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mercoledì 26 luglio 2017

CAPO TECUMSEH - VIVI LA TUA VITA

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CAPO TECUMSEH - VIVI LA TUA VITA

Act of Valor

 “Discorso Sulla Vita e Colonna Sonora”



I)
Caro James,
poco prima di morire,,
mio padre mi disse che la cosa più difficile dell’essere adulti,
é difendere i valori che contano.
“Onore, Libertà, Giustizia, Famiglia sono cose Sacre”
Viviamo seguendo un codice,
un etica,
tutti lo fanno,
è una linea invalicabile,
é questo che ogni volta ti riporta a casa,
e credimi tutti vogliono tornare a casa.
II)
Tuo Padre era un uomo in gamba,
crescere senza di lui sarà dura,
farà male,
ti sentirai solo.
“Come in mare aperto senza terra in vista”
Ricordati,
il suo sangue scorre nelle tue vene,
il codice che ne ha fatto l’uomo che è stato,
è lo stesso codice che farà di Te un uomo.
La sua forza,
i suoi valori,
vivono in Te,
come personaggi di quegli strani dipinti,
che tuo padre ammirava,
noi siamo uomini fatti a forma di scatola,
che contengono sconfitte,
trionfi,
dolore,
speranza e amore.
Nessuno è più forte di colui
che sa controllare le sue emozioni,
e il suo passato.
Sfruttale per scrivere la lettera,
più importante della tua vita.
“Al Tenente Engel”
III)
Prima di morire,
tuo padre mi chiese,
di consegnarti 
questa poesia del capo indiano Tecumseh,
un uomo che ammirava molto.
Gli dissi che ne avrei fatto un aeroplanino di carta,
e credo sia quello che sto facendo,
portandola da Lui a Te.
Vivi in modo che la paura della morte,
non entri mai nel tuo cuore.
Non attaccare nessuno per la sua religione,
rispetta gli altri e le loro idee,
e chiedi che essi rispettino le tue.
Ama la tua vita, 
migliorala sempre,
e rendi belle le cose che ti da.
Cerca di vivere a lungo,
e di servire il tuo popolo,
e quando arriverà il tuo momento,
non essere come quelli,
i cui cuori tremano,

e gli occhi piangono,
e pregano per poter avere ancora un pò di tempo,
per vivere in maniera diversa.
Canta la tua ultima canzone,
e muori come un eroe,
che torna a Casa.


Act Of Valor - discorso sulla vita - scena finale... 



Vivi in modo che la paura della morte, non entri mai nel tuo cuore. Non attaccare nessuno per la sua religione, rispetta gli altri e le loro idee, e chiedi che essi rispettino le tue. Ama la tua vita, migliorala sempre, e rendi belle le cose che ti da. Cerca di vivere a lungo, e di servire il tuo popolo, e quando arriverà il tuo momento, non essere come quelli, i cui cuori tremano, e gli occhi piangono, e pregano per poter avere ancora un pò di tempo, per vivere in maniera diversa. Canta la tua ultima canzone, e muori come un eroe, che torna a Casa.


 poesia capo indiano Tecumseh



Act of Valor ita - poesia capo indiano Tecumseh





Keith Urban // For You // "Act of Valor" soundtrack

martedì 25 luglio 2017

padre Vincent McNabb

Fabio Trevisan ci parla di 

padre Vincent McNabb


Il nostro amico e socio Fabio Trevisan ci parla di padre Vincent McNabb, amico di Chesterton e Belloc, su cui il nostro vicepresidente Paolo Gulisano ha scritto un bel volumetto.
Con l’imminente beatificazione del Card. John Henry Newman (1801-1890) che condurrà l’attuale Pontefice Benedetto XVI in Inghilterra nel prossimo mese di settembre, credo che si possa inaugurare una nuova stagione di riscoperta della fede e valorizzare nuove figure di beati che in quella terra hanno operato e vissuto. Anche Padre Vincent McNabb (1868-1943) appartiene a questa gloriosa schiera di santi della Chiesa.
La preghiera per la sua canonizzazione compendia una vita dedita alla “carità nella verità” e spesa coerentemente nel servizio alla Chiesa fino alla morte: “Signore, ci donasti il Tuo Servo Vincent McNabb come un esempio di servizio ai poveri, ai senza fissa dimora, e ai disoccupati, e come un coraggioso combattente contro il modernismo e la “cultura della morte”. Per la preoccupazione ardente di Padre McNabb per chi è nel bisogno, riscalda i nostri cuori e le nostre vite con la compassione per i poveri, la giustizia per gli oppressi, la speranza per chi è tormentato, e il coraggio per chi è nel dubbio. Noi preghiamo che la Chiesa che lui tanto amò e servì, riconosca la sua via di santità e lo proclami santo tra i santi nel cielo.
Amen.” Chi era Vincent McNabb ? Perché è ancora sconosciuto in Italia ? Qual è la sua “attualità” ?
Egli era nativo dell’Irlanda del Nord, appartenente ad una famiglia numerosa, decimo di undici figli. Vincent fu il nome che assunse quando divenne frate domenicano in Inghilterra, dov’era emigrato, in onore di un altro santo domenicano spagnolo, San Vincenzo Ferrer. Amico dei Chesterton ( i fratelli Gilbert e Cecil ) e di Hilaire Belloc, fu un autentico protagonista di quella grandiosa “epopea” culturale inglese dei primi ‘900.
Volle interpretare con fedeltà lo spirito della Dottrina Sociale della Chiesa, soprattutto dopo l’enciclica di Leone XIII “Rerum novarum” del 1891. Nacque così un movimento, che lo vide tra i protagonisti, denominato “Distributismo”, il quale attraverso la distribuzione della piccola proprietà cercava di difendere la famiglia, la libertà e l’indipendenza economica, baluardi imprescindibili della vita e della verità cristiana.
Da buon frate “mendicante” percorse l’Inghilterra in lungo e in largo, offrendo una testimonianza forte e coerente di fede vissuta anche in pubblico, tanto da venire apostrofato quale “Santo di Hyde Park” poiché quasi ogni Domenica pomeriggio dal famoso Speaker’s corner manifestava la sua fede e i suoi ideali cristiani a tutti. Grande e stimato oratore, fu invitato perfino a dibattere con uno dei personaggi più famosi dell’epoca, George Bernard Shaw. Padre McNabb non si sottrasse mai all’impegno pubblico di difensore della fede e delle radici cristiane, dando battaglia soprattutto alle imperversanti ideologie che attraversarono l’intero Occidente.
Come ha ben descritto Paolo Gulisano nell’unica biografia (Babylondon, Edizioni Studio Domenicano) in lingua italiana su di lui, “la famiglia, per Padre McNabb, è la base di tutta la vita sociale e quindi tutte le proposte dovevano essere testate per il loro effetto sulla Famiglia”.
Condannò, senza mezzi termini, in Hyde Park ed in ogni altro luogo, il micidiale attacco che il mondo moderno stava sferrando contro l’istituto familiare: il divorzio, il controllo artificiale delle nascite e l’eugenetica. Alfiereante litteram di politiche a sostegno della famiglia, con il Distributismo volle anzitutto salvaguardare la Famiglia su quello che lui chiamava “il modello di Nazareth”.
Nel suo libro: “The Church and the Land”, non ancora disponibile in lingua italiana, definì la famiglia come “la misura di Nazareth”, cioè il metro con il quale valutare ciò che avveniva nel mondo, impegnanondosi nel dare battaglia alle idee anti-cristiane che imperversavano del dibattito politico, sociale e culturale.
Ancor oggi, e forse questo spiega in parte il suo oblio, la famiglia non è al centro della vita politica e culturale, così come non lo sono le radici cristiane e la testimonianza pubblica della fede.
Per il frate domenicano: “ Se il mondo voleva liberarsi dalle catene delle sue paure, doveva tornare alla Chiesa”. Da buon discepolo di San Tommaso d’Aquino egli volle tradurre la “Summa Teologica” in inglese e spesso lo fece pregando in ginocchio. Affermava: “Ogni peccato è, essenzialmente, un peccato contro la ragione ed il peccato lancia l’inferno nel mondo”.
Per opporsi a quella che lui chiamò, coniando il termine, “Babylondon” (la Babilonia londinese) bisognava ri-costruire una civiltà cristiana fondata sulla famiglia, sulla cultura, sulla fede. Contro quella che lui chiamava “nuova barbarie”, bisognava far ritorno a Nazareth, al modello della Sacra Famiglia e ad una vita ordinata secondo le leggi di Dio.
Egli diceva: “La fede è l’unica cosa degna per cui valga la pena di vivere. Se una cosa non merita che si muoia per lei, non merita neppure che per lei si viva”.
Amava intensamente la Chiesa e pregava per Lei, mostrando innanzitutto grande interesse nel voler riavvicinare la Chiesa Anglicana a quella Cattolica.
Valente studioso e teologo, la sua disamina partiva dalla concezione della vita dell’uomo segnata dal peccato originale, ma non definitivamente corrotta. Seppur consapevole dell’esilio dell’uomo “in questa valle di lacrime”, come amava ripetere recitando il Salve Regina, egli era pure conscio che il dolore non poteva impedire di scorgere l’autentica gioia cristiana; quella gioia che con l’amico Chesterton chiamava “il vero segreto del cristiano”.
Coltivava così, come ben ricorda Paolo Gulisano, l’eutrapelia, la virtù del buon umore, come la coltivò un suo grande predecessore, San Tommaso Moro, patrono dei politici.
La gioia cristiana era, per Padre McNabb, la vittoria della vita sulla “cultura della morte”.
Egli diceva: “Gli occhi umani non sono stati fatti per piangere. Essi sono stati creati per vedere”.
Vedere la bellezza del creato nella quale si rispecchia la bellezza di Dio Creatore. Riconoscere con gratitudine l’amore di Dio e gioirne: ecco il vero segreto del cristiano.
Padre Vincent McNabb compose una splendida preghiera, oltre ad aver scritto numerose altre opere, nella quale volle restituire un ruolo centrale a Dio. In un mondo che, come il nostro, aveva relegato la presenza di Dio ai margini, incoraggiò ciascuno a mettersi umilmente un po’ da parte per potersi aprire a Cristo Salvatore. Lo fece con rispetto, umiltà e soprattutto coltivando quella “carità nella verità” che poteva guarire la persona malata di soggettivismo e incrostata di ideologie.
Ecco la sua commovente e intensa preghiera:
“Signore Gesù, salvami!
Colui che tu ami è smarrito.
Ho perso te.
Non riesco a trovare te.
Cercami. Trovami.
Non riesco a trovare te.
Ho perso la mia strada.
Tu sei la Via.
Ritrovami, o io sono completamente perso.
Tu mi ami.
Io non so se ti amo, ma so che tu mi ami.
Io non chiedo il mio amore, ma il tuo.
Io non chiedo la mia forza, ma la tua.
Io non chiedo la mia iniziativa, ma la tua.
Colui che tu ami è malato.
Non oso dire:
Colui che ti ama è malato.
La mia malattia è che io non ti amo.
Il che è la fonte della mia malattia che si sta avvicinando alla morte.
Sto affondando:
sollevami.
Vieni a me sulle acque,
Signore Gesù, colui che tu ami è malato”.
Fabio Trevisan


RISCOPERTE. 

McNabb, un profeta contro la crisi

Alessandro Zaccuri martedì 29 ottobre 2013
Più Nazareth, meno Greenwich. Più tempo condiviso, a contatto della terra e a beneficio della famiglia, e meno tempo parcellizzato, da consumare nel chiuso di un’urbanizzazione forzata e a tutto vantaggio di un’industria impersonale e, in definitiva, disumana. Vedeva lungo, padre Vincent McNabb (1868-1943), il domenicano di origine irlandese che ebbe un ruolo di primo piano nel dibattito culturale londinese di inizio Novecento. Nonostante il legame strettissimo con Gilbert Keith Chesterton, di cui fu confessore e guida spirituale, McNabb è una figura ancora poco conosciuta in Italia, dove è stata a lungo stranamente ignorata anche dal punto di vista editoriale. Ma negli ultimi anni, complice una crisi globale molto simile a quella prefigurata da padre Vincent, i segnali di attenzione nei suoi confronti si stanno moltiplicando. Nel 2010 Paolo Gulisano gli ha dedicato un utile profilo biografico (Babylondon, Edizioni Studio Domenicano) ed è di questi giorni la pubblicazione, presso la ritrovata Libreria Editrice Fiorentina, di La Chiesa e la Terra (a cura di Laura Melosi e Giannozzo Pucci, pagine 272, euro 18: il libro sarà presentato venerdì 1° novembre, alle ore 16.15, nell’ambito del Salone dell’Editoria Sociale di Roma).Questa raccolta di saggi, apparsa originariamente nel 1925, può essere considerata come il manifesto del pensiero di McNabb, a sua volta inserito in quel più vasto movimento economico e culturale che va sotto il nome di distribuzionismo. Per capire di che cosa stiamo parlando basta rivolgersi allo stesso Chesterton, che con il suo fulminante talento per il paradosso sosteneva che «troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti». L’obiettivo del distribuzionismo (o distributismo, come può anche essere tradotto l’originale distributism) è proprio questo: garantire a ciascuna famiglia il diritto alla proprietà della casa, della terra e dei mezzi di produzione. Il riferimento alla famiglia non è casuale, perché secondo McNabb è il vero soggetto dell’economia è il nucleo familiare nel suo insieme, e non il singolo individuo che, nel suo isolamento, diventa facile preda del ricatto salariale.Da qui l’accorata perorazione per i diritti dei genitori, intesi come autentica salvaguardia di quel «fagotto di diritti» che è ogni neonato («Per la millesima volta – annota McNabb con straordinaria preveggenza – dobbiamo mettere in guardi ai cattolici contro le benevole leggi che vogliono garantire i diritti del bambino solo per portarne a termine la distruzione»). Da qui, inoltre, l’insistenza sulla necessità di un ritorno alla terra come rivolta contro un dilagante processo di massificazione che non riguarda in modo esclusivo l’agricoltura, ma coinvolge ogni settore dell’attività umana, come dimostrano le bellissime pagine dedicate alla scomparsa delle «botteghe» (le cui insegne sono identificate dal nome e cognome dell’artigiano) a favore dei «negozi», che dalle loro vetrine si limitano a garantire la corretta esecuzione di un servizio.Temi molto cari agli odierni movimenti di economia alternativa – non a caso elencati dall’editore italiano nella presentazione al volume – ma che McNabb affronta da una prospettiva fieramente tradizionale. Molto san Tommaso d’Aquino, anzitutto, e molti rimandi alla Rerum Novarum, per quanto il sostrato più profondo rimanga di impronta biblica. Per commentare la parabola del Padre misericordioso, per esempio, padre Vincent si basa sull’ipotesi che il fratello maggiore fosse un tipo incapace di cogliere la magnifica vivacità sociale del ballo, simile in questo ai borghesi degli anni Venti, che anziché mettersi a danzare preferiscono pagare per assistere a uno spettacolo di danza. Un ragionamento che non faceva una piega alla vigilia del crollo di Wall Street e che diventa ancor più convincente oggi, nel momento in cui il ballo si è ridotto a uno dei tanti generi di intrattenimento televisivo. Del resto, è McNabb stesso ad avvertire che «l’ora di Greenwich misura il giorno», mentre «l’ora di Nazareth misura anche l’eternità».

martedì 18 luglio 2017

Fortezze ma non di pietra



Fortezze ma non di pietra

di Bruno Ferrero


C'era una volta un sovrano potente. Sapeva che il numero dei giorni che gli restavano da vivere diminuiva inesorabilmente. Che cosa sarebbe diventato il suo bel impero, quando sarebbe stato costretto ad abbandonarlo con tutti i nemici che lo circondavano da ogni lato? Che avrebbe potuto fare il giovane principe, quel figlio troppo giovane e inesperto che il sovrano aveva avuto, ahimè, in tarda età? Dove poteva rifugiarsi? Chi lo avrebbe protetto? Questi pensieri tormentavano il vecchio re, tanto che un giorno disse al principe: «Figlio mio, io non regnerò più per molto tempo e ignoro ciò che accadrà dopo la mia morte. Ci sono molti nemici intorno al trono. Ho tanta paura per l'impero che ho costruito e anche per te. Morirei tranquillo se sapessi che hai un rifugio sicuro che ti protegga in caso di pericolo. Per questo ti consiglio di andare per il regno e di costruire fortezze in tutti gli angoli possibili, per tutti i confini del paese». Obbediente, il giovane si mise immediatamente in cammino. Percorse tutto il Paese, per monti e per valli, e dove trovava il posto conveniente, faceva costruire grandi fortezze solide e imponenti.

Le fortezze sorsero nelle profondità delle foreste, nelle valli più nascoste, sulla sommità delle colline, nei deserti, in riva ai fiumi e sui fianchi delle montagne. Questo costò molto denaro, ma il principe non badava a spese: erano in gioco la sua vita e il suo trono.

Dopo un certo tempo, il giovane ritornò nel palazzo del re suo padre. Stanco, dimagrito, ma soddisfatto d'aver portato a termine il compito, corse a presentarsi dal padre.

«Ebbene, figlio mio, com'è andata? Hai fatto ciò che io ti avevo detto?" gli domandò il re.

«Sì, padre», rispose il principe. «In tutto il paese si innalzano fortezze imprendibili: nei deserti, sulle montagne, nel profondo delle foreste». Ma il vecchio re, il più potente che la storia abbia mai conosciuto, invece di congratularsi con il figlio per tutti i suoi sforzi, scuoteva la testa come in preda ad un forte dispiacere.

«Non è questo, figlio mio, che avevo in mente io. Devi tornare indietro e ricominciare», disse. «Le fortezze che tu hai costruito non ti proteggeranno assolutamente in caso di pericolo: tu sarai solo e non per quei muri e quelle pietre potrai sfuggire alle imboscate e alle trappole dei tuoi nemici. Tu devi costruirti dei rifugi nel cuore delle persone oneste e buone. Devi cercare queste persone, e guadagnarti la loro amicizia: soltanto allora saprai dove rifugiarti nei momenti difficili. Là dove un uomo ha un amico sincero, là trova un tetto sotto cui ripararsi».

Il principe si rimise in cammino. Non più per i deserti, i dirupi, le foreste selvagge, ma per andare verso la gente, tra loro, per costruire dei rifugi come immaginava suo padre, il vecchio re pieno di saggezza.

E questo richiese molti più sforzi e fatiche.

Ma il principe non li rimpianse mai.

Perché, quando dopo un certo tempo il vecchio sovrano si spense e lasciò questo mondo, il principe non aveva più nessun nemico da temere.

Un giorno, una giovane donna ricevette una dozzina di rose con un biglietto che diceva: "Una persona che ti vuole bene».

Senza però la firma.

Non essendo sposata, il suo pensiero andò agli uomini della sua vita: vecchie fiamme, nuove conoscenze. Oppure erano stati la mamma e il papà? Qualche collega di lavoro? Fece un rapido elenco mentale. Infine telefonò a un'amica perché l'aiutasse a scoprire il mistero.

Una frase dell'amica le fece all'improvviso balenare un'idea.

"Di', sei stata tu a mandarmi i fiori?".

"Sì".

"Perché?".

"Perché l'ultima volta che ci siamo parlate eri di umor nero. Volevo che trascorressi un giorno pensando a tutte le persone che ti vogliono bene".

E tu, quante fortezze hai costruito oggi?


lunarioaforismi.blogspot.it

Il verso


Il verso è passione
di vivere quello che vivi
di rivivere quello che hai vissuto
Il verso è pentimento
di quello che hai
e di quello che non hai vissuto.

YORGOS MOLESKIS 


L’acqua della memoria



estrenandodia.blogspot.com


sabato 15 luglio 2017

AMAMI COME SEI!


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Parole incoraggianti di Gesù all’anima

“Conosco la tua miseria, le lotte e le tribolazioni della tua anima, le deficienze e le infermità del tuo corpo; - so la tua viltà, i tuoi peccati, e ti dico lo stesso: “Dammi il tuo cuore, amami come sei ...”.

Se aspetti di essere un angelo per abbandonarti all’amore, non amerai mai. Anche se sei vile nella pratica del dovere e della virtù, se ricadi spesso in quelle colpe che vorresti non commettere più, non ti permetto di non amarmi.

Amami come sei.

In ogni istante e in qualunque situazione tu sia, nel

fervore o nell’aridità, nella fedeltà o nella infedeltà, amami ... come sei ... Voglio l’amore del tuo povero cuore; se aspetti di essere perfetto, non mi

amerai mai.

Non potrei forse fare di ogni granello di sabbia un serafino radioso di purezza, di nobiltà e di amore? Non sono io l’Onnipotente? E se mi piace lasciare nel nulla quegli esseri meravigliosi e preferire il povero amore del tuo cuore, non sono io padrone del mio amore?

Figlio mio, lascia che Ti ami, voglio il tuo cuore. Certo voglio col tempo trasformarti, ma per ora ti amo come sei ... e desidero che tu faccia lo stesso; io voglio vedere dai bassifondi della miseria salire l’amore. Amo in te anche la tua debolezza, amo l’amore dei poveri e dei miserabili; voglio che dai cenci salga continuamente un gran grido: “Gesù ti amo”.

Voglio unicamente il canto del tuo cuore, non ho bisogno né della tua scienza, né del tuo talento. Una cosa sola m’importa, di vederti lavorare con amore.

Non sono le tue virtù che desidero; se te ne dessi, sei così debole che alimenterebbero il tuo amor proprio; non ti preoccupare di questo. Avrei potuto destinarti a grandi cose; no, sarai il servo inutile; ti prenderò persino il poco che hai ... perché ti ho creato soltanto per l’amore.

Oggi sto alla porta del tuo cuore come un mendicante, io il Re del Re! Busso e aspetto; affrettati ad aprirmi. Non allegare la tua miseria; se tu conoscessi perfettamente la tua indigenza, morresti di dolore. Ciò che mi ferirebbe il cuore sarebbe di vederti dubitare di me e mancare di fiducia.

Voglio che tu pensi a me ogni ora del giorno e della notte; voglio che tu faccia anche l’azione più insignificante solo per amore. Conto su di te per darmi gioia ...

Non ti preoccupare di non possedere virtù, ti darò le mie.

Quando dovrai soffrire, ti darò la forza. Mi hai dato l’amore, ti darò di saper amare al di là di quanto puoi sognare ...

Ma ricordati ... amami come sei ...
Ti ho dato mia Madre; fa passare, fa passare tutto dal suo Cuore così puro.

Qualunque cosa accada, non aspettare di essere santo per abbandonarti all’amore, non mi ameresti mai ... Va ...”

(Mons. Lebrun) 

RIMINICOMIX la mostra mercato più grande dell’estate italiana.

Riminicomix  pdf
Dal 20 al 23 luglio ore 17.00 - 24.00 (entrata libera) 
RIMINICOMIX la mostra mercato più grande dell’estate italiana. 
XXI edizione del salone del Fumetto di Cartoon Club. 
Case editrici, anteprime editoriali, collezionismo, antiquariato, action figure, gadget, incontri con autori, performance, Cosplay Convention.


www.cartoonclubrimini.com


mercoledì 12 luglio 2017

Chi osa insegnare non deve mai cessare di imparare.


Non posso insegnare niente a nessuno, posso solo cercare di farli riflettere… e
 fornire loro le condizioni in cui possono imparare.
Tutto chiaro?

Foto | Pixabay

Frasi sugli insegnanti, sui maestri e sui docenti in genere

  • Ciò che l’insegnante è, è più importante di ciò che insegna. (Karl Menninger)
  • Colui che è maestro di scuola può cambiare la faccia del mondo. (Leibniz)
  • E pronuncia sempre con riverenza questo nome – maestro – che dopo quello di padre, è il più nobile, il più dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo. (Edmondo De Amicis)
  • Gli allievi mangiano ciò che i professori hanno digerito. (Karl Kraus)
  • I buoni insegnanti sono costosi, ma i cattivi maestri costano di più. (Bob Talbert)
  • I cinici e gli scettici moderni… non vedono nulla di male nel dare a coloro ai quali affidano le menti dei loro figli un salario inferiore a quello pagato a coloro ai quali affidano la cura del loro impianto idraulico. (John F. Kennedy)
  • I mestieri più difficili in assoluto sono nell’ordine il genitore, l’insegnante e lo psicologo. (Sigmund Freud)
  • I migliori maestri sono quelli che ti indicano dove guardare, ma non ti dicono cosa vedere. (Alexandra K. Trenfor)
  • I nostri insegnanti sono reclutati con un sistema perverso, con migliaia di precari catapultati tra i banchi senza selezione né controlli. La scuola italiana va alla deriva. E questo caso ne è il sintomo lampante. (Antonio Scurati)
  • Il miglior insegnante è colui che suggerisce piuttosto che dogmatizzare, e ispira nel suo ascoltatore il desiderio di insegnare a se stesso. (Edward Bulwer-Lytton)
  • Il più grande segno di successo per un insegnante è quello di poter dire: i bambini stanno lavorando come se io non esistessi. (Maria Montessori).
  • Il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna è il primo e più importante gradino verso la conoscenza. (Erasmo da Rotterdam)
  • Il sogno inizia con un insegnante che crede in te, che ti tira e spinge e conduce al successivo pianoro, a volte colpendoti con un bastone appuntito chiamato “verità”. (Dan Rather)
  • Il vero maestro difende i suoi allievi contro la sua stessa influenza. (Amos Bronson Alcott)
  • In una società completamente razionale, i migliori di noi dovrebbero aspirare a diventare insegnanti e il resto di noi dovrebbe adattarsi a qualcosa di meno, perché il trasmettere la civiltà da una generazione a quella successiva dovrebbe essere l’onore più alto e la più alta responsabilità che chiunque possa mai avere. (Lee Iacocca)
  • Insegnare è imparare due volte. (Joseph Joubert)
  • Insegnare è la base per imparare. (Francesco di Sales)
  • L’insegnamento effettivamente è come un cibo, il cui possessore è colui che lo distribuisce. (Gregorio Nazianzeno)
  • L’arte di insegnare è l’arte di assistere a una scoperta. (Mark Van Doren)
  • L’insegnamento non è un’arte perduta, ma il rispetto di tale arte è una tradizione perduta. (Jacques Barzun)
  • L’insegnamento sta lasciando una traccia di stessi nello sviluppo di un altro. E sicuramente lo studente è una banca dove è possibile depositare i propri tesori più preziosi. (Eugene P. Bertin)
  • L’insegnante che è davvero saggio non ti offre di entrare nella casa della sua saggezza, ma piuttosto ti conduce alla soglia della tua mente. (Kahlil Gibran)
  • L’insegnante mediocre dice. Il buon insegnante spiega. L’insegnante superiore dimostra. Il grande insegnate ispira. (William Arthur Ward)
  • La creatività: prendere l’ovvio, aggiungere una tazza di cervelli, un generoso pizzico di fantasia, una secchiata di coraggio e audacia, mescolare bene e portare a ebollizione. (Bernard Baruch)
  • Mi piace un insegnante che ti dà qualcosa da pensare da portare a casa oltre ai consueti compiti. (Lily Tomlin)
  • Nell’insegnamento non si può vedere il frutto di una giornata di lavoro. È invisibile e rimane così, forse per venti anni. (Jacques Barzun)
  • Non ci sono maestri, ma soltanto allievi. (Linus Torvald)
  • Non ho mai insegnato ai miei allievi; ho solo cercato di fornire loro le condizioni in cui possono imparare. (Albert Einstein)
  • Non posso insegnare niente a nessuno, posso solo cercare di farli riflettere. (Socrate).
  • Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. (Daniel Pennac)
  • Se davvero si vuole conoscere il futuro, non chiedete un tecnico, a uno scienziato o a un fisico. No! E non chiedete neppure a qualcuno che sta scrivendo il codice software. Se volete sapere ciò che sarà la società tra venti anni, chiedete a una maestra di scuola. (Clifford Stoll)
  • Se insegni, insegna anche a dubitare di ciò che insegni. (José Ortega y Gasset)
  • Se un medico, un avvocato, o dentista avessero quaranta persone nel suo ufficio in una sola volta, le quali hanno esigenze diverse, e alcuni delle quali non vorrebbero essere lì e quindi causano problemi, e il medico, l’avvocato, o dentista, senza assistenza, dovessero trattare tutti con eccellenza professionale per nove mesi, ecco, ti puoi fare un quadro di quello che è il lavoro di un insegnante. (Donald D. Quinn)
  • Tra la nutrice che allatta e il precettore che insegna vi è analogia. Talvolta, quest’ultimo è padre più del genitore stesso, come la nutrice è madre più della madre vera. (Victor Hugo)
  • Un buon insegnamento è più un dare giusti interrogativi che giuste risposte. (Josef Albers).
  • Un buon insegnamento è un quarto preparazione e tre quarti teatro. (Gail Godwin)
  • Un buon insegnante è un maestro di semplificazione e un nemico del semplicismo. (Louis A. Berman)
  • Un buon insegnante è uno che si rende progressivamente superfluo. (Thomas Carruthers)
  • Un insegnante che cerca di insegnare senza ispirare nell’alunno il desiderio di imparare sta martellando un ferro freddo. (Horace Mann)
  • Un insegnante colpisce per l’eternità; non si può mai dire dove la sua influenza si fermi. (Henry Brooks Adams)
  • Un insegnante è un minatore di talento. Non ha il diritto di estrarlo: ne ha il dovere. Ha di fronte gli stessi ragazzi, giorno dopo giorno. Sa dove cercare, se ha voglia di farlo.” (Beppe Severgnini)
  • Una prova della correttezza della procedura educativa è la felicità del bambino. (Maria Montessori).
Fonte | da Graphe.it in Zibaldone