Solo chi ha molto navigato e ha attraversato i mari in pace e in tempesta conosce la gioia che il mare infonde nell'animo dei naviganti.
Itaca per sempre - Luigi Malerba ♡ ♡ ♡ ♡ ♡
La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.
Leonardo da Vinci
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Non sono solito occuparmi di “avvenimenti di cronaca” su questo blog, ma mi ha colpito (oltre che la notizia della sua morte – che per vicende personali ancor più mi tocca…), leggere il testo di questa canzone scritta da Faletti…
Canzone che assolutamente non ricordavo (Sanremo 1995).
Giorgio Faletti L'assurdo mestiere Sanremo 1995
L’assurdo mestiere
Ci metterò la mani e un genio da inventore Ci metterò un dolore che so io Ci metterò l’asfalto e il sogno di un attore Che appoggia il manoscritto sul leggio E tirerò il cemento come un muratore sa non è possibile E tesserò una tela che sarà una vela grande e irrestringibile E tergerò la fronte con la mano aperta per il gran sudore E accorderò strumenti con il tocco esperto che ha un suonatore Mi metterò seduto lì a impagliare sedie per sedermi insieme Mi stupirò di non averlo fatto mai e di averlo fatto bene Perché c’è sangue, c’è fatica, c’è la vita Anche se a volte ci si spezza il cuore In questa assurda specie di mestiere
Benedetto tu sia per quel ciuffo di pelo nero Che se l’hai fatto tu non è cosa brutta davvero E per le storie eterne dei cartoni animati Per quei pazzi o quei saggi che li han disegnati E per quel che si mangia si respira e si beve Per il disegno allegro della pipì sulla neve E per le cose tonde e per le cose quadre Per le carezze di mio padre e di mia madre Per il futuro da leggere invano girando i tarocchi Per le linee della mano diventate rughe sotto gli occhi Perché tutto è sbagliato ed è così perfetto Per ciò che vinco e ciò che perdo se scommetto Tu sia benedetto
Benedetto tu sia Per avermi fatto e messo al mondo E per quel che ho detto prima ti perdono Di non avermi fatto alto e biondo Ma così stupido e così vero Con l’eterna paura dell’uomo nero E del viso bianco come calce Di quella sua signora con la falce Che come tutti prima o poi mi aspetto E per cui altri ti han benedetto Ma io no Mi dispiace ma sono solo un uomo e non ne son capace Ma c’è una cosa che ti chiedo ed è un favore In cambio del bisogno del dottore Mentre decidi ogni premio e ogni castigo Mentre decidi se son buono o son cattivo Fa che la morte mi trovi vivo E se questo avverrà io ti prometto Che mille e mille volte ti avrò benedetto E se per caso non ci sei come non detto
E avrò davanti agli occhi la mia mano aperta per il troppo sole E andrò verso la notte con il passo calmo di un seminatore Aspetterò seduto lì per dare un nome all’ombra di qualcuno Che per un poco sembrerà sia tutti e non sarà nessuno Perché c’è sangue, c’è fatica, c’è la vita Anche se a volte ci si spezza il cuore In questa assurda specie di mestiere Che è l’amore
Il dubbio è Dio è stato scritto…
Come anche è stato detto che, tutto sommato vivere come se Dio esistesse, anche qualora così non fosse, è sempre conveniente (e così la penso anch’io guardando a com’era la mia vita vivendo senza Dio – senza coscienza del Suo esistere – e come è ora, avendolo – a torto o a ragione – come Padre).
Ma questa “poesia” di Faletti, mi piace moltissimo…
Umana, vera, dissacrante forse, ma sincera. Sincera anche nel suo porsi la domanda assoluta, la domanda troppo volte taciuta, la domanda che sopraggiunge al sopraggiungere dell’unica certezza “certa” (che preferiamo considerare procrastinabile)… la Morte.
Chiedere che la “morte ci trovi vivi”, non è un semplice gioco di parole, non è un artificio letterario, una “licenza poetica”… è realmente un privilegio, un dono.
E’ anche un segno di coraggio (riconosciamolo questo coraggio umano, talvolta sganciato dal divino…).
Troppo spesso la Morte ci trova “già morti”, già arresi, sconfitti… così che quel “annuncio di morte”, che può essere una malattia (ma anche altro… dipenda da cosa è capace di ucciderci), ci fa vivere in una stato di pre-morte, che già ci corrode e dà inizio alla naturale, inevitabile decomposizione del nostro vivere materiale, non quello connaturale al nostro invecchiamento, ma quello che, ahimè… “puzza di cadavere” quand’anche si è vivi.
Nulla posso sapere della fede di quest’uomo, né mi interessa giudicarla (ho troppo da preoccuparmi per la mia), ma il suo “bel dubbio”, che non è negazione, ma apertura, speranza e preghiera in fondo, mi fa per lui sperare che la morte l’abbia colto vivo, con gli occhi aperti sulla scommessa che è il futuro eterno e con la fedeltà alla promessa espressa: “Che mille e mille volte ti avrò benedetto”, che il Signore della Vita e della Morte non mancherà di ricambiare.
purtroppo a volte l’età, portatrice di acciacchi, è nemica della gioia.
Ho dovuto a malincuore rinunciare alla pur breve tournée per motivi di salute legati principalmente alle condizioni precarie della mia schiena, che mi impedisce di sostenere la durata dello spettacolo.
Mi piange davvero il cuore perché incontrare degli amici come voi è ogni volta un piccolo prodigio che si ripete e che ogni volta mi inorgoglisce e mi commuove.
Nel 1994, in un’Italia ancora scossa dalle stragi mafiose del ’92 (Capaci e via D’Amelio) e del ’93 (via dei Georgofili a Firenze e via Palestro a Milano), Giorgio Faletti cantò alFestival di Sanremo una canzone apparentemente curiosa, Signor Tenente (testo, significato e video li trovate cliccando qui!), che era in realtà una forte denuncia delle condizioni lavorative delle Forze dell’Ordine in generale e dei Carabinieri in particolare, ‘gettati in aria come uno straccio [...] in un paese dove tocca farsi ammazzare per poco più di un milione al mese‘…
Giorgio Faletti, Signor Tenente: video a Sanremo ’94
Il brano è passato alla storia soprattutto per l’imprecazione ‘minchia, signor tenente‘, ripetuta più volte nel testo con un accento siciliano per rendere maggiormente chiaro il riferimenti a Cosa Nostra. Il dettaglio sottolineava anche quanto fosse più sentita questa situazione nel sud Italia, dove si erano verificati maggiori eccidi mafiosi e da dove provenivano, per larga parte, i carabinieri italiani. Signor Tenente di Giorgio Faletti emozionò tantissimo il pubblico di Sanremo e quello televisivo, vincendo anche il Premio della Critica e giungendo secondo nella classifica finale dietro soltanto Passerà di Aleandro Baldi. La canzone venne poi inserita nell’album ‘Come un cartone animatodi Faletti, premiato con un disco di platino. Signor Tenente segnò anche una sorta di spartiacque nella carriera dell’artista piemontese, dal periodo leggero del cabaret a quello più impegnato come scrittore di romanzi, attore e cantautore.
Giorgio Faletti, Signor Tenente: testo del brano
Forse possiamo cambiarla ma è l’unica che c’è Questa vita di stracci e sorrisi e di mezze parole Forse cent’anni o duecento è un attimo che va Fosse di un attimo appena Sarebbe con me tutti vestiti di vento ad inseguirci nel sole Tutti aggrappati ad un filo e non sappiamo dove Minchia signor tenente che siamo usciti dalla centrale Ed in costante contatto radio Abbiamo preso la provinciale Ed al chilometro 41 presso la casa cantoniera Nascosto bene la nostra auto c’asse vedesse che non c’era E abbiam montato l’autovelox e fatto multe senza pietà A chi passava sopra i 50 fossero pure i 50 di età E preso uno senza patente Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava La provinciale sembrava un forno C’era l’asfalto che tremolava e che sbiadivo tutto lo sfondo Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio Di quei ragazzi morti ammazzati Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone Che han fatto a pezzi con l’esplosivo Che se non serve per cose buone Può diventar così cattivo che dopo quasi non resta niente Minchia signor tenente e siamo qui con queste divise Che tante volte ci vanno strette Specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese Dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese E c’è una cosa qui nella gola, una che proprio non ci va giù E farla scendere è una parola, se chi ci ammazza prende di più Di quel che prende la brava gente Minchia signor tenente lo so che parlo col comandante Ma quanto tempo dovrà passare per star seduto su una volante La voce in radio ci fa tremare, che di coraggio ne abbiamo tanto Ma qui diventa sempre più dura quanto ci tocca fare i conti Con il coraggio della paura, e questo è quel che succede adesso Che poi se c’è una chiamata urgente se prende su e ci si va lo stesso E scusi tanto se non è niente Minchia signor tenente per cui se pensa che c’ho vent’anni Credo che proprio non mi dà torto Se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto E glielo dico sinceramente Minchia signor tenente!
Io uccidoPubblicato per la Baldini & Castoldi, l’esordio letterario di Faletti racconta di Frank Ottobre, agente dell’FBI, temporaneamente in congedo dopo il suicidio di sua moglie. Per allontanarsi da casa decide di trasferirsi nel Principato di Monaco, dove vive un suo amico, il commissarioNicolas Hulot, con il quale inizierà un’indagine molto complicata. Poco dopo il Gran Premio di Formula Uno, infatti, vengono ritrovati icadaveri di Jochen Welder e della sua fidanzata Arijane Parker, campionessa di scacchi. I corpi sono orrendamente mutilati ed entrambe le vittime sono state ‘firmate‘ dall’assassino con la frase ‘Io uccido‘. Le indagini del commissario inizieranno proprio da qui, trasformandosi in una vera e propria sfida con il serial killer: una sfida che accompa il lettore, pagina dopo pagina, in un racconto palpitante e ricco di colpi di scena, fino al sorprendente epilogo finale.Niente di vero tranne gli occhiSeconda prova narrativa, e seguito ideale di Io uccido, questo sorprendente noir firmato Giorgio Faletti è ricco di ‘effetti speciali‘ e di famosi protagonisti, in tipico stile hollywoodiano: nel romanzo, infatti, compaiono tutti gli eroi di Schulz, dal timidoLinus alla petulante Lucy, dal megalomane Snoopy al disadattato Pigpen. La storia è ambientata a New York ed è tutta incentrata su un’operazione di trapiantodi corneaeffettuata in una clinica oculistica. Protagonisti, Jordan Marsalis, ex tenente di polizia e il commissario Maureen Martini che si troveranno uniti in un’indagine su un beffardo assassino che compone i corpi delle sue vittime come i personaggi dei Peanuts, dopo averle seviziate nei modi più efferati. In un susseguirsi di colpi di scena, sullo sfondo della metropoli mondiale per eccellenza, la vicenda va avanti come se fosse un fumetto: ma in realtà non c’è nulla di vero, tranne, appunto, gli occhi.Fuori da un evidente destinoTerzo romanzo noir di Faletti, edito, come tutti gli altri, dalla Baldini & Castoldi, l’opera è stata scritta assecondando la grande passione, e conoscenza, che Faletti aveva suiNativi d’America. Il romanzo, infatti, racconta di Jim Mackenzie, pilota di elicotteri di origini indiane che si ritrova, dopo parecchi anni, nell’immobile città ai margini della riserva Navajo in cui ha trascorso l’adolescenza e da cui ha sempre desiderato fuggire con tutte le sue forze. Si ritroverà, suo malgrado, a dover fronteggiare un essere maligno risvegliato dal passato per poter compiere l’antica maledizione e ritrovare, finalmente, la pace dentro di sé.Io sono DioUscito nelle librerie nel maggio del 2009, Io sono Dio racconta la storia di un uomosopravvissuto alla guerra del Vietnam, che riporta, però, delle gravissime ustioni sul viso e su tutta la superficie del corpo a causa di un attacco aereo con il napalm. Matt Corey, questo il suo nome, fu costretto a partire volontario per il fronte dopo essere stato ingiustamente accusato di un doppio omicidio: ad incastrarlo, con l’ausilio dello sceriffo e del suo vice, un giudice molto potente, Swanson, la cui figlia, Karen, si stava frequentando con Matt, ritenuto però un poco di buono. Il primo pensiero di Matt Corey, tornato in patria, è quello di vendicarsi prima con lo sceriffo ed il suo vice, e poi con il giudice Swanson, uccidendoli tutti.Appunti di un venditore di donneSiamo a Milano, alla fine degli anni Settanta: il rapimento Moro, la mafia, le Brigate Rosse stanno sconvolgendo l’Italia, ma anche in questo clima, la dolcevita del capoluogo lombardo, che si prepara a diventare la “Milano da bere” degli anni Ottanta, non conosce soste. Si moltiplicano i locali, i ristoranti di russo, le discoteche e le bische clandestine: ed è proprio in questi ambienti che fa i suoi affari un uomo enigmatico, che si fa chiamare Bravo. Il suo settore sono le donne, che vende, insieme all’amico Daytona. L’unico essere umano con cui pare avere un rapporto normale è un vicino di casa, Lucio, chitarrista cieco con cui condivide la passione per i crittogrammi. Fino alla comparsa di Carla che risveglierà in Bravo sensazioni che sembravano dentro di luiormai morte.Tre atti e due tempiPubblicato nel 2011 per Einaudi Editori, Tre atti e due tempi è uno degli ultimi romanzi di Giorgio Faletti e narra di un ex galeotto, di nome Silvano Masoero, chiamato da tutti Silver – che lavora come magazziniere in una squadra di calcio di Serie B – e di suofiglio Roberto, soprannominato il Grinta, il bomber della squadra, che sta per commettere gli stessi errori del padre. Fedele al genere thriller, tanto amato dal comico-scrittore, il romanzo è stato definito ‘perfetto come una partitura musicale‘, con una trama che unisce sapientemente conflitto generazionale, corruzione del calcio, amore e mancanza di prospettiva. Il tutto raccontato con quell’umorismo amaro che tanto piaceva all’autore e che ritroviamo qui in Silver, il personaggio principale, l’antieroe per eccellenza che alla fine, però, nonostante tutto, ci si ritrova inevitabilmente ad amare.
GIORGIO FALETTI MORTO: IL RICORDO DELLA JUVE - Giorgio Faletti, appassionato della Juve, è ricordato così dalla squadra torinese. “Ciao Giorgio, tifoso fedele, amico dolce, bianconero nel cuore. La Juventus piange la scomparsa di Giorgio Faletti”.
Milanese, autore di Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Gino Bramieri e inventore di slogan pubblicitari per Carosello. L’allievo Guido Clericetti ricorda il maestro scomparso nel 1978: «Un vero umorista, buono, generoso, di una grande umanità. E aveva un bel rapporto con la morte, su cui scrisse una battuta memorabile: “L’importante è che la morte ci trovi vivi”».
un vecchio solo in qualche ristorante io che ne ho amate poche ma conosciute tante e ancora adesso la memoria si spezza e si ferma anche il cuore pensando che fantastico profumo è una pelle con un buon odore forse sarò così ma non lo posso sapere forse sarò così. Forse sarò così o non avrò nemmeno il tempo di invecchiare per poi non ricordarmi neanche più che cosa andavo a cercare che forse era qualcosa di bello ch'è andato via in un'ora ed è strano proprio strano dirlo adesso mentre lo cerco ancora forse sarò così ma non lo posso sapere forse sarò così.
Lo guardo in faccia questo tempo che si muove svelto fuori e lento dentro di me che per quanti danni ha fatto non ha spento il mio sorriso e non ha scelto da sé lo guardo in faccia e mi domando se ogni tanto quando piango sia una finta la mia così curioso di sapere ogni dettaglio della storia bella o brutta che sia e se mi ha messo le mani addosso lo ha fatto senza dolore io ti perdono e non ti abbandono povero stupido giovane vecchio uomo e quando non starò più qui a stropicciare questi panni io sarò andato via così che ancora avevo diciassette anni.
Forse sarò così seduto a riposare su un gradino delle scale pensando come sempre dentro me che c'era il trucco e non vale e in quale buffa capriola saprò se è stato un viaggio o una gita ma fino a quel momento ci sarò perché ci sarà vita forse sarò così ma non lo posso sapere forse sarò così e allora stiamo a vedere.
Ogni uomo ha un fratello che è la sua copia esatta.
È muto e cieco e sordo ma dice e vede e sente tutto, proprio come lui.
Arriva nel giorno e scompare la notte, quando il buio lo risucchia sottoterra, nella sua vera casa. Ma basta accendere un fuoco e lui è di nuovo lì, a danzare alla luce delle fiamme, docile ai comandi e senza la possibilità di ribellarsi.
Sta disteso per terra perché glielo ordina la luna, sta in piedi su una parete quando il sole glielo concede, sta attaccato ai suoi piedi perché non può andarsene.
Mai. Quest’uomo è la tua ombra.
È con te da quando sei nato.
Quando perderai la tua vita, la perderà con te, senza averla vissuta mai. Cerca di essere te stesso e non la tua ombra o te ne andrai senza sapere che cos’è la vita.
- Giorgio Faletti - da “Fuori da un evidente destino”
Non sono uno sciocco da pensare che tutto potrà essere come prima, né di cercare di farlo credere a te. Ma se mi concedi una considerazione per niente originale, affidati al tempo e alle persone che ti vogliono bene. Non serve a cambiare le cose, ma aiuta a sopportarle. Se ti servo, sai che io sono qui.
- Giorgio Faletti -
”Niente di vero tranne gli occhi”
Non mi serve qualcuno che cerchi di parlare con me. Mi serve qualcuno che mi ascolti. - Giorgio Faletti -
Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle o ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male.
Giorgio Faletti
Da Io uccido
(Addio signor tenente….)
Alla lunga ci si stanca di dover continuar a dare e ripetere spiegazioni...
1 CD 9h formato mp3, 9h, disponibile anche come file scaricabile.
Corso biblico tenuto a Bose, 29 giugno - 4 luglio 2015
Beati i pacifici. Il messaggio biblico della pace
La pace la si accoglie, suo frutto sono creature pacificate; la pace la si trasmette, i pacificati sono costituiti pacificatori. I facitori di pace si rivolgono all’interiorità dell’uomo: si tratta di discernere se nel proprio (cuore) profondo dimori la benevolenza e la convinzione che ciascuno, persona e popolo, meriti una dedizione che non conosca ragioni che la possa impedire.
1. Le religioni e la violenza 2. La violenza nella Bibbia 3. Il messaggio biblico: misericordia e perdono 4. Il Messia di pace. Il Servo del Signore 5. Gesù, icona del Dio di pace 6. La logica della croce 7. Il dono della pace dà forma all’uomo di pace 8. La pace nelle relazioni umane. Le opere della pace 9. Beati i pacifici
LA CHIESA DELLA TENEREZZA prefazione del cardinale Walter Kasper (leggi)
La chiesa della tenerezza ha pietà negli occhi, ha dolcezza nelle parole, tenerezza nei gesti. Si nutre del silenzio, si ferma e accarezza i volti.
La chiesa della tenerezza ha la pelle che conosce il brivido, e bagna il suo volto di lacrime. Guarda negli occhi la vita senza paura, tiene acceso il fuoco e lascia soffiare il vento.
La chiesa della tenerezza è povera e timida col cestino per le offerte in cui qualcuno ha messo l’unico spicciolo che aveva. Rassetta ciò che è logoro, raccoglie ogni vita che con dolore aggiunge un cerchio alla luce, perché nulla vada perduto.
Una chiesa che apre squarci per penetrare la notte.
Prefazione
Mi è piaciuto molto questo libro, perché “La chiesa della tenerezza” è la chiesa che amo. Non la chiesa della nostalgia, la chiesa del passato, come l’ho conosciuta e amata da bambino, e che non tornerà mai più a dispetto di tutti i tentativi che le forze della restaurazione vorranno mettere in atto. E neppure la chiesa di un sogno utopistico, che non è di questo mondo, ma quella dei pescatori, che siamo anche noi, la chiesa sporca e ferita, ospedale da campo, non la chiesa senza macchia e senza rughe, che solo alla fine del tempo apparirà discendere dal cielo.
La chiesa qui descritta non è altro che la chiesa di Gesù, di Gesù che camminava con gli uomini, entrava nelle loro case, incontrava tutti con uno sguardo di amore, di tenerezza, di misericordia, che guariva e liberava, che amava sopratutto i poveri, i malati, i deboli, i rattristati,
5i piccoli; una chiesa umile, piena di fiducia, che perdona, che è libera e che libera. Procedendo nella lettura, mi è risultato chiaro che la chiesa di questo libro non è solo la chiesa del Gesù che quasi duemila anni fa è vissuto in Palestina, no, è la chiesa di Gesù Cristo, il Risorto ed Asceso in cielo, il Figlio del Dio vivente, che cammina anche oggi con noi e con le persone che incontriamo nella nostra quotidianità; fratelli e sorelle che sono, come noi, per via, con le loro domande, le loro gioie e le loro angosce, e nei quali possiamo vedere il volto nascosto di Gesù e toccare le sue ferite.La chiesa della tenerezza, che amo, non è un passato lontano nè un futuro utopico, è un futuro che comincia oggi e nello Spirito di Gesù risorge ogni giorno di nuovo. E questo libro, ricco di fascino spirituale e umano, ci invita a far parte di essa e ad entrare nella sua comunione. “Venite e vedete!”card. Walter Kasper
Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono e ti mettono sotto accusa. Se riesci ad avere fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te, ma a tenere nel giusto conto il loro dubitare. Se riesci ad aspettare senza stancarti di aspettare o essendo calunniato a non rispondere con calunnie, o essendo odiato a non abbandonarti all’odio, pur non mostrandoti troppo buono, né parlando troppo da saggio. Se riesci a sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni. Se riesci a pensare senza fare dei pensieri il tuo fine. Se riesci ad incontrare il successo e la sconfitta e trattare questi due impostori allo stesso modo. Se riesci a sopportare di sentire le verità che tu hai detto distorte da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi o vedere le cose per le quali hai dato la vita distrutte e umiliarti a ricostruirle con i tuoi strumenti oramai logori. Se riesci a fare un solo fagotto delle tue vittorie e rischiarle in un solo colpo a testa e croce e perdere e ricominciare da dove iniziasti senza mai dire una sola parola su quello che hai perduto. Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più ed a resistere quando ormai in te non ce più niente tranne la tua volontà che ripete “resisti!” Se riesci a parlare con la canaglia senza perdere la tua onestà o a passeggiare con i re senza perdere il senso comune. Se tanto nemici che amici non possono ferirti se tutti gli uomini per te contano ma nessuno troppo. Se riesci a colmare l’inesorabile minuto con un momento fatto di sessanta secondi tua è la terra e tutto ciò che è in essa e quel che più conta sarai un uomo, figlio mio.
Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione in Germania, guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità.
Ma le università vennero zittite.
Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà.
Ma anche loro, come le università vennero ridotti al silenzio, soffocati nell'arco di poche settimane.
Solo la Chiesa rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler per sopprimere la verità.
Io non ho mai provato nessun interesse particolare per la Chiesa prima, ma ora provo nei suoi confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa da sola ha avuto il coraggio e l'ostinazione per sostenere la verità intellettuale e la libertà morale. Devo confessare che ciò che io una volta disprezzavo, ora lodo incondizionatamente. »
(Albert Einstein)
Fonte: dichiarazione di Albert Einstein pubblicata da Time magazine,
23 dicembre 1940, pag. 40
"Senza la religione l’umanità si troverebbe oggi ancora allo stato di barbarie.
E’ stata la religione che ha permesso all’umanità di progredire in tutti i campi."
- Albert Einstein -
La strage di Rignano sull'Arno
Nella foto la famiglia di Robert Einstein cugino di Albert Einstein, premio Nobel per la Fisica nel 1921. Albert si trasferì in America a causa delle persecuzioni antisemite che già imperversavano in Germania e in Europa. Quando Adolf Hitler salì al potere nel gennaio 1933, Einstein era professore ospite all'Università di Princeton.
Nello stesso anno i nazisti promulgarono "La Legge della Restaurazione del servizio Civile" a causa della quale tutti i professori universitari ebrei furono licenziati e durante gli anni trenta fu condotta una campagna da parte di professori tedeschi (premi Oscar) che etichettò i lavori di Einstein come "fisica ebraica", in contrasto con la "fisica tedesca" o "ariana".
Il 3 agosto 1944, nel corso della II^ guerra mondiale, a Rignano sull’Arno, Firenze, Italy, avvenne la strage della famiglia Einstein, nota anche come strage di Rignano e strage del Focardo. Dopo un sommario e violento interrogatorio furono fucilate tre donne: Cesarina (detta Nina) Mazzetti, Luce ed Annamaria (detta Cicì) Einstein, rispettivamente moglie e figlie di Robert Einstein, cugino del celebre scienziato Albert Einstein.
La casa fu data a fuoco, mentre Lorenza, Paola e l'altra cugina, Anna Maria Bellavite furono rinchiuse in una stanza buia e risparmiate dalla furia omicida. Dal suo rifugio nei boschi della vallata, Robert vide le fiamme e, scoprendo la strage della sua famiglia tentò vanamente il suicidio.
La mattina del 4 agosto 1944, tra le fiamme di Villa Il Focardo, un foglio attaccato a un albero: “Abbiamo giustiziato i componenti della famiglia Einstein, rei di tradimento e giudei.” In realtà Cesarina Mazzetti, figlia di un pastore protestante, non era ebrea e così le due figlie. L'unica loro colpa era di portare il nome degli Einstein.
Robert Einstein si tolse la vita il 13 luglio 1945 in occasione di quello che avrebbe dovuto essere il giorno del suo 32º anniversario di matrimonio con Nina. Fu sepolto accanto alla sua famiglia nel cimitero della Badiuzza.
Albert Einstein rinunciò alla cittadinanza tedesca e svizzera e restò negli Stati Uniti fino alla morte.
quando scrivevo il diario sul quaderno con le pagine di carta, anche prima di esser travolta dall’impegnativa gioia dell’essere mamma, a volte arrivavo così stanca alla sera che non potevo dedicare molto tempo alle parole su quei fogli ormai sbiaditi, ma per certe notti avevo adottato la semplice e buona abitudine delle “gratitudini”… anche nelle giornate più nere c’era qualcosa per cui essere grata, oltre al fatto di essere viva e respirare e poter camminare. Non è un periodo tranquillo (ce ne sono mai stati nella mia vita?), a tenere lontano il sonno nonostante la stanchezza ci sono pensieri grossi e problemi spiccioli, a parte l’angoscia per quel che accade intorno a noi. Però nel cuore provo tanta gratitudine per l’amore della mia bimba, i suoi discorsi sempre più elaborati e buffi, la sua altalena di sfide e tenerezza, voglia di far da sola e bisogno di sentirmi sempre vicina; nell’anima sento…
Due giovani studenti di Pechino, durante la Rivoluzione Culturale, vengono mandati nelle zone più interne della Mongolia allo scopo di istruire i componenti di una comunità di pastori nomadi, uno di loro è Chen Zhen.
La comunità nomade vive nella steppa che è anche l’habitat del lupo con il quale intrecciano le loro vite.
Chen Zhen resta affascinato dal lupo e dalla sua vita, tanto che decide di addomesticare un cucciolo sfidando il parere contrario, l’osticità e le tradizioni della tribù. Poco dopo il governo decide di eliminare tutti i lupi della zona e la vita per i due si complicherà.
Un film bellissimo e drammatico tratto dal romanzo, in parte autobiografico, Il totem del lupo di Jiang Rong (il più letto in Cina dopo il libretto rosso di Mao), che è stato tra i protagonisti di piazza Tienanmen e per questo ha scontato una pena in carcere fino al ’91.
Come la maggior parte delle volte contesto la traduzione italiana del titolo, inappropriata vista la forza che nel libro e nel film si vuole dare al significato del lupo… un dio, una forza protettiva per quel popolo, si evince dalle prime scene dove una pelle di lupo sventola nel campo dove vivono i pastori e spesso viene inquadrato durante il film. Un totem….
Nel film c’è una forte componente ambientalista che evidenzia l’alterazione dell’equilibrio tra la natura e l’uomo proprio a causa di questo, ho apprezzato molto anche se le scene mi hanno fatto soffrire molto per la crudeltà di alcune situazioni che vanno a colpire proprio l’animale. L’uomo e il lupo, uno dei legami più forti e combattuti da sempre in natura.
E quanto sono belli sti lupi grigi di Mongolia (si chiamano proprio così)!
Belli da togliere il fiato, che ti ammaliano con i loro occhi astuti, intelligenti, dal colore indescrivibile e il corpo forte e snello.
Spettacolari sono i scenari naturali, supportati da un’ottima fotografia.
Bravissimi e belli gli attori, coinvolgente la colonna sonora.
Il film ancora una volta mi fa porre una domanda, quanto è convinto l’uomo che sia necessario sconvolgere secoli di tradizioni che donano e determinano la serenità e l’armonia sufficiente di alcune popolazioni per vivere un connubio positivo con la natura preferendolo a un progresso che sempre più spesso si rivela controproducente?
Popoli che da sempre sfidano venti, gelo, animali, ma che ne rispettano la maestosità, il silenzio, i predatori.
Perchè soffocare la libertà ancestrale di popoli e terre?
E apro una parentesi, forse un giorno racconterò questa storia…ho sofferto molto nel vedere questo film perchè un lupo è dipinto nei miei occhi e incastonato nel mio cuore, per sempre.