La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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mercoledì 18 aprile 2018

"Isola"

Le parole segrete:

 Recensione: "Isola" di S.R.H. Jacobsen




casa editrice Iperbore



Una giovane ragazza danese ha nostalgia di un’isola verde e impervia battuta dai venti del Nord, un’isola delle Faroe dove non ha mai vissuto ma che ha sempre sentito chiamare «casa», perché da lì emigrò la sua famiglia negli anni Trenta. Comincia così, dall’urgenza di riappropriarsi delle sue origini e di una cultura che ha ereditato ma non le appartiene, il suo viaggio di ritorno a Suðuroy, da cui nonno Fritz, pescatore dell’Artico, partì alla ricerca di un destino migliore, e nonna Marita, sognatrice irrequieta, fuggì verso il mondo e la modernità.Un viaggio nella storia di una famiglia e di questo piccolo arcipelago sperduto nell’Atlantico, che è stato coinvolto nel secondo conflitto mondiale e nella guerra fredda e che ha lottato fieramente per una sua autonomia dalla Danimarca. Un viaggio nella memoria e nel mito che perdura in queste terre sospese nel tempo, tra le asprezze di una natura primigenia, dove ogni racconto di vita si colora di leggenda, dall’amore segreto tra Marita e Ragnar il Rosso, falegname filosofo e ribelle che chiama i gabbiani «i proletari del mare», alla roccia incantata nel giardino di zia Beate, che attira sciagure su chi prova a rimuoverla.

martedì 17 aprile 2018

Per chiudere in bellezza Leggiamo... “Il fu Mattia Pascal”

Risultati immagini per il fu mattia pascal scheda libro
“Il fu Mattia Pascal”

Trama:
«Una delle poche cose, anzi forse la sola ch'io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal.» Ma anche la certezza del proprio nome dovrà svanire ben presto nella vita del bibliotecario Mattia Pascal. A lui il caso ha dato una clamorosa possibilità: azzerare il proprio passato e cominciare una nuova vita. Moglie, suocera e amici lo riconoscono nel cadavere di un suicida e lo credono morto. Ricco grazie a una vincita al gioco, può rifarsi una nuova vita e inventarsi il ruolo di Adriano Meis. Ma la libertà appena acquisita si rivela in realtà una ferrea prigione... Il romanzo capolavoro di Pirandello, pubblicato nel 1904, un umoristico e grottesco scandaglio della realtà piccolo-borghese che evidenzia l'impossibilità per l'uomo di essere davvero artefice del proprio destino.


www.oilproject.org/lezione/pirandello-fu-mattia-pascal


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www.studentville.it/studiare/scheda-libro-il-fu-mattia-pascal/


Quando di legge Pirandello viene quasi da chiedersi in quale tempo abbia vissuto, e “Il fu Mattia Pascal”, in quale secolo sarà collocato? L’estratto proposto rappresenta il cuore del romanzo, il momento in cui il protagonista muore e poi rinasce, per un caso fortuito della vita, nel nome di Adriano Meis. Chi è costui? “Un uomo inventato“, scrive l’autore. Mattia Pascal viveva i suoi giorni senza quasi esserne padrone, con una moglie che non amava, una famiglia che non sentiva sua. Decise così di partire, eppure non aveva idea, non poteva sapere che non sarebbe più ritornato uguale.
Io era invaso e sollevato come da una fresca letizia infantile; mi sentivo come rifatta vergine e trasparente la coscienza“, si legge nel romanzo. Mattia Pascal non esiste più, è morto suicida per un dissesto finanziario: è questo che scrivono i giornali, è questa la fittizia verità che il mondo conosce. E nasce Adriano Meis. Nasce dal nulla, come una fiaba improvvisata dal padre per addormentare suo figlio, nasce già adulto, già capace di ricordare, di fantasticare, di costruire. E come chi assiste ad una nuova nascita, guardando il corpo prendere forma, gli occhi aprirsi sul mondo, Adriano Meis è felice, di “una felicità improvvisa, così forte, che quasi mi ci smarrivo in un beato stupore“. Si tratta come di un protagonista nuovo, che scorge davanti a sé la possibilità di fare di sè stesso ciò che più vuole, è una libertà pressoché infinita, come quella di un neonato che ancora deve imparare tutto. Si scontrano presto in Adriano Meis emozioni contrastanti, una sorta di inquietudine affianca l’impulsiva gioia iniziale, perché in fondo Adriano non possiede nulla, una casa, una famiglia, nemmeno un passato può accompagnarlo nel suo vagabondare. È solo, e lo grida tre volte, “Solo! Solo! Solo!“, solo come non era mai stato prima. È felice e nello stesso tempo accompagnato da una “certa mestizia“, perché non esiste un uomo in grado di pensare che non senta il peso dell’isolamento. Come sosteneva Aristotele, “l’uomo é un animale sociale“. E Adriano Meis, per il mondo, per la società, non esiste.
Assistendo alla vita degli altri e osservandola minuziosamente, ne vedevo gli infiniti legami e, al tempo stesso, vedevo le mie tante fila spezzate. Potevo io rannodarle, ora, queste fila con la realtà? […] No. Io dovevo rannodar queste fila soltanto con la fantasia“. Quello di Adriano Meis è un lavoro di invenzione, di costruzione della sua storia come si può costruire il personaggio di un romanzo, e tutte quelle emozioni contrastanti che lo travolgono sfociano in un solo unico gesto: il sorriso. Sorride davanti a tutto il reale, compreso sè stesso. Sorride perché è consapevole di non essere più parte del mondo vero e concreto: Adriano Meis non è che un’apparizione, un racconto che non può essere dimostrato, e che guarda la natura davanti a sè con la coscienza del suo non esistere. Guarda con ironia e distacco le cose, perché le cose sono distaccate da lui. Eppure non si lascia vincere dall’apparente impossibilità di realizzare tangibilmente sè stesso, ma continua a vivere sospeso, alla ricerca delle sue artificiose certezze, cogliendo dal reale i particolari a lui più affini e mettendoli sistematicamente insieme, quasi fosse un gioco a incastro. “Vivevo non nel presente soltanto, ma anche per il mio passato cioè per gli anni che Adriano Meis non aveva vissuti“. E tutto questo non fa che produrre gioia e mestizia, perché il tempo da inventare è sconfinato, ma ritorna sempre la consapevolezza che neppure la fantasia possa realizzare tutto. Mattia Pascal si ritrova catapultato in una realtà nuova, padrone del suo stesso corpo, immutato, vivo, libero di scegliere quale angolo di universo visitare, solo e incapace di capire se quella solitudine sia un bene o sia un male. “Or che cos’ero io, se non un uomo inventato? Una invenzione ambulante che voleva e, del resto, doveva forzatamente stare per sè, pur calata nella realtà“.
Forse quello che più emerge da questo stralcio, tratto dal romanzo di Pirandello “Il fu Mattia Pascal”, è che possiamo scappare da tutto, illuderci di poter cancellare la nostra vita e rinascere dal niente, ma ciò che rimane è una libertà infinita e impossibile da riempire. L’uomo ha bisogno di sè stesso per vivere, così come necessità dell’ossigeno per respirare. E non possiamo noi privare il nostro corpo di ciò che gli è più caro: la nostra anima. Perché sarebbe esattamente come morire.
Voto: nove

Ilmondodelleparole


Giratevi verso la luce perché la luce è già qui."







Ermes Ronchi

Il futuro ha un cuore di tenda

 

"Giratevi
verso la luce
perché la luce
è già qui."

Ermes Ronchi

 www.romena.it

Come affrontare questo tempo di crisi? Dove cercare germogli di speranza? Quale volto inedito di Dio e della Chiesa si prepara a emergere dalle fatiche del presente? Ermes Ronchi ci accompagna dentro questi e molti altri interrogativi per offrirci spunti concreti e per indicarci traiettorie possibili. Ma il suo è soprattutto un invito ad annusare e a seguire il vento di ciò che è davvero nuovo, di ciò che ci chiama dal futuro, e a farlo con animo aperto, con un bagaglio leggero, con un cuore di viandante. Un cuore di tenda.

Ermes Ronchi, frate dei Servi di Maria, è considerato oggi uno degli eredi della spiritualità di padre Vannucci e della poetica di David Maria Turoldo. Autore di numerosi libri, conduce attualmente la rubrica "Le ragioni della speranza" su Rai Uno.

LEGGI ARTICOLO PRESENTAZIONE DEL LIBRO


...

Esistono oggi dei piccoli germogli che, come il mandorlo in fiore, annunciano la primavera, l'emergere di una novità decisiva per il tempo a venire?

Per prima cosa, l'emergere del femminile: uno dei segni più belli del mondo d'oggi, forse il massimo dei segni profetici. La donna, che crea un ponte temporale tra il passato e il presente, che è la dimora dove si attua l'accoglienza ospitale più alta, quella di una nuova vita. Il genio femminile, la sua creatività calda, calda di abbracci, di attenzioni. Pensa solo all'atteggiamento materno, al senso di madre da estendere a tutto ciò che vive. Pensa all'etica della cura, dell'avere a cuore, che è biblica, perché la misericordia nella Bibbia si esplica come etica della cura. La donna fa paradiso quando si prende cura, quando mantiene questo triangolo: la cura di sé, la cura degli altri, la cura del mondo. Questo triangolo crea il paradiso, l'Eden, dove il nostro compito è «custodire e coltivare».


https://youtu.be/7dO23Ta5UCE

giovedì 12 aprile 2018

Sempre



SEMPRE con fascetta2
Lo scrittore e il prete, l'anarchico "senza Dio" e il fondatore della Fraternità di Romena: Maurizio Maggiani e il nostro don Luigi Verdi sono i protagonisti di un nuovo libro che riproduce un loro lungo dialogo sui valori e i temi della vita, un dialogo che trova il perno nella parola più grande e inafferrabile: "Sempre". 
Il libro (pubblicato da Casa Editrice Chiarelettere) ha giù avuto una vasta eco: pochi giorni fa è uscito un articolo su Avvenire , dopo quelli usciti sull'inserto "La lettura" del Corriere della Sera  e sul Il Secolo XIX  di Genova. Maurizio Maggiani ne ha parlato a  Fahrenheit, il programma dedicato ai libri e alle idee di Radio3 Rai 
Tutto questo per entrare nelle atmosfere di " Sempre" 
www.romena.it

mercoledì 11 aprile 2018

L’incredibile tenerezza🌾


 

– Due prigionieri, in due celle vicine,

che comunicano con colpi battuti nel muro. 

Il muro è ciò che li separa 

ma anche quel che permette loro di comunicare. 

Così tra Dio e noi. 

Ogni separazione è un legame – 

 

Simone Weil

#buongiornoromena

L’inizio del concerto di Gianmaria testa alla Pieve di Romena il 21 settembre 2011 nell’ambito dell’incontro “Una fede nuda”. Il concerto viene introdotto dalla presentazione di don Luigi Verdi, responsabile della Fraternità di Romena.

borgna-weil

LeggiAmo  L’indicibile tenerezza: In cammino con Simone Weil

con un po di musica…

Gianmaria Testa – Avrei voluto baciarti

Gianmaria Testa, DENTRO LA TASCA DI UN QUALUNQUE MATTINO

giovedì 5 aprile 2018

Il Giovane Holden / FELICITA'

Il Giovane Holden di Salinger, 
quello sguardo sul mondo che è diventato libro di culto

Il libro di Salinger non solo è romanzo di formazione, ma è una lezione di scrittura e di costruzione del personaggio. Holden osserva, pensa molto, dice poco. Racconta sempre e con ironia.
di Lucia Moschellailmiolibro.kataweb.it

 Foto apertura
Il giovane Holden (The Catcher in the Rye, letteralmente
 "L'acchiappatore nella segale" o "Il terzino nella segale")
 è unromanzo del 1951 scritto da J. D. Salinger. >>>  Il_giovane_Holden

Il libro di Salinger  dalla pubblicazione ad oggi ha venduto decine di milioni di copie e continua a vendere, anno dopo anno. E’ stato inserito a vario titolo in numerose classifiche dei migliori libri di sempre e delle opere da leggere almeno una volta nella vita e la copertina senza illustrazioni o foto (qui l’edizione Einaudi) non è un caso, è una precisa volontà dell’autore.Da un certo punto di vista è vero, quello di Salinger è un romanzo di formazione: sempre di un ragazzino che viene espulso da scuola si parla, ed è vero, il suo tono così affilato e strafottente o lo ami o lo odi. Ma Holden ha qualcosa in più. Holden osserva, pensa molto, dice poco. Racconta sempre e con ironia. Racconta il mondo, di cui nota delle piccole minuzie che certa gente non arriva a considerare neanche a 50 anni.Per esempio dice perché i suoi compagni di scuola espongano le valigie costose sopra l’armadio: per esporle. E dice perché le ragazze, quando stiate facendo qualcosa, non smettono di farlo: così danno la colpa a te che hai continuato. È grande, Holden, nel notare ogni dettaglio intorno a sé, per poi dedurne, come il migliore scienziato, teorie veritiere sulla fisica dell’essere uomo.Sono teorie che Holden non tira fuori da un cilindro, ma da quello che ha vissuto e che sta vivendo. Holden comincia a diventare grande, e si è accorto di una cosa: quando cresci, le cose ti scivolano dalle mani. Per esempio la tua sorellina di 10 anni, la vecchia Phoebe, che, così piccola, sa già capire quando un film che vede è un buon film o è un film che semplicemente “è ok”; o ancora il tuo primo amore, Jane, l’unica che ti sappia tenere la mano senza che la lasci morire dentro la tua; o infine tuo fratello, che da grande scrittore è andato a “prostituirsi” a Hollywood.Il Giovane Holden è un libro di cose che scivolano. E  se le cose anche per noi fossero ad un passo dallo scivolare da un burrone faremmo tutti la stessa cosa. Le afferreremmo, certo. Proveremmo ad essere Catcher in the Rye. Per istinto, intanto, per quell’atavica tendenza a trattenere invece che a cambiare. Ognuno afferrerebbe il suo. Holden afferrerebbe tutti: Jane, Phoebe, D.B, se stesso. Afferrerebbe anche le anatre di Central Park, quando arriva l’inverno e il lago ghiaccia. E afferrerebbe soprattutto la cosa più importante, se potesse: suo fratello Allie. Solo che Allie, ormai, è precipitato giù.E se ti precipita giù, tra tutti, proprio Allie, a te che sei restato rimane solo una domanda. Esiste un modo per riportare su le cose che non sei riuscito ad afferrare? La risposta è complessa, è nell’ultima riga e mezzo del libro, ed è innanzitutto una grande lezione di scrittura.

>>> il-giovane-holden-di-salinger-quello-sguardo-sul-mondo-che-e-diventato-libro-di-culto/




Risultati immagini per L'uomo dei sogni (Field of Dreams) è un film del 1989

Curiosità:
....
Ray non crede ai propri occhi ma la sua "missione" non è terminata: sente infatti ancora "la voce" dirgli "Lenisci il suo dolore" e capisce di dover rintracciare alcune persone. Il primo è Terence Mann, uno scrittore liberal-progressista a suo tempo bollato come comunista e ritiratosi a vita privata....
Ma  nel libro Ray Kinsella si metteva alla ricerca di uno scrittore realmente esistito, J. D. Salinger, famoso per essersi auto esiliato.




La felicità di Giovanni Pascoli
Quando, all'alba, dall'ombra s'affaccia,
discende le lucide scale
e vanisce; ecco dietro la traccia
d'un fievole sibilo d'ale,

io la inseguo per monti, per piani,
nel mare, nel cielo: già in cuore
io la vedo, già tendo le mani,
già tengo la gloria e l'amore.

Ahi! ma solo al tramonto m'appare,
su l'orlo dell'ombra lontano,
e mi sembra in silenzio accennare
lontano, lontano, lontano.

La via fatta, il trascorso dolore,
m'accenna col tacito dito:
improvvisa, con lieve stridore,
discende al silenzio infinito.

Giovanni Pascoli 



domenica 1 aprile 2018

Per lui, amore per Dio = amore per il mondo.


La spiritualità del ’900: Dietrich Bonhoeffer.


Pastore protestante che venne ucciso la mattina del 9 aprile 1945 all’età di 39 anni dietro ordine personale di Hitler. Aveva lasciato cattedra, libri per entrare attivamente nella resistenza antinazista, per essere fedele al mondo e alla sua giustizia, per trasformare il mondo in un luogo giusto. Combatté incessantemente contro la discriminazione raziale.
Per lui, amore per Dio = amore per il mondo.
Durante i due anni che trascorse nella prigione di Berlino, scrisse molte lettere ai suoi genitori, alla fidanzata e, soprattutto, ad un caro amico che, ironia della sorte, era soldato nell’esercito nazista. In una di queste lettere dell’anno 1944, Bonhoeffer compie una svolta teologica decisiva, la cui portata non è ancora chiara nemmeno oggi. Egli ritiene decaduta l’immagine tradizionale di Dio, quella che per affermarsi necessita della debolezza umana, il Deus ex machina.
Io vorrei parlare di Dio non nei limiti ma al centro, non nella debolezza ma nella forza, non in relazione alla morte o colpa ma alla vita e nel bene dell’uomo. Dio non è il tappabuchi nei confronti delle incompletezze delle nostre conoscenze. Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo, … Dio deve essere conosciuto non ai limiti delle nostre possibilità ma al centro della vita. …
Gesù non ha fatto come prima cosa dell’uomo un peccatore, non ha mai messo in questione la felicità dell’uomo in quanto tale […] Gesù rivendica per sé e per il regno di Dio la vita umana tutta intera in tutte le sue manifestazioni.”
Ecco decaduta l’immagine tradizionale di Dio, gli uomini hanno imparato a cavarsela da sé. Occorre una nuova modalità di pensare il concetto di Dio: occorre superare il concetto di rivelazione come qualcosa di inaudito e di particolare, qualcosa che non è contenuto fin dalle origini. Quando Bonhoeffer dice che Gesù rivendica per sé la vita umana tutta intera significa vedere in Lui non qualcosa di nuovo ma di antichissimo, di eterno, di sempre presente nella vita umana.Questo è un concetto di rivelazione cristiana che capovolge la prospettiva: è uno svelare la logica profonda dell’essere uomo, è uno svelare ciò che è da sempre presente nella creazione e nella natura. C’è analogia tra Dio e la fonte dell’essere. Bonhoeffer ha una profonda fiducia nella natura che da sé è in grado di generare lo spirito.
L’anima non è un fenomeno che scende dall’alto ma sorge dal basso, dalla materia che produce ogni cosa. La lettera di Bonhoeffer al sole è un piccolo saggio di teologia universale, è un inno alla vita naturale, alla salute, alla forza, alla felicità naturale: la vita umana intera in tutte le sue manifestazioni. In questo modo si è a contatto col divino, non uscendo da se stessi, non abbandonando il nostro essere  a un pezzo di mondo. Questa prospettiva rappresenta un addio alla teologia del peccato originale, che designa la felicità naturale come una sciagura, la forza vitale come disperazione che fa dell’uomo naturale qualcosa di peccaminoso, bisognoso di redenzione e di essere salvato. Il dogma del peccato originale parla di colpa che grava sulla testa di ogni essere umano che viene sulla terra.
La natura in se stessa, nella sua dimensione animale, minerale, vegetale, è il luogo da cui nasce lo spirito.
Il manifesto della teologia universale è contenuto in un testo poetico dedicato a cristiani e pagani. Chi sono i pagani? Sono gli uomini di questo mondo secolarizzato e Dio va a tutti gli uomini e sono perdonati in quanto tali, non occorre che diventino cristiani. Oggi occorre eliminare, come necessaria alla salvezza, la pratica della religione normata dalla Chiesa. Dire questo oggi è qualcosa di rivoluzionario (come duemila anni fa era rivoluzionaria l’idea di eliminare la pratica della circoncisione).La questione di base per Bonhoeffer è il cristianesimo inconsapevole: il cristianesimo può rappresentare la salvezza per tutti gli uomini, ma se è inconsapevole, non può essere universale, quindi non può essere la verità.
Il 16 luglio 1944 Bonhoeffer scriveva che “essere cristiano non significa essere religioso, significa essere uomini”.
Gli uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. Così fanno tutti, cristiani e pagani. Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione; lo trovano oltraggiato, povero, senza tetto né pane. Lo vedono consunto dai peccati, debolezza e morte. I cristiani stanno vicini a Dio nella sua sofferenza. Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione; sazia il corpo e l’anima del suo pane, muore in croce per cristiani e pagani e a questi e a quelli, perdona.”

Vito Mancuso, tratto dal programma, Damasco, Il terzo Anello, di RAI radio 3