La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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sabato 27 settembre 2014

Esercizi spirituali tenuti alla comunità delle carmelitane scalze di Concenedo (LC)

Rosanna Virgili "Le donne nei Vangeli"
"LE DONNE NEI VANGELI"
Esercizi spirituali 
tenuti alla comunità delle carmelitane scalze di Concenedo (LC) 
 dal 22 al 27/09/2014 dalla biblista Rosanna Virgili 

Il viaggio, il mare e la donnaElisabetta profeta
 
Maria la madre: maestra vuota Prima parte 
Maria la madre: maestra vuota Seconda parte 
Maria la madre: maestra vuota Terza parte 
Maria la madre: maestra vuota Quarta parte 
La peccatrice: eucaristia che ama dell'amore che non ha 
Giovanna, Susanna, Maria di Magdala: le testimoni del Vangelo 
La Samaritana: abbraccio di due seti Prima parte 
La Samaritana: abbraccio di due seti Seconda parte 
Marta: il perfetto discepolo, donna in piedi 
Maria: le mani di una sacerdote

Sono una mamma da guest post ...

Sono una mamma da guest post / parte seconda

‪#‎GUESTPOST‬

di Elisabetta Modena, scrittrice e conoscitrice della narrativa cristiana americana.

Il mondo della narrativa religiosa, in America, è vasto e vario. Ma, a onor del vero, anche qui in Italia le cose stanno cambiando, specie dopo il successo di “Bianca come il latte, rossa come il sangue” di D’Avenia. Prova ne è il fatto che il gruppo Mauri Spagnol ha tradotto per la prima volta in Italia un libro della regina della christian fiction americana: “Pagine d’amore” di Karen Kingsbury.
Io ho iniziato a scrivere avendo in mente i modelli americani di narrativa cristiana, poi ho iniziato a caricare i miei primi libri su siti come aNobii.it in cui li facevo leggere gratuitamente per avere il parere dei lettori, e mi sono convinta che erano buoni, potenzialmente pubblicabili. Ho anche vinto un paio di concorsi (trovate tutto nella mia biografia, sul mio sito:http://www.elisabettamodena.com/elisabettamodena/Bio.html )

A questo punto arriva la doccia fredda: per noi, autori cristiani emergenti, il mondo delle case editrici è chiuso e difficilmente accessibile, per questo vendo i miei libri in formato digitale (cioè in ebook) su amazon: perché è l’unico modo per noi autori cattolici di riuscire ad arrivare ai lettori senza dover pagare balzelli nella catena editoriale. Lo so che è scomodo non tenere tra le mani il libro cartaceo (in realtà vendo anche le copie cartacee, con poco successo però), ma di fatto senza la sponsorizzazione di una casa editrice o di una rete di lettori-sostenitori, un autore emergente al momento ha solo questa possibilità.
Vi lascio i link ai miei libri e ad altri libri italiani di autori cattolici:
Il mio libro più bello: http://goo.gl/cFj40Z
e quello più venduto: http://goo.gl/Tu8z94
Un ebook su una storia d’amore romanticissima ambientata nella Prima Guerra Mondiale, con una ricostruzione curatissima. Lei ha già scritto un libro di vite di mamme eroiche (mi pare) con la San Paolo (il suo romanzo storico è utile visto che quest’anno si celebrano i 150 anni dalla Grande Guerra): http://goo.gl/P1AxJk

L’ebook di Marco Erba, professore d’italiano alle superiori, sposato e papà di tre bambini, per chi ama le storie alla D’Avenia: http://goo.gl/tRbiqq
Per le mamme che hanno ragazzi che amano il fantasy, una serie di romanzi supercristiani. L’autore, veronese, si chiama Fabrizio Valenza ed insegna religione alle scuole materne: http://goo.gl/sX2v0q
Il modello americano di narrativa cristiana ha reali possibilità di sfondare anche qui in Italia?
Secondo me lo sta già facendo, anche se sarà un processo lungo perché in Italia le novità positive culturali arrivano in ritardo (a parte, per fortuna, la mobilitazione contro le teorie del gender!). D’Avenia ha sfondato la porta ed ora tutti lo associano ad una narrativa cristiana fresca, di formazione e di valori, per adulti e ragazzi. Stanno già sorgendo nuovi autori vicini a D’Avenia (in digitale però, perché è l’unica strada possibile per noi autori cristiani emergenti di farci conoscere dal pubblico): come Marco Erba, il cui libro “Fra te e me” ho già consigliato caldamente!
Le case editrici cattoliche, purtroppo, sono un po’ indietro rispetto a questa tendenza perché tendono a pubblicare romanzi di autori, perlomeno parlo di quelli quelli italiani, legati ad esse per contratto, quindi i libri in alcuni casi nascono a tavolino. Paradossalmente, le novità più interessanti vengono proprio dalle case editrici “laiche”.
Inoltre manca in noi cattolici la coscienza che possa esistere una narrativa cristiana contemporanea, accessibile a tutti, in quanto genere: che cioè accanto ai romanzi gialli, a quelli d’amore, ai libri per ragazzi (nei bestseller ormai è normale che i due protagonisti facciano l’amore a quindici anni, tanto per dire…), ai libri più impegnati e così via, ci siano pure i romanzi d’ispirazione cristiana. Se facessimo più rete tra di noi, fidandoci che un libro sia buono pur senza l’etichetta di questo o quell’editore, sicuramente girerebbero più romanzi cattolici. Prova ne è il fatto che i laici, come sempre in queste cose, sono più avanti di noi (già Gesù aveva detto che “I figli delle tenebre sono più scaltri di quelli della luce”): basta che un romanzo, anche un ebook indipendente, parli di famiglie allargate, arcobaleno, ci siano scene spinte, valori discutibili e cosi via, perché subito se ne parli sui siti, forum, blog, venga sostenuto col passaparola e con la pubblicità.
Invece i libri cattolici di successo rimangono casi sporadici, come quelli di D’Avenia o di Costanza Miriano, e manca una vera e propria rete di passaparola e di sostegno per gli autori validi ma meno conosciuti, specie poi se pubblicano in maniera indipendente. Ma conto che i nuovi autori cristiani trovino sempre più spazio e riscontro dal pubblico, a cominciare da quest’articolo, giusto?

LE CINQUE PIETRE- In un giorno d’ autunno come questo...


.wordpres.com


Claude Monet, Pioppi (Autunno) 1896
Claude Monet, Pioppi (Autunno) 1896
In un giorno d’ autunno come questo,
magico, dolce e mite,
imparai a calpestare
il tappeto di foglie già cadute
in un gioco di sfida e di rumore.
Lo stridore dell’ erba rinsecchita
a me pareva suono …
Sai, le foglie ingiallite, quel cielo,
quei colori, la dolcezza dell’ aria,
l’incantesimo della mia fanciullezza.
Ricordo le cinque pietre tonde
che raccoglievo al volo con la mano
seduta su una panca del giardino
e come le cercavo, più levigate,
sferiche, perfette;
(… quei pezzetti di vetro
che brillavano verdi sull’ argilla scura
arrossata da ali svolazzanti;
il cuscino di foglie su cui posavo il capo
per ascoltare il cuore della terra).
Prova ora a ripetere quei giochi
a cercare le cinque pietre tonde,
gli smeraldi di vetro, la tua fantasia.
Sei sempre tu; dentro di te le foglie
continuano a cadere dall’albero per gioco,
l’autunno si nasconde tra i colori
disegnati dal vento.
L’ autunno è un gioco nuovo,
non verrà mai l’inverno
e tu puoi ancora fingerti bambino.
di 


                    ##############


Promemoria...
Museo di Casa Martelli

5 Ottobre, Domenica di Carta 2014 - Firenze


  

giovedì 25 settembre 2014

Ascolta si fa sera...

Enzo Bianchi Ascolta si fa sera Rai Radio1
ascoltasifasera.rai.it
 Le nuove puntate con Enzo Bianchi
21 settembre 2014: l'idolatria
15 settembre 2014: la santità
le puntate degli anni scorsi sul sito del Monastero di Bose 





RITORNA SU RAI radio1 " ascolta-si-fa-sera "
la voce del  Priore del monastero di Bose,
 Enzo Bianchi  
ascolta-si-fa-sera <<< Monastero di Bose



L' Idolatria Ascolta si fa sera, 21 settembre 2014


La santità  Ascolta si fa sera, 15 settembre 2014

olio su tela cm 30x24, collezione privata
TRENTO LONGARETTI, Il povero con il violino


Ascolta si fa sera Wikipedia 
 è il titolo di una rubrica religiosa radiofonica di Radio Rai, a cura del GR, in onda quotidianamente sulle frequenze di Radio 1, 
dalle 19:35 alle 19:38.
La trasmissione ha come protagonisti 6 esponenti di professioni religiose diverse:
Il programma è nato con l'intento di far giungere ogni sera un breve pensiero ai fedeli o a coloro che sono alla ricerca costante della fede.
I contenuti variano continuamente, e non trattano solamente di aspetti religiosi, ma vanno anche ad esplorare avvenimenti di cronaca ed attualità, come l'uguaglianza fra le persone, il rispetto per il prossimo, la solitudine, allo scopo di spingere gli ascoltatori alla riflessione.
Tra coloro che hanno pronunciato queste brevi letture a carattere spirituale, si ricordano Padre MarianoPadre Andrea Panontpadre Turoldo e il rabbino Elio Toaff.
 Dal 1999 la durata è stata ridotta dai 5 minuti iniziali a 3 minuti e mezzo.
Sito websito ufficiale

Torino Spiritualità 2014 priore di Bose ENZO BIANCHI


Enzo Bianchi Perché domandare significa vivere



di ENZO BIANCHI, 
“La Stampa”, 25 settembre 2014 

Pubblichiamo una parte della «Lectio magistralis» che il priore di Bose terrà oggi al teatro Carignano nell’ambito di 
«Torino Spiritualità 2014».
In noi, umani, abitano molte domande, cioè sentiamo una pulsione a conoscere, a sapere, a comunicare, che ci spinge a porre domande. È significativo che i bambini, non più infanti, pongano continuamente domande, per conoscere il mondo in cui sono giunti. I genitori lo sanno bene: più domande che affermazioni... L’umano è un essere che interroga e si interroga, quindi cerca una risposta.
Ma le domande sono molto più decisive delle possibili risposte, che non sempre emergono per soddisfarle. Se Platone faceva dire a Socrate che «il più grande bene dell’uomo è interrogarsi su se stesso, e indegna di essere vissuta è una vita senza tale attività (Apologia di Socrate 38A), potremmo estendere questa considerazione a tutte le domande fondamentali che riguardano la condizione umana.
Rainer Maria Rilke, non ancora trentenne, scriveva il 6 luglio 1903 in una splendida lettera al giovane poeta Franz Kappus:
Caro signore, Lei è così giovane, e si trova così al di qua di ogni inizio, e io vorrei, meglio che posso, caro amico, pregarLa di avere pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore, e di tentare di amare le domande stesse, come se fossero delle stanze chiuse a chiare, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non ricerchi ora le risposte che non possono esserLe date, perché non sarebbe in grado di viverle... Ora viva le domande. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco,senza accorgersene, si troverà a vivere la risposta... Il nostro compito è difficile, ma quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio.Rilke dà come consiglio al giovane di amare le domande - oserei specificare - più che le risposte, perché a volte le risposte non ci sono o non sappiamo trovarle, ma le domande sorgono, ci abitano, ci muovono, ci fanno cercare. E ci sono domande che ci vengono rivolte dagli altri, dall’Altro, che noi possiamo ascoltare o, al contrario, uomo o donna, che ci porge il suo volto. Il volto, che nella specie umana è unico, è distintivo della persona, e che i nostri occhi vedono, incontrano, leggono, conoscono o riconoscono, è una domanda, come sapeva sottolineare con maestria Emmanuel Lévinas.
Permettetemi qui di ricordarvi anche un altro grande autore, per me un vero maestro: Edmond Jabès, che non a caso ha scritto Le Livre des Questions (1963), Il libro delle domande, nel quale questo intellettuale ebreo pone domande e cerca di rispondervi, ma solo attraverso frasi brevi, sintetiche, quasi degli aforismi, in modo che la domanda resti aperta, risuoni ancora e ancora...
Sì, il nostro cuore umano è abitato da domande: da dove vengo? Dove vado? Chi sono io? Ciò che mi circonda è reale? E tra tutte le domande, la più grave: perché la morte mi attende? E’ dal profondo, dall’intimo di noi stessi, da quell’organo immaginario e simbolico che chiamiamo «cuore», senza ben sapere dove collocarlo, che emergono pensieri buoni e pensieri malvagi, da cui procedono i desideri, il volere, l’operare. C’è un’affermazione del profeta Geremia che mi ha sempre intrigato: «Il cuore dell’uomo è complicato e malato; chi lo può conoscere?» (Ger 17,9). La fonte delle nostre domande è complicata e malata, perché veniamo al mondo da un uomo e da una donna che già hanno conosciuto complicazione e malattia, e nessuno di noi nasce «senza bagagli»... La nostra esistenza è tributaria verso la nostra radice, verso chi ci ha preceduto e ci ha generato, ed è plasmata anche dalla nostra storia, dal nostro vivere in un tempo e in un luogo precisi.
Le domande, dunque, generano un humus complesso e diverso per ciascuno di noi, ed è in questo terreno che la nostra personale volontà può decidere il bene e il male, può discernere le domande e
scegliere se impegnarsi in una risposta o lasciarle cadere. Il nostro cammino di umanizzazione dipende innanzitutto da questo personale discernimento, dal nostro impegno nel vivere in una logicadi bene comune e di resistenza alla philautía, all’amore di sé, all’egoismo di chi vive senza gli altri o addirittura contro gli altri.
Le domande che abitano in noi determinano dunque la qualità della nostra vita e della nostra convivenza. Ricordavo prima le domande che ogni essere umano degno di questo nome si pone, ben espresse dallo «gnostico» Teodoro alla metà del II sec. d.C.: «Chi sono io? Da dove vengo? Dove vado? A chi appartengo? Da cosa posso essere salvato?» (cf. Clemente Alessandrino, Estratti da Teodoto78; PG 9,696).
Anche nella Bibbia sono testimoniate domande, sia rivolte a Dio dall’uomo sia all’uomo da Dio. In questo dialogo tra l’uomo e l’Altro – che chiamiamo Dio –, in questa relazione che dall’inizio dell’umanità continua nella storia, vi sono molte domande. Va riconosciuto che le domande dell’uomo si riducono, pur nelle loro diverse espressioni, a una sola: «Ci darai la salvezza, ci libererai dalla morte, o Dio?». Le domande che Dio fa all’uomo, invece, sono diverse. La prima è quella testimoniata nel libro della Genesi, dove Dio cerca l’uomo che si è allontanato da lui, e lo chiama: «Adamo, dove sei? Terrestre, umano, adam tratto dalla adamah, dove sei?» (Gen 2,9). Domanda che interpella l’uomo in tutti i tempi e in tutte le generazioni: dove sei? Che significa: a che punto del cammino di umanizzazione ti trovi? Sei un uomo che ogni giorno vince l’animalità che ti abita, oppure sei su un cammino di barbarie, di disumanizzazione, di bestialità? O ancora, citando il commento di Martin Buber in quel vero e proprio gioiello che è Il cammino dell’uomo: «Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi...: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?» (Qiqajon, Magnano 1990, p. 18).
Creando l’uomo, Dio aveva detto: «Facciamo l’uomo» (Gen 1,26), dove il «noi» – dicono i rabbini – significa che Dio e l’uomo insieme devono fare l'uomo, perché l’uomo si fa più uomo solo con l’aiuto dell’altro, e dell’Altro con la «a» maiuscola, Dio. Qui mi preme in modo bruciante dire una parola franca e necessaria. Quando, a proposito di Auschwitz, di Dachau, dei gulag, o del massacro delle minoranze etniche e religiose in Iraq o in Siria da parte degli jihadisti, sentiamo porre la domanda: «Dov’era, dov’è Dio?», dovremmo provare vergogna e chiederci invece: «Dov’era, dov’è l’uomo? Dov’era, dov’è la nostra umanità?», senza imputare a Dio ciò che Dio stesso aborrisce! Un’altra domanda posta da Dio – attenzione, non all’inizio cronologico della storia, ma all’inizio di ogni vita umana responsabile – è: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9). Dopo la domanda al tu che riguarda ogni umano, dunque ognuno di noi, se stesso, vi è la domanda che concerne l’altro, gli altri, quelli legati a ciascuno di noi dal vincolo della fraternità. «Dov’è Abele, tuo fratello?», significa: «Che rapporto hai con l’altro uomo? Che responsabilità senti verso di lui? Che cura ne hai? Oppure lo neghi, dunque lo misconosci, lo uccidi?». Anche questa è una domanda inesauribile, che ogni giorno si rinnova per ciascuno di noi

"Sono tutto nelle mani di Dio", appunti personali di Giovanni Paolo II°

I "consigli" di Wojtyla per essere un buon arcivescovo


Nel 1964, nei suoi quaderni segreti, il futuro papa polacco elaborò un (profetico) pensiero anche sulle persecuzioni e il peccato
























© GIANCARLO GIULIANI/CPP

Il 1964 è un anno importante per Karol Wojtyla. Diventa, infatti, arcivescovo metropolita di Cracovia, seconda città della Polonia. Nel volume "Sono tutto nelle mani di Dio", appunti personali di Giovanni Paolo II, edito dalla Libreria Editrice Vaticana, quella svolta nella vita del futuro papa polacco è condensata negli esercizi spirituali a Jasna Góra (il santuario che contiene l'icona miracolosa della Madonna di Częstochowa), guidati da monsignor Kazimierz Józef Kowal­ski (31 agosto - 3 settembre 1964). 

Monsignor Wojtyla scriveva nei suoi appunti personali che «l'uomo e ancora di più il sacerdote/vescovo è "doulos", lo schiavo di Dio». Perché l'ottenimento della Grazia dipende totalmente e unicamente dalla benevolenza e dalla misericordia divina. 

IL POTERE DI CRISTO 
Nell'episcopato, secondo l'arcivescovo di Cracovia «si dovrebbero unire la paternità e la maternità: la partecipazione del Cuore Divino di Gesù e del Cuore di Maria. Questo si esprime nella cura dei più bisognosi sia nell'anima, sia nel corpo». Il vescovo partecipa al «potere di Cristo». Lo stile giusto per esercitare questo potere è quello pastorale «come ha sottolineato Giovanni XXIII». 

L'AMORE UNIVERSALE 
Da qui una serie di indicazioni dell'attività episcopale, come «l'importanza della verità nella vita e nell'attività del vescovo», l'amore, che deve essere «universale, non particolare e non può creare divisioni». Deve essere «servile», poichè «il servizio a quanto pare, nel modo migliore, indica l'amore». Infine deve »perdonare». 

ODIARE IL PECCATO 
Wojtyla sostiene che «ognuno di noi è peccatore e lo sono anche i vescovi». Il peccato è un «peso grande» e può, prima di tutto, «far crollare» tutta la Chiesa e in particolar modo la propria diocesi. «Perciò è indispensabile l'odio per il peccato». Per sconfiggerlo, consiglia il futuro Pontefice, «non basta solo rimproverare e distruggere, ma bisogna sempre introdurre degli ideali positivi». 

IL PERICOLO DELLE PERSECUZIONI 
Una delle strade prioritarie attraverso «entra» il peccato sono le persecuzioni. Un messaggio quasi profetico se si pensa a ciò che sta accadendo oggi ai cristiani in Iraq. Non bisogna «mollare» di fronte alle persecuzioni, ammonisce l'arcivescovo di Cracovia, che poi chiarisce il rapporto tra il vescovo e il peccatore. «Il vescovo deve avere il cuore aperto, accettare anche umiliazioni dalla bocca dei peccatori» e credere nella «vittoria della Grazia sul peccato. Il nostro compito è portare la Grazia - sottolinea - e non arrendersi di fronte a nessun peccato». 

L'OTTIMISMO E LA SPERANZA 
Centrale per il vescovo è la figura della Madonna. «La partecipazione alla fede di Maria è l'unica strada di fronte ai rischi e alle minacce per la fede». Maria è colei che infonde «speranza» ai pastori diocesani. «Viviamo la speranza? - si domanda Wojtyla - Ci appoggiamo fondamentalmente e totalmente sulla Grazia di Dio? Con quale stato d'animo torna la gente dopo aver avuto un contatto con noi? Se rimangono contagiati dell'ottimismo del vescovo, abbiamo compiuto il servizio della speranza». Tutto questo è possibile se «dentro di noi c'è la forza di Cristo, al modo di Maria». 

IL GIRO NEI SANTUARI 
Quell'anno l'arcivescovo polacco fece tappa più volte in Italia. Andò a Roma, in particolare dalle suore Feliciane, e ai santuari di San Michele Arcangelo a Monte Sant'Angelo (provincia di Foggia), di Montevergine (provincia di Avellino), San Giovanni Rotondo (San Pio era ancora in vita, poiché morì nel 1968) e Lanciano. 
sources: ALETEIA

lunedì 22 settembre 2014

Avvenire "Cortile dei Gentili" ...

Gianfranco Ravasi>>> alzogliocchiversoilcielo.blogspot.it

Vivere nel Tempo, toccare l'Eterno  Kairòs

da Avvenire


L'intervento del cardinale Ravasi al "Cortile dei Gentili" nel prossimo week end a Bologna.


È divenuto quasi un luogo comune – quando si parla del tempo – citare una battuta delle Confessioni di sant’Agostino (che al tema ha dedicato proprio in quel libro pagine acute e interessanti): «Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più!». 


È per questo che si sono moltiplicate all’infinito le definizioni di questa realtà che scandisce la storia esterna a noi ma che batte intimamente anche dentro di noi: illuminante è al riguardo la distinzione greca tra 
chrónos, che è il tempo 'cronologico', convenzionale, esterno a noi, e 
kairós, cioè il tempo esistenziale, personale, colmo di eventi, emozioni e pensieri (un’ora di una noiosa conferenza e un’ora con la persona amata hanno un identico chrónos ma un ben diverso kairós!). 



Il tempo, «quel vile avversario», come lo chiamava il poeta Paul Valéry, è dunque la realtà più decisiva per definire il nostro essere materiale ma anche il nostro esistere interiore, è «la sostanza di cui sono fatto», come diceva Jorge Luis Borges che, nell’opera Altre inquisizioni (1952), così continuava: «Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è la tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è il fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco ». Il tempo è, sì, fiume, tigre e fuoco ma non è un nemico esterno a me, è in me, nel mio intimo, nel mio essere creatura fragile e finita. 


Gramsci nelle Lettere dal carcere lo definiva «un semplice pseudonimo della vita»; è l’essenza dell’esistenza, è sempre in noi, qualcosa di noi. Per questo facciamo di tutto per ignorarlo; il ticchettio di un orologio ci toglie il sonno ma, in realtà, dovrebbe toglierci di dosso la superficialità, le meschinità e farci pensare più spesso alle parole di Cristo: «Tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate» (Luca 12,40). 


La Bibbia ha una sua teologia ben strutturata riguardo al tempo e non si accontenta di una contemplazione stupita del ritmo stagionale e secolare o del flusso dell’esistere umano. Certo, individuare un filo costante di riflessione sul senso del tempo e della storia non è facile, ben sapendo la pluralità delle presenze all’interno dell’Antico e Nuovo Testamento. Il punto di partenza è nell’individuare una caratteristica fondamentale della religione biblica, la sua 'storicità'. Dio non rimane relegato nei cieli luminosi dell’infinito e dell’eterno, ma decide di incamminarsi per le strade polverose della storia umana e dello spazio terreno. Emblematica è la celebre frase che è incastonata in quel capolavoro teologico e letterario che è l’inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni: ho Logos sarx eghéneto, il Verbo, la Parola divina che era «in principio», che era «presso Dio», anzi che era Dio, si intreccia intimamente con la sarx, cioè con la «carne», la fragilità, il limite temporale e spaziale dell’umanità. 


La storia, allora, per la Bibbia è la sede delle epifanie divine: non per nulla il cosiddetto «Credo storico» di Israele è tutto ritmato non su definizioni astratte e 'teologiche' di Dio ma sulle sue azioni sperimentabili nelle vicende del popolo ebraico: la chiamata dei Patriarchi, la liberazione nell’esodo dalla schiavitù faraonica, il dono della terra promessa (si leggano, ad esempio, il Salmo 136 o Giosuè 24). Come ha intuito Chagall nei suoi dipinti, si può incrociare Dio appena svoltato l’angolo della casa, all’interno del modesto villaggio ebraico; gli angeli entrano ed escono dai comignoli delle case e nell’amore di una coppia si intravedono i simbolismi celebrati dal Cantico dei cantici. 


In questa luce tempo ed eterno si annodano tra loro, pur essendo così differenti tra loro. Certo, noi che guardiamo o viviamo nella prospettiva del tempo sentiamo ancora remota la pienezza dell’eternità. Non per nulla Paolo nella Lettera ai Romani (8,18-27) usa immagini di parto, di attesa, di tensione impaziente perché il nostro tempo è 'pesante', segnato dal male e scandito dal dolore e dalla morte. Gesù ricorrerà al simbolo del seme di senape che è piccolo e sepolto dalla terra e che deve vivere una lunga avventura prima di crescere in albero frondoso. Il Regno di Dio è già «in mezzo a noi», si dice nei Vangeli, ma Dio non è ancora «tutto in tutti», come proclama Paolo e non si è ancora raggiunta la promessa dell’Apocalisse secondo la quale «la morte non ci sarà più» (21, 4). 


Tuttavia se ci poniamo dall’angolo di visuale di Dio, cioè nell’eternità, non si ha – come accade a noi che siamo nel tempo – un 'prima' e un 'dopo'. Tutto è contratto e condensato in un punto, in un istante, in un evento unico e compiuto. In esso c’è già la pienezza di quel seme, c’è la meta di quell’attesa, ci sono già la salvezza e il giudizio, la morte e la risurrezione, come dichiara Gesù in quella notte a Nicodemo: «Chiunque crede nel Figlio dell’uomo ha già la vita eterna» (Gv 3,15). Con l’Incarnazione si ha un’unione intima tra due realtà antitetiche, il tempo e l’eterno. 


Già l’Antico Testamento, presentando una Rivelazione divina innervata nella storia e una religiosità che invitava a non decollare dall’orizzonte terreno verso cieli mitici e mistici per incontrare Dio e la sua salvezza, aveva preparato l’ingresso di Cristo nel mondo. L’Incarnazione del Figlio di Dio è, quindi, coerente con l’annunzio dei profeti di Israele e rende il tempo e lo spazio irradiati dall’eterno e dall’infinito. È questo il senso della risurrezione finale. Essa è una ri-creazione trasfigurata, è l’introduzione dell’essere creato in un orizzonte senza fine e senza limiti. 


Per scoprire e sentir pulsare questo abbraccio del tempo con l’eternità è necessario avere un canale di conoscenza superiore, cioè la visione della fede che sa perforare la pellicola del flusso temporale per cogliervi sotteso l’istante perfetto e supremo dell’eterno divino. È ciò che esprime in modo intenso e denso il grande Thomas S. Eliot nei suoi Quattro Quartetti: «Afferrare il punto di intersezione tra l’eterno/ e il tempo è un’occupazione da santo».

Confessione di una confessione Kairòs


«Ho confessato un ladro e l'ho assolto»

Caro direttore,

qualche tempo fa, parecchio lontano da Piacenza, mi è capitato di vivere un’esperienza da prete che – uguale – non mi era mai capitata. Sono vestito da prete, ma non mi trovo in chiesa. Mi si avvicina un signore sui cinquant’anni che il linguaggio comune definirebbe “distinto”, ma con abiti sciupati, sebbene puliti. Con gentilezza mi chiede se posso confessarlo. Essendo vicini a una specie di giardino con qualche panca, lo invito a sedersi accanto a me e lo confesso. Tutto regolare con le preghiere iniziali, ma giunto al momento dell’accusa dei peccati dice, con voce stanca e volto mesto: «Padre, mi confesso spesso, ma ho sempre un solo peccato: sono un ladro». E mi racconta di essere disoccupato da un paio di anni, di avere la moglie ammalata e tre figli (12, 9 e 7 anni) che porta con sé saltuariamente nei supermercati a rubare qualche mezzo chilo di pasta o riso, piccole pagnotte o contenitori con mezzo litro di latte. Comprendo che è veramente dispiaciuto di compiere questi gesti, come rimedio estremo alla fame, quella vera. Mi racconta di aver spiegato bene ai figli che quello che stanno facendo è male, ma che vi sono costretti privi come sono di altri mezzi di sostentamento. Lo assolvo senza incertezze, ricordandomi tra l’altro delle mie confessioni da ragazzo quando – durante la guerra – dicevo al parroco che talvolta andavo nei grandi campi di frumento, prossimo alla mietitura, non a “spigolare”, ma a tagliare con la forbice le spighe mature, fino a che il sacchetto fosse pieno. Volevo che per la mia numerosa famiglia ci fosse qualche pezzettino di pane in più. Il parroco mi assolveva dicendomi: «In tempo di guerra, la roba dei campi è di Dio e dei santi», cioè dei poveri che hanno fame. Certo che oggi almeno da noi non è tempo di guerra, ma con questa infinita crisi economica, è come se lo fosse. Alla fine della confessione l’uomo non mi chiede nulla e al mio tentativo di fargli una piccola offerta, mi dissuade dicendo: «Padre sono venuto da lei, soltanto per confessarmi, non chiedendole altro che l’assoluzione, anche se non potrò mantenere quelle parole dell’Atto di dolore che sono una promessa: “Propongo con il Tuo santo aiuto di non offenderTi mai più” (cioè di non rubare più)». Poi lo vedo allontanarsi un po’ curvo, forse un po’ più sereno.
Raccontando questo piccolo episodio, sono certo in coscienza di non aver infranto il segreto sacramentale, non avendo svelato né il luogo né la persona. Non mi chieda di più. Vorrei però invitare tutti a immaginare la sofferenza di un papà che si umilia con i suoi figli, inducendoli a disubbidire insieme a lui al 7° comandamento: «Non rubare». Ma è ladro chi ruba il pane per fame? Non temo di rispondere no. Anche se nel romanzo “I miserabili” di Victor Hugo leggiamo una triste storia. Un giovanotto, vedendo i figli piccoli della sorella vedova privi di pane, una sera va davanti alla vetrina di una panetteria; spacca il vetro, prende una pagnotta e fugge. Risultato: qualcuno lo vede; pochi giorni dopo, l’arresto e il processo che lo porta in carcere (lavori forzati). Per una pagnotta! Il prete scrittore francese Michel Quoist in una sua preghiera, così si rivolge al Signore: «La gente ormai lo sa, Signore. Sa che non solo alcuni infelici hanno fame, ma centinaia sulle porte di casa loro. Sa che non solo migliaia di infelici, ma milioni di poveri hanno fame nel mondo. Signore, non è facile dar da mangiare al mondo. Preferisco fare la mia preghiera regolare, pulita. Preferisco dare qualche oggetto ai banchi di beneficenza. Ma dunque non basta, dunque non è nulla, se un giorno Tu, giudicandomi, mi potrai dire: “Avevo fame e tu …”». È semplicemente così: in certi momenti vivo davvero l’angoscia della miseria estrema di diverse famiglie. Stavo scrivendo “purtroppo” ma non lo dico, perché il Vangelo mi insegna che quando incontro uno che ha fame incontro Gesù.
don Giancarlo Conte, Piacenza.



E io, ancora una volta, ho incontrato un buon prete e soprattutto l’ha incontrato chi ne aveva più bisogno. È proprio vero, caro don Giancarlo, Gesù ha il volto di chi ha fame di pane e di pace, anche “solo” interiore. E riusciamo a seguirlo se ci mettiamo per strada e veniamo accompagnati da sacerdoti che sono padri e fratelli e con la loro stessa vita, e i santi segni che possono e sanno incidere sulla nostra, ci aiutano a distinguere il bene e il male, a vedere davvero le persone, a non dire “Signore Signore” e a non dire i “poveri” ma a guardarLo, guardandoli in faccia. Grazie per averci aiutato, con questa coinvolgente, accorata e accorta “confessione di una confessione”, a capire meglio nel tempo che ci tocca attraversare la verità divina e umana che la Chiesa custodisce e condivide, la misericordia che consola e sprona, le sofferenze e le ingiustizie alle quali non possiamo rassegnarci.
Avvenire