella quale l’anima fa esperienza di una nudità interiore, ma sente profondamente il suo Signore e non le sue sensorialità su di Lui, che molte volte scambiamo per Lui. In questa esperienza della notte ci verrà rivolta una Parola che ci farà capire il senso profondo della vita che non è sistemarsi, farsi una posizione, ma è soprattutto sentirsi amati da Dio e finché lo siamo, cioè sempre, siamo certi di essere amabili. Molte volte costruiamo una chiesa, cioè facciamo l’involucro, ma non c’è la presenza, certo in Chiesa c’è la presenza eucaristica, ma anche l’edificio è diventato una sala della comunità in cui si fa di tutto, si chiacchiera, si battono le mani, perché si è sfrattato il mistero. Abbiamo buttato fuori dalla Chiesa il Signore e celebriamo celebriamo noi stessi.       

Seconda lettura                    Rm 16,25-27

Questo piccolo brano è la conclusione della lettera di Paolo ai Romani, la lettera più difficile e la più teologica dell’apostolo, che affronta il tema della giustificazione. È una Parola che ha una forte pregnanza ed una potenza dovuta alla parola mistero. Paolo dice: “Io annunzio il messaggio di Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero”. Che cos’è il mistero? Il mistero è una verità che eccede, che sfora che non può essere contenuta nei nostri parametri intellettivi, cerebrali, mentali. Oggi purtroppo viviamo in un tempo, in una cultura che ci ha disabituati al mistero e ci ha abituati ad un’immagine immediata, colorata, veloce, perciò oggi la gente ha perso il gusto del mistero e anche nella Chiesa molte volte la celebrazione di Dio è diventata un parlarsi addosso degli uomini. L’essere disabituati al mistero, il non essere più capaci di stupirci del mistero, porta subito ad una conseguenza negativa anche per noi stessi, cioè ci riteniamo e ci sentiamo solamente delle entità spiegabili, razionali, utili, meccanicistiche e fisiche. Oggi, infatti, la gente è incapace di sopportare nella propria vita delle dimensioni inspiegabili, perché vorrebbe che tutto ciò che tocca la propria vita avesse la forza della logica, della spiegazione, della razionalità, dell’equilibrio. Quando nella nostra vita ci sorprende qualche aspetto o qualche atteggiamento umanamente inspiegabile, pensiamo ad esempio a certi aspetti interiori affettivi che rifiutiamo, allora nella logica della razionalità questi aspetti sono come una lima che ci corrode dentro, perché vorremmo collocarli in un ambito di spiegazione logica e non ci riusciamo e di conseguenza cominciano la patologia, l’alienazione ed il malessere. Spesso, infatti, dimentichiamo che noi non siamo stati confezionati come prodotto finito, ma Dio ci ha creati come essere aperti al mistero. Dentro di noi Dio ha messo una sana malattia, la tensione al mistero, all’oltre, che nella cultura di oggi è completamente dimenticato. Noi siamo misteri protesi verso il mistero.
Allora è una pura illusione conoscere completamente anche il nostro consorte, perché anche lui è un essere, un inquietudine dinamica aperta al mistero. È il mistero che ci attrae, che ci attira, siamo diretti verso di esso, oggi, invece, la gente ha sostituito il mistero con il traguardo, con l’obiettivo da raggiungere e quando nella vita di ciascuno molti traguardi sono stati raggiunti (laurea, lavoro, matrimonio, ricchezza, casa, figli) cominciano nuove inquietudini, perché noi non siamo spazio da riempire, ma siamo un mistero che deve essere amato e toccato dal mistero di Dio.
Inoltre in questa vita riduttiva e funzionale è completamente disistimato il valore del silenzio, del non dire, invece questa Parola ci dice che Dio ha taciuto il mistero per molti secoli, sebbene Paolo di fronte al mistero fa una conta umana che non regge, Dio non ha avuto fretta di rendere conto del suo mistero, invece oggi viviamo un’altra malattia: siamo convinti che spiegarci e parlarci risolva i problemi, siamo sicurissimi che le nostre parole, le nostre convinzioni, le nostre ragioni possano veramente sistemare le situazioni, invece vediamo che mai come oggi le parole sono fragili, e il puù delle volte ne siamo stanchi. Abbiamo sete del silenzio, ecco perché il mistero e il silenzio sono strettamente legati tra loro. Non potremo mai entrare nella soglia del mistero se non sappiamo tacere, se non sappiamo far silenzio esterno ed interno. Far un silenzio interno significa placare la nostra voglia di dire, di manifestare, di rendere conto, di convincere.
Oggi c’è tanta gente convinta, c’è pochissima gente avvinta. Oggi molta gente è lontana dalla fede o si allontana da un’esperienza di fede perché non è mai entrata nel mistero e mai come oggi i sacramenti subiscono l’aggressione umana dell’interpretazione, non sono più segni, passaggi del mistero.
La Chiesa negli ultimi quarant’anni, dopo il Concilio Vaticano II, ci ha abituato ad una partecipazione attiva alla Messa a danno però di uno stupore di un mistero.
Dio è un mistero, ecco perché il nostro silenzio interiore è placare la tirannia della ragione, delle parole, della logica, altrimenti non faremo mai esperienza di Dio.
Una volta chiesero ad un vecchio monaco quale fosse la cosa più importante della vita, egli non rispose che era la fede come tutti si aspettavano, ma ala consapevolezza di chi si è, ma soprattutto la consapevolezza di chi non si è e di ciò che saremo perché ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Il fascino del mistero e la familiarità con esso è un aiuto grandissimo per una lettura intelligente della nostra interiorità.
Chi abita dentro di noi, chi muove la nostra interiorità? Noi siamo quello che appariamo?
La nostra esasperazione relazionale con gli altri nasce perché vogliamo sempre capire, razionalizzare, regolarizzare le dimensioni altrui, dimenticando che ogni alterità è un mistero. La Parola ci invita ad entrare in queste verità, in questo mistero taciuto per secoli ed ora rivelato, annunciato, ma non esaurito. Di Dio conosciamo un soffio, un palpito. Il silenzio è l’antidoto contro la banalizzazione della vita.   

Vangelo                      Lc 1,26-38

Un vangelo letto conosciuto, quasi usurato. È certo che Maria ha raccontato a Luca qualcosa di questo evento, non tutto ed egli lo ha narrato con un genere letterario tipico della Bibbia, il racconto di vocazione, in cui è presente un angelo che annuncia, un soggetto che è destinatario del messaggio, la risposta del soggetto, il ritorno dell’angelo a Dio che l’ha mandato.
Maria ha raccontato a Luca un’esperienza intima, interiore, sconvolgente, che è avvenuta senza testimoni, un’esperienza tutta spirituale, tutta di Dio.
È un vangelo molto rivoluzionario perché si contrappone alla profezia di Natan  e alla voglia di Davide di fare un tempio al Signore. Con Maria Dio comincia da un’altra parte. Egli, quando ha voluto attuare il mistero nascosto e taciuto per secoli, ha disertato le strutture su di Lui: non ha mandato l’angelo Gabriele al tempio, ad un sommo sacerdote, ad un levita, ad un maestro della legge, ad uno scriba, Dio non ha frequentato le strutture sacrali, ma ha voluto iniziare con la struttura unica che lui ha voluto e creato, cioè una persona che ha un nome, una coordinata storica, geografica, culturale, sociologica. Dio inizia con un tu ed, essendo allergico alle strutturazioni e alle strutture, va cercare una fanciulla che non era strutturata, non era nemmeno profetessa, come Anna, che da anni serviva Dio nella preghiera e nel digiuno, una ragazza inconsapevole che non aveva nessun senso di attesa su Dio. Dio sceglie la persona, per questo oggi Dio sceglie ognuno di noi. L’angelo, entrando nella storia di Maria, non tanto nel suo domicilio, ma nella sua interiorità di vita, nella sua profonda realtà, le dice come prima cosa: “Ti saluto, o piena di grazia”, cioè Dio cerca una relazione con un tu e questo mette in crisi Maria, infatti l’evangelista dice che “A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto” perché il linguaggio di Dio è il linguaggio dello Spirito e non comincia da un’efficienza efficiente, ma comincia da una grazia prevenientemente data, per cui piena di grazia, non è solo Maria, ma è ciascuno di noi quando si apre allo stupore di Dio. Allora Dio comincia la nostra vita, la nostra persona, la nostra storia non da una efficienza, non da un calcolo, da un bilancio o da una valutazione, ma dalla grazia, da qualcosa dato che viene prima della risposta. Ciascuno di noi è toccato, segnato, riempito di Lui.
La grazia di Dio è quella presenza continua di Dio, quella gratuità, quella tenerezza di Dio in ciascuno di noi, dentro la nostra storia e la nostra vita. Questa struttura di Dio, che è la persona umana, viene interpellata da Dio dopo averla estrapolata da qualunque assembramento e da qualunque gruppo. Quando l’angelo si presentò a Maria non c’era nessuno con lei, era sola, e Dio parlò solo a lei, perché non è il Dio del collettivismo, della comunità. Dio incontra ciascuna persona e le rivolge queste parole: “Saluto te, piena di grazia”.
Maria, l’incredula, non capisce il senso di questo saluto, perché non era entrata nel mistero di Dio, che le si era rivelato in modo sorprendente ed inaspettato. Il nostro nome, il nostro essere è l’unica struttura che Dio cerca, ama e salva, tanto che Paolo dice: “ Dio ci ha scelti in Cristo prima della creazione del mondo” e ancora: “Voi siete il tempio di Dio”. Noi siamo struttura interpellata, noi siamo pieni di grazia, siamo noi quelli che Dio cerca senza che noi lo cerchiamo.
L’angelo continua: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”, ma Maria risponde ancora con linguaggio umano: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Maria parla ancora un linguaggio del possibile, del fattuale, del funzionale, perché è ancora ferma all’uomo, invece il linguaggio di Dio è, come dice Paolo nella lettera ai Romani, “un gemito inesprimibile, perché nemmeno sappiamo cosa sia conveniente domandare”.
L’angelo invita Maria a lasciarsi coprire dall’ombra di Dio. Dobbiamo anche noi fare un’esperienza personale di Pentecoste, perché se non viviamo questa discesa dello Spirito santo, saremo un grembo vuoto. Se non ci lasceremo bruciare dentro dalla bruciatura dello Spirito, Gesù non nascerà in noi.
Al Dio dell’impossibile, Maria dà la sua risposta: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”, accettando così di essere struttura di Dio.    

   

 
Commento spirituale della Parola di Domenica 04 Dicembre 2011
II Domenica di Avvento Anno B
Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
                                                    
Prima lettura       Is 40,1-5.9-11

Il brano della prima lettura è tratto dal secondo Isaia, detto il libro della consolazione, ed accompagna il ritorno degli esuli da Babilonia, dove erano stati trattenuti per 70 anni da Nabucodonosor. Ciro determina il crollo della superpotenza babilonese e permette il loro ritorno a Gerusalemme; una volta in patria, gli ebrei ricostruiranno il secondo tempio (è l’epoca di Esdra, di  Neemia, dei Maccabei), il tempio del tempo di Gesù, distrutto da Tito nel 70 d.c., coperto da un tempio dedicato a  Giove nel 135 quando l’imperatore Adriano caccerà gli ebrei da Gerusalemme dove ritorneranno solo nel 1948.
La Parola inizia con un forte imperativo ripetuto: “Consolate, consolate il mio popolo”. Il ministero della consolazione, il dono della consolazione non viene prodotto da noi, perché noi produciamo solo compatimento e condoglianze, ma la consolazione viene donata per grazia a chi si mette alla scuola di Dio. Il mistero del nostro Dio è un mistero di consolazione, dice infatti l’apostolo Paolo: “Benedetto sia Dio, padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci consola in ogni nostra tribolazione”, Gesù stesso si definisce il consolatore e definisce lo Spirito santo un altro consolatore, Paraclito. Perciò tutta la Trinità dona consolazione. Per essere consolati dobbiamo diventare umili discepoli, umili scolari della scuola di Dio e la scuola di Dio è il mistero della preghiera. La consolazione si realizza, si dona e si manifesta in un dono che riceviamo, un dono raro, ma non perché Dio sia tirchio nel darlo, ma perché molti non lo prendono. La consolazione è il dono del parlare al cuore, come ci dice lo stesso Isaia: “Parlate al cuore di Gerusalemme”.
Parlare al cuore di una persona non è imparare una lingua straniera, non è imparare una grammatica, perché il cuore degli altri non è un libro; noi non siamo quello che diciamo, quello che facciamo, noi non siamo quello che mostriamo, ma ciascuno di noi è il suo cuore, è solo questo, il resto è tutta una variazione sul tema che molte volte schiaccia e maschera il mistero del cuore.
Quando il nostro cuore non viene raggiunto da questa lingua di grazia e di dono divino, soffre, il cuore piange, il cuore viene ferito. Quando non parliamo al cuore, intossichiamo il dono ricevuto della relazione interpersonale, perché è Dio che ha creato la relazione tra di noi, essa non viene come necessità umana, Dio ci ha creati per essere persone di relazione, ma quando la relazione non percorre il linguaggio del cuore, questa relazione che Dio ha creato affinché sia terapeutica per noi e per gli altri, si trasforma in relazione intossicata.
Oggi vediamo come i nostri contemporanei abbiano sete di una relazione profonda, di un linguaggio diverso, di un affondo profondo nella vita, ma molta gente si accontenta di passeggiare con il cane e non parla più a nessuno. Il parlare al cuore delle persone non è fare un’analisi, che peraltro non spetta a noi, ma il parlare al cuore delle persone è far loro riscoprire quel gran tesoro di positività che possiedono che viene sepolto e nascosto da una problematizzazione esasperata mentale. Quanta gente, perché non viene raggiunta nel linguaggio del cuore, diventa logorroica o muta! Quando il cuore non viene visitato dal linguaggio della grazia di Dio, esso produce tre prodotti tossici: l’arroganza, la strafottenza e il ruggito difensivo.
Il parlare al cuore si manifesta nel godere per una persona e nell’essere collaboratori umili ed intelligenti della sua felicità, perché Dio non rimanda la felicità nella vita eterna, ma vuole che cominci già qui. Quando siamo collaboratori della felicità degli altri? Quando, incontrandoli, li facciamo respirare con la tolleranza intelligente di Dio per i nostri cuori. Dio sa che l’operatività che viene dall’immediato e dal mentale non è prodotto nostro, ma è prodotto del nemico. Quando egli entra non arriva al nostro cuore, perché Dio glielo impedisce, ma fa una cosa più potente, stacca i fili del cuore dalla mente e lo manda in black out e nella mente confeziona ossessioni, paure, depressioni, solitudini, rapporti artificiosi…
Invece, quando Dio arriva nel cuore, ci riconcilia con la nostra visuale immediata delle cose che non vanno, perché l’accusatore, oltre che staccarci il filo del cuore dalla mente, ci sfalsa la vista e non ci permette di vedere con gli occhi di Dio il deserto, la steppa, la valle, il colle in noi. Siamo sotto tentazione diabolica quando il nostro granello di sabbia diventa una montagna, ma quando arriva lo Spirito, Egli soffia e la montagna friabile se ne va.
Quando parliamo al cuore gridiamo, non nel senso che alziamo il tono fonico, ma gridiamo una grande notizia e cioè che tutto ciò che vediamo noi di connesso, di sconnesso e di annesso non è quello che vede Lui. Non avanziamo nella vita spirituale perché il dolore dei nostri peccati è un disagio coscienziale e non nasce dall’amore e perché soprattutto ci ostiniamo a guardarci da soli e, guardandoci da soli, sfalsiamo ciò che vediamo. Solamente se entriamo nel cuore di Dio, nella grazia di Dio, nell’amore di Dio, tutto si rivelerà perché il Signore sta arrivando con potenza: “Egli esercita il dominio con il braccio, è dolce con le pecore madri e porta gli agnellini sul petto”, perché Dio non è la nostra misura, non è il nostro calcolo, non è quello che pensiamo noi o quello che abbruttiamo noi o quello che riduciamo noi.
Ci dobbiamo chiedere se il fallimento nella catechesi dipenda forse dal fatto che non stiamo trasmettendo Dio, ma trasmettiamo prodotti mentali, dal fatto che trasmettiamo qualcosa di confezionato, bello dal punto di vista didattico, ma che non è un’esperienza sponsale d’amore. Dio non arriva al cuore con la didattica, perché è nel cuore che ciascuno di noi nasconde la sua verità, perché noi siamo il nostro cuore.
Quando parliamo al cuore delle persone, le inchiodiamo, perché si stupiscono che finalmente qualcuno sta interpretando la loro verità.

Seconda lettura               2Pt 3,8-14

La seconda lettura è tratta dalla seconda lettera di Pietro, un testo del circolo di Pietro che con un linguaggio apocalittico descrive il giorno del Signore.
Che cosa vuol dire l’espressione: “Davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno”?
Innanzitutto significa che Dio non ha il tempo, Dio è eterno, Dio ha delle modalità di dono che sono sue e non sono legate al tempo. Perché un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno? Perché quando nella nostra vita riceviamo una sola scintilla dell’amore di Dio in noi, quella sola scintilla porta la pienezza che disseta la nostra sete, anche se fosse di mille anni, perché il dono di Dio è pieno, totale. Quando siamo dentro il cuore di Dio e lo amiamo, il nostro paradiso comincia qui. Il paradiso non è altro che la certezza del cuore di essere amati da Lui. Quando ci facciamo travolgere dalle colpe, dai peccati, dalle angosce, dai rimorsi vuol dire che non siamo ancora profondamente convinti che Dio ci ama senza condizioni, perché l’amore di Dio è incondizionato. Quando Gesù tornerà nella gloria tutto sarà bruciato e tutto brucerà perché Egli tornerà incandescente d’amore sul suo cocchio di fuoco, che è il suo corpo glorificato, e il suo amore incendiario brucerà ogni cosa. Lui solo incendierà perché noi abbiamo estinto (“Ho portato un fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso”) infatti quando non siamo innamorati di Gesù diventiamo dei potenti estintori, dei pompieri impietosi. Quando Gesù tornerà nell’incandescenza dell’amore brucerà tutti gli elementi secondari, tutti gli elementi precari, rimarranno integre solo le anime e i corpi, alla fine dei tempi, e Dio riconoscerà i suoi perché essi saranno capaci di ricevere l’ustione incandescente del suo amore, gli altri, invece, saranno bruciati nella disperazione di non aver saputo accogliere l’incandescenza del suo amore. Ciò avverrà non perché Dio sia cattivo, non perché egli castiga, ma perché con l’amore non si può obbligare, l’amore non contempla un’amnistia generale, l’amore si dona nel massimo rispetto di ogni libertà voluta, consentita, preparata, amata. Ecco perché il fuoco in senso spirituale sarà l’ultima definitiva vera pentecoste. Questo fuoco ardente, che brucerà gli scenari di cartapesta, precari, brucerà anche la chiesa legata agli scenari di questo mondo perché rimanga la chiesa totalmente libera.
“Perciò, carissimi, noi aspettiamo nuovi cieli e terra nuova”, cielo e terra nuovi che sono dentro di noi, nel nostro cuore. La preghiera è l’operatività dello Spirito santo che brucia con l’incandescenza la nostra anima perché il nuovo cielo e la terra nuova saranno l’amore incandescente e ustionante di Dio e questa ustione durerà nei secoli dei secoli perché l’ustione dell’amore di Gesù glorioso sarà l’anello nuziale delle anime che hanno scelto l’amore. 

Vangelo              Mc 1,1-8

Abbiamo un Dio imprevedibile, sorprendente, ingestibile, perché quando vuole preparare un messaggero per Gesù non va a cercarlo nel tempio, dove avrebbe potuto scegliere tra i sacerdoti, i farisei, i leviti, i rabbini, i sadducei, Dio non va nel serbatoio strutturato e ufficiale, ma quando Dio vuol far precedere a suo Figlio un annuncio ci stupisce: “Voce di uno che grida nel deserto”.
Le nostre comunità cristiane spesso non sono profetiche perché sono voci di molti che gridano, ma l’uno contro l’altro, perché vuole vincere chi deve essere primo, allora Dio si ritira e la comunità celebra e trasmette se stessa, i suoi incarichi, i suoi ruoli, i suoi posti di potere. Dio usa una persona sola quando vuole grandi cose, pensiamo ad Abramo, a Mosè, a Isaia, a Giovanni Battista, a Maria, a Maddalena, a Zaccheo, a Matteo; noi, invece, abbiamo esasperato la comunità e abbiamo detto che essa ha il diritto di primogenitura su tutto e su tutti. Tutti i profeti di Dio, tutti i santi di Dio hanno sempre schivato questa logica: solitari nell’amore, visti male, giudicati, profanati, cacciati, condannati, ma essi tolgono il disturbo perché il loro posto è il deserto e il Giordano. Gli annunciatori di Dio non hanno bisogno di supporti comunitari, quando il supporto comunitario dovesse rubare ad ogni anima ciò che Dio vuole da quell’anima.
I grandi uomini e le grandi donne di Dio sono persone essenziali, intolleranti, ruggiscono (il famoso riib profetico, il ruggito dei profeti).
E Marco sottolinea che di fronte a quest’uomo solo, strano, irruento, accorrevano tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme, perché lo Spirito santo parla attraverso i folli di Dio.
Giovanni battista era figlio di un prete incredulo, di una madre già avanti negli anni, era nato per essere un segno per Maria, più vecchio di Gesù di qualche mese, proprio quest’uomo viene scelto da Dio. Giovanni Battista è stato scelto perché era innamorato di Gesù e diceva alla gente di non cercare lui perché sarebbe venuto uno più forte di lui, lui battezzava con acqua, ma sarebbe venuto chi li avrebbe battezzati con il fuoco, a cui lui non era neanche degno di sciogliere i sandali: gli uomini di Dio non sono mai protagonisti di se stessi, non cercano mai la folla, la subiscono come croce, non cercano applausi, cercano Dio. Poiché Giovanni Battista aveva perso la testa per Dio e per Gesù, la morte logica è stata la decapitazione di Erode, che ha sigillato il grande amore e la grande follia del precursore per Gesù, perché quando si è suoi si perde la testa, si perde il cuore, si perdono gli amici, ma Gesù basta.   

 
Commento spirituale della Parola di Domenica 30 Novembre 2008
I Domenica di Avvento Anno B
Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Prima lettura       Is 63,16-17.19;64,1-7

Il brano, tratto dal terzo Isaia, è una bellissima preghiera composta dagli esuli che, tornando nella terra promessa dopo l’editto del re Ciro, vedono la decadenza dovuta all’assenza di un popolo e si rivolgono a Dio. È una grandissima lirica in perfetto stile biblico che invoca Dio e ne ricorda le opere, primo tra tutti l’esodo, che Israele, allontanandosi sempre più dal dato storico, caricherà di enfasi epica (“Davanti a te tremavano i popoli, quando tu compivi cose terribili che non attendevamo”). Israele è il partner di Dio e in questa preghiera potremmo quasi vedere un dialogo rifondante una storia tra un popolo che torna dall’esilio e Dio che lo accompagna.
In questa preghiera l’orante attribuisce dei bellissimi titoli a Dio: “Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore”, “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma” ed esprime la sua forte nostalgia dell’origine, dell’eden, quando Dio plasmò con l’argilla Adamo. Perciò questa preghiera di Isaia raccoglie il sussulto nostalgico di ogni uomo e di ogni generazione che scopre che senza Dio vive un’antropologia riduttiva e castrante, infatti senza Dio l’uomo si ritrova a dire: “Siamo divenuti tutti come cosa impura, e come panno immondo sono i nostri atti di giustizia: Tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”, è un uomo che si sente solo, fragile, mutevole, orfano, incapace di una salvezza.
È il dramma che oggi sta vivendo l’uomo nella post modernità, che si è reso conto che né le ideologie né i leaders né la scienza né il progresso possono salvarlo. È un uomo che ricerca la sua identità, le sue radici, che sente dentro di sé la nostalgia di una relazione rigenerante, fondante salvante la sua vita.
Oggi la relazione interumana è impossibile se non viene generata da una relazione teologica con Dio. Mai come oggi, infatti, l’uomo è solo e cerca di essere in comunicazione con l’umano, ma percepisce dentro di sé la mancanza di Dio. L’uomo sente il bisogno delle mani originanti di Dio per rigenerarsi nella sua storia, nella sua vita, nella sua speranza, nel suo coraggio, nella sua identità. È un uomo ridotto ad un sintomo, ad una provetta, ad una costruzione in laboratorio, ad un’utilizzazione, un uomo che si sente violentato nella sua libertà, si sente inseguito dall’altro uomo, che si è smarrito nel deserto di un silenzio, e sta vivendo un pianto a dirotto perché dall’altra parte si è fatto silenzio. Dio non parla, se noi non lo desideriamo, non lo cerchiamo; se noi non lo vogliamo, egli ci abbandona, perché spera che la solitudine apra in noi la nostalgia di una ricerca. Essendo senza Dio, l’uomo non vive più nemmeno la relazione più grande, l’amore, è un uomo che si stanca di tutto e di tutti, perché creato da un Creatore che l’ha ammalato di eternità. Perciò nella preghiera quest’uomo chiede a Dio il ritorno per amore dicendogli addirittura: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi”, è un uomo che vuole lo squarciamento del cielo, che nasconde il mistero, affinché Dio scenda per dargli ancora amore e speranza.       

Seconda lettura            1 Cor 1,3-9

Leggiamo questa domenica una parte della lettera che Paolo rivolge ai Corinzi, una comunità non molto numerosa che egli amava molto e per la quale ha sofferto arrivando a scrivere anche la famosa lettera delle lacrime. Alla comunità, di cui Paolo è il presbitero, augura grazia e pace che vengono da Dio Padre e da Gesù. Ciò che colpisce in questa Parola è il rendimento di grazie continuo che Paolo fa per ciascuno di loro, probabilmente, infatti, Paolo conosceva ogni volto, ogni storia, ogni vicenda, ogni attesa, perciò ringrazia Dio per loro.
Questo particolare ci fa riflettere sul fatto che noi non siamo in questo mondo per caso, non siamo organico di un comune, cittadini di uno stato, ma siamo doni di un Dio che ci ha donato alla storia, riservandosi a lui la grazia e la pace per ciascuno di noi, ecco perché ciascuno di noi dovrebbe sentirsi prestato dall’amore di Dio alla storia, non fagocitato o posseduto dalla storia. Nulla nella nostra vita dovrebbe possederci, ma dovremmo essere sempre totalmente di Dio per essere liberi. Ciascuno di noi non è un incidente di percorso, non è una persona mediocre che vivacchia, ma è un dono, per cui è dovere ringraziare il datore di questo dono, Dio, per il dono che ha fatto alla storia. Noi siamo soggetti di un rendimento di grazie e questo basterebbe a far scomparire da noi quella mediocrità, quella disistima, quel trascinarsi che molte volte ci fa ritenere persone non interessanti, domate e sconfitte da un tran tran, da un’abitudine, da una routine dove tutto è scontato. Chi è generato da Dio è grande ed è un dono non solamente per se stesso, ma è un dono a motivo della grazia che è data a ciascuno gratuitamente e ci ha arricchiti di tutti i doni: quelli della Parola e quelli della scienza. Gli uomini e le donne che si lasciano amare e generare dalla Parola sono uomini e donne che sfuggono ad ogni indagine umana, analitica, fenomenologica, caratteriale, perché siamo investiti, ricoperti, rivestiti di una grazia.
Il nostro carattere e le nostre coordinate psicologiche, che fanno testo per gli uomini e le donne senza Parola e senza spiritualità, non sono il testo definitivo per gli uomini e le donne nate dal soffio di Dio, perché in noi sta crescendo una personalità spirituale, una personalità della grazia. Dio ci fa entrare in questa logica di grazia, ecco perché Paolo parlerà dei due uomini: l’uomo carnale e quello spirituale. Oggi è molto difficile un’interpretazione intelligente della persona umana, anche un’interpretazione esatta, basata su aspetti psicologici e scientifici, non accontenta e non basta a dire quello che siamo, perché noi sfuggiamo, siamo eccedenti ad ogni indagine umana perché in noi è presente una personalità spirituale, la personalità della grazia. Noi siamo generati dalla logica misteriosa di Dio, anzi noi siamo stati arricchiti di tutti i doni: quelli della Parola e quelli della scienza. Paolo dice che da quando i Corinzi hanno accolto la testimonianza di Gesù, cioè il suo annuncio di passione, morte e risurrezione, questa testimonianza si è stabilita tra loro così saldamente che nessun dono di grazia manca loro.
Pensiamo per quanti anni non ci siamo amati, accolti, stimati, valutati perché eravamo prigionieri di un’asfissia umana e lo siamo tuttora. Ecco perché oggi la relazione tra le persone è difficilissima e delicata perché è una relazione catturante il dato dell’altro e non stupefacentemente stupita del non dato analitico. La grazia non tratteggia la persona, perché se lo facesse la conterrebbe, la grazia non ha manifestazioni da manuale, in ogni persona ha una ricaduta diversa, una dinamica con tempi e con effetti diversi. Perciò noi siamo stanchi e soli interiormente perché ci hanno rubato la grazia, inchiodandoci ad un ruolo tutto umano nel quale dobbiamo essere un centro di elaborazione di dati e di osservazioni e in cui veniamo valutati nel metro umano. La dimensione spirituale è scomparsa perché non si vede e l’uomo di oggi non vuol fare la fatica di vedere l’invisibile, ha uno sguardo stanco e non vuole più nemmeno il collirio della fede (Apocalisse lettera alla Chiesa di Laodicea). La grazia, invece, quando sopraggiunge in noi, ci fa respirare e quando diventa signora della nostra vita, permettendoci di vincere la tirannia del dato psicologico a suo vantaggio, genererà in noi la nostalgia. La pienezza di grazia, quando è in noi, non fa altro che squarciare ancora di più il labbro del cuore della nostalgia (“mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore Gesù Cristo”). Infatti quando siamo uomini e donne di grazia non ci bastano più nemmeno i doni di Dio dati nella mediazione sacramentale, storica, umana, perché il nostro cuore, toccato dalla grazia, aspetta la manifestazione, il giorno del non tempo.
La grazia ci ricolma, ma non ci riempie perché, se lo facesse, farebbe un atto di idolatria di se stessa; essa ci ricolma, ma ci lascia ancora più sete, perché ci vuol portare a quell’origine che sola ci può saziare, Dio. Siamo grandi come creature, siamo stupore di Dio. Se ciascuno si facesse lavorare dalla grazia, avremmo esperienze di Dio meravigliose. Concludendo, Paolo dice che noi siamo chiamati ad una comunione, alla via unitiva, la via dei mistici. 

Vangelo      Mc13,33-37

Questa domenica, prima di Avvento, iniziamo a leggere il vangelo di Marco, che è il più antico ed il più breve e non narra l’infanzia di Gesù, ma propone subito l’annuncio del regno.
In questo capitolo si parla del vegliare e della vigilanza e Marco usa un’idea che abbiamo letto anche l’altra domenica nel vangelo dei talenti: “È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare”. In queste righe viene presentata la Chiesa, che non è di se stessa, ma è di Dio e nella Chiesa nessuno è padrone, ma tutti amministratori (alla figura del portiere si potrebbero dare  diverse interpretazioni: il papa, i vescovi, i pastori). Dio ha affidato i suoi beni a questa realtà, che in diverse occasioni si è dimostrata piccola, povera, disprezzata, peccatrice, ma anche santa, grande, luminosa. Questa Chiesa può correre un grave pericolo e quando si parla di Chiesa si parla di ciascuno di noi, perché ogni battezzato è Chiesa. La Chiesa può subire una tentazione sottile ammantata di bontà: può diventare protagonista e non più amministratore. Anche noi nella Chiesa possiamo diventare idolatri del compito che abbiamo ricevuto, ci possiamo autocentrare in noi stessi, cancellando completamento l’imprevisto del ritorno di Dio. Quando una Chiesa è satura di autoprotagonismo, di autoaffermazione, di efficientismo, di tirannia dei ruoli, quando nella Chiesa non ci si sente più in prestito, ma radicati, piantati, sistemati ed autorizzati, scompare la nostalgia, ma una Chiesa senza nostalgia si riduce subito ad un’agenzia di beneficenza, ad un’agenzia di tempo libero. Una Chiesa senza nostalgia di Dio diventa un’entità per fare un generico bene, perché questa autoaffermazione, questa ubriacatura di se stessi e questa prevaricazione idolatra del ruolo e del compito hanno cancellato Dio. L’autoritarismo del ruolo soffoca l’autorevolezza dello Spirito e, cacciato lo Spirito, cessa la nostalgia ma, quando cessa la nostalgia e l’apertura ad un ritorno, tutto diventa asfissiante e la Chiesa non vive più innestata nel tempo del Kairos, nel tempo di Dio, ma si riduce ad essere una Chiesa della cronologia, imprigionata nel tempo.
Quando una Chiesa non ha più nostalgia di Dio, propone se stessa, ma non convince. Una Chiesa che non ha più le porte aperte per il ritorno del Signore è una Chiesa che non ha più profezia, perché non ha più la molteplicità delle ore di Dio, ma ha fissato un orario solo, che è unicamente per una piccola fascia: “Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso”.
Il vangelo, allora, ci invita a vegliare perché il Signore al suo ritorno non ci trovi addormentati nel nostro ruolo autoritario, nella cronologia e nella sistemazione che addormentano la nostalgia, il desiderio e la grazia.  

 
           
       


mercoledì 14 dicembre 2011

III^ settimana del Tempo di Avvento

 


I SEGNI DEI TEMPI


Oggi l'appello alla conversione, 
che i missionari rivolgono ai non cristiani, 
è messo in discussione o passato sotto silenzio. 
Si vede in esso un atto di «proselitismo»; 
si dice che basta aiutare gli uomini 
a essere più uomini o più fedeli alla propria religione, 
che basta costruire comunità capaci di operare 
per la giustizia, la libertà, la pace, la solidarietà. 
Ma si dimentica che 
ogni persona ha il diritto di udire la «buona novella» di Dio 
che si rivela e si dona in Cristo, 
per attuare in pienezza la sua propria vocazione. 

Giovanni Paolo II, Redemptoris Missio, n.46





Lc 7,18b-23 


In quel tempo, Giovanni chiamò due dei suoi discepoli e li mandò a dire al Signore: “Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?”. 
Venuti da lui, quegli uomini dissero: “Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?” 
In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 
Poi diede loro questa risposta: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!”.


IL COMMENTO


Che cosa abbiamo visto e udito nella nostra vita? Non è una questione di poco conto. Senza aver udito e visto non si può credere. Non si è certi di aver incontrato Colui che abbiamo sempre atteso senza l'esperienza concreta e raccontabile del suo amore. I discepoli di Giovanni racconteranno quello che hanno visto e udito. Come gli apostoli di Gesù sino ad oggi. Testimoni di un'esperienza. Giovanni Battista, cugino di Gesù, che ancora nel grembo di Elisabetta ha esultato alla voce di Maria, che ha visto scendere lo Spirito Santo come una colomba su Gesù, aveva ancora dubbi. Così nella nostra vita, percezioni, sentimenti, ma non basta. Anche Pietro ha confessato Gesù come l'Inviato, il Figlio di Dio, ed un istante dopo s'è perso nei pensieri della carne. Occorre qualcosa in più, vedere e udire, e il sigillo dello Spirito su quanto visto e udito. 


Gesù è il Messia, Gesù è il Signore grida la Chiesa da duemila anni. Ma per noi oggi, è Gesù il Salvatore? O dobbiamo aspettare qualcun altro? Ecco la nostra vita, ecco le nostre infermità, le catene, i peccati. Eccoli in fila, sono più numerosi del nostro capo. Ecco la nostra triste miseria d'ogni giorno. Ed ecco il Messia, Lui nella nostra vita. L'agnello immolato che prende su di sé le nostre infermità e i nostri peccati. E ridona la vista, fa nuove tutte le cose, crea in noi un cuore nuovo. Non sono parole, fantasie, e neanche semplici intuizioni. No. Sono fatti. Davanti ai nostri occhi, come nelle nostre orecchie risuona anche oggi la Parola di Vita della Buona Notizia. La Parola che ha il potere di realizzare ciò che annuncia. 


I pastori andarono senza indugio alla Grotta di Betlemme e videro esattamente come avevano udito dalla voce degli angeli. C'è anche per noi una grotta, una stalla e una mangiatoia. Gli angeli appaiono anche oggi sul nostro cammino, gli apostoli che instancabilmente riannunciano il Vangelo ad ogni creatura. Andiamo a Betlemme, andiamo al fondo della nostra vita, lì dove più povero, bistrattato è il nostro cuore. Andiamo senza indugio alla mangiatoia, lì dove hanno mangiato animali d'ogni tipo, lì dove la carne l'ha fatta da padrona. Lì dov'è la fonte dei nostri peccati e dove ogni giorno s'ingrassa il nostro uomo vecchio. Andiamo ad incontrare il Messia, laddove è abbondato il peccato, per sperimentare la sovrabbondanza della misericordia. Non temiamo di scoprirci incapaci di perdonare, di dimenticare. Andiamo a vedere, nella nostra debolezza, il suo potere. Sarà Lui a perdonare in noi, e non ce ne accorgeremo... Così come in ogni altra nostra assoluta impotenza, la stalla dove non siamo capaci di aprirci ad una nuova vita, a donare il nostro tempo, ad accettare la malattia, il licenziamento. Lui nascerà nella mangiatoia dove, sino ad ora, abbiamo mangiato povera paglia incapace di trasformarci. 


I nostri occhi posati oggi sul nostro cuore per sperimentare la beatitudine di chi non si scandalizza della Croce, della totale debolezza nella quale è deposta la forza infinita dell'amore. Beato chi crede, come un bambino, al potere dell'annuncio del Vangelo. Che da esso si lascia sedurre e che in esso scopre il segno dell'avvento del Messia. Beato chi non si scandalizza della stoltezza della predicazione, che non ha bisogno di altri segni, di mezzi umani e astuzie mondane. Beato chi, all'ascolto della Buona Notizia smette di aspettare un altro e accoglie l'unico inviato alla propria vita. Non esiste e non esisterà mai un'altra moglie, un altro marito, un altro figlio, un altra storia, un altro se stesso: esiste, è autentico solo quanto oggi ci è dato da Dio: alla povertà, alla cecità, alla sordità, alla lebbra, alla morte che oggi costituisce la nostra vita è inviato il Signore, nella semplicità e nella stoltezza della predicazione della Chiesa. Anche oggi, sospinti dalla Grazia, siamo chiamati ad ascoltare, accogliere e credere, perchè la nostra vita, questa e nessun'altra, sia colmata del suo amore ed in esso trasfigurata. Beati noi se, dinanzi a Cristo e Cristo crocifisso, non ci scandalizziamo esigendo un salvatore a la carte, una sorta di Aladino capace di risolvere i nostri problemi. Beati noi se, così come siamo, ci lasciamo attirare dall'amore infinito annunciato dalle sue braccia distese per accoglierci senza condizioni.


E' preparata per noi la beatitudine di chi è giunto al rifugio, di chi finalmente riposa dalle proprie opere e gusta il sabato della gratuità. La debolezza, l'Astheneia - la fiacchezza del corpo e dell’anima, la precarietà, l’incapacità di compiere il bene - non è un ostacolo, è il segno della forza di Dio! Nel suo libro “Gesù di Nazareth” Papa Ratzinger scrive: “I criteri mondani vengono capovolti non appena la realtà è guardata nella giusta prospettiva, ovvero dal punto di vista della scala dei valori di Dio, che è diversa dalla scala dei valori del mondo. Proprio coloro che secondo i criteri mondani vengono considerati poveri e perduti sono i veri fortunati, i benedetti e possono rallegrarsi e giubilare nonostante tutte le loro sofferenze….”. E' la mangiatoia del Natale del Messia. E' lì che ci aspetta, è lì che ci sazia. Al fondo più buio di noi stessi la Luce dell'amore di Dio, proprio ciò che il nostro cuore da sempre desidera: essere amato senza finizioni e ipocrisie. E' l'unico amore dell'unico nostro Salvatore. E' il Suo avvento di oggi per noi.





Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa 
Enciclica « Dives in Misericordia » § 3 (trad. © copyright Libreria Editrice Vaticana)


«Ai poveri è annunziata la buona novella»


        Dinanzi ai suoi compaesani a Nazareth, Cristo fa riferimento alle parole del profeta Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). ... Mediante quei fatti e quelle parole Cristo rende presente il Padre tra gli uomini. È quanto mai significativo che questi uomini siano soprattutto i poveri, privi dei mezzi di sussistenza, coloro che sono privi della libertà, i ciechi che non vedono la bellezza del creato, coloro che vivono nell'afflizione del cuore, oppure soffrono a causa dell'ingiustizia sociale, ed infine i peccatori. Soprattutto nei riguardi di questi ultimi il Messia diviene un segno particolarmente leggibile di Dio che è amore, diviene segno del Padre...


        È significativo che, quando i messi inviati da Giovanni Battista giunsero da Gesù per domandargli: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?», egli, rifacendosi alla stessa testimonianza con cui aveva inaugurato l'insegnamento a Nazareth, abbia risposto: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona novella», ed abbia poi concluso: «E beato è chiunque non si sarà scandalizzato di me!».


        Gesù, soprattutto con il suo stile di vita e con le sue azioni, ha rivelato come nel mondo in cui viviamo è presente l'amore, l'amore operante, l'amore che si rivolge all'uomo ed abbraccia tutto ciò che forma la sua umanità. Tale amore si fa particolarmente notare nel contatto con la sofferenza, l'ingiustizia, la povertà, a contatto con tutta la «condizione umana» storica, ... la limitatezza e la fragilità dell'uomo, sia fisica che morale. Appunto il modo e l'ambito in cui si manifesta l'amore viene denominato nel linguaggio biblico «misericordia».

martedì 13 dicembre 2011

Martedì della III settimana del Tempo di Avvento



I segni dei tempi


Dotto, nel giusto senso della parola, 
è, in verità, colui che fa la volontà di Dio, 
buttando in un canto la propria volontà.

Imitazione di Cristo


Mt 21,28-32 


In quel tempo, Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo disse: Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna. Ed egli rispose: Sì, signore; ma non andò.
Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: Non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò.
Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?”. Dicono: “L’ultimo”.
E Gesù disse loro: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli”.


IL COMMENTO


E' splendido il Vangelo di oggi, che rivela un aspetto vero e fondamentale della vita cristiana. Da un lato le false certezze di chi presume di "farcela", d'essere pronto a compiere la volontà di Dio, il pelagiano moralista che crede di poter risolvere le questioni con le sue sole forze. Dall'altro lato la fotografia di un comunissimo e realissimo "carnal mormoratore". L'allora Card. Ratzinger affermava in una Conferenza: "La Chiesa può sorgere solo là dove l'uomo accetta la sua verità, e questa verità consiste precisamente nel fatto che egli ha bisogno della grazia. Dove l'orgoglio gli preclude questa conoscenza, egli non trova la strada che porta a Gesù".


Su tutto invece, risplende la Grazia che coinvolge la natura. Essa, come diceva San Tommaso d'Aquino, non la cancella ma la trasforma: “Gratia non tollit naturam, sed perficit”, "la grazia di Dio non distrugge la natura umana, ma la porta alla perfezione". Spesso il primo impulso di fronte ad una Volontà Divina che non ci piace è un moto di fastidio; "ignorare che l'uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell'educazione, della politica, dell'azione sociale e dei costumi" insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 407). E' un'esperienza comune rifiutare di primo acchitto le situzioni sgradevoli. Le ferite del peccato originale non sono solo un'idea.


Per questo la pagina del Vangelo di oggi è la sintesi forse più profonda di quel che davvero accade nel cuore d'un uomo bagnato dalla Grazia. Di uomini, donne, reali e carnali, non semplici angeli passati per caso sulla terra. Per questo Gesù parla delle prostitute e dei pubblicani che hanno accolto la Buona Notizia di Giovanni, la possibilità di salvezza che si schiude dalla conversione, il cui frutto più evidente è il pentimento. Insegna ancora il Catechismo che "il mistero dell'iniquità (2 Ts 2,7) si illumina soltanto alla luce del mistero della pietà. La rivelazione dell'amore divino in Cristo ha manifestato ad un tempo l'estensione del male e la sovrabbondanza della grazia" (N. 385)


E' stata questa l'esperienza dei peccatori in fila silenziosa per ricevere il battesimo di Giovanni. Un cuore contrito e umiliato che Dio non disprezza. L'unico atteggiamento possibile, un cuore frantumato dalle Parole di Grazia dell'Annuncio Evangelico. La Parola ascoltata, accolta e sigillata per mezzo dello Spirito Santo: "La preparazione dell'uomo ad accogliere la grazia è già un'opera della grazia. Questa è necessaria per suscitare e sostenere la nostra collaborazione alla giustificazione mediante la fede, e alla santificazione mediante la carità. Dio porta a compimento in noi quello che ha cominciato: « Egli infatti incomincia facendo in modo, con il suo intervento, che noi vogliamo; egli porta a compimento, cooperando con i moti della nostra volontà già convertita» (Sant'Agostino, De gratia et libero arbitrio, 17, 33: PL 44, 901)" come puntualizza ancora il Catechismo (N. 2001).


Ne restano fuori coloro che, chiusi in un malinteso atteggiamento "religioso", presumono d'aver capito, d'essere a posto. I tanti "giustizieri" che, immaginandosi perfetti o quasi, s'arrogano il diritto di dispensare scudisciate a destra e a manca contro le tante ingiustizie che insanguinano il mondo. Non che non si debbano denunciare le ingiustizie e i peccati, ma è la superbia che fa suonare anche le più sacrosante verità d'una musica falsa ed ipocrita. Gli strepiti dei Catari e Manichei d'ogni tempo che giudicano, dimenticando d'esserne responsabili esattamente come tutti gli altri. L'allora Card. Ratzinger definiva questo vizio come il pelagianesimo dei pii. "Essi non vogliono avere nessun perdono e, in genere, nessun dono da Dio. Essi vogliono essere in ordine, non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero sicurezza, non speranza... un diritto alla beatitudine. Manca loro l'umiltà essenziale ad ogni atto d'amore, l'umiltà di ricevere doni al di là del nostro agire o meritare... Così questo pelagianesimo è un'apostasia dall'amore e dalla speranza, ma, in profondità, anche dalla fede. Il cuore dell'uomo allora diventa duro verso gli altri, verso se stesso e verso Dio... Mette se stesso nel diritto e un Dio che non collabora diventa suo nemico." (J. Ratzinger, Guardare Cristo. Esercizi di fede, speranza e carità). 


Non a caso il Signore, ancora una volta, ci presenta una parabola con due figli, per ricordarci che l'apparenza inganna. Quanti genitori, educatori e pastori si lasciano abbacinare dalla parvenza di giustizia sfoderata dai pelagiani pii. Quanto rancore, quanta menzogna si nasconde dietro agli atteggiamenti pseudo - remissivi dei nostri figli, dei giovani, e non solo. Spesso è proprio sotto la scorza più dura, come ad esempio fu quella di San Francesco Saverio, che invece si cela un cuore docile, contrito, balbettante il desiderio di obbedire. Ignazio di Loyola confidava al segretario della Compagnia Polanco: "Tra i primi compagni, l’impasto più grezzo che mi capitò di maneggiare fu il giovane Francesco Saverio". A volte occorre guardare ai nostri figli come a dei pubblicani e a delle prostitute, e non si tratta di un'iperbole. Metterli controluce, al chiarore del Vangelo di oggi, e lasciare che si svelino le forme autentiche del loro intimo, le loro debolezze, i loro peccati. Per aiutarli, per amarli laddove si trovano. Guardarli senza sconti, per illuminare l'ipocrisia che cela la paura, e la paura travestita da arroganza. Per accompagnare, l'uno e l'altro, sul cammino della volontà di Dio, ciascuno secondo la propria natura. Disinnescare il pelagianesimo incipiente nel figlio perfettino, e sciogliere l'acido polemico che scorre nel figlio ribelle. Educare entrambi nella certezza che la Grazia supplisce e completa sempre la natura, qualunque essa sia, senza distruggerla, come al contrario vorremmo fare noi, per toglierci d'impaccio e respirare un po' di pace. Basta invece non prendere abbagli e confondere le diverse nature: per questo è necessario restare aggrappati alla Parola di Dio, e, alla sua luce, discernere momento per momento. 


Ma i due figli sono anche il paradigma di ogni relazione: quante liti potrebbero essere evitate se, invece di arrestarsi ai primi moti dell'animo altrui, alle resistenze e alle mormorazioni, sapessimo guardare oltre, con gli occhi di Dio. Egli non guarda l'aspetto, punta sempre diritto al cuore; anche quello del marito quando torna nervoso e accidioso da una giornata di lavoro e trascura sua moglie; o quello della moglie, presa nelle ragnatele dei suoi pensieri, o affogata tra pannolini, capricci e crisi adolescenziali dei figli, e vomita tutto sul marito appena rientrato; anche quando il primo impatto è con un cumulo di macerie, vite distrutte, franate sotto le scosse dei peccati. Gli occhi del Padre sanno intercettare sempre la vita che si nasconde sotto i calcinacci della storia dei propri figli. Come anche l'inganno celato dietro i villini a schiera di esistenze "a posto", senza crepe e storture. 


Come quelle, tutta apparenza, dei principi dei sacerdoti e degli anziani del popolo, ma non solo. E' infatti un atteggiamento diffuso e non lontano da noi, dalle nostre famiglie, dai nostri uffici, dalle file agli uffici postali, dalle nostre riunioni di condominio, dalle vie trafficate che ci conducono ai posti di lavoro o ai luoghi delle vacanze. E sembra impossibile che il nostro cuore possa cambiare, che la pietra divenga carne. Ma c'è la Grazia. Essa è come una goccia d'acqua che instancabilmente scivola su un pezzo di ferro sino a corroderlo e a frantumarlo. E' ferro il nostro cuore oppresso dalle concupiscenze, dalle passioni, dal peso d'un passato non riconciliato. Dai peccati accumulati in una vita. Ed è acqua pura e silenziosa la Grazia che nel tempo lo bagna attraverso la predicazione, la Parola di Dio, i sacramenti, le persone e i fatti che Dio manda alla nostra vita, come in un cammino di conversione che spezzetta l'uomo vecchio sino a lasciarlo cadavere nelle acque del battesimo. Siamo duri e cocciuti, ma di tutto è più forte la Grazia d'amore del Signore.


C'è una figura nella letteratura che illustra magistralmente l'opera silenziosa della Grazia nel cuore dell'uomo. E' Kristin, la protagonista del romanzo "Kristin figlia di Lavrans". «L'ultimo pensiero chiaro [è scritto nelle ultime pagine, quando Kristin sta per morire] che ebbe fu che sarebbe morta prima che quei segni [i segni fatti misteriosamente da Dio sulla sua mano] fossero scomparsi, e la cosa le fece un gran piacere. Era un miracolo, qualcosa di incomprensibile, ma una cosa certa: Dio, ella lo sapeva, aveva stretto un patto con lei, un patto d'amore col quale la legava a sé in eterno, indipendentemente dalla sua volontà [la volontà ferita, il primo impulso di fronte ai fatti, alle tentazioni, un impulso che spesso si risolve in una catena di impulsi e anche, drammaticamente, di peccati], dai suoi pensieri terreni, questo amore era esistito sempre in lei [vi è un grido dello Spirito Santo al fondo del cuore di ciascuno, per quanto corrotto sia, un grido che non si può sopprimere e che accompagna l'uomo sino all'ultimo istante dell'agonia, un grido che può spegnersi solo con lo spirare, e per questo ogni uomo è un mistero e la Chiesa non può assolutamente dire chi sia sceso all'inferno, pur decretandone dogmaticamente l'esistenza], questo amore aveva agito come il sole sulla terra che dà alla fine i suoi frutti. Questi frutti nessuno avrebbe potuto distruggerli, né il fuoco dei desideri carnali, né l'orgoglio, né l'ira folle. Era stata serva di Dio, anche se ribelle, restìa, infedele nel cuore, con una preghiera falsa sulle labbra; una serva maldestra, insofferente davanti alla fatica, indecisa, ma Dio aveva voluto mantenerla lo stesso al suo servizio».


Kristin era stata una donna ferita, ma non mortalmente. La sua carne non era la parola definitiva sulla sua esistenza. La Grazia, inspiegabilmente, misteriosamente, l'aveva condotta ed ora, al crepuscolo della vita, le stigmate incancellabili dell'Amore divino le si svelavano. Nell'infedeltà la Fedeltà. Nell'incoerenza, la Coerenza. Nella carne la Grazia. E lei v'era stata. Era lì. Forse non avrebbe voluto, forse le sue labbra avranno detto mille volte che no, non ci sarebbe andata in quella vigna. Ma si trovava, ora, al limite estremo dell'esistenza, proprio lì, in quella vigna tante volte negata. E vi aveva lavorato e faticato, il sudore d'ogni giorno; e non se n'era accorta. Il mistero della santità è tutto racchiuso in questo sguardo rivolto alla vita dalla soglia del Cielo: "Chi ha fatto tutto questo nella mia vita?".


Farisei e sapientoni, ritti dinanzi all'altare, s'illudono di poter ringraziare per aver operato povere opere di carne senza Grazia alcuna. I pubblicani e le prostitute nascosti nella penombra dell'umiltà non alzano neanche lo sguardo. Ogni loro istante carnale è pregno di Grazia, la chiave per il Cielo. «Dopo l'esilio della terra, spero di gioire furtivamente di te nella Patria; ma non voglio accumulare meriti per il cielo: voglio spendermi per il tuo solo amore [...]. Alla sera di questa vita comparirò davanti a te con le mani vuote; infatti non ti chiedo, o Signore, di tener conto delle mie opere. Tutte le nostre giustizie non sono senza macchie ai tuoi occhi. Voglio perciò rivestirmi della tua giustizia e ricevere dal tuo amore l'eterno possesso di te stesso... » (Santa Teresa di Gesù Bambino, Atto di offerta all'Amore Misericordioso). L'Avvento è anche questo, ogni giorno l'anticipo dell'ultima sera della nostra vita, le nozze eterne con l'eterno amore. Per Lui, anche oggi, ogni nostra miseria, per noi, anche oggi, ogni Sua Grazia. Perchè, dopo aver visto le meraviglie del suo amore, possiamo convertirci ed entrare nel Regno preparato per noi. Non siamo migliori di nessuno, anzi. I nostri occhi hanno visto quello che molti avrebbero voluto vedere, e siamo ancora così chiusi e superbi... Che il Signore addolcisca il nostro cuore sino a convertirlo davvero; che possiamo abbandonarci al suo amore, nella consapevolezza di essere stati perdonati in anticipo, come diceva Santa Teresina, ma non per questo meritevoli di nulla. Umili, dietro a quanti non hanno visto se non un piccolo barlume della Luce potente che ha rischiarato la nostra vita, e, accogliendo la verità palese che preclude ogni difesa, si sono convertiti. Umili, seguiamo le orme dei piccoli che ci precedono nel cammino verso il gaudio eterno, l'Avvento del Signore.





San Pietro Crisologo (circa 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa 
Discorsi, 167; CCL 248, 1025, PL 52, 636 (Matthieu commenté, DDB 1985, p. 34, trad. italiana)


«È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto»


        Giovanni Battista insegna con le parole e con le azioni. Da vero maestro mostra con l'esempio ciò che afferma con le labbra. Il sapere fa il maestro, ma è l'esempio che conferisce l'autorità... Insegnare attraverso le azioni è l'unica regola di chi vuole istruire. L'istruzione con le parole è il sapere; ma quando passa attraverso le azioni, diviene virtù. Quindi il sapere è autentico se unito alla virtù: solo quest'ultima è divina e non umana...


        «In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: 'Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!'» (Mt 3,1-2). «Convertitevi». Perché non dice piuttosto: «Rallegratevi»?  «Rallegratevi perché le realtà umane cedono il posto a quelle divine, le terrestri alle celesti, le momentanee alle eterne, il male al bene, l'incertezza alla sicurezza, la tristezza alla felicità, le cose che passano a quelle che resteranno per sempre. Il Regno dei cieli è ormai vicino. Convertitevi». Sia chiara la tua condotta di convertito! Tu che hai preferito l'umano al divino, che hai voluto essere schiavo del mondo piuttosto che vincitore del mondo col Signore del mondo, convertiti. Tu che hai perso la libertà che ti avrebbero dato le virtù perché ti sei sottoposto al giogo del peccato, convertiti; convertiti davvero tu che, per paura di possedere la Vita, ti sei consegnato alla morte.

lunedì 12 dicembre 2011

Lunedì della III settimana del Tempo di Avvento

ILVANGELO DEL GIORNO >>>

Questo fu per me lo scopo supremo a cui tesi nella conoscenza:
di non impiegare la vita in niente di vano,
ma di trovare quel bene,
trovato il quale non ci si sbaglia nel discernimento di ciò che è utile.

Gregorio di Nissa



P. F. Manns. L'ULTIMO PROFETA.
Sulle tracce di Giovanni il Battista



Mt 21,23-27 

In quel tempo, entrato Gesù nel tempio, mentre insegnava gli si avvicinarono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo e gli dissero: “Con quale autorità fai questo? Chi ti ha dato questa autorità?” 
Gesù rispose: “Vi farò anch’io una domanda e se voi mi risponderete, vi dirò anche con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?”. 
Ed essi riflettevano tra sé dicendo: “Se diciamo: ‘‘dal cielo’’, ci risponderà: ‘‘perché dunque non gli avete creduto?’’; se diciamo ‘‘dagli uomini’’, abbiamo timore della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta”. 
Rispondendo perciò a Gesù, dissero: “Non lo sappiamo”. Allora anch’egli disse loro: “Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose”.


IL COMMENTO


"Lei non sa chi sono io. Come si permette?". Quante volte risuona tra le nostre labbra questa frase sbattuta a malo modo in faccia a qualche malcapitato. Vigile urbano, impiegato delle poste, funzionario del Comune che sia. Qualcuno su cui, comunque, far valere i nostri diritti. Quelli acquisiti dalla nostra posizione sociale, vera o presunta, o dalle nostre capacità, più presunte che vere. Siamo convinti che gli altri, in genere, non comprendono chi siamo realmente. E non ci rispettano come meriteremmo. Il sentimento di aver subito un'ingiustizia è un denominatore più che comune delle nostre esistenze. Nel fondo del cuore rimbalza la domanda su chi abbia autorità su di noi. Chi può entrare nella nostra vita e contestarne qualcosa? Chi può dirci qualcosa?


A ben vedere, probabilmente, dovremmo rispondere nessuno. Moglie, marito, genitori, figli, colleghi, amici, suocere e nuore, nessuno ha il benchè minimo diritto. Siamo noi il primo e ultimo criterio, non v'è spazio per invasioni di campo. E così avviene con Dio. Anche se indossiamo il soprabito che ancora odora di incenso e sacrestia. Qualsiasi cosa sconvolga o turbi i nostri piani è un attentato alla nostra stessa persona. E a noi non la si fa tanto facilmente.


Però, non sappiamo rispondere alla domanda rimbalzataci da Gesù. La palla avvelenata con la quale tendiamo sempre insidie e trabocchetti per difendere la nostra stessa autorità ci ritorna tra le mani: "Vi farò anche io una domanda...". E non abbiamo parole, e ragioni. Il nostro silenzio di fronte alla domanda di Gesù provoca il suo silenzio. Se sapessimo cosa rispondere, significherebbe che avremmo accettato la sua autorità. Ma Gesù rimane in silenzio perchè ha capito che la domanda che poniamo, stretta tra mormorazioni, pregiudizi e rifiuti, non cerca una risposta: è una condanna previa, il segno di una decisione già presa nel cuore. Così è di tante riflessioni, spesso delle nostre preghiere. Anche se abbiamo lunghi anni di esperienze pastorali, anche se frequentiamo la Chiesa, e ascoltiamo assiduamente la Parola, ci accostiamo ai sacramenti, e siamo impegnati in mille attività. Quando giunge lo tsunami che svela la totale precarietà che ci costituisce, reagiamo come bestie ferite, e cerchiamo di sospingere il Signore fuori dalla nostra vita, mettendo in dubbio la sua autorità.


Gesù aveva rovesciato i tavoli dei cambiavalute, messo a soqquadro i locali del Tempio. Aveva fatto pulizia del profano e purificato il sacro. Aveva rotto equilibri ormai consolidati. Aveva turbato le coscienze. Già, ma con quale autorità? Con quale autorità il Signore sconvolge tante volte la nostra vita, le gerarchie esistenziali così faticosamente conseguite? Come si permette? Una malattia, un problema, un imprevisto. Una delusione, un tradimento, un fallimento. Non è accettabile, e Dio non può fare certe cose. Non può permettere che crolli tutto, che ci ritroviamo nudi, al buio, senza riuscire a comprendere nulla di quello che ci accade. La Parola sembra non dirci nulla, le preghiere paiono svanire nell'aria, il rapporto con gli altri è ridotto a un colabrodo. Non riusciamo più ad orientarci: i tavoli cui ci sedevamo per vendere e comprare, in un clima di preghiera e austerità, favori e affetti; i riti usuali come un lasciapassare verso la pace e la tranquillità; tutto per aria! E non ci rimane che un senso di frustrazione, l'incapacità di appigliarci a qualcosa, un lembo di certezza, uno straccio di pace. Niente! E quel silenzio assordante del Signore... Non una parola che giustifichi il suo operare. Non una parola a spiegare perchè con la moglie non va proprio, perchè i figli non ascoltano più, perchè al lavoro ricevo solo disprezzo, perchè la missione non funziona secondo lo schema appreso. Perchè non riesco più a pregare, perchè preferisco ritirarmi in me stesso, e mi sento lontano da Dio, pur desiderandone la presenza e l'amicizia che dia calore, consolazione e certezze alla mia vita. Eppure avevamo introdotto tutti i dati giusti, avevamo studiato, ci eravamo sacrificati, ci siamo inginocchiati. Ma arriva Lui e, invece di mettere la firma in calce ai nostri sforzi, fa saltare il banco, e la matematica spirituale cui avevamo chiesto pace e sicurezza, sembra impazzita. Il computer che ci aveva tante volte rassicurato, proprio quello in cui avevamo visto operare il Signore, non riconosce più le password, non accetta i dati, e il lavoro di tanti anni è da buttare! 


Come per i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo, anche per noi arriva il Messia, e ogni attesa, ogni speranza incasellata negli schemi prodotti dal mix di desideri e appetiti, è sconvolta. E rimane, sola e cruda, una totale precarietà, quella più difficile, la precarietà spirituale. Il Signore è passato come un'onda anomala, e non rimane in piedi nulla, è sconvolta la topografia dell'anima, non servono a nulla gli indirizzi cui avevamo abituato i sentimenti. Ci sentiamo persi e feriti proprio laddove, credendo di essere in regola con Dio, avevamo messo le radici del nostro cuore. E scopriamo che, al di là delle nostre certezze, quella roccia non era Lui. Stavamo aspettando un ideale messianico, un idolo e non il Messia. Volevamo certezze capaci di renderci immuni al dolore, estranei alla precarietà. Per questo il Signore oggi ci pone dinanzi il battesimo di Giovanni, il segno celeste di un perdono prossimo a sconvolgere il cuore e trasformare l'esistenza; e ci scopriamo incollati sulle apparenze, incapaci di discernere la traccia divina nelle parole infuocate e nelle gocce d'acqua versate dal Battista. I fatti che ci purificano, la famiglia nella quale siamo nati, la moglie, il marito, sono un dono del Cielo oppure no? La Croce che ci inchioda ogni giorno ad una debolezza che ci fa mendicanti, reca il segno dell'autorità di Dio sulla nostra vita o è un tragico equivoco di un destino manovrato dagli uomini? Non lo sappiamo. La folla di chi ha riconosciuto il dito di Dio in ogni evento, i santi, il Popolo di Dio, i fratelli: sono una folla quelli che ci testimoniano la natura celeste del battesimo impartito da Giovanni. E abbiamo paura di sbagliarci, che la loro testimonianza possa percuotere le nostre fragili certezze. Però neanche possiamo riconoscere apertamente la Verità, l'orgoglio ce lo impedisce. Testardi, ci chiudiamo nel silenzio, e spegniamo la luce, abbracciati alla sofferenza cullata dal dubbio e dal rifiuto.


Ma giunge anche oggi Gesù con questo Vangelo, pieno di zelo, della gelosia di un amante che arde d'amore. E' questa l'autorità di Gesù. I colpi di frusta con i quali sconvolge le nostre vite apparentemente tranquille e installate, sono mossi da un inguaribile zelo per i suoi amati. L'autorità della Croce, il Tempio del suo corpo distrutto per amore, perchè in esso sia distrutta la nostra carne di peccato, compromessa con il mondo e la corruzione. L'autorità dell'amore infinito.


Dietro ad ogni colpo inferto alle nostre traballanti sicurezze vi è l'amore indomito di Chi non si rassegna a vederci corrodere l'anima. Il commercio di affetti, il contrabbando di sicurezze, la maschera del sacro e del religioso che così spesso indossiamo, tutto è sconvolto, ed è amore. Il puro amore che ci fa puri nel crogiuolo del suo zelo. Il Signore non è un vigile che attenta al nostro onore di automobilisti vessati, è un Padre di misericordia che le tenta tutte pur di riscattarci dal tiepidume che ci porta all'inferno. Se crolla tutto nella nostra vita è perchè Lui sta ricostruendo tutto sull'unica Roccia capace di resistere. E tutto è nuovo in Lui, che viene alla nostra vita con l'autorità delle sue stigmate d'amore. Non ci risponde per indurci a gettar via le domande perverse, e a lasciare che purifichi il nostro cuore malato. Sradica ogni certezza spirituale ancor prima che materiale, per condurci a cercare e desiderare Lui solo, ad entrare nella notte oscura della precarietà, della solitudine, del dolore acuto dell'anima, per trovarvi l'unico rapporto che dia certezza autentica alla nostra vita, anche quando in nulla ci si può appoggiare. La notte che la frusta del Signore ha inaugurato nella nostra vita, suo Tempio eletto. La notte cantata da San Giovanni della Croce:


"Notte che mi guidasti,
oh, notte più dell’alba compiacente!
Oh, notte che riunisti
l’Amato con l’amata,
amata nell’Amato trasformata! 


Il termine ‘autorità’ infatti, deriva dal latino auctoritas, che a sua volta si rifà al verbo augere, che significa far crescere. Ecco l'autorità del Signore, la sua mano tesa con la frusta della Verità, che ci conduce nella notte, per farci crescere nell'amore autentico, il suo, riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo. Ogni autorità che non faccia crescere nell'amore di Cristo e nell'amore a Cristo è falsa, è un inganno demoniaco, una porta spalancata sull'inferno. Anche se reca l'impronta dei figli di Abramo. Per questo Giovanni Battista, predicando il suo battesimo, annuncia la totale novità che porterà il Messia: Egli farà nascere dalle pietre, dai cuori induriti, dai peccatori, i veri figli di Abramo, cuori di carne capaci di amare. Nessun certificato di appartenenza, nessuna pratica religiosa, nulla da vantare per ottenere la salvezza! Basta solo un cuore umile, contrito, sepolto nella verità e disposto ad accogliere l'amore sconvolgente di Gesù, la sua autorità volta a farlo crescere nell'abbandono fiducioso alla sua misericordia. 


Sì, siamo pietre, dure, fredde, mute. Ma Lui può fare di noi un cuore acceso d'amore, unica luce che trafigge anche la notte più oscura: "Egli ci ha insegnato ad amarlo, quando per primo ci ha amati fino alla morte di croce, incitandoci con l'amore e la predilezione ad amare lui, che per primo ci ha amati sino alla fine. Proprio così: ci hai amati per primo, perché noi ti amassimo; non che tu avessi bisogno del nostro amore, ma perché noi non potevamo essere ciò per cui ci hai creati se non amandoti. E quanto egli operò, quanto disse sulla terra, fino agli insulti, fino agli sputi e agli schiaffi, fino alla croce e al sepolcro, altro non fu che il tuo parlare a noi per mezzo del Figlio: incitamento e stimolo del tuo amore al nostro amore per te. Tu sapevi infatti, o Dio creatore delle anime, che quest'amore non poteva essere imposto alle anime dei figli degli uomini, ma bisognava semplicemente stimolarlo. E sapevi pure che dove c'è costrizione, non c'è più libertà; e dove non c'è libertà, non c'è nemmeno giustizia. Hai voluto dunque che ti amassimo noi che non potevamo nemmeno essere salvati con giustizia, se non ti avessimo amato, né potevamo amarti, se non ne avessimo avuto il dono da te. Ma noi ti amiamo con l'affetto d'amore che tu ci hai infuso. Il tuo amore invece è la tua stessa bontà, o sommamente buono e sommo bene; è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio; quegli che dall'inizio della creazione aleggia sulle acque, ossia sulle menti fluttuanti dei figli degli uomini, donandosi a tutti, tutto a sé attirando, ispirando, favorendo, allontanando ciò che è nocivo, provvedendo ciò che è utile, unendo Dio a noi e noi a Dio." (Guglielmo di Saint-Thierry, La contemplazione di Dio).




San Cirillo di Gerusalemme (313-350), vescovo di Gerusalemme, dottore della Chiesa 
Catechesi 12, 6-8


« Perché dunque non gli avete creduto ? »


I profeti sono stati inviati, insieme con Mosè, per guarire Israele ; loro però curavano tra le lacrime, non riuscendo a dominare il male, come ha detto uno di loro: «Ahimé! L'uomo pio è scomparso dalla terra» (Mi 7,2)... Grande era la ferita dell'umanità; dalla pianta dei piedi alla testa non c'era una parte sana, nessun punto dove poter mettere fascia, o olio, o benda (Is 1,6). I profeti sfiniti dalle lacrime dicevano: «Chi verrà da Sion a dare la salvezza?» (Sal 14,7)... E un altro profeta supplica in questi termini: «Signore, piega il tuo cielo e scendi» (Sal 144,5). Le ferite dell'umanità superano i nostri rimedi. Hanno ucciso i profeti e demolito i tuoi altari (1 R 19,20). La nostra miseria non può essere guarita da noi ; abbiamo bisogno di te per rialzarci.


Il Signore ha esaudito la preghiera dei profeti. Il Padre non ha disprezzato la nostra razza straziata ; ha mandato dal cielo suo Figlio come medico. «Viene il Signore che voi cercate, e subito verrà» dice un profeta. Dove? «Nel suo Tempio» (Ml 3,1), dove avete lapidato il suo profeta (2 Cr 24,21)... Dio ha detto ancora: «Ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. Nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore» (Zc 2,14) ... Ora verrà a radunare tutti i popoli e tutte le lingue (Is 66,18), poiché «venne fra la sua gente ma i suoi non l'hanno accolto» (Gv 1,11).


Vieni; e cosa doni alle genti? «Io verrò a radunare tutti i popoli. Io porrò in essi un segno» (Is 66,19). Infatti in seguito al mio combattimento sulla croce, dono a ciascuno dei miei soldati di portare sulla fronte il sigillo regale (Ap 7,4). Un altro profeta ha detto: «Abbassò i cieli e discese, fosca caligine sotto i suoi piedi» (Sal 18,10). Ma la sua discesa dai cieli è rimasta sconosciuta dagli uomini.





J. Danieolou. Il battesimo di Giovanni.


La missione di Giovanni non è consistita soltanto nel predicare ma anche, nel battezzare. Ed è tanto importante questo aspetto della sua missione che ad esso si riferisce il nome che propriamente, lo definisce: Giovanni il Battista. Infatti, ai suoi contemporanei è apparso soprattutto come colui che battezza «e venne a predicare il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati» (Lc. 3, 3). E le folle accorrevano per farsi battezzare. Essenziale è quindi il capire a che cosa corrisponda questo battesimo, che significato abbia nella missione di Giovanni e nella preparazione della Parusia. Allora soltanto la missione di Giovanni ci apparirà nella sua totalità.
Il Battesimo, cioè il rito religioso dell'immersione in un'acqua corrente, non è stato inventato da Giovanni. Come la maggior parte dei riti, anche questo fa già parte della religione naturale e si trova in una gran parte delle religioni con significati diversi, dei quali il più comune è quello della purificazione. In particolare, il battesimo sembra legato alla tradizione dei popoli che abitavano le rive del Giordano. Non era un rito ebraico. Inoltre il Giordano non occupa molta parte nella Bibbia. Tuttavia esiste un episodio significativo. Sappiamo che il generale siriano Naaman, per ordine di Eliseo, si immerge tre volte nel fiume ed è guarito dalla lebbra. L'esistenza di battesimi nel fiume Giordano al tempo di Giovanni è confermata dal fatto che questo rito viene praticato in numerose sette. J. Thomas è stato in grado di scrivere un importante libro sul movimento battista al tempo di Cristo in Galilea e in Giudea.
Ciò che importa, quindi, non è tanto il rito dell'immersione nel Giordano, ma il significato che ad esso attribuisce Giovanni.
Ora, assai evidente è il suo legame alla conversione, alla penitenza. Giovanni predica « un battesimo di penitenza ». L'immersione nel Giordano esprime ed insieme ratifica tale conversione. Essa vuol significare la volontà di rottura con l'esistenza passata e la nascita ad un'esistenza. nuova. In questo senso, il significato del battesimo giovanneo, antic1pa quello del battesimo cristiano. Del resto, è evidente che il battesimo cristiano si colloca nel prolungamento del battesimo di Giovanni e non in quello di altri riti quali il battesimo dei proseliti ebrei o le abluzioni dei monaci esseni.
Tuttavia vi è ancora un abisso fra il battesimo di Giovanni ed il battesimo cristiano. Lo dichiara lo stesso Giovanni quando dice: «lo vi ho battezzati nell'acqua ma Egli vi battezzerà nello Spirito Santo» (Mc. 1, 8). Il battesimo cristiano farà seguito alla Parusia, alla venuta della Gloria del Signore, all'effusione dello Spirito alla Pentecoste. Appartiene al mondo della nuova creazione, già realizzato nella Gloria del Cristo risorto. Sarà il segno visibile ed efficace, il sacramento della partecipazione alla vita del Cristo risorto. Questo fiume d'acqua viva che sgorga dal trono di Dio e dell'Agnello e che è lo Spirito Santo medesimo effuso sopra gli uomini con il battesimo, trasforma questi uomini in creature nuove, il nuovo Paradiso fatto di alberi vivi, il nuovo Tempio fatto di pietre vive.
Non così il battesimo di Giovanni. Egli non,' può donare lo Spirito, perché lo Spirito non è ancora stato donato. Ma predispone al dono di esso. Appartiene all'ordine delle preparazioni e tuttavia segna un percorso decisivo. Sancisce la conversione ,dei cuori attraverso un procedimento visibile, costituito una rottura con il passato.
Attesta l'insufficienza di appartenere all'antico Israele. Aggrega ad una comunità nuova, la comunità di coloro che si predispongono alla venuta del Signore. E questo è così vero che anche dopo la venuta della Gloria di Dio nel Cristo i discepoli di Giovanni continueranno a formare: un gruppo a sé. Li incontriamo nel Vangelo dove vediamo che Giovanni li orienta verso il Cristo, ma li incontriamo anche negli Atti degli Apostoli che riferiscono, che ad Efeso vi sono uomini che conoscono soltanto il battesimo di Giovanni (19, 3). E Paolo dice loro: « Giovanni ha battezzato con, il battesimo di penitenza dicendo al popolo di credere in Colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè Gesù» (19, 4). 
Il ruolo di Giovanni nella storia assume qui una consistenza nuova. Egli non è soltanto predicatore di un messaggio, ma creatore di una comunità. Benché lo spazio che occupa tale comunità sia molto ristretto, ciò nondimeno essa costituisce un passaggio intermedio fra il popolo dell'Antico Testamento e la Chiesa della Nuova Alleanza. I discepoli di Giovanni non sono più semplicemente i figli di Abramo, sono la comunità di coloro che si sono convertiti negli ultimi tempi, sono coloro che si preparano al compimento delle promesse profetiche; essi appartengono ancora ai tempi della preparazione, non sono ancora la Chiesa dei risorti. Tuttavia, quale fondatore di una comunità, il ruolo di Precursore di Giovanni ci appare sotto una luce nuova. Egli non prepara soltanto il Cristo ma anche abbozza già la struttura (1) della Chiesa come comunità e del battesimo come rito di aggregazione a questa comunità.
La predicazione della conversione in vista del Giudizio che viene è dunque il contenuto essenziale della missione di Giovanni, rimarrà una parte essenziale della missione della Chiesa, ed era già stata in precedenza una parte essenziale della missione dei profeti. Sono queste le stesse realtà fondamentali che incontriamo via via nelle diverse epoche della Storia sacra. Le loro modificazioni dipendono dall'essere situate a tappe diverse di tale Storia. Altro è la tappa profetica altro la tappa giovannea, altro quella della Chiesa. Ma poiché gli atteggiamenti sono pur sempre i medesimi, quanto appartiene ad un'età resta valido anche per le altre. Così è per il messaggio di Giovanni. Anche se, storicamente, corrisponde al periodo che precede la prima Parusia, questo messaggio di conversione del cuore in vista della venuta del Signore, resta vivo e valido durante tutto il tempo della Chiesa, nel quale la Chiesa tutta intera è ufficialmente inviata dalla Trinità a predicare all'umanità la conversione del cuore in vista della seconda Parusia, la venuta definitiva della Gloria.

Da: I Segni dei Tempi