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venerdì 2 agosto 2013

La famiglia & La coppia imp3rfetta

 







di  Mariolina Ceriotti Migliarese

Gli afortweet di Mariolina 

ceriotti migliarese
di Paolo Pugni
Mariolina Migliarese ha molto in comune con Costanza Miriano. Innanzitutto la chiarezza sulla realtà. Quello sguardo secco che spesso le donne, sagge, sanno avere, che supera la superficie, che intuisce –quella caratteristica così femminile di cogliere senza la mediazione razionale: intus ire cioè andare al cuore nell’intimità- che svela.
Ma c’è di più: c’è quel tratto lieve, sorridente, che consente loro di fare affermazioni di una gravità assoluta, se misurate con il metro della politically correctness, che se pronunciate da altri scatenerebbero reazioni violente e immediate. Con quella bocca può dire ciò che vuole, recitava un preistorico carosello della Pasta del Capitano con Virna Lisi, che aveva la medesima grazia di Mariolina e Costanza non sappiamo nulla sulla di lei saggezza.
Mariolina porge la sua competenza professionale, di neuropsichiatra infantile, per spiegarci non solo l’educazione, ma la vita. E, come capita quando ascolti Costanza, non si vorrebbe mai che smettesse di parlare.
Di recente a Milano, intervenendo per presso il nuovo centro della scuola dell’infanzia Aurora, che fa parte del circuito Faes Milano, partendo dall’impegno di spiegare che cosa vuol dire diventare genitori, ha finito per spiegarci che cosa significa impegnarsi nel matrimonio e nella vita.
Il suo  intervento è così ricco che il primo consiglio è quello di ascoltarlo: lo trovate in rete a questo indirizzo
https://soundcloud.com/paolo-pugni/mariolina-ceriotti-migliarese

 e potrete ascoltarlo direttamente o scaricarlo magari anche per condividerlo. È un’ora ben spesa. Per sintetizzare e spremere fuori dalla sua chiacchierata almeno qualche pillola utile ad una riflessione utile, così comune ai lettori di questi blog, ho pensato di proporvi una serie di.. tweet, brevi aforismi che riassumono il pensiero di Mariolina e ci invitano ad elaborare per crescere nel nostro ruolo di genitori. Pochi, forse i migliori, decisamente i più acuti. La riduzione a tweet del suo pensiero, la riorganizzazione su centri logici, la traduzione in frasi compatte è da addebitarsi a me, se ci sono errori ovviamente  ne rispondo io.
Esiste una differenza tra padre e madre? Esiste una differenza sessuale? È un valore? Dalla risposta a queste domande dipende il nostro modo di affrontare la genitorialità e l’educazione.
 Disuguaglianza è diverso da differenza: disuguaglianza è disvalore, è offesa della pari dignitià di ogni essere umano, è discriminazione. Differenza è ricchezza, è valorizzazione, e specificità, è dono.
 La differenza, come la scelta, comporta limiti ma soprattutto ricchezze.
 La differenza di sesso è sancita dalla genetica: ogni nostra cellula è marcata XX o XY e in nessun altro modo.  Una differenza genetica così marcata (ogni singola cellula della mia persona è marcata in modo inequivocabile) non può non avere una influenza nel mio stare al mondo.
 L’implicazione innegabile della marcatura XX e XY è che la scelta del gender non è e non può genetica, ma una decisione culturale. Il che può voler dire indotta.
 Si nasce maschio o femmine, si diventa uomini o donne.
 È il primo figlio che ci “nasce” genitori: prima siamo solo coniugi.
 Diventare genitori non è un diritto, è un dono: la differenza è sostanziale. Se fosse un diritto io sarei portatore di un privilegio e avrei giuste pretese da far rispettare; se è un dono allora sono responsabile della sua conservazione e crescita, ho doveri e devo badare al suo bene.
 Il bambino non ha bisogno del genitore, ma dei genitori. Insieme.
 La stabilità della coppia, la fedeltà, è un bene per tutta la famiglia e specialmente per i figli.
 Quello che i figli temono della separazione dei genitori non è affatto quello che invece teme il genitore (perdere l’amore). Il bambino non ha paura che il genitore non lo ami più, ha paura di perdere il suo mondo di riferimento, che è fatto dai due genitori insieme in quello specifico “ambiente” fatto sì di luoghi, ma soprattutto di relazioni, tradizioni, abitudini, certezze.


Manuale femminile di manutenzione della coppia


Dietro ogni uomo è nascosto un rospo: sta alle donne trovare quello più adatto a loro, per poi curarlo e addomesticarlo con amore e dedizione per tutta la vita.
È questa la tesi di fondo del simpatico libro “Il rospo che c’è in lui – Manuale femminile di manutenzione della coppia” (Ed. San Paolo, 2011, pp. 197, 14 euro), a firma di Elisabetta Tumbiolo.

Quando si incontra l’uomo giusto, un ottimo metodo – e, a ben vedere, l’unico che funzioni – per cercare di capire se è la persona con cui stare “per sempre” è quello di instaurare un costante dialogo di coppia, infatti «il fidanzamento è il tempo e lo spazio privilegiato, nel quale lo stare insieme non serve tanto per condividere l’emozione dell’incontro con l’altro che ci ha toccato il cuore, quanto per conoscerlo più a fondo, per avere un’opportunità di crescita, per verificare se ci sono le condizioni per edificare un comune progetto per il proprio avvenire» (Op. cit., pp. 40-41). E in tale “percorso di conoscenza” un ruolo di assoluta importanza è giocato dalla castità: prima di conoscere carnalmente il corpo dell’altro è doveroso scandagliare a fondo la sua anima, perché lasciarsi trasportare dalla sessualità e dai desideri «[…] atrofizza ogni altra forma di approfondimento e di conoscenza» (Ibidem, p. 47).
Amare è diverso da bramare, così come donare completamente se stessi all’altro nell’unione matrimoniale – che è fisica e spirituale – è cosa assai diversa dall’usare il corpo della persona che si dice di amare per soddisfare le proprie esigenze fisiche.
Naturalmente arrivare puri al matrimonio è assai difficile e lo diventa ancora di più se il fidanzamento si protrae per troppi anni: «gli studiosi delle dinamiche di coppia sono concordi nel sostenere che il periodo sufficiente per conoscersi e decidersi per il matrimonio è di un anno, due al massimo» (Ibidem, p. 48).
Una volta appurato che il “lui” è l’uomo con cui si intende condividere il resto della propria vita, inizia la spesso impervia strada dell’amore, in quanto «il matrimonio non è una meta, un punto di arrivo, ma una base di partenza» (Ibidem, p. 53). L’unica differenza, e non certo di piccola entità, è che dal giorno del fatidico sì sulla barca della vita si è in due: ognuno con le proprie peculiarità e con le proprie fissazioni, con i propri pregi e i propri difetti, con la propria storia personale e le proprie ambizioni… ma in due: sposarsi significa cominciare a pensarsi come un “noi”, lasciando da parte l’egoismo.
Si diceva, il matrimonio è solo il punto di partenza. Dopo qualche mese – o anni, nei migliori dei casi – l’abitudine diventerà la prassi, la stanchezza prenderà il sopravvento, il batticuore verrà meno, la suocera si rivelerà una strega, i bambini succhieranno ogni energia, etc…
Ecco quindi che affinché un’unione duri nel tempo sono necessari almeno due ingredienti: laconsapevolezza della diversità che intercorre tra la natura femminile e quella maschile e il riconoscere che «l’amore non è solo un fatto di sentire, è anche, e soprattutto, di volere» (Ibidem, p. 179).
Per quanto riguarda il primo punto – ovvero che uomo e donna sono, benché complementari, profondamente diversi (diversi nel modo di pensare, di comunicare, di agire, di esprimere i sentimenti, di vivere il contatto fisico…) - bastino questi pochi esempi: l’uomo ragiona in maniera lineare, la donna no; l’uomo non sa leggere nel pensiero, quindi se una donna vuole da lui qualcosa deve per forza parlare e chiedere; la donna, per natura, tende ad interpretare ed anticipare i bisogni degli altri, l’uomo non ha questa capacità, ma questo non significa che sia intimamente egoista; una donna riesce a fare più cose per volta (cucinare, correggere i compiti del figlio, far partire una lavatrice), mentre un uomo no, ma non gliene si può fare una colpa, è una fatto dettato dalla biologia, non da scarsa volontà; quando una donna non parla, probabilmente sta rimuginando su qualcosa o è arrabbiata, mentre per l’uomo il fatto di stare in silenzio non è un indizio probante… e via discorrendo.
In merito al secondo aspetto, è invece importante avere ben chiaro che se si sposa una persona è “per sempre”. Se si è scelto “lui”, dopo aver vissuto un periodo di fidanzamento che ha portato ad una profonda conoscenza dell’altro, non si può negare tutto appena sopravviene una difficoltà. Occorre invece rimboccarsi le maniche e cercare di ricreare la situazione iniziale, quella che ha portato a pronunciare il fatidico “Sì” e ad addomesticare il proprio “rospo”. E questo compito spetta precipuamente alle donne, perché nel «[…] matrimonio si sale su una barca nella quale al timone sta quasi sempre e solo la donna» (Ibidem, p. 188). Per fare questo bisogna però essere disposti a impegnarsi e donarsi, ad amarsi senza pretese. E solo questo è il matrimonio vero: un grande sacrificio per un bene maggiore.
G. Tanel

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