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giovedì 4 maggio 2017

Si dice starnutire, sternutire o starnutare? Starnuto o sternuto?

 Starnutiresternutire o starnutareStarnuto o sternuto?

Detto fatto, salirono su per la gola del mostro marino e, arrivati in quell’immensa bocca, cominciarono a camminare in punta di piedi sulla lingua; una lingua così larga e così lunga, che pareva il viottolone d’un giardino. E già stavano lì lì per fare il gran salto e per gettarsi a nuoto nel mare, quando, sul più bello, il Pesce-cane starnutì, e nello starnutire, dètte uno scossone così violento, che Pinocchio e Geppetto si trovarono rimbalzati all’indietro e scaraventati nuovamente in fondo allo stomaco del mostro
(C. Collodi, Le avventure di Pinocchio). 
Senza dubbio, questo è uno degli “etciù” più celebri della nostra letteratura, fissatosi nell’immaginario collettivo dei lettori d’ogni età anche al di là dei confini nazionali. Ma perché il "Pesce-cane" di Collodi starnutisce e non, ad esempio, sternutisce o starnuta? In tanti ci chiedono, complice la stagione, quale sia la forma più corretta per esprimere quella violenta e sonora espirazione che è emessa dai nostri nasi quando sono raffreddati o irritati da allergie: starnutiresternutire o starnutare? E il sostantivo, starnuto o sternuto?
Tutte queste forme, sarà bene precisarlo dal principio, sono parimenti legittime e, seppur con intensità differenti, ben attestate nella nostra letteratura sin dalle opere più antiche. Partiamo dal sostantivo. I primi starnuti (dunque con la -a-), stando alla banca dati del TLIO, si trovano nella versione toscana del Milione degli inizi del sec. XIV ("Ancora, quando escono di casa, ed egli oda alcuno starnuto che no gli piaccia, imantenente ritorna in casa e none anderebbe più inanzi" 173, 11), per poi moltiplicarsi fra le pagine di altri autori trecenteschi – sempre d’area toscana, evidentemente non a caso – come Pieraccio Tebaldi, Giovanni Boccaccio o Piero de’ Crescenzi. Raffreddori e pruriti nasali d’ogni sorta affliggono, naturalmente, anche la letteratura successiva: tra i risultati segnalati dai motori di ricerca della BibIt e della LIZtroviamo esempi di stranuti in Guido da Pisa, Luigi Pulci, Cristoforo Landino, Giordano Bruno ecc., fino ai più moderni Praga, Verga, il già citato Collodi o De Amicis. Non meno frequenti, però, gli sternuti: i più antichi, sempre secondo il TLIO, sono "emessi" da Cecco d’Ascoli ("D’aruspici, sternuti ed altri effetti, / Ciascuno ha qualche vero, ma non sempre" Acerba, IV, 3, v. 3665, prima metà del sec. XIV), il quale tuttavia ricorre, nello stesso capitolo, anche alla forma con la -a- ("E se starnuto è segno d’accidente, / E incontrare animali e vecchie e matte", IV, 3, v. 3620). Le banche dati della BibIt e della LIZ, poi, consentono di rintracciare anche altri esempi in autori successivi, dai toscani Pietro Aretino e Francesco Berni al friulano Ludovico Leporeo, dal marchigiano Leopardi al veneto Nievo.
Ancora più complessa e variegata la situazione delle forme verbali, dove, all'alternanza fonologica sta-/ ste-, si sovrappone quella morfologica con la doppia possibilità di uscita dell’infinito -are/ -ire: anche l’oscillazione fra le due coniugazioni, la I e la III, è presente sin dalle prime scritture in volgare. L’attestazione più antica del verbo a noi nota, risalente a un testo fiorentino del 1310, opta per la forma starnutire, ma è soltanto di pochi decenni successiva la prima testimonianza del verbo di I coniugazione starnutare, adottato nel 1348 da un testo siciliano; altrettanto antica, del resto, è la forma (sempre di I coniugazione) sternutare, registrata in un documento abruzzese del sec. XIV (cfr. sempre TLIO). L’alternanza morfologica -are / -ire resta vitale anche nella letteratura dei secoli successivi, attraendo sostenitori di pari rilevanza nell’uno e nell’altro caso. Prediligono la I classe autori come Giordano Bruno, Leopardi, Pascoli o D’Annunzio; optano per la III, invece, Boccaccio, Ariosto, Fogazzaro o Tozzi. Non mancano, infine, scrittori che, come Goldoni o Pirandello, restano “indecisi” fra le due possibilità (cfr. TLIO, BibIt, LIZ). Tra i vari esempi segnalati dai motori di ricerca consultati, un certo rilievo riveste l’attestazione di starnutire nelle Regole della lingua fiorentina di Pier Francesco Giambullari. Nel Libro IV, il grammatico, trattando dei verbi "intransitivi dell’azzione continovata" (cioè ‘continuata’), scrive: "dicendosi ordinariamente io starnutisco; tu passeggi; et Pietro sogghigna. Et i verbi suoi, sono di questa maniera: [...] starnutiscostranutij [passato remoto],starnutire" (Regole, pp. 145-146). Una simile indicazione, fornita da una grammatica che si presenta destinata "a’ forestieri [...] ed a’ giovanetti che bramano di saper regolatamente parlare et scrivere" in lingua fiorentina (ivi, p. 3), e che dunque promette di rifarsi all’uso vivo del tempo, costituisce senza dubbio una testimonianza molto preziosa della diffusione della formastarnutire nel fiorentino cinquecentesco. Andrà tuttavia precisato che le Regole del Giambullari, che pure rappresentano la prima grammatica fiorentina venuta alla luce (dopo quella quattrocentesca dell’Alberti, rimasta inedita e priva di risonanza), non ebbero molta fortuna e l’influenza esercitata fu complessivamente piuttosto limitata (cfr. Bonomi, Introduzione in Regole, pp. XLVI e ss.).
Da ultimo si segnala anche l’esistenza di una terza forma, estremamente rara in letteratura ma – come si vedrà – ben nota alla sfera del parlato, e cioèstranuto (con i relativi verbi stranutare e stranutire). Si tratta di una variante generatasi per una metatesi (cioè uno "scambio") della vibrante -r-, fenomeno molto frequente nei registri familiari e popolari, specialmente dopo il gruppo consonantico st- iniziale (es. strupo ‘stupro’; cfr. Rohlfs, I, §. 322), forse favorito anche da un accostamento paraetimologico a strano. La presenza di tale variante in testi letterari è, si diceva, rara, ma anche molto antica: consultando icorpora di riferimento (TLIO, BibIt, LIZ), si rilevano esempi del sostantivo o del verbo con metatesi sin dal Trecento. I primi due casi si trovano in testi di natura pratica relativi alla cura degli animali: la Mascalcia di Giordano Ruffo volgarizzata in siciliano, della metà del sec. XIV ("E lu cavallu avirà a stranutarie getta fori pir li naski li homuri liquidi comu acqua", cap. 16) e l’anonimoTrattato del governo delle malattie e guarigioni de’ falconi, astori e sparvieri, un testo trecentesco di base toscana con influenze lombarde ("Quando tu vedi che l’uciello stranuta e çitta acqua per le narre, déi cognosscere ch’elli èe infreddato; falli questa medicina [...]", cap. 37).
Riepilogando, dunque, le ricerche condotte sulle banche dati che raccolgono i nostri testi letterari dalle origini ai primi del Novecento ci consentono di tracciare un quadro di frequenze di questo tipo:
                      sostantivo                                                       verbo                                                                     I coniugazione                III coniugazionestarnuto sternuto stranuto   sternutare starnutare stranutare starnutire sternutire stranutire    84          107          9                 74          33              4              86              12             2Invece, effettuando la ricerca delle stesse forme in rete, attraverso il motore di Google – che ha naturalmente accesso anche a testi contemporanei, d’ogni tipologia e livello – si rileva una netta prevalenza delle forme starnuto estarnutire: se rapportati alle relative concorrenti, infatti, starnuto si aggiudica quasi il 95% dei risultati disponibili per il sostantivo, e starnutire oltre l’80% delle opzioni verbali (tra queste, sternutire non arriva all’11% e sternutareraccoglie appena il 6%).
Completiamo il quadro dei dati fin qui presentato con un’osservazione della distribuzione delle varietà tradizionali attraverso i principali atlanti dialettali (benché tali strumenti appaiano oggi come poco aggiornati). Stando a quanto riportato nelle carte dell’AIS (vol. I, c. 176, s.v. Starnuto) e dell’ALI (vol. II, c. 120, s.v. Sternuto), si può dire che, grosso modo, nelle aree settentrionali prevalgono le varianti sostantivali starnütstarnudo e stranudo; la Toscana predilige starnuto e stranuto, così come le altre regioni centrali; il Sud ricorre più frequentemente alle forme con vocale indistinta stærnutæ o strænutæ. In Sicilia gli intervistati rispondono per lo più ṣtranutu o ṣtranuttu, in Sardegnasturridu o isturridu. Quanto alla distribuzione geo-linguistica delle varianti verbali – ci affidiamo, stavolta, soltanto all’AIS (vol. I, c. 176, s.v. Starnutire) – si noterà che, dal Nord al Sud, è nettamente preferita la I coniugazione (starnudarstranuda’ al Nord; starnuta’ e stranuta’ al Centro; stærnuta’ estrænuta’ al Sud; ṣtranutari in Sicilia, (i)sturridare in Sardegna). Fa eccezione soltanto la Toscana che, accanto alle forme starnutare e stranutare, ricorre altrettanto frequentemente a starnutire e stranutire. Ma a cosa si deve un panorama tanto vasto e articolato di varianti? E soprattutto, come orientarsi in esso?
Dal punto di vista etimologico, i principali strumenti di riferimento (DEIDELI,L’Etimologico) concordano nel far derivare il verbo dal latino STERNŪTĀRE, intensivo di STERNUĔRE (con cambio di coniugazione); mentre il sostantivo si originerebbe dal latino tardo STERNŪTUM (che sostituisce il classico STERNUTAMENTUM). In seguito si è verificata, soprattutto in Toscana, una trasformazione della -e- atona della sillaba iniziale in -a-, fenomeno che ritroviamo anche in altre forme (cfr. ad esempio, sempre davanti a rfarneticoinvece di fernetico da PHRENĒTICUM). Dal punto di vista morfologico, anche il metaplasmo (cioè il "cambio") di coniugazione che interessa le forme verbali (da ste-/ starnutare a ste-/ starnutire), non deve sorprendere: si tratta infatti di un fenomeno piuttosto comune nella storia della nostra lingua e che, per quel che riguarda nello specifico il termine in esame, sarà stato certamente incoraggiato dalla situazione latina di partenza, che già prevedeva, come abbiamo visto, la compresenza delle uscite -ĔRE/ -ĀRE. Si tenga presente, in ogni caso, che l’ampia offerta di forme verbali generatasi nell’italiano non va considerata un disordinato insieme di alternative interscambiabili ed equivalenti: la coniugazione di ciascuna variante osservata segue sempre, di regola, la classe verbale di appartenenza. In altri termini, starnutare accoglierà le desinenze proprie della I coniugazione (io starnutotu starnutiegli starnutaecc.); mentre starnutire, verbo di III di tipo incoativo (cioè che inserisce fra radice e desinenza l’affisso -isc-), si comporterà come, ad esempio, i verbicapirefinire o sparire (dunque io starnutiscotu starnutisciegli starnutisceecc.).
Alla diffusione e all’odierno successo delle varianti starnuto e starnutirerispetto a quelle con ster- può aver dato un contributo essenziale l’impiego delle prime da parte di autori "classici" come Petrarca, Boccaccio e Ariosto, nonché la loro presenza in romanzi che, come Le avventure di Pinocchio eCuore, sono arrivati con facilità su tutti i banchi di scuola della Penisola. Gli stessi dizionari d’uso oggi disponibili in commercio – il Sabatini-Coletti, ilDevoto-Oli o lo ZINGARELLI, ad esempio – scelgono di norma di porre a lemma starnuto e starnutire: le altre forme concorrenti, seppur indicate, sono sempre precedute da qualche marca restrittiva, come "raro", "meno frequente", "non comune" ecc.
In conclusione, fatta eccezione per le varianti popolari stranuto e stranutire, che saranno da evitare o per lo meno da riservare esclusivamente a contesti familiari e informali, non ci sono ragioni per considerare non corrette le forme inizianti per ster- o le forme verbali di I coniugazione (ste-/ starnutare): si tenga tuttavia presente che starnuto e starnutire, almeno oggi, risultano decisamente più comuni. E quale che sia la vostra scelta... Salute!
Per approfondimenti:
  • Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, edizione critica a cura di Ornella Castellani Pollidori, Pescia, Fondazione Nazionale Carlo Collodi, 1983.
  • Maurizio Dardano, Pietro Trifone, La nuova grammatica della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2010, §. 8.8.
  • Pier Francesco Giambullari, Regole della lingua fiorentina, edizione critica a cura di Ilaria Bonomi, Accademia della Crusca, Firenze, 1985.
Gerhard Rohlfs, Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Torino, Einaudi, 1966-1969, vol. I (Fonetica). A cura di Barbara FaniniRedazione Consulenza LinguisticaAccademia della Crusca
fonte/www.accademiadellacrusca.it

«L’elogio della lentezza» TRE recensioni

Recensione   <<<Prima
Si può parlare di valori anche con un piglio scientifico: ed è proprio questo approccio che usa Lamberto Maffei, professore di neuroscienze con un curriculum di grande impatto. La domanda che attraversa il saggio di Maffei riguarda i ritmi di vita, e in particolare quale sia il rapporto tra l’essere<<  umano e la velocità. Domanda quantomai opportuna in un mondo dove il momento domina sul lungo periodo, la comunicazione è istantanea, la rapidità decisionale è tutto, le interazioni lavorative e umane si sviluppano a ritmi sostenuti e si consumano in tempi rapidissimi. Ma siamo davvero programmati per tutto questo, oppure i disagi, le disfunzioni e le criticità sempre più frequenti sono il sintomo di un approccio sbagliato?
Il confronto è tutto tra “pensiero rapido”, meccanismo essenziale alla sopravvivenza, e “pensiero lento”, responsabile del ragionamento strutturato, della riflessione, della logica, della contemplazione; “un’eccessiva prevalenza dei meccanismi rapidi del pensiero”, spiega il docente, rischia di portare non solo a “soluzioni e comportamenti errati”, ma anche “danni all’educazione e in generale al vivere civile”.
Nella sua riflessione Maffei parte dall’aspetto scientifico della questione, che affronta con un approccio inevitabilmente specialistico, anche se ragionevolmente divulgativo; entra nei meandri del cervello per confrontare i meccanismi e le loro dinamiche, lo sviluppo della mente umana e le sue risposte agli stimoli. Dalla disamina si desume che il problema non stia nella macchina - perfetta - che abbiamo in dotazione, ma nelle strade che le facciamo percorrere: non il cervello, ma il contesto sociale che lo influenza. In particolare nella seconda parte del suo saggio Maffei punta il dito contro “il trionfo del consumismo”, la “sacralizzazione del mercato” (Maffei lo definisce un “dio ateo dei nostri giorni”) che ha dato vita a una società del provvisorio dove non solo “la memoria non costituisce più progetto di pianificazione” e “il tempo è solo il momento presente”, ma viene a prevalere una strategia economica “senza pietà” che calpesta “valori, cultura e diritti” in nome del Pil.
Stanno scomparendo la lentezza, la diversità, il pensiero irriverente (di cui, ammette serenamente il laico Maffei, fu precursore lo stesso Gesù Cristo), i valori, i comportamenti civili, tutto ciò che richiede tempo e quindi non è in linea con rapidità e consumo. Il pensiero lento «è un pensiero pesante da portare, che trascina con sé il fardello della memoria e il peso dei dubbi» e si tiene lontano dai dogmatismi (anche quelli religiosi): non produce, non consuma e quindi non conta.
Eppure la rapidità non è il male assoluto, e il bene non è il suo contrario ma un equilibrio tra le due dinamiche.
Lo dimostra l’esempio della creatività, con cui Maffei chiude il suo saggio: se il pensiero rapido è attivo nello sbocciare dell’intuizione, «c’è poi bisogno del secondo nella forma di cure assidue e costanti»: una perfetta sinergia che funziona da millenni e che, in tempi iperveloci, dovremmo imparare a riscoprire. -
http://www.evangelici.net/libri/1412348427.html#sthash.4KtA93Ve.dpuf

 "2 Recensione"
Lamberto Maffei - Elogio della lentezza
Il pensiero lento è un pensiero pesante da portare, che trascina con sé il fardello della memoria e il peso dei dubbi e le incertezze dei ragionamenti.Da anni ormai siamo costretti a vivere all’insegna di un dinamismo sempre più frenetico.
Le ventiquattro ore della giornata sembrano non esser mai sufficienti per i mille impegni o disimpegni quotidiani.
La tecnologia sforna di continuo strumenti a rapida obsolescenza; non abbiamo ancora finito di apprendere il funzionamento di questo o quel marchingegno digitale che già sul mercato ne è comparso uno più evoluto, più veloce, più efficiente.
Occorre continuamente aggiornarsi, riqualificarsi, sveltirsi: sia nell’ambito lavorativo che in quello domestico. 
Insomma, nel nuovo millennio si va di fretta, chi dorme non piglia pesci, e mai come oggi crescono l’ansia di non sprecare il tempo a nostra disposizione e la smania da prestazione; anche perché il cellulare squilla di continuo, occorre rispondere con urgenza alle e-mail ed è indispensabile rimanere costantemente connessi, iperattivi, scattanti. 

Siamo mica dei robot, però.
Quindi non sarà il caso, un giorno o l’altro, di mettere in discussione il mito della velocità a ogni costo?
È quanto si chiede - volgendo il quesito a noi lettori - il neurobiologo Lamberto Maffei nel saggio “Elogio della lentezza”, pubblicato dalla casa editrice il Mulino.
Il nostro cervello, infatti, da sempre ci consente veloci reazioni automatiche agli stimoli ambientali, facilitando così la nostra sopravvivenza; ma non dobbiamo scordarci che esso è un sofisticato meccanismo in grado di produrre cogitazioni e riflessioni che per essere elaborate abbisognano − oggi come nel passato − di un lento processo mentale
Se dunque v’è urgenza di un “pensiero rapido” quando, ad esempio, bisogna risolversi senza indugio a spegnere il prima possibile un incendio o a salvare un infartuato, resta di fondamentale importanza il cosiddetto “pensiero lento”, senza il quale non si elaborano teorie complesse, non si crea cultura e soprattutto non si educano le persone a criticare: letteralmente a mettere in discussione consuetudini, pratiche di vita passivamente subite.
Come nota Maffei, “ [...] normalmente, nella produzione di un lavoro sia scientifico che artistico, il sistema rapido propone possibili soluzioni, la maggior parte delle quali errate, e la cui valutazione è devoluta al sistema lento, che, per esempio nel caso della scienza sperimentale, può impiegare anche anni a verificarne la sensatezza”. 
Senz’altro è altresì condivisibile la considerazione dell’autore sul fatto che: “il pensiero lento è un pensiero pesante da portare, che trascina con sé il fardello della memoria e il peso dei dubbi e le incertezze dei ragionamenti”.
Una considerazione non certo da leggersi in senso pessimistico; ma al contrario intesa a sottolineare come sia essenziale aver sempre presente l’eventualità che quanto abbiamo pensato si possa rivelare un errore, se facciamo nostra l’umiltà di ritenere non esistano certezze assolute e inequivocabili o ancoramenti definitivi cui aggrapparsi.

L'affresco di Vasari, "Festina Lente".Paventando un futuro nel quale dovesse regnare, sovrana e fatua, la velocità e in cui gli esseri umani si votassero – mente e cuore – al suo culto, Maffei profetizza con un pizzico di ironia mordace che: “Il successo evolutivo degli uomini rapidi porterebbe con sé la scomparsa di tutte le azioni considerate inutili, come la contemplazione, la poesia, la conversazione per il piacere di parlare, e la comparsa di una nuova arte, quella della rapidità, dove la poesia è un tweet e la pittura una pennellata”.
Speriamo proprio ciò non debba avverarsi.
Ma forse l’errore esiziale sta nel ritenere che una sola delle due modalità di pensiero qui prese in esame sia la più auspicabile o la migliore.
Forse non bisogna esecrare la lentezza giusto come non è da esaltare la velocità. E allora, mi pare suggerisca salomonicamente il nostro neurobiologo, asteniamoci da troppo facili anatemi e legittimazioni, magari affidandoci a un’immagine metaforica − quella che troviamo più volte dipinta dal Vasari nel fiorentino Salone dei Cinquecento, in cui sono raffigurate delle tartarughe che hanno una grande vela fissata sul guscio − e al monito in latino che le accompagna: festina lente. Affrettati lentamente.

Recensione di Francesco Roat 
3 Recensione 

Il cervello ama le tartarughe.

Saggi. «L’elogio della lentezza», il libro del neuroscienziato Lamberto Maffei, pubblicato dal Mulino, che attacca la bulimia tecnologica per salvare la meditazione e le ragioni (non necessariamente veloci) del pensiero.
di  
Delle tante macchine che caratterizzano la contemporaneità, una è in grado di rappresentare meglio delle altre la nostra condizione sociale ed esistenziale: il tapis roulant. Si corre, si fatica, si suda, magari sorridendo, ma alla fine ci si trova sempre allo stesso punto.L’elogio della lentezza (Il Mulino, pp. 146, euro 12) di Lamberto Maffei, eminente neuroscienziato e presidente dell’Accademia dei Lincei, affronta in chiave critica e radicalmente umanista questo paradosso – uno dei più importanti della modernità – integrando in una prosa chiara e godibile, saperi scientifici, letterari e sociologici. La lentezza vuol dire sia vita buona che coltivazione del pensiero razionale, due valori del progetto e dell’utopia emancipativa del moderno oggi eclissati.Tanto il poema di Goethe Faust (1808), nel quale l’omonimo scienziato, da anziano, dopo una vita di studio e sacrificio vende la propria anima a Mefistofele per avere in cambio «tutto e subito» (gioventù, sapienza e piacere), quanto il Manifesto del futurismo (1909), dove, un secolo dopo, leggiamo che ’la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo (…) è più bella della vittoria di Samotracia» rimandano, il primo intenzionalmente il secondo molto meno, alla tragedia della velocità – che la si chiami alienazione o sradicamento: l’inversione tra i mezzi e i fini, la tirannia del godimento e della tecnologia sulle donne e sugli uomini contemporanei. Da segno dell’emancipazione dalla miseria secolare, la velocità di una vita iper-tecnologizzata si rivela una gabbia di ferro: agiamo freneticamente con delle macchine che promettono di renderci felici, ritrovandoci invece ingranaggi spaesati di una macchina più vasta, quella del mondo globale.Gli usi della tecnologia non sono però neutri: il potere economico e politico, oggi inscritti nelle dinamiche di sviluppo del capitalismo finanziario, li condizionano pesantemente. Nel suo libro Lamberto Maffei non utilizza argomentazioni moralistiche o nostalgiche per criticare tutto ciò: la sua base di partenza sono le acquisizioni delle neuroscienze e il modo in cui ci consentono di leggere il complicato intreccio tra natura e cultura. Con una sorprendente quanto illuminante denuncia: in un’epoca di vorace e retorico scientismo, la stessa scienza, con i tempi lunghi del metodo sperimentale e il valore centrale del progresso umano attraverso la conoscenza, rischia di essere soffocata dalla mercificazione della tecnologia, che passa per l’ansia di sfornare sempre nuovi prodotti per il mercato.Nell’Elogio della lentezza viene innanzitutto mostrato come l’evoluzione della specie umana si leghi allo sviluppo del cervello, un organo caratterizzato da un’elevata plasticità: nei suoi limiti biologici, il cervello umano è in grado di plasmare se stesso in funzione degli stimoli ambientali, ove ambiente è sia la natura sia, e soprattutto, società e cultura. Partendo da ciò, e lontani anni luce dalle prospettive deterministiche del XIX secolo, le neuroscienze hanno trovato il fondamento della nostra individualità: ciascuno di noi è un singolo, risultato dell’interazione complessa della socializzazione e delle nostre «predisposizioni» genetiche. Ne deriva che siamo letteralmente plasmati da ciò che ci circonda e da questo insieme, a nostra volta, ci distinguiamo.In questo processo evolutivo, alle risposte iperveloci, quelle dei riflessi e dell’azione «istintuale», propria anche delle altre specie animali, l’umanità ha gradualmente aggiunto lo sviluppo del pensiero e del linguaggio, tra loro strettamente connesse, e aventi principalmente sede nell’emisfero sinistro del cervello. Alla potenza di questa acquisizione evolutiva, cui si deve la stessa civiltà umana nel senso etico del termine, corrispondono i tempi lunghi dei suoi processi: il ragionare, l’argomentare, lo sperimentare su cui poggiano tutti i saperi e le scienze, richiedono uno sviluppo che sia nell’individuo che nella società, non può esaurirsi nell’istante della risposta istintuale.Il mondo contemporaneo, sotto l’azione principale della tecnologia mercificata, incentiva comportamenti e moltiplica stimoli caratterizzati dalla crescente velocità di risposta che inverte il rapporto tra pensiero e azione. Data la plasticità del cervello, semplificando, le nostre menti si ristrutturano e le parti più evolute di essa tendono a retrocedere: come recita l’efficace titolo di uno dei capitoli del libro, alla bulimia dei consumi – che ci richiedono compulsività e poca meditazione razionale – corrisponde l’anoressia dei valori – cioè l’eclissi del pensiero razionale e della stessa scienza.Tuttavia, non è tanto la possibilità, pur inquietante per quanto lontana, che ciò avvenga, quanto il fatto che – parafrasando Michel Maffesoli – questa nuova tribalizzazione del mondo e delle menti si stia verificando qui ed ora. Allontanandoci da ciò che ci rende più umani: l’elogio della lentezza è un appello al recupero dell’umanesimo, del mettere al servizio della realizzazione di una vita buona la conoscenza e la tecnica. Nel paradosso di Zenone, infatti, in una stessa pista la tartaruga (pensiero e meditazione) non potrà mai essere raggiunta da Achille (desiderio e forza). Lentezza e velocità devono così re-integrarsi, ma si tratta di una sfida irta di pericoli non sempre colti dalla riflessione di Maffei: in primo luogo, perché tutti i grandi sistemi ideologici del «secolo breve» hanno coltivato questo sogno, finendo in guerre e stermini di massa. In secondo luogo, perché il valore della lentezza rimanda inevitabilmente al suo essere contro-immagine del moderno stesso: il neo-tradizionalismo – anche come effetto perverso della cultura della nuova sinistra degli anni Sessanta e Settanta – con le sue inseparabili gerarchie ed autoritarismi, è dunque sempre in agguato. Coltivare il valore della lentezza vuol dire perciò prendere consapevolezza di questi rischi e agganciare saldamente questo valore ad un razionalismo scettico e non settario, in grado di dubitare anche di se stesso.

fonte: ilmanifesto.it

Fratello aiuto

Fratello aiuto, è in arrivo il numero 4 del giornalino di Romena

Fratello Aiuto Giornalino numero 4
Il dipinto di Van Gogh dedicato al Samaritano apre il nuovo numero del giornalino di Romena e di fatto lo contiene: perchè esprime benissimo ciò di cui si parlerà: una riflessione a più voci sul valore del dare e del ricevere, sullo stile più giusto per aiutare e per essere aiutati.  Il giornalino è in viaggio verso tutti coloro che ne hanno richiesto la copia cartacea (a questo link tutte le informazioni per ricevere il nostro giornalino) e tra pochi giorni sarà disponibile anche online.  Vi anticipiamo da subito un articolo tra quelli contenuti nel nuovo numero: una lunga intervista a Wolfgang Fasser intitolata "La grazia di poter donare".

 Pieve di Romena da FB amici di Romena

Pieve di ROMENA

lunedì 1 maggio 2017

Voi siete un miracolo ..."Vivere, Amare, Capirsi"



 Voi siete un miracolo - Leo Buscaglia

Abbiamo paura di vivere la vita, e perciò non facciamo esperienze, non vediamo. Non sentiamo. Non rischiamo! Non prendiamo a cuore nulla! Non viviamo... perché la vita significa essere coinvolti attivamente. Vivere significa sporcarvi le mani. Vivere significa buttarvi con coraggio. Vivere significa cadere e sbattere il muso. Vivere significa andare al di là di voi stessi... tra le stelle!
Ma dovete decidere voi, per voi stessi. "Cosa significa per me la vita?" Sono convinto che se ogni giorno dedicassimo a pensare alla vita e a vivere e ad amare lo stesso tempo... no, un quarto del tempo che dedichiamo a preparare i pasti, saremmo incredibili!Ma la vita ha un modo meraviglioso per risolvere questo problema. Per me è sempre affascinante perché, quando la vita non viene vissuta, esplode in noi. E' come cercare di bloccare il coperchio di una pentola che bolle. Succederà qualcosa, ne sono convinto. Finirete per piombare nella paura, nella sofferenza, nella solitudine, nella paranoia o nell'apatia. Tutti segni del fatto che non state vivendo! Quindi, se avvertite uno di questi sintomi, rimboccatevi le maniche e dite: "Ora devo vivere". Nell'attimo in cui incominciate a lasciarvi coinvolgere nella vita, il vapore fuoriesce, e siete salvi. Non è facile: ma la vita ci fa sapere che deve essere vissuta. Meraviglioso! 
Perché c'è la morte? Io non so perché c'è la morte. Perché c'è la sofferenza? Vorrei che non ci fosse, ma non so perché c'è. Se passassi la vita a cercare le risposte a questi interrogativi, non vivrei mai.Però a quelli che vengono da me dico che so qualcosa della vita. C'è una cosa chiamata gioia, perché io l'ho provata. E c'è una cosa chiamata follia meravigliosa, perché l'ho vissuta. E so che c'è una cosa chiamata amore perché ho amato. E so che c'è una cosa chiamata estasi perché ho conosciuto l'estasi. E so anche - perché ho conosciuto gente che ne ha fatto l'esperienza - che c'è una cosa chiamata rapimento. Oh, mi piace questa parola, "rapimento"! Cercate il rapimento! Mi rifiuto di morire fino a quando non avrò imparato che cos'è!Perché uno si comporti così, bisogna che faccia molte scelte. Una delle più importanti è "scegliere se stesso".Scegliete voi stessi.Finitela di odiarvi. Finitela di buttarvi giù. Abbracciatevi e dite: "Sai, va bene così! Starai perdendo i capelli, ma sei tutto ciò che ho!".Quando vi riconciliate con le vostre debolezze, ce l'avete fatta! Non sono enormi, sono soltanto una piccola parte di voi.Dovete scegliere voi stessi. Sono sicuro che coloro che si tolgono la vita, che non vivono, sono soprattutto coloro che non hanno rispetto per se stessi. Non so quando è stata l'ultima volta che qualcuno ha detto questo, ma voglio sottolinearlo: Voi siete un miracolo.
da "Vivere, Amare, Capirsi"


TEMPO!
By leggoerifletto


Voi siete un miracolo - Leo Buscaglia

*Abbiamo paura di vivere la vita, e perciò non facciamo esperienze, non vediamo. * *Non sentiamo. Non rischiamo! * *Non prendiamo a cuore nulla! * *Non viviamo... perché la vita significa essere coinvolti attivamente. * *Vivere significa sporcarvi le mani. * *Vivere significa buttarvi con coraggio. * *Vivere significa cadere e sbattere il muso. * *Vivere significa andare al di là di voi stessi... tra le stelle!* *Ma dovete decidere voi, per voi stessi. "Cosa significa per me la vita?" Sono convinto che se ogni giorno dedicassimo a pensare alla vita e a vivere e ad amare lo stesso tempo.... altro »
By leggoerifletto


giovedì 27 aprile 2017

Per sempre me ne andrò per questi lidi, tra la sabbia e la schiuma del mare. L'alta marea cancellerà le mie impronte, e il vento disperderà la schiuma. Ma il mare e la spiaggia dureranno in eterno.


Fragilità - Kahlil Gibran

Vi è stato detto
che, come una catena, siete fragili
quanto il vostro anello più debole.
Questa è soltanto mezza verità.
Siete anche forti
come il vostro anello più saldo.
Misurarvi dall'azione più modesta
sarebbe come misurare la potenza dell'oceano
dalla fragilità della schiuma.
Giudicarvi dai vostri fallimenti
è come accusare le stagioni
per la loro incostanza.
E voi siete come le stagioni,
e anche se durante il vostro inverno
negate la vostra primavera,
la primavera, che in voi riposa,
sorride nel sonno e non si offende.

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La vera ricchezza sta nel cuore dell'uomo;

 l'amore è il suo tesoro...

BY LEGGOERIFLETTO

L’altro – Kahlil Gibran

Il tuo prossimo 
è lo sconosciuto che è in te, reso visibile.
Il suo volto si riflette
nelle acque tranquille,
e in quelle acque, se osservi bene,
scorgerai il tuo stesso volto.
Se tenderai l'orecchio nella notte,
è lui che sentirai parlare,
e le sue parole saranno i battiti
del tuo stesso cuore.
Non sei tu solo ad essere te stesso.
Sei presente nelle azioni degli altri uomini,
e questi, senza saperlo,
sono con te in ognuno dei tuoi giorni.
Non precipiteranno
se tu non precipiterai con loro,
e non si rialzeranno se tu non ti rialzerai.

- Kahlil Gibran -


L’anima di certa gente ricorda le lavagne di scuola sulle quali il tempo traccia segni, regole ed esempi che una spugna bagnata subito cancella.

- Kahlil Gibran -
da “Massime Spirituali”


La vera ricchezza sta nel cuore dell'uomo; l'amore è il suo tesoro.




Per sempre me ne 
andrò per questi lidi,
tra la sabbia e la
schiuma del mare.
L'alta marea cancellerà
le mie impronte,
e il vento disperderà la
schiuma.
Ma il mare e la spiaggia
dureranno
in eterno.


Kahlil Gibran (1883-1931) poeta, pittore e filosofo libanese.

Aforismario >>>    ...continua



« Non chiamare stolto nessuno tra voi, giacché in verità noi non siamo né saggi né stolti. Siamo verdi foglie sull'albero della vita, e la vita stessa è al di là della saggezza e, certo, al di là della stoltezza. »
( Kahlil Gibran  da Il Giardino del Profeta)