La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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domenica 17 luglio 2016

Se il sole muore…

“TROIA BRUCIA, TROIA BRUCIA”

Oriana Fallaci interview in English part 1 of 3 170108

E SE LA TERRA MUORE, E SE IL SOLE MUORE, NOI VIVREMO LASSÙ. COSTI QUEL CHE COSTI. UN ALBERO, MILLE ALBERI, TUTTI GLI ALBERI CHE LA VITA CI HA DATO.

Se il sole muore…
Un uomo, un fratello se n’era andato; altri uomini altri fratelli se ne sarebbero andati, tagliati di colpo come il tronco di un albero su cui si abbatte l’accetta; io stessa me ne sarei andata, chissà dove, chissà quando il colpo di accetta avrebbe tagliato anche me, me che voglio vivere, vivere, vivere : ma il mondo restava una lunga promessa e il cielo donava tante case accese, papà.
E se la Terra muore, e se il Sole muore, noi vivremo lassù. Costi quel che costi. Un albero, mille alberi, tutti gli alberi che la vita ci ha dato.

ORIANA FALLACI

IL NEMICO CHE TRATTIAMO DA AMICO DI ORIANA FALLACI (1)

Ora mi chiedono: “Che cosa dice, che cosa ha da dire, su quello che è successo a Londra?”. Me lo chiedono a voce, per fax, per email, spesso rimproverandomi perché finoggi sono rimasta zitta. 
Quasi che il mio silenzio fosse stato un tradimento. E ogni volta scuoto la testa, mormoro a me stessa: cos’altro devo dire?!? 
Sono quattr’anni che dico. 
Che mi scaglio contro il Mostro deciso ad eliminarci fisicamente e insieme ai nostri corpi distruggere i nostri principii e i nostri valori. 
La nostra civiltà. 
Sono quattr’anni che parlo di nazismo islamico, di guerra all’Occidente, di culto della morte, di suicidio dell’Europa. 
Un’Europa che non è più Europa ma Eurabia e che con la sua mollezza, la sua inerzia, la sua cecità, il suo asservimento al nemico si sta scavando la propria tomba. 
Sono quattr’anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare “Troia brucia, Troia brucia”e mi dispero sui Danai che come nell’Eneide di Virgilio dilagano per la città sepolta nel torpore. 
Che attraverso le porte spalancate accolgono le nuove truppe e si uniscono ai complici drappelli. 
Quattr’anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. 
Incominciai con “La Rabbia e l’Orgoglio”. 
Continuai con “La Forza della Ragione”
Proseguii con “Oriana Fallaci intervista sé stessa” e con “L’Apocalisse”. 
E tra l’uno e l’altro la predica “Sveglia, Occidente, sveglia”. 
I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. 
Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. 
Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. (Reato che prevede tre anni di galera, quanti non ne riceve l’islamico sorpreso con l’esplosivo in cantina). 
Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. 
Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic “plebaglia-di-destra”. 
Sì, è vero: sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia. 
Sì, è vero: sia pur senza ammettere che non avevo torto l’ex segretario della Quercia ora concede interviste nelle quali dichiara che questi-terroristi-vogliono-distruggere-i-nostri-valori, che questo- stragismo-è-di-tipo-fascista-ed-esprime-odio-per-la-nostra-civiltà”. 
Sì, è vero: parlando di Londonistan, il quartiere dove vivono i ben settecentomila musulmani di Londra, i giornali che prima sostenevano i terroristi fino all’apologia di reato ora dicono ciò che dicevo io quando scrivevo che in ciascuna delle nostre città esiste un’altra città. 
Una città sotterranea, uguale alla Beirut invasa da Arafat negli anni Settanta. 
Una città straniera che parla la propria lingua e osserva i propri costumi, una città musulmana dove i terroristi circolano indisturbati e indisturbati organizzano la nostra morte. 
Del resto ora si parla apertamente anche di terrorismo-islamico, cosa che prima veniva evitata con cura onde non offendere i cosiddetti musulmani moderati. 
Sì, è vero: ora anche i collaborazionisti e gli imam esprimono le loro ipocrite condanne, le loro mendaci esecrazioni, la loro falsa solidarietà coi parenti delle vittime. Si, è vero: ora si fanno severe perquisizioni nelle case dei musulmani indagati, si arrestano i sospettati, magari ci si decide ad espellerli. Ma in sostanza non è cambiato nulla. 
Nulla. Dall’antiamericanismo all’antioccidentalismo al filoislamismo, tutto continua come prima. Persino in Inghilterra. Sabato 9 luglio cioè due giorni dopo la strage la BBC ha deciso di non usare più il termine “terroristi”, termine-che-esaspera-i-toni-della-Crociata, ed ha scelto il vocabolo “bombers”. 
Bombardieri, bombaroli. Lunedì 11 luglio cioé quattro giorni dopo la strage il Times ha pubblicato nella pagina dei commenti la vignetta più disonesta ed ingiusta ch’io abbia mai visto. Quella dove accanto a un kamikaze con la bomba si vede un generale anglo-americano con un’identica bomba. Identica nella forma e nella misura. Sulla bomba, la scritta: “Killer indiscriminato e diretto ai centri urbani”. 
Sulla vignetta, il titolo: “Spot the difference, cerca la differenza”. Quasi contemporaneamente, alla televisione americana ho visto una giornalista del Guardian , il quotidiano dell’estrema sinistra inglese, che assolveva l’apologia di reato manifestata anche stavolta dai giornali musulmani di Londra. E che in pratica attribuiva la colpa di tutto a Bush. 
Il-criminale, il- più-grande-criminale-della-Storia, George W. Bush. “Bisogna capirli” cinguettava “la politica americana li ha esasperati”. 
Se non ci fosse stata la guerra in Iraq…”. (Giovanotta, l’11 settembre la guerra in Iraq non c’era. L’11 settembre la guerra ce l’hanno dichiarata loro. Se n’è dimenticata?). E contemporaneamente ho letto su Repubblica un articolo dove si sosteneva che l’attacco alla subway di Londra non è stato un attacco all’Occidente. E’ stato un attacco che i figli di Allah hanno fatto contro i propri fantasmi. Contro l’Islam “lussurioso” (suppongo che voglia dire “occidentalizzato”) e il cristianesimo “secolarizzato”. 
Contro i pacifisti indù e la-magnifica-varietà-che-Allah-ha-creato. Infatti, spiegava, in Inghilterra i musulmani sono due milioni e nella metropolitana di Londra non-trovi-un-inglese-nemmeno-a-pagarlo-oro. 
Tutti in turbante, tutti in kefiah. 
Tutti con la barba lunga e il djellabah. 
Se-ci-trovi-una-bionda-con-gli-occhi-azzurri-è-una-circassa” . (Davvero?!? Chi l’avrebbe mai detto!!!)
Nelle fotografie dei feriti non scorgo né turbanti né kefiah, né barbe lunghe né djellabah. E nemmeno burka e chador. 
Vedo soltanto inglesi, come gli inglesi che nella Seconda Guerra Mondiale morivano sotto i bombardamenti nazisti. 
E leggendo i nomi dei dispersi vedo tutti Phil Russell, Adrian Johnson, Miriam Hyman, più qualche tedesco o italiano o giapponese. 
Di nomi arabi, finoggi, ho visto soltanto quello di una giovane donna che si chiamava Shahara Akter Islam. 

dal Corriere della Sera, 16 luglio 2005 pagg. 8 e 9


Riflessioni di un padre: uno che non esita a indicare una strada.

“In questo mondo dove tutto si dissolve e la solitudine domina la vita dei singoli e della società, condannandola a un processo segnato dalle diverse patologie – la più tremenda delle quali è la violenza – bisogna decidersi a non puntellare l’impero.
I primi cristiani non puntellarono l’impero ma fecero semplicemente un’altra cosa: fecero il cristianesimo.
Affermarono che Cristo, vivente tra loro nel mistero della Chiesa, era l’unica vera risposta sulla vita dell’uomo e del mondo. Forti di questa certezza la testimoniarono con la loro vita, quindi non semplicemente parlando di Dio, perché di Dio parlano anche gli atei, e neppure genericamente parlando del trascendente, ma del Dio di Gesù Cristo, che in Gesù Cristo si è fatto carne e storia.”
“Investiamo il mondo di una presenza forte e mite. Forte perché certa che Dio ha vinto, ha già vinto in Cristo – e questa vittoria non sarà eliminata da nessuna forza diabolica – ma anche mite, perché questa nostra vita nuova è una proposta di libertà che rivolgiamo alla libertà di ogni uomo e donna che vive accanto a noi.”
Mons. Luigi Negri
Arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa
                                                                                                                                                              
… Contro l’ISIS o qualsivoglia gruppo jihadista, non esiste un fronte compatto semplicemente perché non esiste più nulla che abbia deciso di sopravvivere. L’Occidente e l’Europa in particolare hanno gettato la spugna, rinunciando a se stessi e alla loro identità.
È avvenuto nemmeno troppo lentamente nell’ultimo mezzo secolo, in un silenzio compreso tra la malizia ideologica e la non curanza diffusa.
Qualcuno dirà che l’identità è un concetto superato, frutto di un mondo obsoleto e che l’unico valore in cui riconoscersi è la mescolanza delle identità stesse. Con queste premesse frutto di cinquant’anni di masochismo, ogni dibattito è inutile.
Le esplosioni e la morte normale nel cuore d’Europa non derivano da armi ma dalla stanchezza di esistere.
Sono il suicidio di una società che non riconosce a se stessa un cammino storico, un’evoluzione avvenuta intorno a principi oggettivi e inalienabili. Dall’Editto di Costantino, alla Magna Carta, dalla Rivoluzione Francese alle ideologie del Novecento: per millenni l’Occidente ha proposto formule spesso in contrasto tra loro, ma comunque focalizzate essenzialmente su se stesso e sul suo futuro.
Cosa è rimasto di questo? Cosa siamo stati capaci di costruire negli ultimi decenni pensando alle generazioni che verranno?
– Giampiero Venturi –


Sono immagini molto forti!!!
Oriana_Fallaci

DA: “SE IL SOLE MUORE” (1965) – ORIANA FALLACI

“Io mi divertivo ad avere trent’anni, io me li bevevo come un liquore i trent’anni. Sono stupendi i trent’anni ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! 
Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge; perché è finita l’angoscia dell’attesa e non è cominciata la malinconia del declino. 
Perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! 
Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. 
E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. 
Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. 
Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. 
Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. 
Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. 
E’ viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo un po’ ansimanti e tuttavia freschi. 
Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? 
Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui. Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! 
Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone. 
Ridete, piangete, sbagliate. 
Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro. Ve lo dico con umiltà, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. 
O è ormai troppo tardi? 
O il sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così”. 

– Oriana Fallaci – 

da: Se il sole muore (1965), Rizzoli Editore
Nel 1965 Rizzoli pubblica Se il Sole muore: un racconto coinvolgente degli anni vissuti da Oriana nelle basi della Nasa, accanto agli astronauti che divennero suoi amici. 
Un tema mondiale quello della corsa alla Luna, reso ancor più appassionante dal duello serrato tra Usa e Urss per l’egemonia non solo scientifica. 
Oriana vive a lungo, gomito a gomito con gli astronauti e gli scienziati americani impegnati nei progetti “Gemini” e “Apollo”, condividendone le giornate di ricerca, gli esperimenti riusciti e falliti, le speranze e le delusioni. La narrazione prende la forma di un dialogo in parte immaginario con il padre. Con lui, Oriana discute in modo anche polemico domandandosi a prezzo di quale felicità o infelicità l’individuo conquisterà la Luna e gli altri pianeti. «Se il sole muore – le aveva detto Ray Bradbury in un loro incontro – la nostra razza muore col Sole… e muore Omero, e muore Michelangelo, e muore Galileo. Salviamoli dunque, salviamoci». 
Dopo il suo appassionante viaggio, piena di disperato ottimismo, la Fallaci si affida al futuro: «costi quello che costi… noi vivremo lassù».
Da questa straordinaria esperienza, oltre a Se il Sole muore, ricava una serie di articoli e interviste che diventano storie di copertina «dell’Europeo» come l’intervista a Wernher von Braun, lo scienziato tedesco legato alla costruzione dei missili V2, arruolato nel dopoguerra dagli Usa e un libro indirizzato agli alunni delle scuole medie. Quel giorno sulla Luna, pubblicato da Rizzoli nel 1970, racconta la più grande avventura del secolo: lo sbarco degli astronauti dell’Apollo 11:
Come un bambino curioso la scienza va avanti, scopre cose che non sapevamo, provoca cose che non immaginavamo: ma come un bambino incosciente non si chiede mai se ciò che fa è bene o male. Dove ci porterà questo andare?.
E allora capii che non era indifferenza, la loro, non era freddezza.
Non era neanche pudore: era un accettare la vita.
Perché solo accettando la vita si accetta la morte e la morte bisogna accettarla, comunque essa venga, in qualsiasi momento essa venga, la morte fa parte della vita, la morte é il prezzo con cui si paga la vita, e piangerci sopra è da bimbi.
È da deboli.
È da irrazionali.
È da vecchi.
È da buoni, se preferisci, ma il futuro non ha bisogno di buoni che comprano un albero perché non venga tagliato: « Ricordi la quercia sopra la sorgente, quella grande con le radici scoperte dove ti arrampicavi quando eri bambina».
Il futuro ha bisogno di uomini forti, razionali, giovani, cattivi se preferisci: perché il mondo é pieno di querce e per ogni quercia tagliata ce n’é un’altra che nasce o è già nata o nascerà.
Un albero solo non conta.
Mettiti in testa che un albero solo non conta e comprenderai che la morte non esiste, papa’.
– Oriana Fallaci – 
da: Se il sole muore (1965), Rizzoli Editore



Un uomo, un fratello se n’era andato; altri uomini altri fratelli se ne sarebbero andati, tagliati di colpo come il tronco di un albero su cui si abbatte l’accetta; io stessa me ne sarei andata, chissà dove, chissà quando il colpo di accetta avrebbe tagliato anche me, me che voglio vivere, vivere, vivere : ma il mondo restava una lunga promessa e il cielo donava tante case accese, papà.
E se la Terra muore, e se il Sole muore, noi vivremo lassù.
Costi quel che costi.
Un albero, mille alberi, tutti gli alberi che la vita ci ha dato.

– Oriana Fallaci – 
da: Se il sole muore (1965), Rizzoli Editore

Buona giornata a tutti.:-)
Pubblicato da Giu Ma 07:03

giovedì 7 luglio 2016

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"Non so niente di te" - Paola Mastrocola 

Nessun genitore deve volere il meglio per suo figlio. E sai perché? Perché non lo sa. Un genitore non sa cos’è il meglio per suo figlio. Non lo può sapere, come potrebbe? 
E' Dio? Legge nella sfera di cristallo? No, è solo un genitore. E allora dovrebbe starsene a guardare e basta, in silenzio e con grande calma. Un po’ come si sta davanti al mare a guardare il mare. Cosa si fa davanti al mare? Si guarda il mare. Basta. Si accompagnano le onde con lo sguardo. Questo. Una per una. Come faceva il mio amico Malmecca con le foglie: le accompagnava, le prendeva in braccio un attimo prima che cadessero. Le… accompagnava. Hai presente? Le onde che si frangono, le foglie che cadono, la canna da pesca che si piega quando il pesce abbocca… Così. Accompagnare. Anche i figli bisogna accompagnarli. Stare a guardarli, come le onde. […] 
Un figlio che non continua il padre spezza una linea. La rompe. È un elemento di rottura, un figlio così, si può dire? L’ho pensato spesso. Ma adesso non lo penso più. […] 
Dovreste essere curiosi, voi genitori. Molto curiosi dei figli. Dovreste morire dalla curiosità di vedere dove diavolo andrà a finire, quella linea spezzata che è partita da voi, e che si spezzerà ancora decine di volte nei secoli, con i figli dei vostri figli e i figli dei loro figli. Decine di volte! Invece, siete sempre così scontenti… Così incontentabili. Siete così privi di curiosità, voi genitori… Sembra che conosciate già tutto, che sappiate al millesimo che fine farà ogni cosa, ogni figlio… Non vi lasciate sorprendere. Non prevedete neanche la possibilità di una sorpresa. Peccato. Vi private di una grande felicità… “.

- Paola Mastrocola - 

da: "Non so niente di te"



I nostri studenti che "vanno male" (studenti ritenuti senza avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore, rabbia, desideri insoddisfatti, rinunce furibonde accumulati su un substrato di passato disonorevole, di presente minaccioso, di futuro precluso. 
Guardateli, ecco che arrivano, il corpo in divenire e la famiglia nello zaino. 
La lezione può cominciare solo dopo che hanno posato il fardello e pelato la cipolla. Difficile spiegarlo, ma spesso basta solo uno sguardo, una frase benevola, la parola di un adulto, fiduciosa, chiara ed equilibrata per dissolvere quei magoni, alleviare quegli animi, collocarli in un presente rigorosamente indicativo.
Naturalmente il beneficio sarà provvisorio, la cipolla si ricomporrà all'uscita e forse domani bisognerà ricominciare daccapo. Ma insegnare è proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. 
Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell'indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. 
Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. 
E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l'eternità in un barattolo.

- Daniel Pennac - 
scrittore



È più facile insegnare che educare, perché per insegnare basta sapere, mentre per educare è necessario essere.

- Alberto Hurtado, gesuita - 






Come sempre nel nostro Paese quando si deve tagliare, si tagliano la cultura e la ricerca, ritenute evidentemente un inutile lusso.

- Margherita Hack, astrofisica - 


Buona giornata a tutti. :-)


martedì 5 luglio 2016

"LA VITA E' UN MINUZZOLO DI TEMPO CONCESSO ALLA NOSTRA LIBERTA' PERIMPARARE AD AMARE"


"Ogni vero vivere E' incontrare"
                  Martin Buber

rita
 Ricordando  Rita...

Si dice che la bellezza delicata Di un olivo sia dovuta al fAtto  che è lA pianta più potata.
Lettere da Romena
Domenica prossima le Lettere da Romenatorneranno al punto di partenza, alla pieve luogo da cui sono state inviate. Non sarà una presentazionevera e propria, ma un’occasione per provare a mostrare quanta  energia, quanta bellezza, quante potenzialità sprigionino quei luoghi che si affidano al vento imprevedibile degli incontri.
Di incontri sono fatte le lettere che ho scritto, incontri che mi hanno toccato, cambiato, aiutato a crescere. Incontri nei quali ognuno può, se vuole, ritrovarsi o confrontarsi.
Il libro contiene lettere distribuite nel corso di venti anni e pubblicate nel nostro giornalino nello spazio chiamato Prima pagina. Una di queste, invece, è inedita. Apre il libro, lo spiega, è una dedica allargata. Rappresenta ciò che di più alto e profondo può creare un incontro: una meravigliosa amicizia.
Mi piace condividerla con voi in questo spazio.

domenica 3 luglio 2016

Spezie?

Perché mangiamo le spezie?


Articolo da Scientificast.it

Io adoro i curry. Il mio preferito è il tikka masala indiano preparato con pomodoro, yogurt e decine di spezie diverse tra cui curcuma, zenzero, aglio, cardamomo, cumino, paprica, chiodi di garofano e cannella. Ma non sono l’unica, perché il gusto per i piatti speziati accomuna gli uomini di tutte le regioni e di tutte le epoche. Le mangiamo fresche o secche, intere o tritate, crude o cotte, e la nostra passione per queste saporitissime sostanze ha portato esploratori come Polo, Magellano e Colombo a intraprendere spedizioni rischiose alla ricerca di nuove rotte delle spezie e, accidentalmente, anche alla scoperta dell’America.

Ma perché mangiamo le spezie? Una risposta ovvia e superficiale è che gli aromi rendono i cibi più invitanti, tanto al palato quanto alla vista e all'olfatto. Questo, però, non risponde alla più profonda domanda evolutiva sul perché le spezie siano così gradite in cucina. In altre parole, perché ci piacciono?

Il motivo per cui le piante producono e accumulano sostanze aromatiche nei loro frutti, foglie, radici o corteccia è proteggersi dagli erbivori, dai funghi, dai parassiti e dagli insetti. Ironia della sorte, potrebbe essere stata proprio la capacità delle spezie di tenere lontani animali e pesti varie ad attirare gli umani. Sembra infatti che la spiegazione più plausibile per l’utilizzo delle spezie in cucina stia nelle loro proprietà antimicrobiche. È come se avessimo preso in prestito le ricette delle piante per proteggersi dai batteri per utilizzarle a nostra volta in modo analogo nella preparazione dei cibi. Contrastando la crescita dei microorganismi riusciamo a meglio conservare gli alimenti e a prevenire le intossicazioni.

Una ricerca un po’ datata ma tra le più complete nel suo genere ha raccolto dati riguardanti le proprietà antibatteriche di decine di spezie comunemente utilizzate per cucinare. Tra quelle più efficaci, in grado di uccidere o bloccare la crescita della maggior parte dei batteri su cui sono state testate, ci sono l’aglio, la cipolla, l’origano, il timo, il cumino, i chiodi di garofano, l’alloro e il peperoncino. Alcuni dei batteri incapaci di proliferare in presenza di queste spezie, tra cui specie di Salmonella, Escherichia, Shigella e Clostridium, sono estremamente comuni e responsabili di malattie dell’apparato gastro-intestinale anche gravi. Diversi studi confermano che concentrazioni di spezie utilizzate in molte ricette sono sufficienti a ottenere un effetto antibatterico che aiuta a conservare il cibo. Questo però non significa che le spezie siano adatte a trattare le infezioni batteriche già in corso; in questo caso sarebbero infatti necessarie concentrazioni tali da avere effetti collaterali inaccettabili.

Per supportare l’ipotesi che vede le spezie in cucina con un ruolo antibatterico, gli autori di questo studio ne hanno valutato l’uso in migliaia di ricette provenienti dalla tradizione culinaria di 36 diversi paesi. Se l’ipotesi fosse corretta, ci si potrebbe aspettare un più abbondante uso di spezie nella regioni del mondo più calde, dove il cibo non refrigerato su guasta molto velocemente.

Tutti abbiamo provato in prima persona questa variabilità durante un viaggio o una cena in un ristorante etnico, e chi si è messo a fare i conti ha in effetti verificato che le spezie sono tanto più usate quanto più è alta la temperatura media in una certa regione. Risulta che dove fa più caldo si usa una maggior varietà di spezie e un maggior numero di spezie in ciascuna ricetta. Per esempio, in India, dove la temperatura media si aggira intorno ai 27°C, si usano comunemente 25 diverse spezie e ciascuna ricetta ne richiede in media 9.3. Invece, la cucina in Norvegia (circa 3°C in media) prevede l’utilizzo di sole 10 spezie, meno di due per ricetta.

In più, hanno notato che le spezie con il più alto potere antibatterico sono anche le più comuni nelle ricette di tutto il mondo, e le più abbondantemente utilizzate nelle zone più calde. Così, il potere antimicrobico dei piatti dei paesi tropicali è molto più grande di quello delle regioni temperate. Questo è anche dovuto al fatto che le sostanze contenute nelle spezie agiscono in modo sinergico quando utilizzate insieme. Per esempio, il limone e il pepe, che presi singolarmente hanno un effetto antibatterico piuttosto limitato, possono potenziare l’effetto di altre sostanze, rispettivamente aumentando l’acidità o aumentando la biodisponibilità, cioè favorendo l’assorbimento dei composti contenuti nelle spezie da parte dei microrganismi.

Continua la lettura su Scientificast.it 

Fonte: Scientificast.it


Autore: Alice Breda


Licenza: Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.


Articolo tratto interamente da 
Scientificast.it



Pubblicato da  Web sul blog

“Il silenzio è la risorsa di coloro che riconoscono nobiltà al linguaggio”

Il canto delle sirene



Yves Bonnefoy



Il poeta francese Yves Bonnefoy è morto a Parigi il 1° luglio all’età di 93 anni. Era nato a Tours il 24 giugno 1923. “Il silenzio è la risorsa di coloro che riconoscono nobiltà al linguaggio” disse una volta e questa fu una sua cifra, quella di una persona schiva che usa la poesia come continuo strumento di ricerca. Matematico in gioventù e filosofo, transitò per il surrealismo rifiutando però di siglarne il manifesto: “Avevo molto amato il surrealismo per la sua capacità di scavare nell’inconscio, ancora oggi apprezzo Breton. Ma credo che la poesia debba essere composta per dare vigore alla vita, per cambiarla. Il surrealismo mi è sembrato alla fine troppo infarcito di sogni superficiali”. Insegnò al College del France dal 1981 al 1993, tradusse Shakespeare, Yeats, Petrarca, Leopardi e Seferis.
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Eric Feferberg-AFP

FOTOGRAFIA © ERIC FEFERBERG/AFP
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da Pietra scritta, 1965

 

L’ALBERO, IL LUME

L’albero invecchia nell’albero: è l’estate.
L’uccello valica il canto dell’uccello e si allontana.
Il rosso della veste illumina e disperde
lontano, in cielo, il carreggio dell’antico dolore.
Oh fragile paese,
fragile come la fiamma del lume che portiamo
quando è vicino il sonno nella linfa del mondo,
semplice il battito dell’anima condivisa.
Anche tu ami l’istante in cui la luce dei lumi
trascolora e sogna nel giorno.
Tu sai che è l’oscurità del tuo cuore che guarisce,
la barca che raggiunge la riva e vi ricade.

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da L’ora presente, 2011

 

LA SCIARPA ROSSA

In alto un atrio nel cielo.
Il sole, al di là. Il comandante
Del vecchio mercantile riceve un viaggiatore.
Un oblò è aperto, le onde sono vicine.

E lui che fa? Si è alzato, lancia
Da questo oblò una cosa, poi altre.
Così: perché, mi dice, questa sciarpa,
Mio padre me la donò, alla mia partenza

Per il primo di tanti viaggi.
L’ho amata, mi è parso che mi dicesse,
L’ho serbata per questo giorno in cui muoio.

La spinge fuori, essa si ripiega
Sulla sua mano, e si rigonfia, poi si dispiega.
Per un istante su noi due tutto il cielo è rosso.

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LE NOSTRE MANI NELL’ACQUA

Noi agitiamo quest’acqua. In essa le nostre mani si [cercano,
Talvolta si sfiorano, forme spezzate.
Più in basso, è una corrente, è qualcosa d’invisibile,
Altri alberi, altre luci, altri sogni.

E guarda, sono anche altri colori.
La rifrazione trasfigura il rosso.
Era un giorno d’estate? No, è il temporale
Che “cambierà il cielo”, e fino a sera.

Noi immergevamo le mani nel linguaggio,
Vi afferrarono parole delle quali non sapemmo
Che fare, non essendo che i nostri desideri.

Noi invecchiammo. Quest’acqua, nostra trasparenza.
Altri sapranno cercare più nel profondo
Un nuovo cielo, una nuova terra.

(Traduzione di Fabio Scotto)

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La traduzione dell’Infinito di Giacomo Leopardi



Leopfrancese.

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LA FRASE DEL GIORNO
La poesia sgorga da profondità inconsce e non da fatti contingenti: è sempre un gesto del tutto imprevisto e imprevedibile.
YVES BONNEFOY

sabato 2 luglio 2016

BUSILLIS: UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: MARIA LUISA SPAZIA...


C'è un ultrasuono invisibile che pervade la natura e l'universo. Una forza panica, che tutto avvolge, una divinità panteistica che solo pochi possono cogliere, dietro "segni umbratili di nervi". Le parole non bastano, sono insufficienti. E allora ecco che ci si affida a segni imprevedibili, a un lessico alieno al linguaggio umano. Maria Luisa Spaziani raccoglie ne La traversata dell’oasi. Poesie d’amore 1998-2001(Mondadori, 2012) liriche leggere ma nello stesso tempo criptiche, come è la Verità che al suo amato Eugenio Montale si spalancava oltre la matassa del "filo da disbrogliare". Per la Spaziani, Montale è uno stigma incancellabile: il primo verso richiama inequivocabilmente Non chiederci la parola, manifesto della poetica montaliana. A due anni dalla morte della poetessa torinese, #busillisblog propone una sua poesia, accompagnandola con un'opera d'arte del contemporaneo Fernandez Arman, Violin on orange canvas with pressed paint tubes (2002). Niente parole. Solo tubetti di colore che sgocciolano musica. Forse non la immaginava nemmeno Bach.



[NON CHIEDERMI PAROLE, OGGI NON BASTANO] 

in LA TRAVERSATA DELL'OASI 
di MARIA LUISA SPAZIANI



Non chiedermi parole, oggi non bastano. 
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili 
nei loro incastri, sono consunte voci. 
È sempre un prevedibile dejà vu.
Vorrei parlare con te − è lo stesso con Dio −
tramite segni umbratili di nervi, 
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.
Un fremere d’antenne, un disegno di danza, 
un infinitesimo battere di ciglia, 
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.