La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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sabato 17 febbraio 2018

"Semplicemente Vivere": il 21 e 22 febbraio don Luigi Verdi a Padova e Rovereto (TN)

"Semplicemente Vivere"

Gigi incontri primopianoSemplicemente Vivere incontri2017 2018 immagine







Trascorso l'anno speciale dei 25 anni di Romena scandito dalle 8 tappe della Via della Resurrezione ritornano gli incontri di don Luigi in tantissime città italiane. Il tema degli incontri sarà "Semplicemente Vivere".
PADOVA merc. 21 febbraio 2018Parrocchia S. Bartolomeo - via Montà, 208 - ore 21.00
ROVERETO giov. 22 febbraio 2018Assoc. Filarmonica Rovereto - Via A. Rosmini, 78 - ore 20.45

Quale sarà il mio posto nel mondo? Perché un anima possa abbandonarsi deve lasciar perdere ogni pretesa, anche quella della propria perfezione.

Quale sarà il mio posto nel mondo? Un libro ci aiuta a camminare verso i nostri sogni

copertaquale sara il mio postoQuale sarà il mio posto nel mondo? E’ la domanda intorno alla quale ruota ogni vita. Una domanda che abbiamo trasformato in un libro nel quale quattro testimoni speciali raccontano come sono riusciti a trovare se stessi e a concretizzare i loro sogni, e ci danno strumenti e consigli preziosi per condividere la loro esperienza.
I testimoni sono un imprenditore che dal nulla è riuscito a creare un’impresa leader mondiale mantenendo la dignità del lavoro (Brunello Cucinelli), un rettore capace di dialogare continuamente con i suoi studenti anche attraverso i canali ‘social’ (Luigi Dei), un economista per il quale il lavoro deve produrre felicità e condivisione(Luigino Bruni) e un personaggio politico di grande rilievo nella storie recente che però ha saputo esprimersi anche in altri campi, come il cinema e la scrittura (Walter Veltroni). Le quattro conversazioni, tenute nel percorso di incontri “Le parole e il silenzio” organizzato dalla Fondazione Baracchi, sono state condotte e curate dai giornalisti e scrittori Massimo Orlandi e Paolo Ciampi.
Guarda i video…

Aforisma del giorno  <<< romena


Perché un anima possa abbandonarsi deve lasciar perdere ogni pretesa, anche quella della propria perfezione.
Pablo D’Ors

mercoledì 14 febbraio 2018

La mistica dell’istante


LA MISTICA DELL’ISTANTE – TEMPO E PROMESSA

Standard

José Tolentino Mendonça, premiato per la sezione “cultura dell’Incontro”. Sacerdote, saggista e poeta, padre Tolentino è una delle voci più autorevoli e note della cultura portoghese. Per molti anni a capo della “Pastoral da Cultura”, è attualmente vice-rettore e docente dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura. Il libro vincitore del premio s’intitola La mistica dell’istante (sottotitolo: Tempo e Promessa) e si avvale della brillante traduzione dal portoghese di Marianna Scaramucci, che riesce a rendere con efficacia l’atmosfera dell’opera, basata su una delicata simbiosi tra afflato poetico e pensiero religioso.
“L’unico contatto fra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole e progressiva dell’umano è l’istante. È il fango in cui la vita si modella e si scopre. È il fragile ponte di corda che unisce il tempo e la promessa”, scrive José Tolentino Mendonça ne La mistica dell’istante. E fa seguire a questo suo pensiero un componimento di Santa Teresa di Lisieux, utilizzando il linguaggio poetico come cifra stilistica per trasmettere un messaggio di natura spirituale.
“Ci troviamo in un momento storico complesso”, ha spiegato nel suo intervento padre Tolentino. “Una fase di crisi che vede il disgregarsi di una vecchia visione del mondo, senza che un nuovo modello abbia preso forma compiuta. La nostra distanza dalla natura è diventata così grande che le nostre capacità percettive si sono ridotte: siamo diventati una sorta di ‘analfabeti emozionali’, incapaci di cogliere le espressioni fondamentali della vita. La Bibbia contiene una visione unitaria dell’uomo, Gesù Cristo ci ha insegnato che la religione è un’arte integrale dell’essere. Dobbiamo allora trovare una nuova sintesi, in grado di proporre, a partire dall’atto del credere, ma anche dell’atto di vivere, una nuova grammatica della saggezza. E in questo può aiutarci una riscoperta delle nostre percezioni sensoriali, che andrebbero coltivate e affinate. C’è un episodio del Vangelo che riveste un altissimo valore testimoniale: quando Gesù, avvertendo in mezzo alla folla una sincera invocazione di fede, esclama: Chi mi ha toccato?”.
Il libro di José Tolentino Mendonça propone, in tutta evidenza, un nuovo progetto di spiritualità. “Per una spiritualità del tempo presente” s’intitola, appunto, un capitolo dell’opera. Che costituisce un originale contributo di pensiero alla nuova evangelizzazione, “per lanciarci nell’avventura della ricerca del senso della vita”.
 «C’è più spiritualità nel nostro corpo che non nella nostra migliore teologia».
È quello che ci dice Tolentino nella Mistica dell’istante, un libro poetico e frammentario, snodato in un percorso che solca spazio e tempo attraverso le parole di mistici, letterati, artisti. Il risultato è una straordinaria geografia interiore e umana che con il soccorso di poesia e cinema, letteratura e testi biblici può indicarci i modi di una mistica alla portata di tutti. Perché per Tolentino esiste una mistica da praticare nel qui e ora della vita, che parte dall’uomo tutto intero, anima e corpo, sensazioni e relazioni.
Questa mistica è la mistica dell’istante. Che riconosce come porta d’ingresso al divino nella nostra vita i cinque sensi, ossia quanto di più concreto e corporeo ci caratterizza, esperienza d’altronde già ben nota alle Scritture, per le quali il corpo è immagine e somiglianza di Dio. Leggendo impariamo così che gustare, vedere, annusare, ascoltare e toccare Dio si può nell’istante che ci è dato di vivere e che ci appartiene. Perché la mistica non è altro che un’esperienza quotidiana, solidale e inclusiva.
«Dio anche se ci troviamo nella miseria estrema, ama la nostra bellezza. Così, dentro alla tua notte, brilla immobile la luce di una stella».
QUARTA DI COPERTINA
Questo nostro tempo frettoloso ha un estremo bisogno di mistica. Una frase che sembra la regina delle contraddizioni: come può l’esercizio interiore per eccellenza, l’intimo cammino verso la contemplazione del divino che richiede l’abbandono se non la rottura dei legami con il mondo, venire in soccorso delle donne e degli uomini di oggi? Eppure José Tolentino Mendonça non ha dubbi. Esiste una mistica da praticare nel qui e ora della vita, che parte dall’uomo tutto intero, anima – certo – ma anche corpo, sensazioni, relazioni. È la ‘mistica dell’istante’, che riconosce come portali d’ingresso del divino nella nostra vita i cinque sensi,quanto di più concreto e corporeo ci caratterizza. E, a pensarci, è un’esperienza ben nota alle Scritture, per le quali il corpo è immagine e somiglianza di Dio. È grammatica di Dio che si inscrive nella nostra pelle. È la lingua materna di Dio. Questo libro poetico e volutamente frammentario, aperto alla modulazione personale di ognuno, ci guida per mano per insegnarci come fare, come riconoscere in ciascuno dei sensi l’occasione di incontri che nel presente ci schiudano frammenti di infinito: un infinito che diventa semplice gesto, suono armonioso, profumo di nuovo, sapore frugale…
Con il soccorso della poesia, di certi film e libri universali, di storie di vita, di suggestioni per una lettura dei testi biblici nuova eppure così vicina alle radici originarie, Tolentino ci indica i modi di questa mistica alla portata di tutti. Impariamo così che gustare, vedere, annusare, ascoltare e toccare Dio si può nell’istante che ci è dato di vivere e che ci appartiene. Perché l’istante «è il contatto fra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole dell’umano. È il fango in cui la vita si modella e si scopre. È il fragile ponte di corda che unisce il tempo e la promessa».
BIOGRAFIA DELL’AUTORE
José Tolentino Mendonça, sacerdote e poeta, è una delle voci più autorevoli e note della cultura cattolica portoghese. Vice rettore dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della Cultura, è specialista di testi biblici, che affronta con rigore e creatività, aprendo agli interrogativi del presente e dialogando con le diverse espressioni culturali. La sua scrittura prende spunti e immagini da molti registri di linguaggio, in particolare da quello poetico, letterario e filosofico. Le sue poesie e i suoi saggi, molto apprezzati dal pubblico come dalla critica, gli hanno valso vari riconoscimenti e traduzioni in numerose lingue.
Corpo e anima
· Teologia dei sensi nel libro di José Tolentino Mendonça
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sabato 10 febbraio 2018

Canzone italiana

Ermal Meta e Fabrizio Moro con Simone Cristicchi - Non mi avete fatto niente - Sanremo 2018


TUTTI I VIDEO E LE PUNTATE DI SANREMO 2018 SU RAIPLAY http://www.raiplay.it/programmi/festi... Festival di Sanremo 2018 - Ermal Meta e Fabrizio Moro con Simone Cristicchi cantano "Non mi avete fatto niente" di Ermal Meta-Fabrizio Moro/Andrea Febo

 Volare - Domenico Modugno - Nel blu dipinto di blu
Domenico Modugno sings Nel blu dipinto di blu also known as Volare on Ed Sullivan's show in 1958.
 Music by Domenico Modugno, lyrics by Domenico Modugno and Franco Migliacci.


www.canzoneitaliana.it



Nasce il Portale della Canzone italiana, tutta la musica in un click
di 


Un secolo di brani tra il 1900 e il 2000 disponibili grazie all'iniziativa del Mibact in collaborazione con l'Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi e con i maggiori provider di ascolto in streaming
Il sito www.canzoneitaliana.it vede la luce per iniziativa del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo dopo circa due anni di «lavoro straordinario e silenzioso», come l’ha definito il ministro Dario Franceschini. E si avvale dell’accordo con i maggiori servizi di ascolto in streaming attivi nel nostro paese, da Spotify (partner principale) a Google Music, da Apple Music a Tim Music. Ma ancora meglio rispetto ai diversi provider, il sito della Canzone italiana sistematizza per macroaree la ricerca e permette dunque una navigazione ed un ascolto molto più consapevoli e articolati...
>>>  www.repubblica.it

Domenico Modugno - Nel blu dipinto di blu (Volare) 

[1958 - Full HD 1080p - Sound Stereo]

mercoledì 7 febbraio 2018

- Ti presento i miei "amici"

Eremo di Santa Maria del Cengio



7 Febbraio - Ti presento i miei "amici" libri


L'intento di queste serate di presentazione degli "amici libri" è di aiutare gli altri attraverso la nostra condivisione ad aprirsi a nuovi mondi di lettura."Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso"Queste le parole di Francesco Petrarca.Come si svolgerà? Ognuno porterà un libro e durante la serata lo presenterà agli altri spiegando il motivo per cui la sua scelta è ricaduta su quel libro di cui leggerà anche qualche brano.La serata è gratuita, è necessario però confermare la propria presenza scrivendo a lisolakece@libero.itIl 7 febbraio alle 20.45 all'Eremo di Santa Maria ci troviamo per un appuntamento di condivisione delle nostre letture.A molti piace leggere e spaziare attraverso generi diversi o autori che in un momento o l'altro della vita ci hanno parlato o ci parlano permettendoci così di muoverci nel nostro mondo interiore attraverso viaggi che ci danno la possibilità di far ritornare a galla emozioni sopite e nascoste dentro di noi, la possibilità di trovare risposte scritte a domande silenziose o di incuriosirci ad un nuovo sapere attraverso gli stimoli che le parole ci regalano.

martedì 6 febbraio 2018

Ada Luz Marquez. Disse la vecchia guaritrice dell'anima

Les voix humaines. Jordi Savall

Extracto del concierto de Jordi Savall para viola da gamba del ciclo “Origen y esplendor de la viola da gamba”. Obras de Sieur de Machy y Marin Marais.Cíclos de Miércoles, 28 de mayo de 2014.
http://www.march.eshttp://www.march.es/musica/detalle.as...http://www.march.es/videos/index.aspx...
El “Prélude” del Sieur de Machy que abre esta sección se desarrolla en un estilo antiguo, aún heredero con la técnica de la tiorba. Contrasta con las piezas de Marais, en estilo moderno: expresividad y virtuosismo técnico, exploración tímbrica y predominio de la melodía son los elementos que caracterizan a estas piezas. Con ellas, la viola da gamba demuestra ser el instrumento que, con mayor precisión, podía imitar la voz humana.

Pedagogica:

 Ada Luz Marquez. Disse la vecchia guaritrice dell'anima: Non fa male la schiena, fa male il carico. Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia. Non fa male la testa, fanno male i pensieri. Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia. Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce. Non fa male il fegato, fa male la rabbia. Non fa male il cuore, fa male l'amore. Ed è proprio lui, L' amore stesso, Che contiene la piu ' potente medicina.
Le dissero: – Non sarai in grado di sopportare l’uragano.
Lei rispose: – Io sono l’uragano.
Ada Luz Márquez


Non insistere, il fiore non sboccia
prima del giusto tempo.
Neanche se lo implori,
neanche se provi ad aprire i suoi petali,
neanche se lo inondi di sole.
La tua impazienza ti spinge a cercare la primavera;
quando avresti solo bisogno
di abbracciare il tuo inverno.
Ada Luz Màrquez

Credimi figlia mia, la grande avventura della vita è quella di essere te stessa, senza lasciarti condizionare da quello che gli altri vogliono tu sia, per la loro pace mentale, per la loro utilità, per ciò che ritengono essere adeguato.
Probabilmente la tua Libertà di Essere, scatenerà isolamento, solitudine, tentativi di manipolazione, gelosie e incomprensioni.
Ricorda che tutto questo è parte del seme, fa parte del processo di apertura del guscio, è il rumore della schiusa, è il seme che fiorendo lascia andare tutto ciò che era prima. Osare fiorire oggi, in questi tempi di deserto, presuppone un grande coraggio, un grande potere, è la più Alta Rivoluzione. 
E sai perchè figlia? perchè quando tu fiorisci, fiorisce anche la speranza.
Ada Luz Márquez, Hermana Águila


Le rughe dei miei occhi sono raggi di sole. Le rughe sulle mie guance sono onde del mare.
Le rughe della mia fronte sono onde di sabbia.
Il mio viso è una tela dove è impresso il paesaggio che ho vissuto, la grande opera infinita che è la vita. Il mio viso è la poesia di Madre Terra, scritta sulla mia pelle. Le mie risate e le mie lacrime, i miei canti ed i miei silenzi, la vita vissuta ad ogni respiro.
Amo le mie rughe e le mie cicatrici, perché mi ricordano che sono stata, che sono e che sarò sempre più grande di ogni possibile dolore.
Ada Luz Márquez


La felicità non è un traguardo
è il sentiero,
è l’atto stesso della gestazione di un sogno.
E’ deliziarsi con l’odore del pane
che si sta impastando,
è il costruirsi le ali e sentire mentre si intessono
l’immensa gratitudine di essere già in volo.
Ada Luz Márquez

Ada Luz Márquez, Ode alle donne imperfette.
"Le donne imperfette con orgoglio onorano le rughe e le cicatrici, perché con esse ricordano che sono state, sono e saranno più forti del dolore. Le donne imperfette hanno il coraggio di sognare ad alta voce, muovendosi in sincronia da vari mondi, creando una nuova tela in cui sono necessari tutti i colori e l'accettazione dei loro errori come apprendimento prezioso. Le donne imperfette rispetto tutta la vita e chiedono rispetto e giustizia per loro. Le donne portano radici imperfette ai piedi, ancorate alla Madre Terra. Hanno nei loro passi le antenate, sorelle, figlie e nipoti. Danzano attorno ai falò per mantenere viva la fiamma di tutte le donne che sono stati bruciate nel loro essere più imperfetto . Le donne imperfette celebrano l'immenso dono che la vita ha dato loro essere donne, godono della loro sessualità e difendono il diritto fondamentale di possedere i loro corpi e le loro vite. Le donne imperfette onorano l'altro, si tengono per mano e si sostengono celebrando i successi delle altre e piangendo insieme per i propri dolori. Le donne imperfette scelgono gli uomini imperfetti, sensibili, che camminano sul loro stesso sentiero. Le donne imperfette imparano che le loro mestruazioni sono un dono, una potente apertura in altri mondi. Esse comprendono che il dolore è segno di connessione con tutte le donne che le hanno precedute e comporta la riconciliazione con il proprio grembo e il grembo di Madre Terra. Le donne imperfette iniziano a ricordano che il sangue non è spazzatura, il proprio sangue è sacro e porta l'alchimia della vita Le donne imperfette chiedono giustizia in silenzio per i propri diritti e per la propria femminilità, perchè il silenzio contiene il grido di tutte le donne e il grido di ogni donna ha l'eco di tutte le canzoni, il cielo e tutti i voli, il seme di tutti i fiori. Nelle loro pance portano una canzone antica e sono incinte di speranza . Partoriscono le stelle perchè hanno bisogno di Luce. le donne imperfette dicono forte e chiaro che non hanno paura, camminano senza paura e senza amnesia in un mondo pieno di paura. Le donne non sono proprietà di chiunque perchè imperfette loro sono proprietà di loro stesse, non sono la costola di nessuno o l'oggetto del desiderio, nè sono invisibili. Sono donne e vogliono essere chiamate Donne. Le donne sono incredibilmente perfette quando hanno il coraggio di essere imperfette, quando hanno il coraggio di essere, né più né meno, di essere. Donne imperfette iniziano a sentire il desiderio di ristabilire il contatto con altre donne imperfette e ricordano a tutti che l'anima non dimentica. Ricordano che non sono sole, che non lo sono mai state,e non lo saranno mai. Perché essere imperfette le rende uniche, Uniche per il mondo, per loro stesse e per la loro Libertà". Ada Luz Márquez, Ode alle donne imperfette.




Disse la vecchia guaritrice dell'anima:
Non fa male la schiena, fa male il carico.
Non fanno male gli occhi, fa male l'ingiustizia.
Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia.
Non fa male lo stomaco, fa male quello che l'anima non digerisce.
Non fa male il fegato, fa male la rabbia.
Non fa male il cuore, fa male l'amore.
Ed è proprio lui,
L' amore stesso,
Che contiene la piu ' potente medicina.
Ada Luz Marquez




Alle sorgenti della fede in terra santa, Le feste ebraiche e il Messia

Kairos: 

Alle sorgenti della fede in terra santa



Miguel Cuartero Samperi/Aleteia Italia | 

"Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori". Così san Giovanni Paolo II si rivolse agli ebrei durante la sua storica visita alla Sinagoga di Roma avvenuta nel 1986. Il Pontefice non faceva altro che riprendere le parole del Concilio Vaticano II che con grande audacia incoraggiava al rispetto reciproco e a un rinnovato spirito di amicizia verso il popolo ebraico depositario delle antiche promesse. È con la stessa “audacia” che don Francesco Voltaggio – presbitero della diocesi di Roma che da circa quindici anni svolge il suo ministero in Terra Santa – affronta il delicato argomento dei legami esistenti tra ebraismo e cristianesimo, in particolare nell’aspetto liturgico che lega le festività ebraiche con feste cristiane e l’avvento di colui che noi riconosciamo come Messia.

L’autore

Voltaggio affronta con coraggio e competenza questo arduo compito, forte della sua pluridecennale esperienza pastorale in Israele, a stretto contatto con le comunità locali di cristiani arabi e con quella ebraica. Gli studi effettuati presso L’Istituto Biblico di Roma e lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, le numerose pubblicazioni scientifiche e l’esperienza come docente presso lo Studium Teologicum Galilaeae centro di studi da lui fondato (affiliato alla Pontificia Università Lateranense di Roma) fanno di lui, all’interno del mondo cattolico, uno dei maggiori esperti di ebraismo e dei suoi legami col cristianesimo. Nato nel 1974 e ordinato presbitero nell’anno 2000 per mano di san Giovanni Paolo II, Voltaggio ha svolto per due anni il suo ministero come vicario presso la parrocchia di Sant’Anna (Morena, RM) per poi partire in missione in Terra Santa. È catechista del Cammino Neocatecumenale e membro dell’Associazione Biblica Italiana (Curriculum completo).

La Domus Galileae e il dialogo con l’ebraismo

Dopo diversi anni come responsabile della casa di studio “Casa di Mamre” a Gerusalemme, Voltaggio è ora rettore del seminario Redemptoris Materdella Galilea (sul Monte delle Beatitudini di fronte al Lago di Tiberiade). Il seminario si trova all’interno della monumentale struttura Domus Galilaeae centro di studi e di pellegrinaggio per molti cristiani. Da molti anni la Domus Galilaeae è un luogo di incontro e di condivisione tra cristiani ed ebrei. Un progetto fortemente voluto da Kiko Argüello e Carmen Hernández, iniziatori del Cammino Neocatecumenale che, spinti da un grande amore per la Terra Santa e per il popolo di Israele, hanno contribuito a dare un nuovo e fecondo impulso al dialogo con l’ebraismo e alla riscoperta delle radici giudaiche del cristianesimo, prima con delle specifiche catechesi e poi con la costruzione della Domus come luogo di incontro tra “fratelli” troppo spesso lontani e incapaci di incontrarsi. È qui che in questi anni si sono svolti degli storici incontri che hanno visto rabbini e presbiteri cattolici, studiosi della Torah e catechisti itineranti, sedere allo stesso tavolo, affrontare assieme tematiche religiose e sociali esponendo le proprie esperienze e preoccupazioni, ma anche mangiare e cantare assieme in un clima di comunione “sinfonica” (così l’ha definita Kiko Argüello) che va al di là dei documenti scritti e dei pubblici proclami di reciproco rispetto.

Alle sorgenti della fede

Il libro Alle sorgenti della fede. Le feste ebraiche e il Messia (Cantagalli-Chirico 2017) è frutto di numerose conferenze trasmesse da Francesco Voltaggio su Radio Maria tra il 2013 e il 2017. Un progetto “audace” – afferma il cardinale Paul Joseph Cordes nella prefazione – suscettibile di critiche «sia da un certo numero di ebrei religiosi, sia da parte di una frangia di cristiani». Ma allo stesso tempo si tratta di un lavoro necessario per approfondire la nostra fede attraverso la riscoperta del significato più profondo delle nostre feste liturgiche che mettono le radici nell’ebraismo ma trovano compimento in Gesù Cristo. Necessario perché – afferma mons. Cordes – “Se si tagliano le radici, l’albero inaridisce”. «E’ impossibile comprendere i vangeli e il Nuovo Testamento, e quindi la nostra fede, senza approfondire le feste ebraiche, la tradizione e i grandi temi teologici a esse legate» (p. 26)

Camminando sul crinale

Fin dall’inizio l’autore chiarisce che «l’ebraismo, in tutta la sua ricchezza, va conosciuto e amato di per sé e non solo come fonte e radice del cristianesimo» mentre, allo stesso tempo, per ogni cristiano è fondamentale conoscere «le istituzioni, la tradizione e la liturgia ebraiche» al fine di comprende meglio la fede della Chiesa le cui sorgenti provengono dal popolo ebraico, come recita il salmo riferendosi a Gerusalemme: «Sono in te tutte le mie sorgenti» (Sal 87,7). Il chiarimento è più che necessario perché si ha subito la sensazione di camminare su un pericolosissimo crinale, o meglio, utilizzando le parole del rabbino Naham de Breslav, di camminare su «un ponte molto angusto» col rischio di cadere da una parte o dall’altra. Due sospetti infatti minacciano il percorso. Da una parte (da parte ebraica) quello di vedere in questo approccio un tentativo di strumentalizzare l’ebraismo per “cristianizzarlo” celando un atteggiamento proselitista o – peggio ancora – antisemita. Da parte cristiana vige invece il sospetto di un movimento di regressione “giudaizzante” che sminuisca la straordinaria novità del cristianesimo per sposare – anche politicamente! – la causa d’Israele. Così risponde l’autore (ammettendo che «una replica seria richiederebbe un libro a parte»): «Non è colpa nostra se Gesù di Nàzaret, la Santa Vergine Maria, San Giuseppe, i primi apostoli e gli autori del Nuovo Testamento siano stati tutti degli ebrei. Dio ha voluto così: ha eletto questo popolo e, solo mediante esso, le genti. La sua elezione è irrevocabile». Voltaggio prosegue: «Non intendiamo appropriarci in modo indebito di ciò che è ebraico. Gesù Cristo non è venuto a compiere non solo la Scrittura, ma anche le istituzioni e le tradizioni del popolo ebraico; ciò, tuttavia, senza annullare lo stesso popolo e la sua identità. Non si tratta quindi di sostituzione, ma di compimento» (p. 77)

Nel solco della tradizione

Voltaggio si inserisce a pieno titolo nel solco segnato dal Concilio Vaticano II e dal magistero degli ultimi pontefici che hanno incoraggiato un cammino di reciproca conoscenza e di riconciliazione, riconoscendo l’esistenza di una «eredità comune» o meglio di «patrimonio spirituale comune» (Nostra Aetate) pur nel rispetto della propria identità e della rispettive tradizioni «al di là di ogni sincretismo e di ogni equivoca appropriazione» (Giovanni Paolo II). Benedetto XVI afferma che i legami col popolo ebraico «costituiscono un patrimonio unico di cui tutti i cristiani sono fieri e debitori al Popolo eletto». Allo stesso modo Papa Francesco ha parlato della fede di Israele come «una radice sacra» dell’identità cristiana (EG 247). La strada da percorrere è ancora molto lunga, afferma Voltaggio: «Dobbiamo sinceramente riconoscere di essere ancora molto indietro in questo cammino, giacché vari fedeli cristiani non solo ignorano la vita religiosa ebraica attuale, ma la guardano persino con una certa difficoltà». Eppure è necessario andare oltre uno studio “archeologico” dell’antico Israele (quello dell’AT o dei tempi di Gesù) e scoprire un popolo che ancora oggi vive e si nutre della fede tramandata fedelmente dai loro padri. «Non ci interessa esclusivamente lo studio storico dell’antico Israele – continua l’autore – ma anche la conoscenza della liturgia ebraica attuale. Gesù è ebreo e lo è per sempre!». È per questo allora che: «E’ impossibile comprendere i vangeli e il Nuovo Testamento, e quindi la nostra fede, senza approfondire le feste ebraiche, la tradizione e i grandi temi teologici a esse legate» (p. 26).

Le feste: memoriale di una storia di salvezza

Le feste sono per Israele dei tempi favorevoli, momenti propizi in Dio e il popolo si incontrano in un movimento di mutuo avvicinamento. Rappresentano un kairòs per la conversione e per il ritorno a Dio sono giorni solenni per fare memoria delle opere da Lui compiute nel popolo, nella comunità ma anche nella propria storia personale. Nel 2008, l’intellettuale israeliano Yeshayahou Leibowitz pubblicava il libro Les fêtes juives (Cerf 2008) anch’esso frutto di un ciclo di trasmissioni radiofoniche (in onda settimanalmente tra il 1975 e il 1982) e tradotto in italiano nel 2010 col titolo Le feste ebraiche e il loro significato. Nella prefazione al testo francese Gérard Haddad parla delle feste e solennità del popolo ebraico come «momenti di incontro privilegiato dell’ebreo col suo Dio». «[Le feste] formano l’armatura del giudaismo, il suo pulsare, il suo ritmo. In ebraico il termine moed che designa la “festa”, significa letteralmente “appuntamento”. Esse incarnano splendidamente i grandi valori di questa fede che per prima portò il messaggio monoteista di fronte a un mondo pagano. Le feste riassumono le gesta leggendarie, tragiche e gioiose del popolo ebraico».
Oltre che alla Sacra Scrittura e alle fonti storiche, Voltaggio attinge agli insegnamenti e alle interpretazioni trasmessi all’interno del popolo ebraico lungo i secoli: tradizioni orali come la Mishnà, i commenti rabbinici, i Midrashim, il Targum, il Talmud… Il libro mantiene volutamente un carattere divulgativo, destinato ad un ampio pubblico e non ad una ristretta cerchia di studiosi. L’autore pertanto adotta uno stile catechetico e non accademico nella speranza che riscoprendo – anche se non in maniera esauriente – il significato delle festività ebraiche, si contribuisca a conoscere ed amare ancora di più le nostre feste liturgiche e a ravvivare così la nostra fede. Lungo in vari capitoli l’autore propone una “lettura cristologica” per ogni festa ebraica, una scelta – ammette – «che non sarà esente da critiche» ma che risponde alla convinzione che «tutto l’ebraismo tende al Messia» (p. 51). Le feste passate in rassegna sono: Rosh ha-Shanà, Yom Kippur (feste della Teshuvà, ossia, della conversione), Sukkot (Festa delle Capanne), Pesah (Pasqua), Shavuot (Pentecoste) – feste di pellegrinaggio – Hannukkà e Purim. In appendice viene offerto un breve glossario di termini ebraici e una bibliografia essenziale.

la storia di Riccardo Rossi

«Voglio essere il giornalista delle buone notizie»

Dai Verdi alla strada, la storia di Riccardo Rossi

«Voglio essere il giornalista delle buone notizie»

di ANDREA TURCO

CRONACA – Per supportare la protesta del missionario laico, ha rispolverato il suo passato da addetto stampa. L'ex cronista napoletano da 14 anni assiste i più bisognosi. Attualmente vive in una casa famiglia a Pedara, aiutando persone con disabilità e problemi. «Ero un quadro del centrosinistra, ma volevo essere un uomo di pace»


>>>continua>>>

Una certa stanca retorica vuole il giornalista perennemente per strada: è lì che si vive il mestiere, è lì che si colgono le notizie. Riccardo Rossi ha seguito questo mantra alla lettera. Ha dormito per dieci giorni a Palermo, sotto i portici delle Poste centrali di via Roma, accompagnando l'azione di sensibilizzazione del missionario laico Biagio Conte, che in questo modo ha deciso di stare accanto ai tanti senzatetto della città. Di sè dice di aver «scelto di fare il giornalista delle buone notizie, e con la missione Speranza e Carità (fondata proprio da Biagio Conte) abbiamo realizzato un giornale che si chiama La speranza».

Ora Riccardo è tornato a Pedara, nel Catanese, dove da 14 anni lavora come volontario presso la casa famiglia Oasi della divina provvidenzaOriginario di Napoli, Rossi è sposato da tempo con la ragusana Barbara Occhipinti. La coppia vive insieme a venticinque persone, «con disabilità e problemi vari. Mia moglie cucina - racconta a MeridioNews -, io sono un punto di riferimento per queste persone. Avevamo scelto di fare un viaggetto a Palermo, voleva essere un momento di riposo, avevamo già affittato un bnb. Ma poi - spiega - ho saputo che fratello Biagio aveva scelto di dormire per strada. E ho voluto stargli accanto, stando sotto i portici insieme. È come se avessi sentito una chiamata: lui ha scelto le poste e telecomunicazioni per dormire e io mi sono sentito preso in causa in quanto comunicatore». 

In quei 10 giorni Rossi ha rispolverato il suo passato da addetto stampa: ha tenuto i contatti con l'informazione palermitana, ha aggiornato i colleghi su ogni singolo incontro, ha diramato una serie di note, foto e video. «Ero l'addetto stampa dei Verdi - spiega -, ero il portavoce del Parco Nazionale del Vesuvio, lavoravo con il programma tv La Vita in diretta, collaboravo con l'Ansa e scrivevo per tante altre realtà». Un cronista a tutto tondo, insomma, una serie di esperienze preziose che gli sono tornate utili quando ha scelto di dedicarsi all'assistenza verso i più bisognosi. Quello che lo stesso Rossi definisce un «percorso di vita che è un percorso di fede, da non credente a credente» è dovuto soprattutto a un incontro. In cui Catania si rivela in qualche modo fondamentale. «Già attraversavo un periodo difficile della mia vita - dice il cronista -  tra una famiglia separata e un fratello tossicodipendente. Ho vissuto un lungo momento di depressione, di non scelta. Ero un quadro del centrosinistra, soggetto a delle disposizioni che non avevo più seguito. Mi aveva anche colpito un incontro coi giornalisti di Giovanni Paolo II, in cui il pontefice ci aveva chiamato comunicatori del sociale e ci aveva invitato a essere strumenti di bene. Io invece tutti i giorni ero strumento di divisione. Quando a un certo punto mi è stata sottoposta una non verità in un giornale non l'ho voluto fare, ho detto che volevo essere un uomo di pace». 

Da lì cominciano i primi timidi approcci col modo cattolico. «Fino ad arrivare a una tappa missionaria in Romania - racconta ancora Rossi-. In questa terra ho fatto tante esperienze difficili: negli orfanotrofi, con bambini sofferenti e famiglie disabili. Qui ho incontrato un giovane catanese, Giuseppe Messina, un missionario laico che incontrava i clochard per la strada senza conoscere una sola parola di romeno. Io l'ho seguito una sera riluttante, perché non riuscivo a dormire. A un certo punto ha incontrato un bambino, di circa dieci anni, che era avvolto dai rifiuti. Senza che si parlassero, il piccolo lo ha seguito. Questa storia mi ha talmente colpito che da allora ho scelto di venire a stare in Sicilia. Mi sono trovato a pensare che quell'uomo, con quel semplice gesto, aveva salvato una vita. E io che avevo fatto tanti articoli, tante interrogazioni parlamentari, tanti servizi non ero riuscito a fare ciò che aveva fatto il missionario. Questa cosa mi ha messo in crisi». 

Come un novello francescano, Rossi abbandona il suo passato e si dà anima e corpo al volontariato. «Così ho scelto di seguire fratello Giuseppe in Sicilia - conferma -. La prima persona che ho aiutato è stata una tossicodipendente. Poi ho seguito malati terminali, sono diventato le braccia e le gambe di persone disabili, ho aiutato tante persone in difficoltà. La mia vita ormai è nella provvidenza e nella carità. In uno di questi incontri ho conosciuto poi, circa dodici anni fa, fratello Biagio». Con la consapevolezza che la questione abitativa in Sicilia è grave. «Solo a Palermo la missione di Biagio Conte ospita 1400 persone - osserva il giornalista -. A Catania abbiamo già 90 accolti e non sappiamo più dove mettere i letti. Ed è una realtà simile in tutta la Sicilia, di disperazione e di difficoltà, di gente sfrattata e che vive in macchina. Non parliamo soltanto di fratelli africani, ma di tantissimi italiani. Da noi in casa famiglia a Pedara l'80 per cento delle persone in difficoltà è italiano. Chi rimane indietro rimane tagliato fuori. Si tratta di una realtà - conclude Rossi - che non possiamo più tacere e che va affrontata».