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giovedì 26 febbraio 2015

Pettegolezzi & Piume di S.Filippo Neri - NOSTALGIA & felicità

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«In fondo, che male c’è? Non ho mica ucciso qualcuno!» è questa la giustificazione che ci diamo, non appena aver ceduto a una delle tentazioni più diffuse e difficili da estirpare, quasi fosse intrinsecamente legata alla natura umana. E che, pur non risparmiando gli uomini, è particolarmente feconda sulle bocche femminili.
Di che parlo? Pettegolezzi, dicerie, che spesso diventano ingiurie ben più offensive: si rivelano calunnie, spesso senza alcun fondamento: minano la dignità e la credibilità delle vittime, viaggiano a  gran velocità in ogni direzione e intaccano la serietà e la tranquillità di chi ne è stato fatto oggetto.
Non solo, in molti casi si tratta di parole al vento, prive di qualsiasi fondamento; e si arriva persino a molto, molto peggio: alle volte, si tratta addirittura di insinuazioni diffuse ad arte, proprio con l’intenzione di ferire chi è protagonista di queste chiacchiere di paese o di quartiere. Quando non di parrocchia. Eh sì, perché neanche le nostre parrocchie sono esenti: anzi, purtroppo, è proprio questo il luogo in cui si producono e proliferano con maggiore fecondità!
Ben lungi dall’essere “chiacchiere innocenti”, tanto per rompere il silenzio condominiale o il gelo che cala nei fugaci e occasionali incontri nei luoghi comuni (intesi come posti frequentati da chi vive nello stesso palazzo!), sono purtroppo vere e proprie armi, consapevolmente utilizzate per isolare l’avversario e sconfiggerlo con l’attacco più potente: quello della solitudine e dell’indifferenza.
Del resto, meccanismi molto simili accadono anche sul luogo di lavoro. Non si svolge forse in questo modo il mobbing, che punta a distruggere interiormente le persone, fino a costringerle a una resa innocua e pacifica?
La donna, un po’ a malincuore, eseguì questa strana penitenza e andò a riferirlo a Filippo Neri.
Lui le disse: “La penitenza non è finita! Ora devi andare per tutta Roma a raccogliere le penne e le piume che hai sparso!”.
“Tu mi chiedi una cosa impossibile!”, disse la donna.
E il confessore le rispose così: “Anche le chiacchiere che hai sparso per tutta Roma non si possono più raccogliere! Sono come le piume e le penne di questa gallina che hai sparso dappertutto! Non c’è rimedio per il danno che hai fatto con le tue chiacchiere!”.
Questo piccolo aneddoto della vita di san Filippo Neri, strappandoci un sorriso, evidenzia come dettagli che trascuriamo si rivelano in verità fondamentali. A volte ciò che rovina ha proprio questo nome: la superficialità con cui si pensa di poter (o dover) “passare sopra” a tante cose.
Invece, rendere noti gli sbagli altrui a terzi è molto grave, in particolar modo quando si evita, per i più svariati motivi, di parlarne col diretto interessato. Innanzitutto è – con grande mancanza di stile – dribblata l’opportuna e necessaria correzione fraterna, che rappresenta sempre, oltre ad un confronto schietto e verace, una reciproca occasione di crescita –  non solo spirituale ma anche umana –.
È poi del tutto evidente come, qualora manchino perfino argomentazioni che possano almeno in minima parte giustificare o, addirittura, sia presente un’espressa volontà di ferire, denigrare, offendere, mettere in cattiva luce l’altra persona, avviene qualcosa forse anche peggiore della violenza fisica. Perché abbiamo tutti avuto esperienza della sofferenza che può essere causata dalle parole: utilizzarla come subdola arma di offesa cela una macchinazione che è ben peggiore di tante altre malefatte – molto più visibili e concrete e, per questo motivo, molto più facili da individuare e contrastare –.

Un giorno, una chiacchierona nota in tutta Roma, andò a confessarsi da San Filippo Neri. Il confessore ascoltò attentamente e poi le assegnò questa penitenza: “Dopo aver spennato una gallina dovrai andare per le strade di Roma e spargerai un po' dappertutto le penne e le piume della gallina! Dopo torna da me!”.

www.sullastradadiemmaus.it
Il paese è piccolo e la gente mormora. È normale. Ma tutti diciamo che non dovrebbe essere così. E allora, che si fa? Si racconta che un giorno una donna, notoriamente chiacchierona, andò a confessarsi da San Filippo Neri. Egli, dopo averla ascoltata attentamente...


Si racconta che un giorno una donna, notoriamente chiacchierona, andò a confessarsi da San Filippo Neri. Egli, dopo averla ascoltata attentamente, le diede una curiosa penitenza: “Vai a casa, spenna una gallina, e spargi le sue piume per tutta la città. Poi torna da me”. La donna, benché stupita, fece ciò che il confessore le aveva comandato e, tornata, si senti dire:”La penitenza non è finita. Ora va’ e raccogli tutte le piume che hai sparso”. “Ma è impossibile”, rispose lei sconsolata. “Ed è così per ciò che hai fatto con le tue chiacchiere. Non è possibile rimediare al male che è stato fatto”.Questa storiella piace a tutti. E tutti dicono “è vero, è vero”. Allora c’è qualcosa che non capisco. La mormorazione è male, tutti sanno che è male, ma d’altra parte è considerata normale, come una male necessario. Mi spiego. Tutti noi siamo, praticamente da sempre, protagonisti e osservatori di relazioni sociali. Abbiamo scoperto ben presto che ognuno è fatto a modo suo, ma anche che certe caratteristiche sono comuni un po’ a tutti. E abbiamo capito altrettanto presto che non ci piacciono tutti quelli che incontriamo, né possiamo piacere a tutti. A conseguenza di ciò, abbiamo accettato la mormorazione (il pettegolezzo, la maldicenza) come frutto, acido certo, ma di cui accontentarsi, delle nostre relazioni. Peggiore del male è, forse, l’abitudine ad esso. Perché ci toglie la volontà di intervenire. Non solo. Presto offusca la nostra percezione del male, impedendoci mano a mano di scovarlo. E infatti, nel modello relazionale che il nostro mondo ci propone, la mormorazione è parte integrante della vita sociale, mascherata da “diritto a esprimere le mie idee”, perché “siamo persone vere che non nascondono ciò che sentono”, fino a “lui/lei mi ha fatto questo, si merita la mia reazione”, e probabilmente molto altro ancora.Qualcuno non è d’accordo. Dice che ci sono almeno due tipi, ben diversi, di questa cosiddetta mormorazione: per capirci, distingueremo in “cattiva” e “neutra” (“buona” appare eccessivo). La mormorazione cattiva si identifica facilmente quando è pianificato l’intento di nuocere alla persona in oggetto, utilizzando ogni possibile canale comunicativo, sfruttando ogni occasione per, diciamolo in termini evocativi, “spettegolare”, magari aggiungendo o togliendo liberamente particolari più o meno interessanti. La mormorazione neutra, invece, è ben altra cosa. Significa dire ciò che si pensa della persona in oggetto, utilizzando ogni possibile canale comunicativo, sfruttando ogni occasione per farne notare i difetti, gli errori, le incoerenze, tutti veri o presunti. Tutto in nome della libertà di opinione, magari. Sì, è indubbiamente ben altra cosa. In ogni caso, per trovare una risposta soddisfacente a tutta la questione, bisogna andare alla radice. Quali sono le motivazioni che creano la mormorazione?Perché coloro che incontriamo cadono, così come noi stessi cadiamo, in quest’abitudine? Rileggendo ciò che è stato scritto, potrebbe essere più immediato domandarsi perché non farlo. Voglio dire, abbiamo visto che è la reazione più istintiva, è la normale conseguenza della nostra geniale scoperta: non tutti ci piacciono, perché dunque frustrarsi e togliersi la libertà di pensare liberamente? E ora che ci siamo riempiti di domande, vediamo di trovare qualche risposta.Innanzitutto, un problema a cui va trovata presto una soluzione è: ciò che è istintivo è necessariamente giusto? Può essere istintivo cercare il fresco in agosto con quaranta gradi, e si può arrivare a dimostrare istintivo anche un pluriomicidio. Possiamo stare qui a dissertare su quale sia la soglia che rende l’istinto accettabile, soglia che potrà essere diversa per ognuno. Il punto è che né l’istinto, e diciamola tutta, neanche il solo nostro personalissimo ragionamento, hanno la capacità di dirci ciò che è giusto. Non solo, bisogna anche mettere in conto che ciò che personalmente sentiamo e pensiamo, beh… può essere sbagliato. Chiarito questo, arriviamo al punto principale: qual è il modo giusto di vedere me stesso, chi mi sta intorno, e le relazioni che si creano tra noi? Cos’è che mi dovrebbe impedire la mormorazione, e tuttavia non privarmi dei miei occhi sugli altri, della mia capacità di pensare e di valutare?Noi proponiamo un cambio di prospettiva: la nostra vita non è un caso, come non lo è il fatto di avere certe persone intorno. La nostra vita è preziosa agli occhi del Signore, che ha a cuore la nostra realizzazione e la nostra felicità, quella vera. Ogni piccolo segno lungo la nostra esistenza è un indizio da cogliere per gustare, ora e un giorno, il Paradiso. Anche chi non ci piace è un indizio, è un gradino per allenare la nostra capacità di amare, per guardare il mondo con i Suoi occhi e amarlo con il Suo cuore.Ma non finisce mica qui. La correzione fraterna“Perciò bando alla menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. Nell’ira non peccate, non tramonti il sole sopra la vostra ira, e non date occasione al diavolo. (…) Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca, piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. (…)Scompaia da voi ogni asprezza , sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4, 20 e ss.).In altre parole, non sempre dire agli altri ciò che si pensa circa i loro gesti o i loro comportamenti è sinonimo di mormorazione, di “pettegolezzo”. Non lo è nel momento in cui la critica viene mossa direttamente alla persona, e non a qualcun altro, non lo è quando ci si sente spinti a parlare da uno spirito comunitario volto al miglioramento della persona, non lo è quando dietro il “dire cosa fai di sbagliato”, c’è un sentimento di preoccupazione nei confronti della persona verso cui ci si rivolge.Tutto questo, nelle comunità cristiane, è chiamato correzione fraterna.La correzione fraterna non è maldicenza, o chiacchiera, o diffamazione. La correzione serve a sanare, non a creare un’ombra sulla persona con cui si parla, nei confronti di altri. Si parla per aiutare le persone nella correzione. Bisogna evitare di fare processi alle persone senza che possano difendersi. Se vi sono fatti o testimonianze di rilievo, si devono far confrontare con l’interessato, al fine di fare luce sulla verità quanto più possibile.Tutti sono chiamati a correggere i propri fratelli quando si accorgono del loro errore. In modo speciale chi ha una responsabilità pastorale che lo pone a custodia dei suoi fratelli deve sentire il dovere morale di intervenire dove avverte l’errore del fratello.
L’atteggiamento deve essere sempre di massimo rispetto ed amore, altrimenti la correzione non giunge al cuore. Bisogna però evitare di correggere con senso di giudizio o critica, con animo risentito o spinti dalla rabbia, altrimenti gli atteggiamenti contraddiranno i sentimenti e questo renderà inutile il richiamo. Don Bosco stesso invita i suoi figli spirituali a correggere sempre quando l’animo si è rasserenato!La correzione non è mai una risposta “a caldo”, altrimenti rischia di compromettere la sua efficacia. Deve trattarsi sempre di un intervento moderato, fatto con discernimento, in preghiera e sotto l’azione dello Spirito Santo. Altrimenti meglio non farlo affatto!
 Perché accogliere la correzione fraterna?Perché accoglierla è segno di santità e di saggezza. L’umiltà di riconoscere il proprio errore permette di crescere, aumenta la stima e la considerazione degli altri, non mette in gioco la reputazione delle persone, anzi, la arricchisce in rispetto. E’ in un atteggiamento di umiltà che si mostra la vera saggezza: è saggio non chi non sbaglia mai, ma chi sa correggersi del suo errore e fare tesoro dei suoi limiti per farsi aiutare dai fratelli.La correzione fraterna deve servire per ristabilire la comunione. Senza la comunione e nell’errore la preghiera non passa, lo Spirito Santo è Spirito di amore, pace, gioia, comunione, sincerità, santità…e sperimentare il Suo Amore attraverso l’aiutarsi a crescere e a migliorarsi a vicenda, è un grande gesto che i cristiani sono chiamati a fare.
L’indifferenza da parte di qualcuno che non partecipa alla vita di chi gli sta accanto è una colpa grave ed intollerabile, sia da parte di chi ha responsabilità, sia di chi non ce l’ha. Il fratello è parte di te: siamo infatti membra gli uni degli altri, per questa ragione è impossibile non sentirsi coinvolti nella sorte del nostri amici e compagni.La correzione fraterna deve partire da Dio e a Dio ritornare, e nel momento in cui si compie deve parlare di Dio, solo così sarà fatta per fare del bene a fratello, e non per mormorare.
Un grazie a padre Alberto Paccini per gli spunti su cui abbiamo lavorato(GxG Magazine) Novembre 2008 - autore: Mery Momesso, Andrea Pregnolato


La parola NOSTALGIA…
per me diventa… Nostalghia!…


NOSTALGHIA: un film di Andrej Tarkovskij


vedere ...
girobloggando.blogspot.it/2013/01/recensioni-nostalghia


 San Giuseppe: felicità


dialogo sull'amore...




Voglio che qualcuno ti travolga




"Voglio che qualcuno ti travolga. Voglio che tu leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio.""Ah, tutto qua!""Si, abbi una felicità delirante. O almeno non respingerla.""Va bene. Mh, abbi una felicità delirante. Vedrò.. vedrò di fare il possibile.""Lo so che ti suona smielato, ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico: buttati a capofitto, trova qualcuno da amare alla follia e che ti ami alla stessa maniera. Come trovarlo? Beh, dimentica il cervello e ascolta il cuore. Io non sento il tuo cuore. E' che la verità tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente.. Beh, equivale a non vivere. Ma devi tentare, perchè se non hai tentato, non hai mai vissuto. Non respingere.. chi lo sa: esiste il colpo di fulmine? "

(Anthony Hopkins, Meet Joe Black)*-

 Je sais que ce n’est pas très original... L’amour est passion, obsession... Sa présence est vitale. Je veux dire tombe à la renverse, trouve quelqu’un que tu aimeras à la folie et qu’il t’aimera de la même manière. Trouver cet homme ? Et bien, laisse de côté ta tête et sois à l’écoute de ton cœur. S’il bat en tout cas je n’entends rien. La vérité ma chérie c’est que sans amour, la vie ne vaut pas la peine d’être vécue. Être passé sur cette Terre sans connaître l’amour, le vrai, et bien, c’est être passé à côté de la vie. Il faut essayer de le trouver, parce que si tu n’as pas essayé, tu n’as pas vécu.- Bravo.- Tu es cruelle.- Excuse-moi. Redis le moi encore mais en version courte cette fois.- D’accord... Sois prête. Qui sait ? Ça existe les coups de foudre.

mercoledì 25 febbraio 2015

Dici Cina, ed è già mistero. Mistero e profezia, se si tratta di Cina e Vangelo...



                                      LaCroce #quotidiano 

Fa bene “il Pescatore” a negoziare con Shangai

di antonelloiapicca 
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Dici Cina, ed è già mistero. Mistero e profezia, se si tratta di Cina e Vangelo. Forse non tutti conoscono quella che poco prima di morire pronunciò Papa San Giovanni XXXIII. Me l’ha raccontata qualche tempo fa Mons. Capovilla, l’allora suo segretario. Durante un’udienza improvvisamente assorto il Papa disse: “Vedo la stella della grande e nobile nazione cinese accanto a quelle delle nazioni di tradizione cattolica”. Papa Roncalli si diceva sicuro che nel breve volgere di alcuni decenni la Cina avrebbe aperto le porte al Vangelo per accoglierlo con entusiasmo.
Chi come lui non dubitava di questa profezia era San Giovanni Paolo II, singolarmente canonizzato insieme al Papa Buono. Riaffermando che “è stato in Asia che Dio sin dall’inizio rivelò e portò a compimento il suo progetto salvifico” (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Asia, 1), il grande Papa missionario vedeva dinanzi a sé questo immenso continente come Noè sul Monte Nebo ammirava la Terra Promessa. L’Asia era ai suoi occhi il Continente della Promessa di Dio che non attendeva altro che il millennio giusto per aprirsi al suo compimento.
Oggettivamente non è facile condividere lo stesso sguardo del Papa. L’Asia è tutto e il contrario di tutto, ricchezza e povertà, religiosità antiche e soffocanti come gli incensi che ti danno alla testa. L’Asia è progresso tecnologico e turismo del sesso, uteri in affitto e aborti indiscriminati. L’Asia è “the world 3.0”, dunque quanto di più lontano dal Dio di Gesù Cristo che si possa pensare. O quanto di più vicino, dipende dalla prospettiva dalla quale si guarda.
La recente intervista di Gianni Valente all’84enne Paolo Xie Ting-zhe, vescovo cattolico di Urumqi, ci aiuta a riprendere la prospettiva giusta, quella della profezia intrisa nella fede, quindi la più realistica possibile: «Ma certo, che siamo contenti se viene il Papa. Come potremmo non esserlo?». Come sottolineato da Valente, l’anziano vescovo cinese “non pone condizioni e non si nasconde dietro a cavillosi distinguo quando gli chiedono del vescovo di Roma  e della sua dichiarata propensione a recarsi in Cina anche domani”.
Perché se c’è di mezzo il soffio dello Spirito Santo, la politica, importante per carità, segna sempre il passo, ed è invitata a seguire e non a ispirare. D’altronde, se San Giovanni Paolo II da vivo ha fatto crollare il Muro di Berlino con la forza della sua fede che ha reso possibile l’impossibile, ora che è nel Cielo a ispirare direttamente le profezie, saprà come intercedere presso il Padre perché la Cina apra le porte al Vangelo.
I segnali sono molto confortanti. Anche se “nella società si respira un vuoto spirituale che adesso avanza in ogni città e in ogni ambiente”, Mons. Xie Ting-zhe ci racconta anche che “molti accolgono l’annuncio di Gesù come un dono e una speranza per la loro vita”.
Annuncio, ovvero il cuore della Chiesa, che batte perché la vita che scaturisce dal vangelo giunga sino agli estremi confini della terra, ovvero la Cina, così amata anche da Benedetto XVI. Al punto di scrivere ai cattolici cinesi una lettera meravigliosa di incoraggiamento, ma anche di grande realismo.
In essa, infatti, in sintonia con il predecessore e con il successore, il Papa Emerito sottolineava un punto che mi sembra decisivo: “La storia recente della Chiesa cattolica in Cina ha visto un elevato numero di adulti, che si sono avvicinati alla fede grazie anche alla testimonianza della comunità cristiana locale. Voi, Pastori, siete chiamati a curare in modo particolare la loro iniziazione cristiana attraverso un appropriato e serio periodo di catecumenato che li aiuti e li prepari a condurre una vita da discepoli di Gesù. A questo proposito ricordo che l’evangelizzazione non è mai pura comunicazione intellettuale, bensì anche esperienza di vita, purificazione e trasformazione dell’intera esistenza, e cammino in comunione. Solo così si instaura un giusto rapporto tra pensiero e vita. Guardando poi al passato, si deve purtroppo rilevare che molti adulti non sempre sono stati sufficientemente iniziati alla completa verità della vita cristiana e nemmeno hanno conosciuto la ricchezza del rinnovamento apportato dal Concilio Vaticano II. Sembra pertanto necessario e urgente offrire ad essi una solida e approfondita formazione cristiana, sotto forma anche di un catecumenato post-battesimale” (Lettera ai Cattolici cinesi, 16).
E’ dunque di “una solida e approfondita formazione cristiana” che anche i cattolici cinesi hanno bisogno. Quindi di Sacerdoti e catechisti capaci di condurre un popolo intero sulla via della fede. I segnali che da alcuni anni stiamo registrando sono molto, molto incoraggianti. Tanti anni di dittatura comunista hanno paradossalmente purificato l’animo cinese dalle molte superstizioni, ma il cammino è lunghissimo.
Per evangelizzare la Cina occorre una Chiesa esperta nella fede, che non si chiuda nell’assistenza sociale ma abbia il coraggio di rischiare guardando al futuro con gli occhi dei Papi che Dio ci ha donato in questi decenni. Occorre avere uno sguardo profetico che sappia scorgere nella grande periferia che è la Cina una messe abbondante pronta per la mietitura. E’ necessaria la purezza del cuore che sorge solo dallo zelo che non guarda ai risultati immediati ma ha la pazienza del contadino che cura con amore il campo nella certezza che darà frutto a suo tempo.
In Asia, in Giappone come in Cina, in India come in Pakistan, bisogna perdere la vita, senza sperare nulla. Per questo, credo, Papa Francesco ha così a cuore questo continente. Lui che brucia di zelo per la pecora perduta, qui sa di avere un gregge perduto di dimensioni straordinarie. Ma bisogna andare a cercare le pecore una ad una lanciandoci senza paura in una rinnovata Missio Ad Gentes.
Nel Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2014 Papa Francesco ha scritto infatti che: «oggi c’è ancora moltissima gente che non conosce Gesù Cristo.  Rimane perciò di grande urgenza la missione ad gentes, a cui tutti i membri della Chiesa sono chiamati a partecipare, in quanto la Chiesa è per sua natura missionaria».
Per questo la possibilità di una visita di Papa Francesco in Cina ci rallegra infinitamente, un segno in più per entrare con speranza nel compimento della profezia di San Giovanni XXIII. Un missionario vive ogni giorno quanto scritto da Papa Francesco nella sua Evangelii Gaudium: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Cristo, coloro che si lasciano salvare da Lui e sono liberati dal peccato, dalla tristezza del vuoto interiore”. E non può rimanere insensibile all’appello di quella Esortazione nella quale il Papa ha “desiderato indirizzarsi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni”.
Un Vescovo ultraottantenne che ha tanto sofferto per Cristo, quattro Papi e un continente sconfinato, sono queste le coordinate che Dio sta dando alla sua Chiesa, perché l’Asia, non dimentichiamolo, inizia proprio laddove i tagliagole insanguinano la terra. L’unica risposta alla violenza che disprezza la vita è perdere la vita per annunciare il vangelo, unica salvezza per ogni uomo.

Articolo pubblicato su “La Croce” del 25 febbraio 2015

“Madre Teresa di Calcutta”...

Nel tempio di Kalì - Madre Teresa di Calcutta

Un giorno, in un vicolo fangoso, madre Teresa trova una donna rosicchiata dai topi. Sta per morire. Le due stanze nella casa Gomez sono strapiene, non si può proprio aggiun­gere un posto in più, nemmeno per una povera donna che sta morendo. Madre Teresa se la carica sulle braccia e la porta al più vicino ospedale. Non l'accettano, «non c'è posto ».
Mentre si reca ad un ospedale più lontano, la donna le muore tra le braccia.
Madre Teresa non si dà pace. Deve trovare un luogo spazioso per ospitare coloro che stanno morendo per fame, per malattie che non sono mortali ma che uccidono i deboli, per le terribili piaghe che la sporcizia e la mancanza di nutri­mento aprono nei corpi.
Non molto lontano alza le sue cupole e i suoi colonnati il Kalighat, tempio della dea Kalì, protettrice di Calcutta. Nel recinto del tempio ci sono due vaste sale, destinate a dormitorio per i pellegrini che in ottobre giungono da ogni parte della regione. Le due sale, una per gli uomini e una per le donne, sono vuote undici mesi all'anno. Madre Teresa chiede alle autorità cittadine di poter usare le sale per ospi­tare i morendo È una domanda molto rischiosa, ma le auto­rità, che stanno facendo ogni sforzo per porre argini alle mi­serie della periferia, le concedono il permesso.
I fanatici indù, appena conoscono la faccenda, organiz­zano tumulti. « È una contaminazione del tempio », dichia­rano. «Una suora cattolica che apre un ricovero nel sacro recinto è una profanazione ».
« D'accordo - rispondono le autorità. - Mandate vo­stra madre o vostra sorella a curare i moribondi e i lebbrosi al posto di madre Teresa, e noi la manderemo via ». Natu­ralmente nessuno si fa vivo, e la suora viene lasciata in pace. 

- Madre Teresa di Calcutta -
Fonte: “Madre Teresa di Calcutta”, Teresio Bosco,pagg. 10 e 11 - Ed. Elledici 1991



La Carità comincia oggi. Qualcuno sta soffrendo oggi, è per strada oggi, ha fame... oggi. Il nostro lavoro è per oggi...una donna venne da me con suo figlio e disse: “Madre, sono andata in due o tre posti ad elemosinare un pò di cibo perché non mangiamo da tre giorni...”, andai a prendere qualcosa da mangiare e quando tornai il bambino che aveva in braccio era morto di fame. Non saranno con noi domani se non li sfamiamo oggi. Perciò preoccupatevi di ciò che potete fare oggi. 

- Madre Teresa di Calcutta -



Inizia e concludi la giornata con la preghiera.
Vai a Dio come un bambino.
Basta che tu gli parli.
Digli tutto.
E’ tuo Padre!
Prenditi cura di pregare fino a quando il tuo cuore
sarà capace di contenere il dono che Dio fa di se stesso.

- Madre Teresa di Calcutta -




Siete voi sacerdoti che dovete spegnere questa fame.
La potrete saziare con la tenerezza e l'amore di Cristo.
Date al mondo questo Gesù che infiamma i vostri cuori.
Per le strade di Calcutta abbiamo raccolto oltre quarantaseimila malati.
La metà di loro è tornata a Dio in maniera molto semplice, amati e assistiti dalle Sorelle.

- MadreTeresa di Calcutta - 





Buona giornata a tutti. :-)

martedì 24 febbraio 2015

Elogio del Presidente in treno... a Firenze!


Presidente Mattarella arriva a Firenze ... foto

www.blitzquotidiano.it



immagine notiziefree.it


                                      ###########

DA SAPEREPERTUTTI

Elogio del Presidente in treno

Le immagini del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che va in treno a Firenze, per partecipare alla cerimonia di apertura dell’anno accademico della Scuola Superiore della Magistratura di Scandicci, e là si sposta in tram meritano qualche parola di commento. Uno dei mali del nostro Paese è la politica che si pone al di sopra delle persone, fatta di uomini e donne che detengono potere e denaro e percorrono corsie preferenziali in ogni ambito della vita. Questa rappresentazione è un elemento del nostro disastro educativo e antropologico.Innumerevoli volte si è assistito allo spettacolo di persone a cui tutto sembra permesso, distaccate dalla vita della gente comune, che manifestano arroganza e prepotenza con le loro parole e atteggiamenti. Pensiamo a tutti coloro che intervengono sugli argomenti più disparati, pur senza possedere sapere o autorità, e che trovano eco per il semplice fatto di appartenere a questo o quel partito. Tutto ciò fa parte di una cultura in cui conta emergere, apparire, imporre il proprio Io in una vera e propria egolatria.E' andato perso il senso delle virtù, parola oggi dimenticata, delle qualità umane come metro di misura di una vita riuscita. Soprattutto, si sono perse le virtù pubbliche. Il potere non è una virtù. La persona potente non è migliore delle altre. Può essere virtuoso, oppure no, l'esercizio del potere. L'umiltà, il non andare in cerca della grandezza del proprio Io, è una virtù. Un Presidente in treno non cambia tutto di colpo; però, può essere un segno che educa, che aiuta a convertire una mentalità.

fonte: saperepertutti

A proposito di scrutini ed esami...


La pagella di Gesù. Gesù porta a casa la pagella.  I giudizi non sono un granché. ..Maria è preoccupata.  Resta difficile farla vedere a Giuseppe. Matematica: non sa fare quasi niente,  a parte moltiplicare pane e pesci. Senso dell'addizione: totalmente mancante; afferma che lui e il Padre sono uno solo. Scrittura: non porta mai quaderno e penna ed è costretto a scrivere sulla sabbia. Geografia: manca totalmente di senso di orientamento. Afferma che c'è una sola strada,  che conduce a suo Padre. Chimica: non fa gli esercizi richiesti. Quando l'insegnante è girato trasforma l'acqua in vino e fa stare allegri i suoi compagni.Ed. Fisica: invece di imparare a nuotare,  come fanno tutti,  lui cammina sull'acqua.Espressione linguistica orale: grosse difficoltà ad esprimersi con chiarezza. Racconta continuamente parabole. Condotta: forte tendenza a frequentare forestieri,  poveri,  galeotti e anche prostitute. Giuseppe letta con attenzione la pagella riflette e chiama il figlio dicendo: 
"Bene Gesù. ..
 puoi fare una croce sulle vacanze di Pasqua.

Qualunque cosa rechi questo giorno. Da forze buone...

Al cominciar del giorno,

Dio, ti chiamo.

Aiutami a pregare e

a raccogliere i miei pensieri su di te;

da solo non sono capace.

C'è buio in me,

in Te invece c'è luce;

sono solo,

ma tu non m'abbandoni;

non ho coraggio,

ma Tu mi sei d'aiuto;

sono inquieto,

ma in Te c'è la pace;

c'è amarezza in me,

in Te pazienza;

non capisco le tue vie,

ma tu sai qual è la mia strada.

Padre del cielo,

siano lode e grazie a Te

per la quiete della notte,

siano lode e grazie a Te

per il nuovo giorno.

Signore,

qualunque cosa rechi questo giorno,

il tuo nome sia lodato!

Amen. 

  Dietrich Bonhoeffer

    IN OGNI NUOVO GIORNO


Da leggoerifletto.blogspot.it

Chi sono, io? - Dietrich Bonhoeffer

Chi sono, io? Mi dicon spessoche esco dalla mia cellacalmo e lieto e saldocome il padrone del suo castello.Chi sono, io? Mi dicon spessoche parlo alle mie guardielibero e amichevole e chiarocome fossi io a comandare.Chi sono, io? Mi dicon ancheche sopporto i giorni della sventuraimpavido e sorridente e fierocome chi è avvezzo alla vittoria.Io, in realtà, son ciò che gli altri dicono di me?O sono solo ciò che so io di me stesso?Inquieto, nostalgico, malato come un uccello in gabbiabramoso d'un respiro vivo come mi strozzassero alla golaaffamato di colori, di fiori, di voci d'uccelliassetato di parole buone, di presenza umanatremante di collera davanti all'arbitrio e alla più meschina umiliazioneroso per l'attesa di grandi coseimpotente e preoccupato per l'amico ad infinita distanzastanco e vuoto per pregare, per pensare, per creareesausto e pronto a prendere congedo da tutto?Chi sono, io? Questo o quello?Oggi uno, domani un altro?Sono tutt'e due insieme? Davanti agli uomini un simulatoree davanti a me stesso uno spregevole, querulo rottame?O ciò che in me c'è ancora rassomiglia all'esercito sconfittoche si ritira in disordine prima della vittoria del già vinto?Chi sono, io? - domandare solitario che m'irride.Chiunque io sia, tu mi conosci, tuo sono io, o Dio!

- Dietrich Bonhoeffer -
da "Chi sono, io?"




Se si esercita fin dall’inizio la disciplina della lingua, ognuno potrà fare una scoperta incomparabile. Riuscirà cioè a smettere di tener d’occhio continuamente l’altro, di giudicarlo, di condannarlo, di inquadrarlo nel posto che a lui sembra gli spetti, di esercitare violenza su di lui. Ora riesce a riconoscere il fratello nella sua piena libertà, così come Dio glielo ha posto davanti. La visione si amplia, e con sua sorpresa è in grado di riconoscere nei suoi fratelli, per la prima volta, la ricchezza e la gloria della creazione divina.

- Dietrich Bonhoeffer - 
Da ”Vita comune”



Se il mio peccato mi sembra in qualche modo inferiore a quello degli altri, meno ri­provevole, non riconosco affatto il mio esser peccatore. Il mio pecca­to deve per forza essere il più grande, il più grave, il più riprovevole di tutti.Per i peccati degli altri ci pensa l’amore fraterno a trovare sempre qualche scusante, mentre per il mio non ce ne sono. Per questo è il più grave. A questo livello di umiltà deve giungere chi voglia servire i fratelli nella comunione.Come potrei infatti non es­sere ipocrita nel servire umilmente anche colui che in tutta serietà mi risulta peccatore più di me? Non è inevitabile che mi metta al di sopra di lui? Mi è consentito avere ancora speranza per lui? Sa­rebbe un servizio ipocrita.«Non credere di aver fatto progressi nella tua santificazione, se non hai un profondo sentimento della tua infe­riorità rispetto agli altri».

di Dietrich Bonhoeffer 
da: "Vita comune"



"Le mie battaglie le combatto contro di me, contro i miei propri demoni: ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho paura, non so, mi sento così tranquilla. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in un modo sbagliato, senza dignità. Io non odio nessuno, non sono amareggiata: una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito"

- Etty Hillesum -



Signore, Padre di tutti gli uomini,
accogli il grido dei piccoli, degli inermi,
delle vittime della guerra
e mostra la Tua predilezione per loro
fermando ogni violenza fratricida,
ogni progetto di distruzione e di iniquità.
Cristo nostra pace, convertici a Te,
alla Tua Croce,
al Tuo perdono universale,
al Tuo amore senza riserve per ogni creatura.
Fratello di ogni uomo,
fa sentire nel cuore di chi uccide e opprime
la Tua inquietudine di giustizia e d'amore.
Spirito Santo, Spirito della vita,
illumina la mente e scalda il cuore
di coloro che hanno in mano
la vita dei loro simili,
perché le ragioni della pace e della giustizia
trionfino sulle forze della morte
e gli uomini ed i popoli riconciliati
possano incontrarsi, parlarsi e riscoprirsi fratelli.
Amen.

Oggi fa' ardere calde e chiare le candele che hai trasportato tu alla nostra oscurità;conducici, se si può, di nuovo insieme.E' ciò che noi sappiamo: arde di notte la luce tua.Quando su di noi discende il silenzio profondo oh, lascia che udiamo quel timbro pieno del mondo, che invisibile si estende intorno a noi di tutti i figli tuoi canto alto di lode. "Da forze buone, miracolosamente accolti, qualunque cosa accada, attendiamo confidenti.Dio è con noi alla sera e al mattino e, stanne certa, in ogni nuovo giorno." 
Pastore luterano.+ Dietrich Bonhoeffer.


 Dietrich Bonhoeffer così esprimeva le motivazioni del silenzio raccomandato a ogni cristiano che voglia crescere nella vita spirituale: 
«Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola. Facciamo silenzio dopo l'ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola, e facciamo silenzio prima di coricarci perché l'ultima Parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola». E Ildegarda di Bingen diceva: «Dio ci dà volentieri appuntamento nella casa del silenzio».