Solo chi ha molto navigato e ha attraversato i mari in pace e in tempesta conosce la gioia che il mare infonde nell'animo dei naviganti.
Itaca per sempre - Luigi Malerba ♡ ♡ ♡ ♡ ♡
La pittura è una poesia che si vede e non si sente, e la poesia è una pittura che si sente e non si vede.
Leonardo da Vinci
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Riceviamo da ReNoir, la bella casa editrice che ha già edito un volume sul nostro Padre Brown a fumetti (Il Giardino Segreto, disponibile su www.pumpstreet.it), la copertina del prossimo volume della serie ispirata ai romanzi sul prete detective, La Croce Azzurra, il primo racconto in assoluto della serie, probabilmente il più famoso (quello dove Padre Brown dice a Flambeau, grossomodo: "Lei ha criticato la ragione, questa è cattiva teologia"... insomma, un grande classico).
Il volume è corredato dei già noti e bellissimi disegni di Barzi, Villa, Maresta e Chiereghin, e di note di Paolo Gulisano e Annalisa Teggi.
E' un anteprima che viene riservata al nostro piccolo popolo, per cui beato chi segue il nostro blog!
Il volume sarà disponibile in anteprima al Meeting di Rimini presso lo stand di Pump Street e presso la Libreria del Meeting, per poi essere in regolare distribuzione nelle librerie dal prossimo autunno, ma già da adesso può essere ordinato su Pump Street e lo riceverete a breve (a giorni avremo le prime copie).
ReNoir ha anche in catalogo i fumetti delle storie di Peppone e Don Camillo del nostro Guareschi (il Chesterton d'Italia), anch'esse disponibili su Pump Street.
Un grazie a ReNoir che ha prodotto questo nuovo volume per quella che ci auguriamo sia una lunga e bella serie. In questo modo l'editrice sta sostenendo la grande impresa di far conoscere Chesterton. Bravi!
Visitiamola mostra degli impressionisti offerti dal Quai d’Orsay a Roma,entro al Vittoriano, la macchina da scrivere per intenderci, e il percorso ci porta dalle opere precedenti al periodo considerato fino agli albori del decostruttivismo.Ammiro alcune opere, altre le osservo perplesso.Mi fermo davanti ad un quadro dipinto di una decina d’anni prima che Monet e amici lanciassero il loro movimento di pittura emotiva. Rappresenta un curato di campagna, di quella campagna francese che illumina molti romanzi, mentre parla, fa catechismo dice il titolo, con tre vispi ragazzetti. Gusto i particolari.Si avvicina una ragazza, resta così estasiata che afferma ad alta voce, rivolta a me: “sembra una fotografia!”.Ecco, questo fa riflettere: che cosa c’entra la pittura con la fotografia? C’è che abbiamo voglia di realtà. L’arte ci affascina quando parla della realtà, non dei sogni –o deliri- dell’artista. Quella roba lì è importante sì, ma è altra cosa.L’arte per me deve parlare di ciò che è vero, bello, giusto: o ingiusto, ma perché poi di giustizia si parla.Tollero, anzi per la verità amo, gli impressionisti perché in fin dei conti dalla realtà non si discostano, la narrano come la vedono, ma sotto il velo leggero la realtà c’è.Se perdiamo questo contatto con la verità, tutto diventa lecito. Ancheil cavallo che dipinge tele e che qualche sprovveduto compera per centinaia di migliaia di euro.Perdiamo il lume della ragione. Spalanchiamo l’anima ad ogni assurdità che ci predispone ad accettare ogni perversione contro natura.Perché fai presto a dire che ogni cosa che esiste è buona: è così che mi ha apostrofato una persona con la quale in rete discutevo su gender e adozioni. “Fattene una ragione, c’è. Quindi va bene”.Uno sragionamento pericoloso perché se basta che una cosa esista per essere buona, per essere giusta, per essere accettata, allora fate molta attenzione voi che affermate “O si accetta la realtà o non la si accetta. Si può scegliere di non accettare l’evidenza”. Perché anche la pedofilia, lo stupro, la violenza sulle donne, gli omicidi, la mafia, la corruzione, la mantide che magia il maschio, l’animale carnivoro e molte altre nefandezze sono realtà, ma il fatto di essere evidenza non le rende giuste o buone, le rende solo presenti. Non credo che il solo fatto di essere determini ciò che è bene e ciò che è male, né lo può fare la statistica o la volontà dell’uomo.Non se ne esce se non risaliamo insieme d’un passo la collina dell’ideologia: o ci diamo un metro per giudicare o nulla è giudicabile.Se è solo la scelta che determina il bene e il male, allora devo accettare che tutto è bene, anche quello che non mi piace. Se invece ci sono cose che ripugnano, devo chiedermi perché ripugnano, in virtù di cosa, e scoprire quella verità immutabile che sta sotto e tutto determina.Che sta dentro la realtà ma che non è la realtà, è il suo senso.Ci vogliamo provare?
In un'isola lontana di un paese del Sol Levante regnava un superbo imperatore. Era un sovrano molto vanitoso, che amava circondarsi di cose stupende e perciò tutto nel suo regno era incantevole. Anche sua figlia era bellissima ed egli l'aveva chiamata Splendore del Giorno. L'imperatore sceglieva per lei i vestiti più sontuosi, pretendeva che si ornasse con gemme e diademi preziosi e che il suo trucco fosse perfetto. Non l'abbracciava mai; la guardava solo per assicurarsi che la sua bellezza e il suo abbigliamento fossero sempre degni di una regina.
Ma Splendore del Giorno si sentiva oppressa da tutte queste ricchezze, priva di affetto e schiava della vanità del padre. Trascorreva il suo tempo passeggiando lungo i viali più reconditi dell'immenso giardino per nascondere agli altri le sue lacrime. Ella sognava d'essere povera, ma libera e amata.
Un mattino, in cui si sentiva più triste del solito, la principessa si rivolse al Buddha di giada del suo palazzo, con questa preghiera:
- O dio della saggezza, aiutami a fuggire da questa prigione. Dammi la possibilità di andar via col vento profumato sui prati fioriti e di volare con gli uccelli nel cielo turchino.
Buddha indossò allora una veste di luce e così rispose alla giovane:
- Ti offro cento lune per ubriacarti di libertà. Ogni sera, all'ultimo rintocco della mezzanotte, ti trasformerai in un uccello. Ma non appena il sole sorgerà, tu tornerai ad essere quella che sei, la principessa Splendore del Giorno.
Sappi però che l'incantesimo durerà fino al termine delle cento lune.
- Sono pronta ad assumermi tutti i rischi - affermò la giovane.
Buddha mantenne la sua promessa e quella stessa notte, al dodicesimo tocco della mezzanotte, Splendore del Giorno fu trasformata in un uccello. Finalmente poteva allontanarsi dalla sua prigione dorata!
Volò in alto, ancora più in alto finché la sua casa non divenne che un punto luminoso e lontano. Piena di felicità, Splendore del Giorno si mise a cantare e il suo canto melodioso si propagò per la campagna addormentata come un inno di gioia. All'alba l'incantesimo cessò e, riprese le sue sembianze, la principessa tornò al palazzo reale.
Ben presto però l'imperatore venne a sapere che, quando scendeva la notte e la luna brillava sul mare, un uccello cantava in modo così melodioso che certamente doveva trattarsi di un essere divino. Che tipo di uccello era quello che egli ancora non possedeva? Subito ordinò ai suoi soldati di catturarlo.
Passò un mese, ma i samurai non riuscirono a prendere lo straordinario esemplare. Infatti Splendore del Giorno riusciva abilmente a sfuggire a tutte le trappole che le venivano tese. Fu così che il superbo imperatore, beffato dall'uccello sconosciuto, si ammalò. Perse l'appetito e il sonno, deperì ogni giorno di più e alla fine dovette mettersi a LETTO.
Splendore del Giorno, preoccupata per la sorte del padre, pregò di nuovo Buddha:
- O dio della saggezza, sono pronta a sacrificare la mia libertà in cambio della vita di mio padre. Ti supplico, rompi l'incantesimo e guariscilo dal suo folle male.
- Non è in mio potere salvare tuo padre dalla sua stupida ambizione. Tuttavia accolgo la tua richiesta di rompere l'incantesimo, anche se le cento lune non sono ancora trascorse. Può darsi che in questo modo tuo padre ritrovi il piacere di vivere e che questa prova possa averlo reso più umile.
Da allora Splendore del Giorno circondò il padre di amore e di premure e, per aiutarlo a guarire, chiamò al suo capezzale i più famosi dottori che gli prodigarono cure d'ogni genere. Malgrado ciò il sovrano, sognando l'uccello divino, si consumò lentamente fino a morire.
Splendore del Giorno aprì ai sudditi più poveri del regno le porte del suo palazzo e mise a disposizione di tutti, contadini e pescatori, le immense ricchezze che suo padre, con orgoglio e vanità, aveva accumulato.
Adorata dalla sua gente, che la venerò come una dea, la principessa visse felice e finalmente libera.
Il dio Buddha, per ripagarla di tanta generosità, popolò la sua isola di uccelli divini, a cui Splendore del Giorno diede il nome di usignoli.
Da quel momento, e sono passati ormai tanti secoli, quando la luna emana i suoi ultimi chiarori e il sole comincia a tingere di rosa il cielo, l'usignolo canta: il suo canto melodioso è un inno alla libertà dell'uomo.
Leggenda giapponese
"Un uomo, se possiede la vera sapienza, può godere l'intero spettacolo del mondo seduto su una SEDIA, senza saper leggere, senza parlare con nessuno, soltanto con l'uso dei sensi e il fatto che l'anima non sappia essere triste."
(Fernando Pessoa)
Il perdono non è un sentimento, ma una decisione: «Piantate attorno a voi oasi di riconciliazione, aprite porte, riaccendete calore, riannodate fiducia nelle persone, inventate sistemi di pace».
E quando le oasi si saranno moltiplicate conquisteranno il deserto.
(Padre Ermes Ronchi)
Ho pensato a quanto spiacevole sia essere chiusi fuori;
e ho pensato a quanto sia peggio essere chiusi dentro.
Cinquant’anni fa usciva «Il Vangelo secondo Matteo» di Pier Paolo Pasolini. È forse la migliore opera su Gesù nella storia del cinema
Mostra a Matera. Dal 21 luglio al 9 novembre il Museo nazionale d’arte medievale e moderna di Matera ospita la mostra «Pasolini a Matera. Il Vangelo secondo Matteo cinquant’anni dopo. Nuove tecniche di immagine: arte, cinema, fotografia», curata da Marta Ragozzino e Giuseppe Appella. Divisa in sei sezioni, l’esposizione racconta storia e luoghi del Vangelo in relazione al clima culturale e artistico del tempo. Lo scopo è mettere a fuoco la genesi del capolavoro e il suo rapporto con la città che nell’estate del 1964, sotto un sole «ferocemente antico», divenne Gerusalemme.
(Emilio Ranzato) Molti sostengono, non a torto, che il momento più rappresentativo del cinema di Pier Paolo Pasolini sia concentrato nella mezz’ora e poco più de La ricotta, l’episodio da lui firmato all’interno di Ro.Go.Pa.G. (1963). La vicenda che vi si racconta — quella di «Stracci», ladrone buono in un film sulla Passione che muore davvero sulla croce per un’indigestione dovuta alla troppa fame — in effetti non potrebbe essere più emblematica della poetica del regista. Ma ci sono elementi a margine della lavorazione della pellicola, che ci dicono qualcosa di ancora più significativo non solo su Pasolini, ma su tutto il cinema di quei primi anni Sessanta.
Importanti, in particolare, sono gli altri nomi coinvolti nel progetto. Oltre a Ugo Gregoretti, infatti, firmano gli episodi Roberto Rossellini e Jean-Luc Godard. Mentre attore nel ruolo del regista ne La ricotta è Orson Welles, a cui il personaggio di un pedante e viscido giornalista pone varie domande, fra cui una su Federico Fellini. Domanda inevitabile, verrebbe da dire, visto che tutta la situazione messa in scena da Pasolini ha chiare discendenze felliniane, e che lo stesso Welles assomiglia vagamente ma forse non a caso al regista riminese.
Rossellini, Godard, Welles, Fellini, dunque. Quattro nomi che corrispondono a quattro coordinate fondamentali dell’opera cinematografica pasoliniana dei primi anni. Rossellini rappresenta ovviamente il punto di partenza. Quel neorealismo che aveva dimostrato come si potesse fare poesia muovendo dal contatto diretto, spoglio con la realtà. Assunto cruciale cui pure Pasolini darà una personalissima interpretazione, arrivando persino a esiti in gran parte opposti rispetto alla rilevanza sociale e storica di quel modello, ovvero sfocianti da una parte nel mito, dall’altra nella mimesi autobiografica.
Se Rossellini aveva minato, con l’irrompere della realtà, il terreno del cinema narrativo, Godard gli darà il colpo definitivo sdoganando il linguaggio cinematografico poetico, ovvero il montaggio libero da regole espressive che non siano quelle dettate dalla poetica dell’autore stesso. Anche se Godard e Pasolini esordiscono alla regia quasi contemporaneamente, e i due arriveranno, più avanti, anche a una polemica sul rapporto fra cinema e politica, a metà decennio Pasolini si dichiara ancora affascinato dal lavoro del collega francese. In cui non può non vedere un punto di riferimento per associare a quel lessico neorealista di cui si è appropriato, una sintassi nuova, al passo coi tempi, ma soprattutto capace di dare respiro al fitto e persino ingombrante tessuto culturale e intellettuale che egli quasi suo malgrado possiede, e che invece avverte come una zavorra nella ricerca della verità di una qualsiasi rappresentazione artistica. Concetto che è proprio alla base de La ricotta. Dove la passione vera di Stracci si contrappone a quella posticcia che il regista colto e saccente interpretato da Welles voleva inscenare.
Lo stesso Welles rappresenta poi un nume tutelare per chi dirige film in questi anni. Per il suo tentativo rivoluzionario, ancorché fallito, di spezzare il sistema produttivo mettendo a capo di tutto la figura del regista. Il che, da un punto di vista politico, ne fa un antesignano dei nuovi registi-autori. Ma anche perché con Quarto potere, e con il suo Charles Foster Kane cui nessuno riesce a dare una definizione univoca, aveva suggerito un tema fondamentale del cinema moderno. Ovvero la crisi della personalità.
Non sorprende che due dei capolavori del cinema della metà degli anni Sessanta, Otto e mezzo (1963) appunto di Fellini, e Il bandito delle undici (Pierrot le fou, 1965) appunto di Godard, affrontino questo tema. Questa crisi d’identità rappresenta infatti una deriva comune a una parte sempre maggiore del mondo artistico e intellettuale via via che ci si allontana dalle facili contrapposizioni e dalle istintive tensioni morali dell’immediato dopoguerra.
Nel collaborare con Godard, nel citare Fellini, nell’impiegare Welles come attore, il Pasolini dei tempi de La ricotta — e a un passo dal progettare Il Vangelo secondo Matteo — dimostra dunque di essersi sintonizzato su questa lunghezza d’onda. Di lì a poco, infatti, confesserà di essere affetto dallo stesso «morbo» di tanti suoi colleghi. Nelle interviste, nelle poesie, in vari scritti, Pasolini tornerà quasi ossessivamente al concetto della crisi dell’intellettuale. In questo contesto, cita i nomi di altri scrittori, come Cassola o Bassani, per dimostrare come la crisi sia in effetti qualcosa di comune. Di certo è una realtà personale sempre più evidente, che nasce anche e soprattutto da un’insoddisfazione nei confronti delle soluzioni marxiste ai problemi del mondo. Soluzioni a cui sfuggiva non a caso quel sottoproletario universale protagonista dei suoi romanzi e dei suoi film, incapace di inserirsi nella lotta di classe perché non appartenente ad alcuna classe. E a malapena capace di una coscienza anche soltanto individuale. Di contro, tuttavia, Pasolini non attenuerà mai i toni contro una Chiesa che, a suo parere, nell’istituzionalizzarsi perdeva completamente di vista il proprio spirito primigenio.
Alle soglie degli anni Sessanta, dunque, Pasolini sente di trovarsi in una terra di nessuno. In un periodo e in un Paese, per giunta, in cui non prendere una posizione precisa è ancora considerato di per sé una colpa. L’artista e intellettuale, insomma, è pronto a mettere in scena la sua epocale crisi d’identità. E Il Vangelo secondo Matteo (presentato il 4 settembre 1964 a Venezia), con un Cristo interpretato da un sindacalista antifranchista, con la Madonna anziana impersonata dalla madre dello stesso regista, con la scena disseminata ancora una volta dai volti dei “suoi” sottoproletari, con la scabra ambientazione dei Sassi di Matera che ricorda molto le periferie primitive di Accattone, con i riferimenti alla pittura del Quattrocento già individuati nei due film precedenti, nasce infatti prima di tutto per Pasolini come scenario interiore, come presepe intimo in cui far confluire tutti gli elementi della propria tormentata e per molti versi contraddittoria ideologia. Senonché, proprio l’umanità febbrile e primitiva che il regista porta un’altra volta sullo schermo, finisce per conferire un vigore nuovo al verbo cristiano, che in questo contesto appare ancora più attuale, concreto, rivoluzionario. Viceversa, il regista per il resto rispetta la pagina evangelica alla lettera, e non arretra affatto neanche di fronte al racconto dei miracoli, che mette anzi in scena con l’ispirazione degna di un credente. In questo modo, confermando cioè la validità e la forza della parola cristiana da una parte, ma dandogli un contesto più vero in cui potersi propagare dall’altra, il regista vuole certamente dare una stoccata tanto al mondo marxista quanto a quello ecclesiastico. Allo stesso tempo, però, forse inaspettatamente, trova un rifugio in cui vivere in pace la propria equidistanza da quei due poli.
Ecco dunque che quello che nelle premesse doveva essere il suo film su una crisi personale, la sua variante di Otto e mezzo e Il bandito delle undici, diventa invece un’opera che individua negli insegnamenti cristiani, restituiti però alla spoglia essenza di cui si invocava un ritorno già ne La ricotta, lo strumento per uscire da quella stessa crisi. Non è un caso, allora, che ai suicidi, benché surreali o solo immaginati, con cui terminano i sopracitati omologhi di Fellini e Godard, qui si contrappone una resurrezione. Girata anche questa, fra l’altro, con la spinta emotiva, la gioia e l’urgenza di chi, al di là delle dichiarazioni ufficiali, vi crede davvero.
Che sia un film su una crisi in atto o su un suo superamento, Il Vangelo secondo Matteo rimane comunque un capolavoro, e probabilmente il miglior film su Gesù mai girato. Sicuramente, quello in cui la sua parola risuona più fluida, aerea e insieme stentorea. Scolpita nella spoglia pietra come i migliori momenti del cinema pasoliniano.
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Digitalizzato dalla Filmoteca Vaticana
(Claudia Di Giovanni) La pellicola 16 millimetri in bianco e nero de Il Vangelo secondo Matteo era nell’archivio della Filmoteca Vaticana da molti anni e nel 2005, nel corso della periodica revisione del materiale, aveva iniziato a manifestare gli inevitabili segni del tempo, perdendo soprattutto luminosità e penalizzando l’intensità delle immagini. Inizialmente si è provveduto a sostituire le scatole di metallo in cui erano riposte le bobine, onde evitare che l’ossidazione danneggiasse ulteriormente la pellicola. Fortunatamente lo scorso inverno è stato possibile riportarla al suo originario splendore, con un lavoro durato oltre sette mesi, intervenendo prima manualmente su ognuna delle quattro bobine che presentavano anche graffi e macchie. Dopo questa accurata pulizia manuale dei loro oltre millecinquecento metri, le bobine sono state passate in un liquido rigenerante che le ha rese più elastiche e ha eliminato le macchie residue. La pellicola è stata poi trasferita su supporto digitale e, grazie al telecinema, è stato possibile intervenire per migliorare eventuali difetti dell’immagine. Proiettando il lavoro finito sullo schermo, la galleria di tanti volti in primo piano ha riportato l’emozione di quell’umanità che è il cuore dell’intero film. Maria, gli apostoli, uomini e donne sullo sfondo di una storia intrisa di solitudine e fraternità, a cominciare proprio dal Cristo, uomo divino cosciente del suo fardello e del sacrificio che esso comporta.
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Scritto nel 1968 il film non fu mai girato. San Paolo a New York
(Lucetta Scaraffia) Anche dopo Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini ha continuato a lavorare sulla tradizione cristiana: in particolare, aveva progettato di girare un film sull’apostolo Paolo. Nel 1968 aveva portato a termine un abbozzo di sceneggiatura già piuttosto completo, ma varie difficoltà ne impedirono la realizzazione, a cui evidentemente teneva molto, se tentò di trovare una produzione ancora nel 1974.
Si tratta di una proposta per molti aspetti ancora più audace di quella adottata per il Vangelo: l’intera vicenda del santo doveva essere trasportata ai nostri giorni, «per dare cinematograficamente nel modo più diretto e più violento l’impressione e la convinzione della sua attualità» o, ancor meglio, «per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che San Paolo è “qui, oggi, tra noi” e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia».
Pasolini si propone quindi di sostituire il conformismo dei tempi di Paolo con il conformismo contemporaneo, e quindi la scena viene trasposta in quelle città che corrispondono — oggi — a quelle dove visse l’apostolo. Il centro del mondo moderno non è più Roma, ma New York, mentre il centro culturale, ideologico e civile, non è più Gerusalemme, ma Parigi. Al posto di Atene di allora mette la Roma di oggi, e Antiochia viene sostituita da Londra. Quindi, in sostanza, il teatro in cui si muove Paolo non è più il Mediterraneo, ma l’Atlantico.
Ma la cosa più importante è che «le domande che gli evangelizzati porranno a San Paolo saranno domande di uomini moderni, specifiche, circostanziate, problematiche, politiche, formulate in un linguaggio tipico dei nostri giorni» mentre le risposte di Paolo saranno invece riprese direttamente dalle sue parole, «formulate col linguaggio tipico di San Paolo, universale ed eterno». In questo modo Pasolini vuole rivelare la problematica profonda che sta dietro al suo lavoro di sceneggiatura: cioè «la contrapposizione di “attualità” e “santità”».
Alla fine Paolo verrà condannato a morte — su sedia elettrica — in un carcere americano, per avere denunciato il mondo dei monopoli, della ricchezza e della potenza, contrapposto al mondo dei reietti, della lotta disperata dei negri.
È un vero peccato che il film non sia stato realizzato. Ma anche la sola lettura del testo preparatorio — pubblicato in un’edizione ormai introvabile da Einaudi — rende bene l’idea di Pasolini, e ci tuffa in una contemporaneità abitata dagli apostoli che coinvolge profondamente il lettore moderno.
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Il sacro nel quotidiano
(Emilio Ranzato) Pochi film come Il Vangelo secondo Matteo danno un’impressione di complessiva compattezza e solidità pur serbando in sé un totale rifiuto per uno stile. Termine viceversa sentito come un imperativo in quegli anni di nouvelle vague, in cui nel rompere sistematicamente, programmaticamente le regole vigenti fino a quel momento, si stava già creando un nuovo codice, di lì a poco altrettanto condizionante e asfissiante, oltreché riconoscibile e facilmente decifrabile. Quello del Vangelo di Pasolini, che pure a quella sensibilità si avvicina, è invece cinema completamente libero, legato soltanto all’urgente ispirazione del momento.
All’inquadratura che rimanda alla citazione colta, segue magari il movimento di macchina improvvisato o la comparsa che guarda ingenuamente nell’obiettivo; alle sequenze girate con la tipica frontalità pasoliniana, se ne contrappongono altre risolte con piani dall’angolazione spericolata alla Welles; ai lunghi silenzi spezzati qua e là dai gospel o dalle musiche di Bach, si alternano monologhi dalla lunghezza inusitata. Eppure ci vuole un occhio davvero attento per notare certe incongruenze, che di certo sfuggono comunque alle prime visioni, tanto l’insieme fila liscio.
Lo stile, se di stile si può parlare, è infatti dettato semplicemente dal divenire degli eventi che vediamo sullo schermo. Con tutto ciò che ne consegue. Ossia con l’effetto di mostrare allo spettatore episodi evangelici che sembrano uscire dal testo sacro per trasformarsi in vita concreta. Persino vita minuta, in certi momenti. Ne è un esempio già la scena iniziale, quando Giuseppe si allontana da casa e da Maria incinta, per poi aggirarsi turbato per le strade di Betlemme come farebbe un uomo qualsiasi. Ma proprio questa sequenza è invece emblematica di come Pasolini riesca straordinariamente a insinuare il sacro nel quotidiano senza soluzione di continuità. Appena prima dell’apparizione dell’angelo, una febbrile panoramica a scoprire arriva a inquadrare improvvisamente un nutrito gruppo di bambini che giocano, quasi fosse a sua volta un’epifania, preparando il campo alla visione mistica, viceversa la più sommessa che si possa immaginare.
Pasolini sembra dunque seguire ciecamente i propri protagonisti. E se questo avviene perché si tratta semplicemente dei personaggi di una sua opera, o perché intravede qualcosa di illuminante in ciò che si concretizza di fronte allo sguardo della cinepresa, sarà sempre arduo stabilirlo. Qualcosa di nuovo comunque, rispetto ai suoi film precedenti, salta facilmente all’occhio. E cioè che mentre lì il regista dimostrava di padroneggiare con sicurezza le proprie creature, di saper addomesticare in ultima battuta un materiale umano e sociale pur tanto febbrile da far parlare di riesumazione del neorealismo, qui sembra completamente abbandonarsi al fluire della pagina evangelica. È proprio in questo afflato espressivo, che sta l’impressione di un film più religioso che laico. Di certo, poche altre volte nella storia del cinema una rappresentazione che tocca corde sacre, o anche soltanto mitiche ed epiche, ha preso le mosse da un così sincero realismo.
Con Enrique Irazoqui (doppiato da Enrico Maria Salerno), Susanna Pasolini, Settimio Di Porto, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate, Otello Sestili...
Italia 1964
Ambientazione: Chia (frazione di Soriano nel Cimino, Viterbo) Barile, Castel Lagopesole, Ginosa, Le Castella, Matera, Massafra e Gioia del Colle (Pasolini avrebbe voluto girare in Palestina, ma la produzione per contenere i costi "impose" l'Italia).
« Questo film è dedicato alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII »
(dai titoli di coda)
Dichiarazione di Pasolini a proposito del film: «Il film vuole essere anche un violento richiamo alla borghesia, lanciata verso un futuro che è la distruzione degli elementi antropologicamente umani, classici e religiosi. Forse è perché sono così poco cattolico che ho potuto amare tanto il Vangelo e farne un film».
Curiosità: il protagonista Enrique Irazoquiera un giovane sindacalista catalano e si trovava in Italia per cercarvi appoggi contro il regime franchista. In precedenza si era pensato ad un prelato tedesco.
Alcune immagini tratte dal film . Un commento al film di Serafino Murri . La Passione secondo Matteo di J.S. Bach, di Angela Molteni . La musica nei film di Pier Paolo Pasolini. Alcuni riferimenti pittorici di Angela Molteni (blog)
Noi non ci accontentiamo di vedere la bellezza, anche se il Cielo sa che gran dono sia questo. Noi vogliamo qualcos'altro, che è difficile descrivere a parole: vogliamo sentirci uniti alla bellezza che vediamo, trapassarla, riceverla dentro di noi, immergerci in essa, diventarne parte. Ecco perché abbiamo popolato l'aria, la terra e l'acqua di dei e dee,ninfe ed elfi che, dato che a noi non è possibile, possano almeno loro, queste proiezioni di noi stessi, godere ritrovando in se stessi quella bellezza, quella grazia, e quel potere di cui la Natura è immagine. Ecco perché i poeti ci narrano tante meravigliose menzogne. Essi parlano come se il Vento dell'Occidente potesse davvero soffiare dentro un'anima umana: ma non è vero. Ci dicono che "la Bellezza nata da un sussurro" passerà in un volto umano: ma non lo farà. Non per ora. E se prendiamo sul serio l'immagine della Scrittura, se crediamo che Dio un giorno ci darà davvero la Stella del Mattino e ci farà indossare lo splendore del sole, allora possiamo credere che gli antichi miti, come la poesia moderna, pur così falsi nel loro significato storico, siano tanto vicini alla verità quanto la profezia. In questo momento noi ci troviamo all'esterno del mondo, dalla parte sbagliata della porta. Possiamo percepire la freschezza e la purezza del mattino, senza però che queste ci possano rendere freschi puri come loro. Non possiamo penetrare lo splendore che vediamo. Ma tutte le foglie del Nuovo Testamento sussurrano frusciando che non sarà sempre così. Un giorno, a Dio piacendo, riusciremo ad entrare. Quando le anime umane saranno diventate così perfette nella loro obbedienza volontaria da uguagliare le creature inanimate nella loro obbedienza senza vita, allora potranno riscoprirsi della medesima gloria della natura, anzi, di quella Gloria ben più grande di cui la natura non è che un primo abbozzo. La Natura è mortale: noi le sopravviveremo. Quando tutti i soli e tutte le nebulose saranno tramontati, ognuno di voi sarà ancora vivo. La Natura non è che un'immagine, un simbolo, ma è il simbolo che la Scrittura mi invita ad usare. Siamo invitati ad entrare attraverso la Natura, oltrepassandola, fino a raggiungere quello splendore che essa è in grado di riflettere solo in parte. E una volta dentro, oltrepassata la Natura, potremo mangiare dell'albero della vita.
Abbiamo trovato questa bellarecensione tra quelle postate dai clienti di Amazon (di Marco Modugno).Era ora! Dopo anni di slalom, nelle nostre passeggiate in libreria, in mezzo a grattacieli di copie invendute e invendibili di saggi tristi, pessimisti, sepolcrali che pontificano sulla crisi della famiglia, sugli scenari catastrofici che attendono i nostri figli, sulle prospettive funeree comportate dalla deriva morale della nostra società, arriva finalmente sugli scaffali un raggio di sole e di speranza, capace di illuminare il cuore di chi ancora ha il coraggio e la tenacia di sperare che non tutto sia perduto. “Le radici profonde non sono raggiunte dalla brina” scriveva il professor Tolkien.Continua a leggere →