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giovedì 19 marzo 2015

19 marzo . San Giuseppe .



Il coraggio di guardare il cielo


Questa celebrazione ha profonde radici bibliche; Giuseppe è l'ultimo patriarca che riceve le comunicazioni del Signore attraverso l'umile via dei sogni. Come l'antico Giuseppe, è l'uomo giusto e fedele (Mt 1,19) che Dio ha posto a custode della sua casa. Egli collega Gesù, re messianico, alla discendenza di Davide. Sposo di Maria e padre putativo, guida la Sacra Famiglia nella fuga e nel ritorno dall'Egitto, rifacendo il cammino dell'Esodo. Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale e Giovanni XXIII ha inserito il suo nome nel Canone romano. (Mess. Rom.)

Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali

Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico

Emblema: Giglio
Martirologio Romano: Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.

Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.
San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.
Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.
Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la grazia della Redenzione.
San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.
Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bel “aggiunto” di fede.
Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Emblema: GiglioMartirologio Romano: Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la grazia della Redenzione.San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bel “aggiunto” di fede.
Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Emblema: GiglioMartirologio Romano: Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”, estensivamente si può dire “aggiunto in famiglia”. Può essere che l’inizio sia avvenuto col nome del figlio di Giacobbe e Rachele, venduto per gelosia come schiavo dai fratelli. Ma è sicuramente dal padre putativo, cioè ritenuto tale, di Gesù e considerato anche come l’ultimo dei patriarchi, che il nome Giuseppe andò diventando nel tempo sempre più popolare. In Oriente dal IV secolo e in Occidente poco prima dell’XI secolo, vale a dire da quando il suo culto cominciava a diffondersi tra i cristiani. Non vi è dubbio tuttavia che la fama di quel nome si rafforzò in Europa dopo che nell’Ottocento e nel Novecento molti personaggi della storia e della cultura lo portarono laicamente, nel bene e nel male: da Francesco Giuseppe d’Asburgo a Garibaldi, da Verdi a Stalin, da Garibaldi ad Ungaretti e molti altri ancora.San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Strumenti di lavoro per contadini e pastori nonché umili mobili ed oggetti casalinghi per le povere abitazioni della Galilea uscirono dalla sua bottega, tutti costruiti dall’abilità di quelle mani ruvide e callose.Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca. Intorno alla sua figura si sbizzarrirono invece i cosiddetti vangeli apocrifi. Da molte loro leggendarie notizie presero però le distanze personalità autorevoli quali San Girolamo (347 ca.-420), Sant’Agostino (354-430) e San Tommaso d’Aquino (1225-1274). Vale la pena di riportare soltanto una leggenda che circolò intorno al suo matrimonio con Maria. In quella occasione vi sarebbe stata una gara tra gli aspiranti alla mano della giovane. Quella gara sarebbe stata vinta da Giuseppe, in quanto il bastone secco che lo rappresentava, come da regolamento, sarebbe improvvisamente e prodigiosamente fiorito. Si voleva ovviamente con ciò significare come dal ceppo inaridito del Vecchio Testamento fosse rifiorita la grazia della Redenzione.San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II. Vuole tuttavia la tradizione che egli sia protettore in maniera specifica di falegnami, di ebanisti e di carpentieri, ma anche di pionieri, dei senzatetto, dei Monti di Pietà e relativi prestiti su pegno. Viene addirittura pregato, forse più in passato che oggi, contro le tentazioni carnali.Che il culto di San Giuseppe abbia raggiunto in passato vette di popolarità lo dimostrano anche le dichiarazioni di moltissime chiese relative alla presenza di sue reliquie. Per fare qualche esempio particolarmente significativo: nella chiesa di Notre-Dame di Parigi ci sarebbero gli anelli di fidanzamento, il suo e quello di Maria; Perugia possiederebbe il suo anello nuziale; nella chiesa parigina dei Foglianti si troverebbero i frammenti di una sua cintura. Ancora: ad Aquisgrana si espongono le fasce o calzari che avrebbero avvolto le sue gambe e i camaldolesi della chiesa di S. Maria degli Angeli in Firenze dichiarano di essere in possesso del suo bastone. È sicuramente un bel “aggiunto” di fede.

Festa del Papà

Oggi è la Festa del Papà che per i cattolici viene festeggiato il giorno dedicato a San Giuseppe.
Vi siete mai chiesti quale sia l'origine di questa Festa dedicata ai Papà???  Ecco un pò di storia racimolata qui e là...
Questa festa sembra si sia svolta per la prima volta nel 1908, il 5 luglio a Fairmont nel West Virginia presso la chiesa metodista locale.
Nel 1909 la signora Smart Dodd ascoltando un sermone nel giorno dedicato alla mamma ed ignorando che a Fairmont  si festeggiava già il Papà, organizzò anche lei questa festa per la prima volta a Spokane, Washington il 19 giugno 1910 e, scelse questo giorno perchè era il compleanno di suo padre.
La Festa del Papà viene celebrata in date diverse e varia da Paese a Paese mentre invece al di fuori della religione, secondo la tradizione statunitense si tiene sempre la terza domenica di giugno.
In molti paesi di tradizione cattolica, viene scelto il 19 marzo come Festa del Papà perchè San Giuseppe festeggiato quel giorno viene considerato "il padre putativo di Gesù".
Nel 1030 i Monaci Benedettini seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani poi nel 1399 celebravano gia  questa ricorrenza. Gli interventi dei papi Sisto IV e Pio V fu poi resa obbligatoria da papa Gregorio VI nel 1621.  I papi Pio IX e Pio XI consacrarono il giorno della ricorrenza il 19 marzo che era dedicato a San Giuseppe.
San Giuseppe e il bambino Gesù in un dipinto di Guido Reni

la festa dedicata a lui ha origini molto antiche che risalgono addirittura alla tradizione pagana. Il 19 marzo infatti corrisponde alla vigilia dell'equinozio di primavera, periodo in cui si svolgevano i baccanali, i riti donisianici per la fertilità, come pure si svolgono i riti della purificazione agraria.
Il santo oltre ad essere il patrono dei falegnami e degli artigiani, lo è anche dei poveri perchè  a San Giuseppe e Maria fu negato il riparo per la notte e quindi è legato anche il pane spesso deposto sugli altari.
Altre notizie più dettagliate le trovate QUI da cui ho tratto queste informazioni ma anche da altre fonti raccolte nel tempo.
Curiosità, in Corea si festeggia l'8 maggio, in Danimarca ma come Festa dei Genitori il 5 giugno, ma altre date diverse tra loro sono sparse tra Europa, Asia e America.
In Italia l'alimento tradizionale di questa festa sono le "fritelle" a Firenze e a Roma, le "zeppole" a Napoli e in Puglia e le "sfincie" a Palermo mente nel Canton Ticino sono i "tortelli". Che poi siano dolci o trattasi di pasta ripiena questa lo dovete scroprire voi.
Una mia considerazione personale.
Anche la Festa del Papà, come quella passata dell'8 Marzo, la Festa della Mamma che sarà la seconda domenica di maggio, ecc. sono tutte ricorrenze che ormai, scusatemi se lo dico, sono diventatemolto consumistiche. Forse però questa volta con la crisi ormai in corso da tanto tempo il commercio spera di riuscire a vendere qualcosa di più ma, i soldi in tasca sono pochi e non credo che ci sarà un boom negli acquisti. 
Tanti AUGURI a tutti i PAPA', 
passate una bellissima giornata assieme alla vostra Famiglia 
ed ai vostri Bimbi.
  
Risultati immagini per festa del papà
dal web

mercoledì 18 marzo 2015

Fermati nel Silenzio davanti a DIO, Riscopri...chi sei.

Nel silenzio...Fermati... davanti a DIO e Riscopri chi sei.

Nel silenzio

Un uomo che lavorava in una fabbrica di ghiaccio, perse un prezioso orologio. 

Vari colleghi lo aiutarono alla ricerca, per quest'uomo quell'oggetto aveva un grande valore affettivo, c'è chi gridava :
"cerchiamo di qui."
altri gridavano: 
"cerchiamo di qua."
Resta il fatto che cercarono per più di due ore ma senza successo. 
Andarono a pranzare e quando tornarono videro un bambino che si recava verso di loro con l'orologio che cercavano. Lo fermarono e gli chiesero: 
"Come hai avuto questo orologio?"
rispose il bambino :
"Ho visto che eravate talmente presi da frenesia nel cercare l'orologio che ho approfittato della pausa pranzo per cercarlo con tranquillità; infatti a differenza vostra sono stato in silenzio ad ascoltare il TIC TAC dell'orologio e lo trovato." 


In che posto cerchiamo Dio? Molte volte siamo talmente presi dalla stressante quotidianità nel mondo, siamo talmente avvolti nelle generalità delle cose che, nell'agitazione e nel disordine spirituale nel quale viviamo, non siamo capaci di fermarci ad ascoltare la voce del Signore. 


Dio parla nel silenzio! Impariamo ad ascoltarlo e scopriremo il più grande tesoro della nostra vita.


Chiesero a un saggio: «Parlaci della Preghiera».
Il maestro rispose: «La dottrina della Preghiera è suddivisa in dieci capitoli. Se farai attenzione, te ne dirò qualcosa: “parlare poco” è l’argomento del primo, “tacere” è quello degli altri nove». 
Se la tua anima prenderà l’abitudine di tacere, ogni atomo ti parlerà. 
Tu mormori come un torrente, ma solo se imparerai a tacere diventerai oceano. E chi in questo oceano vorrà cogliere la perla della parola di Dio dovrà tuffarsi e trattenere il respiro.




Guarda come la natura – gli alberi, i fiori, l’erba – cresce in silenzio; guarda le stelle, la luna, il sole muoversi in silenzio… Abbiamo bisogno di silenzio per riuscire a toccare le anime.


- Madre Teresa di Calcutta -



Spesso l'uomo grida: ma Dio non vede? Perchè Dio tace? Perchè il silenzio di Dio? 
Non si può dire: il silenzio di Dio.
Dobbiamo dire: il silenzio degli uomini, poichè essi non utilizzano lo strumento per cogliere le risposte che Dio dà ai loro interrogativi.

- Don Oreste Benzi - 





Buona giornata a tutti. :-)

martedì 17 marzo 2015

Porto dentro il mio cuore...Tre certezze.

"Porto dentro il mio cuore" e "Tre certezze" 

- Fernando Pessoa

Ho viaggiato per più terre
di quelle che ho toccato.
Ho visto più paesaggi di
quelli su cui ho posato gli occhi.
Ho fatto esperienza di più
sensazioni
di tutte le sensazioni che
ho sentito
perché, per quanto sentissi
sempre qualcosa mi mancava
e la vita sempre mi
afflisse, sempre fu poco.
Non so se la vita è poco o
è molto per me.
Non so se sento troppo o
poco, non so
se mi manca lo scrupolo
spirituale, il punto di
appoggio dell'intelligenza
la consanguineità con il
mistero delle cose, scossa
ai contatti, sangue sotto 
i colpi, fremito ai rumori
o se un altro significato
più comodo e felice c'è per questo.
Sia come si vuole, per quanto
interessante in ogni momento
la vita finisce per dolere
tagliare, radere, stridere
a dar voglia di urlare
saltare, restare per terra, uscire
fuori da tutte le case 
da tutte le logiche
e da tutte le pensiline
e andare a essere selvaggi
fra cadute, e pericoli 
e assenza del domani
e tutto ciò dovrebbe essere
un'altra cosa
più vicina a ciò che penso
a ciò che penso o sento
che non so nemmeno
cosa sia, oh vita.

- Fernando Pessoa -
da “Porto dentro il mio cuore"





Tre certezze -  Fernando Pessoa

Di tutto restano tre cose:
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell'interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,
una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.

- Fernando Pessoa -



Un alito di musica o di sogno, qualcosa che faccia quasi sentire, qualcosa che non faccia pensare.

- Fernando Pessoa -
da “Il libro dell’Inquietudine”



Il valore delle cose non è determinato dal tempo che durano, ma dall’intensità con le quali succedono.

Per questo esistono momenti indimenticabili, cose inspiegabili e persone incomparabili.


- Fernando Pessoa -





Buona giornata a tutti.

lunedì 16 marzo 2015

PREMIO GIORGIO FALETTI - PRIMA EDIZIONE

giorgio_faletti_asti_biblioteca

www.premiogiorgiofaletti.it

giorgio_faletti_premio_newsPREMIO GIORGIO FALETTI - PRIMA EDIZIONE
Sabato  4 e domenica 5 luglio 2015 si terrà ad Asti la prima edizione del Premio Giorgio Faletti, un omaggio a un grande artista da parte della sua città natale a un anno dalla scomparsa, oltre che un’occasione per celebrare il suo genio e la sua inesauribile creatività.
Sabato 4 luglio alle 21 al Teatro Alfieri andrà in scena in prima nazionale “L’ultimo giorno di sole”, spettacolo di parole e canzoni inedite scritto da Giorgio Faletti per l’attrice e cantante  Chiara Buratti, con regia di Fausto Brizzi e arrangiamenti musicali di Andrea Mirò. Un progetto fortemente voluto e portato a compimento da Giorgio, dove il suo inconfondibile stile narrativo prende per mano il suo estro musicale per regalare al pubblico un’altra storia, per “camminare fino al fondo di un mondo inventato”.
 FONTE: www.giorgiofaletti.it/news/

Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore .


La teologia di papa Francesco

ROBERT CHEAIB, Theologhia

Che Jorge Maria Bergoglio sia un personaggio carismatico è fuori dubbio, ma il carisma non è che un tratto umanamente auspicabile in un papa. Ciò che non dovrebbe mancare è il radicamento teologico. In un libro uscito in contemporanea con il secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco, il cardinale Walter Kasper presenta un tentativo di approssimazione al «fenomeno Francesco dal punto di vista teologico del pontificato, evidenziando le nuove prospettive che si aprono».
Il volume Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore edito dalla Queriniana per la collana “giornale di teologia” consta di una premessa, dodici capitoli e una conclusione a mo’ di prospettiva verso il futuro. Kasper offre un contributo apprezzabile volto a mostrare il radicamento teologico nella grande tradizione delle novità di papa Francesco. Già all’inizio del libro Kasper spiega, infatti, che «la sorprendente novità della sorpresa rappresentata da questo papa non consiste in alcune innovazioni, bensì nell’eterna novità del vangelo, che è sempre lo stesso e tuttavia di continuo sorprendentemente nuovo e perennemente attuale», proprio perché Gesù è il Vangelo eterno e «la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili» (EG 11).
Innovazione “radicale”
L’innovazione di Francesco si radica nella tradizione, ma con una convinzione importante: quella che la tradizione tramanda la brace non le ceneri. Francesco viene dalla scuola della teologia kerygmatica. Per questo – spiega Kasper – egli non è «un francescano mascherato; egli è in tutto e per tutto un gesuita». Nello spirito di sant’Ignazio, Francesco non parte dalla dottrina, ma dalla situazione concreta e applicando le regole del discernimento spirituale perviene a decisioni concrete.
Francesco fa teologia in contesto e nella sua teologia contestuale egli «vuole illuminare la situazione della chiesa e del cristiano nel mondo attuale a partire dal vangelo. Qui la fede cristiana non è un’ideologia che vuole chiarire ogni cosa; essa non è paragonabile ad una luce artificiale che illumina tutto il corso della nostra vita; è piuttosto come una lanterna che ci fa luce nel cammino della vita nella misura in cui noi stessi andiamo avanti».
È di eloquente profondità la visuale sulla fede enunciata nella Lumen fidei: «La fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella not­te i nostri passi, e questo basta per il cammino» (LF 57).
Primato del Vangelo
Il radicamento di Francesco va alla radix del vangelo che è l’annuncio lieto dell’amore di Dio all’uomo. Sulla scia di Tommaso – citato esplicitamente in Evangelii gaudium 37 e 43 – Francesco ribadisce che il vangelo «non è una legge scritta, non un codice di dottrine e precetti, bensì il dono interiore dello Spirito Santo, che ci viene dato con la fede e che opera nell’amore». Le leggi e le prescrizioni sono secondarie e hanno il compito di indirizzarci al dono della grazia o a farla fruttare. (cf. Summa theologhiae I-II q. 106 a. 1 e 2).
Questo primato del dono di Dio e dell’amore di Dio è il cuore dell’annuncio di Francesco. Con esso, papa Bergoglio si colloca nella scia della tradizione e soprattutto nel solco dei grandi papi recenti che l’hanno preceduto (cf. Paolo VI, Evangelii nuntiandi; Giovanni Paolo II, Redemptoris missio; Benedetto XVI, Porta fidei).
L’accentuazione fondante e fondamentale del contenuto evangelico non costituisce nell’insegnamento di Francesco una deriva pietistica o arbitraria giacché il principio cristico non è esclusivo, ma inclusivo. Cristo è – per usare il gergo di von Balthasar – l’universale concretum personale, colui che offre la sintesi dell’uomo e di Dio e la chiave ermeneutica di tutte le esperienze dell’umano.
Miserando atque eligendo
Lo stemma episcopale dell’arcivescovo di Buenes Aires è stato spiegato e dispiegato già durante il suo primo angelus da Pontefice. Parafrasato, lo stemma, ispirato a Beda il Venerabile, è una lezione sulla vocazione: «Guardandomi con gli occhi della sua misericordia, egli mi ha scelto». Nel primo angelus del 17 marzo 2013, Francesco ha ricordato che Dio «mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono». Tommaso d’Aquino ci ricorda che la misericordia è il volto della natura divina rivolto verso l’esterno (cf. STh I q. 21, aa. 3ss).
Anche qui, Francesco è non solo nel cuore dell’insegnamento biblico sulla grazia e sulla graziosità di Dio, ma anche nella scia dei suoi predecessori (cf. Giovanni Paolo II, Dive sin misericordia; Benedetto XVI, Deus caritas est).
Kasper spiega che l’importanza data alla misericordia come principio ermeneutico della fede perché, essendo essa la più fondamentale delle proprietà di Dio, essa pone di fatto al centro della riflessione e dell’esperienza cristiana Dio stesso.
Il volume di Kasper prosegue prendendo atto della rinnovata prospettiva ecclesiastica di Papa Francesco, una ecclesiologia che pone al centro della sua esplicazione l’immagine biblica e conciliare della Chiesa come “popolo di Dio”. È alla luce di questa ermeneutica ecclesiale che si possono e si devono capire le posizioni di Papa Bergoglio sia in ambito intra-ecclesiale sia in ambito extra-ecclesiale in relazione agli altri cristiani e alle altre religioni.
Dopo due anni di pontificato, possiamo affermare che il messaggio teologico grande di Francesco è quello di «vivere nella verità». Ciò che colpisce nella sua figura, infatti, è il vivere in prima persona il suo annuncio, quello di una Chiesa che proclama e incarna il primato di Cristo, una Chiesa povera per i poveri. Il suo è un programma profondamente teologico perché radicato nella logica evangelica delle beatitudini.

Il vestito nuovo del re...

Il vestito nuovo del re - Hans Christian Andersen

C’era una volta un re molto vanitoso, il quale non pensava ad altro che ad indossare gli abiti dei migliori sarti del suo reame. 
Un giorno gli si presentarono due imbroglioni che gli dissero: «Noi siamo capaci di confezionarti un vestito così bello che mai nessuno ne ha portato l’eguale. Però, se la persona che vi posa lo sguardo è stolta, o non è degna del posto che occupa, non riuscirà a vederlo. Solo chi è intelligente e saggio lo potrà vedere». 
Il re aderì entusiasta e ordinò subito il vestito nuovo, alloggiò i sarti nella sua reggia, diede loro tutto il necessario, e rimase in attesa. 
Dopo alcuni giorni mandò il suo primo ministro a controllare se il vestito fosse pronto. 
I sedicenti sarti risposero di sì e mostrarono all’inviato del re un angolo con alcune stampelle, ma del vestito nessuna traccia. Sapendo il ministro che l’indumento sarebbe rimasto invisibile agli inetti e agli stolti, fece finta di vederlo e ne lodò a lungo l’originalità, i drappeggi, i colori. Poi andò a riferire tutto al re, descrivendo e magnificando oltre ogni dire il nuovo abito. 
Il sovrano, al colmo dell’eccitazione, ordinò che gli fosse portato. Arrivarono i sarti con sagome e stampelle, sulle quali ovviamente non c’era nulla. 
Ma anche il re, per non fare brutta figura, osservò che il vestito era meraviglioso, anzi, lo avrebbe indossato subito e sarebbe uscito per la città in parata. Si fece togliere ciò che indossava e si lasciò “rivestire” dai finti sarti; poi, con tanto di dignitari, cortigiani, fanfara, scorta e musicanti, uscì per la città. 
Intanto la notizia si era diffusa in un battibaleno e le vie, i balconi, le piazze erano gremite da non dirsi. E tutti, dignitari e popolo, non facevano che osannare il vestito nuovo del re. 
Ma all’improvviso un bambino tra la folla si mise a gridare: «Guardate, guardate, il re va in giro per la strada nudo!». Allora tutti si guardarono in faccia, cominciarono a bisbigliare e poi a ridere a crepapelle. E il sovrano, rosso di vergogna, si ritirò di corsa nella reggia. 
C’era voluta la trasparenza di un bambino per smascherare un’intera parata di ipocrisia. 

Da una novella di Hans Christian Andersen



Il lupo non viene da noi con la sua faccia rossa e le sue corna. Lui viene da noi travestito da tutto quello che abbiamo sempre desiderato.




Per San Gregorio Magno l’invidia non solo sconfessa il comandamento della carità ma è un vizio capitale molto prolifico: da essa scaturiscono mormorazione, detrazione, distruzione dell’altro, risentimento, gioia per la sua rovina, odio sino all’omicidio».




Gesù e la libertà 

….. Opposto alla figura di Gesù il Vangelo presenta l'uomo che non volendo raggiungere la sua pienezza umana mediante la pratica di un amore fedele, tenta di farlo mediante la pratica religiosa* elevata da mezzo a fine e che diventa un alibi, un surrogato ed un ostacolo alla sua pienezza divino/umana.
[* Con Religione intendiamo quell'insieme di atteggiamenti, desideri, aspirazioni dell'uomo rivolti verso la divinità per ottenerne la benevolenza]
Gesù non si stanca di mettere in guardia da atteggiamenti "religiosi" (Mt 23). Questi danno all'uomo l'illusione di aver già raggiunto la sua pienezza ma ne paralizzano di fatto il processo crescitivo.
Al contrario dei maestri spirituali della sua epoca, Gesù lascia piena libertà ai suoi nella vita spirituale.
Mai impone ai suoi delle preghiere o dei comportamenti particolari che distinguano il gruppo.
Il "distintivo" della comunità di Gesù non consisterà né in abiti né in oggetti particolari da indossare e né da proibizioni o regole igienico-alimentari.
L'unico distintivo dal quale si riconosce che un individuo appartiene al gruppo di Gesù è un amore che assomigli sempre più a quello di Dio: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35).
Gesù ponendo - come unico distintivo della sua comunità - la pratica visibile di questo amore, esclude ogni altro criterio. L'identità della sua comunità non verterà in osservanze, leggi o culti.
Ciò che distingue è in realtà quel che avvicina agli altri. Infatti mentre ogni distintivo (sia esso abito, segno di riconoscimento, culto, ecc.) "distingue" cioè separa, l'amore, che è un linguaggio universale, unisce.(..)

-  Padre Alberto Maggi -




Buona giornata a tutti. :-) leggoerifletto

domenica 15 marzo 2015

Cenerentola...


Cenerentola, la ragazza salvata dalla cenere

Cenerentola nella cenere, di Edmund Dulac, illustratore francese (1882-1953)
Cenerentola nella cenere, di Edmund Dulac, illustratore francese (1882-1953)


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di Renato Calvanese
Per capire una fiaba bisogna cancellare la distinzione tra realtà e fantasia. Le fiabe sono troppo vive, e la vita è troppo fantastica perché tale distinzione possa essere valida. La storia di Cenerentola, in uscita in questi giorni nelle sale cinematografiche nella versione girata da Kenneth Branagh, non fa eccezioni: non è infatti solo un racconto destinato a popolare l’immaginazione di un bambino, pieno com’è di colpi di scena, di personaggi curiosi, di animali parlanti, e non è nemmeno l’ennesimo atto della propaganda maschilista che suggerisce alle donne di tutto il mondo che il massimo cui aspirare è incontrare un principe azzurro e sposarlo. Cenerentola è invece la risposta convinta a questa domanda che prima o poi assale la vita di ognuno di noi: che cos’è l’uomo?
C’è qualcuno che se ne curi o è solo polvere che viene dalla polvere?
Cenerentola è la regina della cenere, la figura di colei che letteralmente si rivolta nella polvere, oppressa com’è da una realtà che continuamente le rende presente la sua miseria. A questa condizione prova a reagire dispensando gentilezza e docilità senza ottenere non dico una ricompensa, ma nemmeno un’attenuazione della pena. Nessun gesto, seppure ben fatto, serve a liberarla dalla morsa di una realtà ingiusta, cattiva e insensibile ad ogni supplica. La sporcizia, questo è il posto che il mondo ha pensato per Cenerentola. La sporcizia di un caminetto ricolmo di cenere. Un lamento senza fine apparentemente destinato a non essere mai udito da nessuno. E’ questa l’ultima parola sulla mia vita? E’ la cenere il mio destino?
Un povero non avrebbe dubbi sulla risposta da dare; anche l’ultimo dei mendicanti custodisce nel proprio intimo una parola, un sogno, che ha in sé la forza di ricordare che la realtà, che ciò che si vede non è tutto. L’uomo non è solo ciò che si vede. La realtà non si esaurisce in ciò che è pensabile, ragionevole o prevedibile. Una zucca può trasformarsi in carrozza, un topolino in destriero, uno straccio in un vestito splendido, e una lavandaia può trasformarsi in una regina. E’ quello che accade tutti i giorni.
“I sogni son desideri di felicità” canta allegramente la Cenerentola di Walt Disney, ed è proprio questo il mistero custodito dalla fiaba: il mistero di una persona miserabile che nonostante tutti i segni contrari continua a credere nella propria grandezza. Il dramma che si consuma nella fiaba, così come nella nostra esistenza consiste proprio in questo conflitto tra una realtà che ti umilia, che ti accusa, che ti fa continuamente presente un limite, e un desiderio di grandezza infinito che non si sa dove viene. Un desiderio che non è incredibile pensare che non sia di questo mondo. Sotto la cenere, in mezzo alla fuliggine di una vita sbagliata e disordinata, arde la brace di un desiderio di un’esistenza completamente altra, finalmente vera. Cenerentola diventa così l’incarnazione di una fierezza invincibile, di una tenace e paziente speranza nonostante tutte le privazioni. Nel suo cuore è depositata una verità che ha la forza di un richiamo: “io sono degna di stare accanto ad un re. Nonostante tutte le mie miserie un castello è la mia casa, un regno è ciò che mi spetta.”
Il cuore di questa fiaba millenaria è tutto qua: la progressiva scoperta della propria dignità regale. Una dignità che però non va conquistata, perché non dipende da quello che fai, dal curriculum scolastico o dalla posizione lavorativa. Questa dignità è il frutto di un’elezione, proprio come cantato nel Magnificat: il Signore ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. L’umiltà, non le gesta eroiche, non le mie vittorie, non i miei primati. Anche questo è scritto nella fiaba. Cosa fa infatti Cenerentola per Cenerentola, la ragazza salvata dalla cenere di Renato Calvanese pag. 1 di 2 ealizzare il suo sogno? Diciamo che ogni volta che si dà da fare finisce a gambe all’aria. Ad esempio quando alla notizia del gran ballo si arma di ago e filo e confeziona da sé il suo abito, destinato poi a finire a brandelli sotto le unghie della matrigna e delle sorrellastre.
Appena Cenerentola si muove la realtà la sbrana. Quand’è allora che le cose iniziano a muoversi nella giusta direzione? Quando Cenerentola si arrende, quando si decide a non fare nulla, quando erompe in un pianto di resa. Perché c’è questo da capire, ossia che non si deve fare nulla. E’ una verità questa che non deve scoraggiarci ma deve finalmente permetterci di riposare. Non vi è nulla di esteriore da guadagnare, non vi è nulla da conquistare perché per realizzare il nostro sogno, per vedere sbocciare la nostra natura regale bisogna solo ricevere. Un dono, è questo quello che serve. Un dono tanto grande da poter realizzare una metamorfosi che renda visibile ciò che giace perduto da qualche parte, nascosto sotto una coltre di cenere.
L’erompere del vero Io in tutta la sua bellezza è reso possibile solo grazie all’intervento di qualcun altro. La figura della fata madrina fa memoria di questo. Non trasforma Cenerentola rendendola un’altra persona, ma la incoraggia ad essere esattamente ciò che è. Certo crea anche le condizioni per andare al ballo, procura alla sua figlioccia un bel vestito, le sistema l’acconciatura, ma non la trasforma in qualcun altro. Diciamo che l’aiuta con del training autogeno, dando a Cenerentola la forza di presentarsi al ballo, convincendola che anche lei può prendere parte alla festa della vita. E allora succede questa cosa straordinaria: incontra il principe che rimane incantato da lei al punto da non mollarla neanche un minuto. Danzano tutta la notte, la felicità sembra finalmente a portata di mano, ma all’improvviso qualcosa spaventa Cenerentola che fugge. La menzogna su sé stessa torna a bussare alla sua porta: “come posso io essere degna d’amore se sono così misera? Cosa succederà quando questo bel principe scoprirà di che pasta sono fatta?
Diciamoci la verità, io non merito l’amore di un re, io non merito l’amore di nessuno.” Sembrerà strano ma questo è il pensiero che impedisce alla maggior parte delle persone di essere felice. L’indegnità di prender parte alla vita, di pretendere la parte migliore, di vivere all’altezza dei propri desideri. Convinta da questo ragionamento Cenerentola torna a casa, si toglie le vesti splendenti e si rifugia nella certezza della cenere decisa a non smuoversi più da lì. A questo punto per sbloccare la situazione c’è bisogno che qualcuno di potente prenda un’iniziativa. La madrina non basta più. C’è bisogno che un principe ti venga a cercare, che esca dal suo palazzo portando con sé la tua scarpa, il calco della tua apparizione, ossia la verità su di te. C’è bisogno che un figlio di re ti venga a prendere nella sporcizia nella quale ti sei rifugiato, e che non abbia paura di sporcarsi, che ti faccia capire che non si è sbagliato sul tuo conto, e che è proprio te che vuole. Ti vuole con la tua miseria, perché sa che la miseria non si può nascondere, che i limiti di ciascuno di noi non possono essere superati ma solo offerti. Viene a prenderti senza sperare che tu cambi. Vuole te, con i tuoi chiari di luna, con il tuo passato, con i tuoi errori, con le tue incapacità, con questo senso di inadeguatezza che da sempre ti perseguita. C’è bisogno di questo futuro re per ritornare a te stesso, un re che non ha autorità sulla tua vita in virtù di un potere, ma unicamente perché la sua presenza per te è fonte di felicità.
La sua potenza è il non rivendicare alcun potere, la sua compagnia è desiderabile perché ha come unica preoccupazione il tuo bene. Ma un re così dove lo si trova? Qual è il suo numero? Come si chiama il suo regno? Chi è quell’uomo capace di dimenticare fino a questo punto sé stesso, tanto da avere la forza di accoglierti così come sei senza temere per la sua vita? Chi è quell’uomo che accetta con gioia la tua compagnia dichiarandosi pronto a morire per te? Un uomo così un giorno è apparso sulla scena del mondo. Il suo nome era Gesù di Nazareth. Lo chiamavano Re dei re perché realmente non si può essere re se non nel suo nome.
 fonte:  sacrosanteletture