La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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sabato 30 luglio 2016

NAVIGARE... relitto

La poesia è lo spirito.
NAVIGARE - RELITTO - TECNICA

Il morto colore del mare – Daniele Del Giudice

by robertoplevano

di
Roberto Plevano

§ Daniele Del Giudice

Lo stadio di Wimbledon esce nel 1983. Il capitolo 5 si apre con un’imprevedibile, pure in un romanzo presentato come “insolito”, sfoggio di cultura aeronautica. Italo Calvino scrisse la quarta di copertina – che è una specie di biglietto da visita di un libro, quindi l’unica indicazione di cui disponeva allora il potenziale acquirente davanti a quest’opera prima – parlando di “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”, per cui “la «carta di Mercatore» è una delle immagini-chiave”. Non per fare le pulci a Calvino, ma il matematico e cartografo fiammingo Geert De Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator secondo l’uso rinascimentale, pubblicò il suo planisfero nel 1569, e quindi si fa un po’ fatica a prenderlo come emblema di novità.

L’idea di fondo del capitolo ha piuttosto a che fare con la navigazione e il pilotaggio, a cui la rappresentazione e la misura del movimento è contingente. Con la carta di Mercatore fu finalmente possibile calcolare la rotta in una pura rappresentazione geometrico-matematica degli spazi. Per millenni, nel Mediterraneo e in altri mari le distanze si coprivano veleggiando a vista della costa; la direzione delle traversate era fissata per lo più guardando le stelle. La necessità della navigazione oceanica impose finalmente un calcolo preciso dei percorsi e degli angoli delle linee di rotta rispetto ai meridiani. Mercatore risolse brillantemente il problema delle rotte; tuttavia rappresentare il volume sferico della terra su un piano di superficie, mantenendo i meridiani paralleli, comporta una distorsione progressiva delle dimensioni degli oggetti sulla mappa via via più lontani dalla linea dell’Equatore. Il solo modo di avere una mappa corrispondente punto per punto alla superficie terreste con una scala omogenea è ovviamente quello di una mappa coincidente con il territorio, oggetto favoloso, e problematico da usare per mare e per terra. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacerate Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendichi.

NAVIGARE v. intr. e tr. [dal lat. navigare, der. di navis1. Di imbarcazioni, viaggiare, effettuare un perscorso per acqua. Di aerei, volare. Di persone, viaggiare per acqua o per aria con un’imbarcazione o un aereo. 2. fig. Barcamenarsi, destreggiarsi, tentare di cavarsela in una situazione non facile. 3. In informatica, condurre esplorazioni in www. 4. tr. Percorrere uno spazio d’acqua o d’aria, anche fig.

Daniele Del Giudice doveva avere sotto le mani qualche manuale di navigazione aeronautica. È assai facile leggere le sue molte pagine di argomento aviatorio in termini metaforici, salvo che lui non fa mai uso generico delle figure del discorso. Qui il discorso cade su una fantasticheria del protagonista, che il suo aereo impatti sul Monte Bianco per un’avaria degli strumenti e un concorso di circostanze sfavorevoli, di cui l’ultima è un evento barometrico irrealistico (ma un lettore poco avvertito non se ne accorge). È il timore che qualsiasi istruttore di volo affronta con gli allievi all’inizio, spiegando che la catastrofe è sempre il prodotto di una serie di errori in concatenazione, da cui ci si tiene lontani con un costante rispetto delle regole del volo. 

Il disagio del narratore a immaginarsi passeggero di un volo di linea, sorge col pensare che i piloti stabiliscono la rotta dell’aereo per via strumentale. Chi inizia le lezioni di volo, impara in modalità VFR (Visual Flight Rules), dando cioè fiducia e assenso alle percezioni sensoriali soggettive, anticartesianamente. Ragionare invece per coordinate della proiezione bidimensionale di una mappa ci consegna appunto a una rappresentazione che altera scale di grandezza e prospettive, fa sì che le sensazioni visive, tattili, uditive, che ci tengono ancorati alla realtà, alla successione degli oggetti via via percepiti, siano accessorie. Ma è impossibile fare a meno della navigazione a vista: il movimento consapevole attraverso gli spazi reali secondo una direzione intesa, cioè il pilotaggio, inizia con la certezza sensibile. 

Si navighi a vista, non c’è niente di male.

Attenzione, questa non non è soltanto una faccenda di modalità tecnica, bensì di vita o di morte. Muoversi secondo un certo ordine di inizio e destinazione decide la sopravvivenza della maggior parte degli esseri viventi. Nel caso dell’uomo, la dignità nel movimento è nel passare dallo stare a galla (quando va bene) a essere marinaio, dalla balia delle correnti a essere pilota. Ulisse non viene mai meno al suo essere “uomo versatile”, “dai molti modi” (polùtropos): mette il timone alla zattera che ha fatto con le sue mani per tenerla in rotta, nelle avversità più grandi trae da sé la risorsa finale. Se poi un dio mi fracassa la nave nel mare purpureo, / sopporterò: nel petto ho un animo che sopporta dolori. / Già moltissimi patimenti ho subito e molto ho sofferto / fra le onde e in guerra.

RELITTO agg. e s. m. [dal lat. relictus, p. pass. di relinquĕre‘abbandonare’] 1. agg. Residuo, privo di rapporti o di collegamenti col presente. 2. s. m. Qualsiasi galleggiante ridotto a rottame, spec. per naufragio. Fig. Persona ridotta a uno stato di miseria degradante o di completo avvilimento. 3. In diritto, terreno indiviso di limitata estensione, incluso tra fondi estesi e divisi. 4. In linguistica, elemento sopravvisuto di una lingua scomparsa.

IO so che alle prime lezioni di volo arrivi un momento straordinario. Capita quando l’istruttore dice loro: «Tu hai i comandi!». Cala allora una precisa e nitidissima coscienza di avere nelle mani, con i comandi, le sorti del mezzo, e della propria vita, dipendenti dalle proprie conoscenze, dalle decisioni via via prese, dagli innumerevoli aggiustamenti di rotta e di assetto che il pilota fa in ogni istante. È un senso di controllo nella varietà delle condizioni ambientali. Ho visto cambiare molte esistenze, dopo questa epifania.

A distanza di tanti anni, sogno ancora di scalare, con molta fatica, un’altissima parete rocciosa verticale, simile al versante sud della Marmolada o al nord dell’Eiger. Una fila di fessure, poco ampie e poco profonde, è incisa sulla muraglia di pietra e come una scala arriva fino alla vetta. La cosa più nitida del sogno non è tanto la visione, ma il sentimento angoscioso della pericolosissima salita, della difficoltà nell’aggrapparsi, mani e piedi, alle fessure, e il terrore costante di precipitare giù, l’orrore per la caduta nel vuoto, accompagnato da una crescente attrazione per quello stesso vuoto, per l’immobilità delle cose definitive. So che devo arrivare alla quiete, alla fine di tutto. Nel sogno ricordo allora le mie prime lezioni di volo, la ripetuta raccomandazione dell’istruttore che, in ogni decisione, la vita del pilota letteralmente sta nelle sue mani, e il senso di padronanza di me stesso e delle circostanze che era venuto dalla conoscenza degli aspetti tecnici del volo, dall’ordinata successione delle manovre bene eseguite. La precisa e prevedibile corrispondenza tra azioni ai comandi e movimenti nello spazio. Il vuoto attrae, certamente, la quiete finale ci attende, ma il sapere della tecnica permette di scivolare sopra il vuoto, controllare il movimento e giungere a una qualche destinazione intermedia – e di un certo interesse – in sicurezza.

TECNICA s. f. 1. Insieme delle norme su cui è fondata la pratica di un’arte, una professione o una qualsiasi attività manuale o intellettuale. 2. Estens.: modo di procedere per portare a termine un compito: una t. particolare per sciare ≈ maniera, metodo, procedimento, sistema. 3. Ogni attività che, sulla base delle conoscenze scientifiche, progetta strumenti, apparecchi, macchine, utensili destinati alle esigenze pratiche della vita.

Così salgo, lentamente ma con regolare progressione. Appena prima della cima le fessure inaspettatamente scompaiono; la roccia è una superficie liscia senza appigli. Allora però la paura si tempera da una ragionevole confidenza di potercela fare. La memoria del sogno continua con l’atto di varcare la cima. Non so perché devo raggiungere la vetta, né come sono arrivato sulla parete, né che cosa troverò. 

Sulla cima della montagna svanisce infine il terrore di perdere la presa e precipitare. Come entrato tutt’a un tratto in un’altra realtà, cado in una specie di trance, in cui rivivo e racconto e scrivo cose del passato, con straordinaria vivezza e chiarezza, nei più piccoli particolari. Ne sono spaventato, temo di perdere la ragione. Mai come in quel momento penso di essere vicino alla follia, penso alla necessità di un attento, costante controllo del mio stato, come quando si è in mezzo a gente attenta a te e ci si accorge di aver esagerato con i drink. Ma è un sogno, e talvolta, penso ancora dormendo, i pensieri che arrivano nel sogno rivelano improvvise evidenze, sono perspicui e penetranti, e stranamente risolutivi. Le difficoltà cominciano dopo il risveglio, quando non puoi dirigere le visioni e le memorie.

Fuori dai sogni, le occasioni di controllo sono poche, e sembrano diminuire con l'età. IO sono un’ipotesi di controllo di me stesso, dei miei movimenti, in un certo ambito – lo ammetto, assai ristretto – che non è la rappresentazione geometrico-matematica di spazi e tempi: la mappa non può coincidere con il territorio. Nella rappresentazione geometrico-matematica l’IO scompare per sempre. IO ho bisogno dei miei sensi, ora, continuamente attivi in quel modo che è la memoria, di modo che l’accordo di pianoforte che ascolto – dev’essere un LA RE – fa tutt’uno con tutti gli accordi che ho ascoltato finora, e le mille e mille situazioni dell’ascolto, e prende la forma di quest’esperienza cumulativa.

Fuori dai sogni, non c’è tecnica che arresti il moltiplicarsi dei naufragi: che sono tutto ciò che la tecnica non contempla, o non salva. Penso a quello che IO ho lasciato indietro, cioè a quello di cui IO non si è occupato, non si è accorto, o che ha deliberatamente lasciato perdere perché creduto poco importante. Ecco, quello che ho perduto nei miei naufragi è il tessuto stesso della vita. Gli anglosassoni sono precisi, in senso analitico: distinguono tra rottami e carcasse galleggianti sulla superficie del mare dopo un naufragio, flotsam, e parti della nave e del carico deliberatamente gettati fuoribordo nelle emergenze, jetsam. Questa seconda categoria rappresenta un po’ l’extrema rationell’applicazione delle regole della navigazione; oltre si passa alla categoria che raccoglie ciò che resta della collisione catastrofica della tecnica con la realtà.

and now, liberated by reason of its cunning spring, and, owing to its great buoyancy, rising with great force, the coffin life-buoy shot lengthwise from the sea, fell over, and floated by my side. Buoyed up by that coffin, for almost one whole day and night, I floated on a soft and dirgelike main.

e ora, sganciata dalla sua molla ingegnosa, e saltando a galla con forza per essere così leggera, la cassa da morto-gavitello balzò quant'era lunga dal mare, ricadde, e mi galleggiò accanto. Sostenuto da quella bara, per quasi tutto un giorno e una notte, galleggiai su un mare morbido e funereo. 

Quello che il genere umano ha lasciato indietro e perduto, la sostanza stessa dell’esperienza umana, perché nel tempo tutto è lasciato indietro, ma qualcosa rises with great force, si leva con grande forza, erompe dal fondo e galleggia al nostro fianco, offrendoci un appiglio. (Col termine flotsam si indicano, con definizione figurata, i naufraghi, e le popolazioni migranti che vagano senza destinazione.)


(capitoli precedenti qui:
MITOLOGIA: Giorgio Agamben
SCHOLIA: IO
SCHOLIA: Il terreno morale
SCHOLIA: Il commento
MITOLOGIA: Il portacenere
SCHOLIA: Il buco nell’acqua.

Altri capitoli sparsi e venturi:
MITOLOGIA: Un tipo da montagna
SCHOLIA: Attendere
MITOLOGIA: L’intesa è un fatto palpabile
MITOLOGIA: Il merlo ammazzato
MITOLOGIA: Ubbie umanitarie)

venerdì 29 luglio 2016

Ho ascoltato il Silenzio


Chi non sa ascoltare il proprio fratello non saprà neppure ascoltare Dio, sarà sempre lui a parlare, anche con il Signore.
Dietrich Bonhoeffer

Oggi fa' ardere calde e chiare le candele che hai trasportato tu alla nostra oscurità;conducici, se si può, di nuovo insieme.E' ciò che noi sappiamo: arde di notte la luce tua.Quando su di noi discende il silenzio profondo oh, lascia che udiamo quel timbro pieno del mondo, che invisibile si estende intorno a noi di tutti i figli tuoi canto alto di lode. "Da forze buone, miracolosamente accolti, qualunque cosa accada, attendiamo confidenti.Dio è con noi alla sera e al mattino e, stanne certa, in ogni nuovo giorno." 
Pastore luterano.+ Dietrich Bonhoeffer.


 Dietrich Bonhoeffer così esprimeva le motivazioni del silenzio raccomandato a ogni cristiano che voglia crescere nella vita spirituale: 

«Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola, perché i nostri pensieri sono già rivolti verso la Parola. Facciamo silenzio dopo l'ascolto della Parola, perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto, perché Dio deve avere la prima Parola, e facciamo silenzio prima di coricarci perché l'ultima Parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio solo per amore della Parola». E Ildegarda di Bingen diceva: «Dio ci dà volentieri appuntamento nella casa del silenzio».


                                                                 romena.it

Ho ascoltato il Silenzio 

chiunque tu sia

“Vieni, vieni chiunque tu sia,
sognatore, devoto, vagabondo
poco importa.
La nostra non è
una carovana di disperazione.
Vieni,
anche se hai infranto i tuoi voti mille volte.
Vieni, vieni,
nonostante tutto vieni”

Giala’l Ad-din Rumi

http://hoascoltatoilsilenzio.blogspot.it/?m=1

giovedì 28 luglio 2016

Riccardo Muti, 75 anni da ... Maestro


Riccardo Muti, auguri al maestro

Festeggia a Ravenna il compleanno tenendo una master class per i giovani allievi della sua Italian Opera Academy, trampolino di lancio per nuovi talenti. Al centro della lezione l'opera "La traviata"     www.repubblica.it

Doc. Musica - Muti dirige Verdi

MUTI DIRIGE VERDI DOC. MUSICA - Uno straordinario racconto in cui il Maestro Muti fa il punto della sua lunga frequentazione del genio di Busseto. È il documentario “Muti dirige Verdi”. Partendo dall'assunto che la grandezza di Verdi è quella di parlare all'uomo, nella sua essenza più profonda, Muti ripercorre i suoi studi in una serie di conversazioni con il giornalista Armando Torno e nel dialogo ininterrotto con i suoi orchestrali.

Il racconto alterna prove e brani d'opera e di musica sinfonica tratti da Macbeth e Attila dal Teatro dell'Opera di Roma, e dal Requiem con la Chicago Symphony Orchestra.

Doc. Musica - Muti dirige Verdi


Riccardo Muti, 75 anni da verdiano doc: "Non oltraggiamo i maestri"

Nato a Napoli il 28 luglio 1941, Riccardo Muti ha appena festeggiato i suoi 75 anni. Da buon “malato” di musica, una vocazione più che una professione, ha festeggiato insieme ai suoi studenti dell'Italian Opera Academy, la bottega ravennate in cui nascono antanti, maestri collaboratori e direttori d'orchestra. A questa particolarissima scuola partecipano quattro direttori, altrettanti pianisti e dieci cantanti. Tema delle lezioni di qiesti giorni, la Traviata di Verdi (nel 2015 la serie di Master Class fu dedicata al "Falstaff"). Partita il 23 luglio e prevista fino al 5 agosto, l'iniziativa è aperta al pubblico: ogni spettatore interessato alla fucina del grande repertorio lirico può assistervi. 

Riccardo Muti, 75 anni da verdiano doc: 'Non oltraggiamo i maestri'
Si lavora dal mattino al tramonto, ma così dev'essere: "Considerate questo tanto lavoro? A parte il fatto che poi, a casa, vado avanti a studiare, quindi la giornata non finisce lì. Ma è così che si dovrebbe lavorare nei teatri. Quando ero alla Scala dedicavamo un mese alle prove col pianoforte. Solo così si costruisce un'opera. Tanti cantanti si lamentano che le prove sono quasi sparite. I divi, ma sottolineo non con me, si presentano solo alle prove generali". L'Accademia, spiega, “nasce dal desiderio di dare quanto ho ricevuto dai sommi maestri della scuola italiana. Ho appreso i fondamenti del mio lavoro da Antonino Votto, il quale, a sua volta, aveva studiato con Arturo Toscanini".  >>> www.intelligonews.it

giovedì 21 luglio 2016

Gelato al caffè...

panedolcealcioccolato.blogspot.it

Gelato al caffè d’ orzo FACILISSIMO senza gelatiera

Questa è senza ombra di dubbio la ricetta più furbetta che io abbia mai presentato, se poi a farmela scovare è stata laregina delle FURBATE, il tutto diventa davvero un gioco da ragazzi. Un gelato fatto in casa che prevede  pochissimi ingredienti, spudoratamente facile  dove l’ esecuzione non è da meno. Il caffè che ho usato è quello d’ orzo naturale dell’esclusivo sistema Dorhouse a capsule monodose, il suo aroma dolce e vellutato si è sposato alla perfezione con la dolcezza di un gelato cremoso e golosissimo; ad ogni modo sarà possibile sostituire la stessa quantità riportata nella ricetta, con del caffè espresso normale o decaffeinato, anche tre cucchiaini di caffè solubile istantaneo saranno perfetti se usati in sostituzione dei 50ml utilizzati. Se deciderete di provare questo gelato fatto in casa facilissimo, non trascurate tali accortezze: ciotola e gancio freddissimi di freezer, panna (ad alto contenuto di grassi) e latte condensato freddi freddi freddi, magari messi in congelatore mezz’ ora prima di utilizzarli e caffè freddo (di frigo) anche lui. Detto ciò non vi resta che pensarci su e decidere di realizzare o meno questa ricetta magari per la prossima cena tra amici prettamente estiva.
Ciotola by Alice in Wonderland di Manuela Metra
Gelato al caffè d’ orzo 
 Ingredienti (per 500g circa di gelato) 
 300ml di panna fresca (ad alto contenuto di grassi)200g di latte condensato zuccherato freddo di frigorifero35ml di caffè d’ orzo freddo di frigorifero2 cucchiai di liquore al caffè ProcedimentoUnire tutti gli ingredienti  nella ciotola della planetaria (precedentemente raffreddata in congelatore) e con la frusta a filo montare il composto fino a che risulterà gonfio e spumoso, di un colore chiaro. Versare il gelato in un contenitore adeguato, coprire con la pellicola per alimenti e lasciare in freezer per almeno tutta la notte prima di servire
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mercoledì 20 luglio 2016

SLAM ITALIA. La finale nazionale del poetry slam


SLAM ITALIA. La finale nazionale del poetry slam. Vince il titolo Giuliano Carlo De Santis

 

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Il poetry slam si sta facendo spazio nel panorama letterario italiano, un contesto che fa emergere una nuova generazione di poeti che fanno della poesia orale e performativa un irrinunciabile mezzo espressivo. La poesia supera la noia e i limiti degli eventi tradizionali trovando nuovo slancio con la formula del poetry slam. Brevi poeti di 3 minuti di tempo massimo vengono votate dal pubblico. Nato nel 1986 negli USA grazie a Marc Kelly Smith, il poetry slam trova in Italia anche terreno fertile e negli ultimi anni assistiamo alla creazione di competizioni meglio organizzate e campionati, anche se in ritardo rispetto ad altri paesi europei. Lo slam non fa altro che rilanciare l’antico legame del poeta con la parola detta e vissuta, che precede la scrittura. Quindi è tutt’altro che una novità, è il futuro che si ricongiunge con il passato remoto, una stupefacente circolarità.

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In ambito italiano un grande lavoro lo sta facendo SLAM ITALIA – Rete Italiana di Poetry Slam, un’organizzazione coordinata dai poeti Max Ponte e Bruno Rullo. SLAM ITALIA è arrivata al suo secondo campionato. Il primo si è svolto l’anno scorso ai Murazzi di Torino ed è stato vinto dal poeta e performer Omid Maleknia. La finale di quest’anno di SLAM ITALIA si è svolta a CASA MERINI, a Milano, il 18 giugno 2016, ed è stata condotta da Max Ponte, Bruno Rullo, Salvatore Randazzo, Paola Casulli. La gara si è svolta con tutti i primi classificati dalle gare italiane come già preannunciato da questo blog.  Una competizione molto partecipata nello spazio esterno di CASA MERINI sotto lo sguardo di Alda Merini rappresentata in un graffito con il quale in molte foto i poeti sembrano dialogare. Inoltre una diretta web radio attraverso SLAM ITALIA RADIO ha collegato tutte le scene italiane in rete con numerosi ascoltatori incollati all’apparecchio.

Il vincitore della finale 2015/2016 è stato il giovane poeta Giuliano Carlo De Santis di Bitonto (Bari), al secondo posto Danilo Torrito di Torino e al terzo Christian Ferrante di Roma. Al quarto posto Cecilia De Angelis di Alessandria e al quinto Gianvito Tracquilio di Torino e romano di origine. Una gara con poeti molto preparati, in grado di performare in modo diretto e spigliato, spesso a memoria e coinvolgendo il pubblico in un pathos tutto poetico ed eccezionale, uno spettacolo fatto di tante voci, un’opera d’arte collettiva come ha sottolineato Guido Oldani riconoscendola come espressione compiuta del “realismo terminale”.

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Il vincitore del campionato 2015/2016 di SLAM ITALIA Giuliano Carlo De Santis rappresenterà il nostro paese alla finale europea che si terrà a novembre a Lovanio, in Belgio. Il nuovo campionato nazionale intanto è già iniziato e ha già nominato 3 finalisti per la nuova finale che si terrà nel 2017. In tempi oscuri per l’Europa la poesia è una risposta alla quale non si può rinunciare, le parole della poesia sono in movimento e non si possono fermare, tutte le info sul blog di SLAM ITALIA

 

Quando eravamo femmine...

il blog di Costanza Miriano

Il mistero della donna

DI COSTANZA MIRIANO
Estratto del primo capitolo di Quando eravamo femmine – Sonzogno 2016costanza-livia-e-laviniadi Costanza Miriano
Mie inarrestabili figlie, è colpa della vostra esagerata energia se la ginecologa, quando mise le mani sulla mia pancia, con voi due dentro, esclamò: «Senti! Non lo senti quanta vita c’è qui dentro? Due donne!» (No, sento solo dolore alle gambe e incapacità di digerire anche una camomilla.) Però è vero, c’era tanta vita. E più crescete più ce n’è (fuori dalla pancia, fortunatamente). Io vi guardo, vi ascolto, vi spio continuamente mentre non vi limitate a vivere con un po’ troppo entusiasmo ogni cosa – l’uscita di un film e la caduta spettacolare di un fratello, una torta che per caso non mi si brucia e un’amica che viene a casa, la merenda e la scelta di una maglietta, la preghiera e il duello a spade laser – e lo fate dal primo istante in cui aprite gli occhi – sempre troppo presto – fino alla sera quando, ubriache di parole biascicate, chiacchierate fino a svenire nel sonno. Voi, come ogni femmina che conosco, non vi limitate a vivere, fate anche la telecronaca della vita.

Guardo con tenerezza a questo vostro bisogno di dare i nomi alle cose, di ordinarle, ma soprattutto alla generosità con cui vivete ogni secondo, alla voglia che avete, inconsapevole ancora, di “riparare la vita”. Guardo a questa capacità di vita che avete. Capacità nel senso, etimologico, di spazio per contenere. Chiamiamolo grembo, utero, cuore, comunque sia è lo spazio interiore che ha ogni donna di accogliere e “risistemare” ogni cosa che la circonda. L’utero non serve a noi donne per vivere, è inutile ai fini del nostro organismo, ma è indispensabile alla nascita di una nuova vita. Chissà, forse anche voi un giorno sarete chiamate a questo, a far nascere un bambino, e prometto che, per quando sarò nonna, diventerò una persona normale. Oppure no, chissà, questo regalo di diventare madri vi verrà negato, succede, e sarete feconde in modo diverso. D’altra parte non si può certo dire che le tante amiche nostre che sono sposate con Gesù, come chiamate voi le suore, e quelle a cui figli naturali non sono venuti non siano fecondissime: con un lavoro di scavo in profondità, e poi di cesello, di pazienza, imparano a fare i conti con il vuoto del loro grembo e lo vivono non come frustrazione o carenza affettiva, non con senso di inferiorità, né tanto meno come qualcosa di inutile, o al contrario come una perdita che le costringa a essere supermaterne, accudenti al massimo nella speranza di essere utili, ma al contrario le loro viscere materne, se sono donne consegnate a Cristo, le rendono grembo per gli altri, fonti fresche di vita nella loro capacità di adattarsi alle situazioni, accogliere, trovare soluzioni, mediare. Penso a Luisa, che è così bella che neanche il suo abito riesce a nasconderlo.
mirianoQUANDOcover ridotta
D’altra parte, anni e anni di basket ad altissimi livelli lasciano tracce indelebili, ed è così esageratamente brava in tutto quello che fa, l’ingegnere e la suora (voi la vedete solo a messa, ma lei col velo va anche in cantiere), che la gente è attratta da lei come dal miele, e lei usa la sua bellezza per portare i cuori al Signore, e generare alla fede non è certo meno che partorire. Ha imparato a smettere di essere seduttiva, la nostra grande tentazione, ed è libera nella sua bellezza pacificata, come belle sono le sue consorelle Laura, che lavora nella comunicazione, e Manuela, medico, e l’altra Manuela, che parla mille lingue: il loro cuore è così fiammeggiante che se ti avvicini ti riscaldi, e voi lo sapete bene, perché chiedete sempre di vederle, voi che avete un radar sofisticatissimo per la falsità delle persone (come tutti i bambini, e per di più bambini di razza femmina, le più implacabili scovatrici di finzione su piazza) e volete stare il più possibile vicino a persone così belle. Penso ad Antonella, che non è suora ma quasi, perché fa il medico con dedizione monastica, e anche se non è mamma ha uno sguardo così umano sui pazienti, che quando smonta dal turno di notte spesso me ne scrive: sono sicura che li porta tutti con sé alla messa della mattina, e alcuni riesce anche a seguirli nel tempo, dopo che li ha dimessi (lo voglio anche io il dottore che viene a casa a chiedere come sto e mi porta la torta!). Antonella è innamorata, per esempio, dei due vecchietti sposati da sessantadue anni, con lui che le carezza i capelli e le chiude il golfino, e lei novantenne non esce mai di casa struccata (quanto alla moda, è come un orologio fermo, se rimani lì dopo un po’ fa il giro e tu ritorni attuale, quindi la vecchietta, come mi ha raccontato Antonella, aveva un cappottino matelassé perfetto, probabilmente fatto fare per festeggiare la vittoria di Bobby Solo a Sanremo).
Non è certo meno mamma di me, se trova sempre il modo di fare spazio a qualcuno nella sua vita già completamente sold out (ma si sa che chi ha più impegni è sempre quello che trova il modo di fare qualcosa in più, ed è il motivo per cui se devo chiedere una mano per prendere i figli a scuola la chiedo a Lucia, che avendone quattro non farà tanto caso se nel mucchio ce n’è qualcuno in più). Guardo anche in voi, mie piccole quasi donne, questo spazio interiore, questo vuoto. Lo guardo e lo riconosco, e tremo al pensiero di ciò che potrà significare nella vostra vita. Perché questo spazio e questa capacità, in definitiva questo profondo potere, potrà essere usato bene oppure male: anzi, sicuramente, mai solo bene e mai del tutto male. E per fortuna ci sarà poi chi potrà scrivere dritto anche sulle vostre righe storte.



Intervista di Monica Mondo per SOUL a Costanza Miriano