La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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martedì 30 agosto 2016

" Il distacco"

In Cammino
Don Marco Ceccarelli

 " Il distacco"

XXIII Domenica Tempo Ordinario “C” – 4 Settembre 2016I Lettura:
Sap 9,13-18II Lettura: Fm 9-10.12-17Vangelo: Lc 14,25-33- Testi di riferimento: Mt 10,37; 13,21; Lc 9,62; 12,15.33; 16,13.25; 18,23; 19,8; 21,17; Gv 3,5;6,44-45.65; 7,34; 12,25; 13,33; 14,26; 15,6; At 2,44-45; 4,32; 14,22; Rm 12,2; 1Cor 10,21; 2Cor4,18; Ef 1,17; Fil 3,8; Eb 10,34; Gc 4,4; 1Gv 2,15-16.271. 
Il distacco dal contesto familiare (Lc 14,26).- 
Nel brano di Vangelo odierno spicca in modo particolare la radicalità dell’affermazione di Gesùriguardo al rapporto fra discepolato e relazioni familiari. Radicalità un po’ attenuata dalla nuovatraduzione che sostituisce il verbo “odiare” con “amare di meno”. Tuttavia, se si è seguito attentamenteil percorso che Luca ci ha fatto fare durante tutte queste domeniche e l’insegnamento di Gesù,non dovrebbe essere difficile capire cosa si sta dicendo. Al contrario, dovrebbe essere quasi ovvio.Certo, le affermazioni di Gesù non sono mai scontate; tanto meno quelle del nostro passo. Occorreperciò prenderle seriamente. Se Gesù dice che è impossibile essere suoi discepoli senza determinatecondizioni, non v’è dubbio che deve essere così. Per essere discepoli di Cristo – cioè semplicementecristiani a prescindere da una particolare consacrazione – occorre “odiare” (v. 26) determinaterealtà; il che equivale a “distaccarsi” (v. 33) da esse. I due verbi sono in parallelo e sichiarificano l’uno con l’altro. Il messaggio di questi nove versetti sta tutto qui: non è possibile esserecristiani senza rompere i legami con i propri beni. Ma in che senso?- Non c’è dubbio che tale distacco si deve compiere innanzitutto e soprattutto a livello dei rapportiparentali. Delle sette realtà che occorre odiare per essere discepolo di Gesù sei fanno parte dell’ambientefamiliare. Ciascuno di noi vive in un contesto familiare con cui ha dei legami affettivi che locondizionano e da cui si aspetta, più o meno, di ricevere la vita – nel senso che dicevamo le domenichescorse (felicità piena e duratura). Che ne siamo consapevoli o no, siamo tutti condizionati daquesto contesto. L’ambiente familiare ci trasmette un modo di pensare, di valutare la realtà, di comprendereil bene e il male. L’influsso familiare è più forte e sottile di quello che a volte possiamopensare. Dai nostri genitori assorbiamo l’amore per certe cose e certe persone, ma anche il disprezzoe l’odio per altre (basti pensare alle faide che si tramandano per generazioni). Dal contesto familiareimpariamo ad esempio a reputare come buone, e soprattutto necessarie, realtà tipo la ricchezza,il successo, la carriera, ecc.; realtà relativizzate dalla venuta del regno di Dio. E comunque è sempremolto difficile assumere quel distacco dai legami affettivi necessario per essere liberi di seguire Cristo.- Con Cristo appare qualcosa di assolutamente nuovo. Un nuovo modo di giudicare il mondo e lepersone. Appare la Sapienza divina che era inconoscibile (prima lettura). Ma se si vuole comprendereed accogliere tale Sapienza occorre rinunciare a quella che abbiamo ricevuto. Se si vuole conoscereCristo come colui che unicamente ci dà la vita occorre rinunciare a quella mentalità che ciporta a considerare come datore di vita altre cose; occorre rinunciare alla nostra stessa vita. Così sanPaolo dirà che ha giudicato tutto una perdita al fine di conseguire la conoscenza di Cristo (Fil 3,8).- “Odiare” (v. 26) [n.b. la traduzione letterale “odiare” andrebbe mantenuta, perché in linea terminologicaed interpretativa con altri passi di Lc tipo 6,22; 21,17]. Questo verbo sta ad indicare una contrapposizione,una incompatibilità radicale con ciò che invece occorre amare. Non si tratta di provare“sentimenti” di odio, ma di assumere un distacco radicale che fa seguito ad una scelta. Cosìquando Dio dice che ha amato Giacobbe e ha odiato Esaù (Mal 1,2; Rm 9,13) significa che ha operatouna scelta a favore di uno, ad esclusione dell’altro. Come quando ci si sposa e si sceglie quellapersona ad esclusione delle altre (verso cui non si prova certamente un sentimento di odio). Si trattadi due realtà che non possono andare insieme (Mt 6,24; Lc 16,13; Gv 3,20; Gen 26,27; Pr 1,22.29;13,5; Qo 3,8; Am 5,15). Scegliendo Cristo, i suoi discepoli appartengono fin da ora al regno, almondo futuro, alla vita eterna, ad una nuova famiglia, che implica un altro sistema di valori diversoda quello che appartiene a questo mondo. E fra i due sistemi non ci può essere compromesso; non cipuò essere un più e un meno. A questo punto possiamo chiederci: Ma quando mai abbiamo posto inatto scelte che davano la priorità a Cristo piuttosto che al padre, alla madre, alla moglie, ai fratelli,alle zie, ai nipoti, ecc., ecc., e infine alla stessa propria vita?2. Le condizioni per essere cristiani. Nel brano evangelico si ripete continuamente l’idea di “potere”,“essere in grado”, “avere le forze”. Se non si accettano le condizioni che Gesù pone non si saràin grado di seguirlo. Ci sono delle condizioni sine qua non, senza le quali cioè sarà impossibile esserecristiani; senza le quali arriverà un momento in cui non si avranno le forze per andare avanti. Equello che occorre fare è la rinuncia ad amare ciò che si possiede, la rinuncia a confidare nei beni.L’amore ai beni, qualsiasi essi siano, impedirà di seguire Cristo fino alla fine e causerà una situazionepeggiore della precedente, come nel caso del demonio che ritorna nella casa trovata vuota (Lc11,26). Se l’amore per i familiari, per la propria vita, per i beni, equivale a quello per Cristo, il discepolatoè destinato a fallire. L’appartenenza al regno dei cieli relativizza tutte le altre “cose buone”che ci sono state trasmesse. Cristo non può essere una delle tante cose importanti della nostravita; egli è l’unico necessario. Tutte le cose buone e di valore che abbiamo (famiglia, figli, salute,soldi, ecc.), sono comunque sempre secondarie rispetto al regno dei cieli.3. Le parabole. Servono a delucidare il principio sopraesposto. Gesù avverte la folla che rischia diperdere tempo nel seguirlo se non opera fin da subito il distacco. Per questo occorre fin dall’inizio“calcolare” bene le cose. Due domeniche fa abbiamo ascoltato che occorre passare per una portastretta, e quindi bisogna arrivarci “stretti”. È come quando all’inizio di una strada troviamo un cartellostradale che ci informa che più avanti incontreremo un ponte stretto, limitato – diciamo – a duemetri. Allora, se ho un veicolo che supera tale misura è inutile che prendo quella strada, a meno chenon lo sostituisco con un altro più stretto. Altrimenti dovrò per forza tornare indietro. Cosìl’affermazione di Gesù ai vv. 26 e 33 sono il cartello stradale che mi avvisa preventivamente. Chinon si pone fin da subito nelle condizioni necessarie per essere cristiano “non sarà in grado” di arrivareal termine dell’opera. Non solo. Ma se prendiamo seriamente queste parabole esse ci stanno adire che seguire male Gesù ci procura un danno.4. L’esempio di Gesù. Gesù stesso ha compiuto questo distacco. Egli a dodici anni ha affermato diavere qualcosa di più importante della sua famiglia terrena. In seguito lascerà la sua casa, sua madre,i suoi parenti. E quando lo cercheranno egli dirà: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?»(Mc 3,33), indicando che egli possiede ora una famiglia diversa. Tutto viene relativizzato in funzionedi occuparsi delle cose del Padre (Lc 2,49). Egli ha odiato la sua vita. Egli ha portato la sua croceseguendo la volontà del Padre. Per questo ora anche noi possiamo seguire le sue orme (1Pt 2,21ss.).
Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/ 

martedì 23 agosto 2016

ROBERT REDFORD, OTTANT'ANNI...

S O L A R I S:



ROBERT REDFORD, OTTANT'ANNI DI FASCINO, PASSIONE E IMPEGNO

Ci sono pochi attori al mondo capaci di reggere un film anche solo (si fa per dire!) con il talento e il carisma, la cui figura è così iconica e totalizzante da resistere all'età, agli acciacchi, ai lifting, alle rughe, agli inevitabili infortuni artistici e professionali. E chi è, ancora oggi, un attore più carismatico di Robert Redford, che a ottant'anni suonati rimane una delle facce più ammirate e simboliche del cinema hollywoodiano, continuando a "stregare" il proprio pubblico esattamente oggi come ieri, in nome di un fascino e di una professionalità davvero senza tempo... (ri)guardatelo, per esempio, in All is lost, uno dei suoi ultimi lavori, dove pur senza mai pronunciare una sola sillaba in tutto il film, si carica sulle proprie spalle il peso dell'intera pellicola, uscendone alla grande!
Robert Redford compie dunque ottant'anni, nei quali non si è fatto mai mancare nulla. Nato e cresciuto in povertà (suo padre faceva il lattaio) si distingue subito per il suo carattere fiero e ribelle, poco incline ai compromessi: si paga l'università grazie ai risultati sportivi (e al suo fisico "bestiale", che di lì a breve lo renderà un sex-symbol, nel baseball come nel cinema) per poi mollare tutto e fuggire in Europa a fare il rappresentante di quadri. Rientrato in patria, e spinto dall'amica Natalie Wood, comincia a frequentare (con scarso interesse, in verità) un' accademia di recitazione a New York. Dopo svariate particine in poco dignitose fiction televisive arriva finalmente la notorietà, con titoli come Butch Cassidy, Come eravamo, A piedi nudi nel parco, Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, La caccia. I primi anni '70 ne decretano poi la fama planetaria: con La stangata (1973, premiato con sette Oscar) ottiene la sua prima nomination come attore, e con Il Grande Gatsby (1974) diventa l'uomo più attraente e desiderato d'America. Due anni dopo, con Tutti gli uomini del Presidente, comincerà ad avvicinarsi a quel cinema d'impegno civile che caratterizzerà la sua futura attività da regista.
"Tutti gli uomini del presidente"
Dietro la macchina da presa, l'esordio non potrebbe essere più folgorante: nel 1980 gira Gente Comune, dramma psicologico sui difficili rapporti familiari tra genitori e figli, che conquista immediatamente il pubblico americano e gli vale la statuetta come miglior regista dell'anno. Seguiranno poi altri titoli di assoluto rilievo come Milagro (1988), In mezzo scorre il fiume (1992), lo splendido Quiz Show (1994, duro ed elegante atto d'accusa contro il potere televisivo-mediatico) e L'uomo che sussurrava ai cavalli (1998) con cui - finalmente! - riuscirà a scrollarsi di dosso una volta per tutte l'etichetta (ingiustissima!) di "bello senz'anima".
"Leoni per agnelli"
Ma forse l'attività cui più di tutte dobbiamo rendergli merito è la creazione, nel 1990, dell'ormai celeberrimo Sundance Film Festival, prima (e per anni unica) vera vetrina per il cinema indipendente americano, fucìna di innumerevoli talenti (due nomi su tutti: Quentin Tarantino e Christopher Nolan). Non solo: Redford, da sempre fieramente e politicamente schierato per le sue idee liberali e progressiste, una specie di "pasionario" della sinistra americana, inizia a cimentarsi con un ottimo cinema di impegno civile, che lo porterà a girare film prettamente e dichiaratamente politici come Leoni per agnelli (2007), The Conspirator (2010), The Company You Keep (2012) e, solo come attore, dell'ultimo Truth - il prezzo della verità (2016) in cui accetterà con grande classe di fare da spalla a Cate Blanchett.
"All is lost"
Sostenitore "storico" dell'ecologismo e dell'ambiente, fautore accanito delle lotte per i diritti umani, democratico convinto, Robert Redford è, per carisma e anagrafe, un po' l'alternativa sinistrorsa al repubblicano Clint Eastwood... e, diciamo la verità, vorremmo avercene in politica (soprattutto da noi) di personaggi così limpidi, impegnati e tutti d'un pezzo come questi due "grandi vecchi" del cinema americano!

E quindi, auguri per i tuoi primi ottant'anni, caro, vecchio compagno Bob!
http://solaris-film.blogspot.it/2016/08/robert-redford-ottantanni-di-fascino.html

sabato 20 agosto 2016

talento...Una musica dell'anima in armonia con il proprio ritmo e la natura

Lungo il fiume...

Luca Buccheri e l'Hang

Una musica dell'anima in armonia con il proprio ritmo e la natura

leggoerifletto



Credi nel tuo talento - Simona Oberhammer

Ci sono donne piene di talento.
Ma non lo fanno emergere: perché non credono di averlo.
Fanno un disegno e poi accartocciano il foglio e lo buttano lontano come se fosse uno scarto anziché un valore. Scrivono una poesia e poi la gettano nel cestino del computer come se fosse da incenerire anziché da gustare. 

Creano un oggetto e poi dicono a tutti che non vale niente anziché valorizzarlo. 
Vivono in paralisi queste donne: la poca stima nei loro talenti si attorciglia alle gambe, lega le braccia, blocca il respiro, imbavaglia la bocca.
Ma c'è anche una possibilità diversa: rischiare.
Rischiare di essere criticate però produrre disegni, rischiare di essere criticate però produrre frasi, rischiare di essere criticate però produrre oggetti, idee, progetti, pensieri…..

E' allora che i talenti emergono, è allora che la paralisi smettere di esserci: le gambe si liberano, il respiro diventa fluido e profondo, la bocca si schiude, le braccia si aprono: per mostrare i tuoi talenti, per dire "ci sono"…..

- Simona Oberhammer - La via femminile




 Ali di farfalla: sono diversa e mi sento sbagliata


Ci sono donne che si sentono profondamente diverse.
Diverse perchè i loro desideri non sono quelli di tutte le altre.
Diverse perché non si esprimono come tutte le altre.
Diverse perché vorrebbero andare in posti diversi da tutte le altre.
Diverse perché non pensano e non sentono come tutte le altre.

Queste donne si sentono così diverse da pensare di essere sbagliate.


"Cos'ho che non va ?" Si chiedono qualche volta con le lacrime agli occhi.


"Perché sento queste cose?" si domandano sbigottite.


Vorrebbero trasformarsi in quello che non sono. Ma non succede. Perché c'è una voce dentro di loro che parla e dice: " Vai da un'altra parte", "Segui un'altra strada".

E' la voce delle ali di farfalla. Sono ali che spesso le donne non sanno di avere. Perché non le vedono. Sono dietro di loro. Sono proprio quelle ali a renderle diverse: speciali. Sono quelle ali che le spingono a volare dove nessuno vola. A cercare dove nessuno cerca. A sperare dove nessuno spera. A cantare dove nessuno canta. Ad amare dove nessuno ama.

Sono ali grandi e maestose, dei colori della notte e del giorno. Sono cariche di promesse quelle ali. Basta muoversi verso la direzione in cui ti spingono, per iniziare a volare verso spazi misteriosi, ricchi di promesse tutte da scoprire….

Simona Oberhammer - La via femminile






Quando manca qualcosa


Tante volte nei dialoghi femminili, in modo velato o diretto, affiorano queste parole.
«Mi sento spesso scontenta, insoddisfatta»
«Mi manca qualcosa ma non so cosa»
«Sento un vuoto dentro di me»
«Sembra che niente mi basti»
«Non trovo una vera soluzione ai miei problemi».
La nostra cultura le classifica come disadattamento, come difficoltà relazionali, come depressione, come crisi di malinconia.
Ma spesso sono qualcosa di diverso: sono la manifestazione di un disagio spirituale.

Simona Oberhammer - La Via Femminile


Buona giornata a tutti. :-)

venerdì 19 agosto 2016

L’ essenza della bellezza nel giardino di casa. Il tempo che passa nello sfiorire delle rose lungo la strada. Luci in bianco e nero, lampi di colori.



Che noi si scriva, si parli o solo si sia visti
rimaniamo evanescenti.
E tutto il nostro essere non può in parola
o in volto giammai trasmutarsi.
L’anima nostra è da noi immensamente lontana:
per quanta forza si imprima in quei nostri pensieri,
mostrando l’anime nostre con far da vetrinisti,
indicibili i nostri cuori pur sempre rimangono.
Per quanto di noi si mostri
continuiamo ignoti.
L’abisso tra le anime non può esser collegato
 da un miraggio della vista
o da un volo del pensiero.
Nel profondo di noi stessi restiamo ancora celati
quando al nostro pensiero dell’essere nostro parliamo.
Siamo i sogni di noi stessi, barlumi di anime, 
e l’un per l’altro resta il sogno dell’altrui sogno.
(Fernando Pessoa)


L’ essenza della bellezza nel giardino di casa.
Il tempo che passa nello sfiorire delle rose lungo la strada.
Luci in bianco e nero, lampi di colori.
Passi e immagini…
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misericordia...

AlzogliOcchiversoilCielo

Rosanna Virgili Un amore viscerale 

La misericordia nella Bibbia


Amare a doppio filo

Un Dottore della Legge venne un giorno ad interrogare Gesù: “Maestro cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli rispose: “Cosa è scritto nella Legge? Cosa vi intendi?” Quegli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza, con tutta la tua mente e amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10,25-28). Quell’uomo aveva ragione e Gesù glielo riconobbe: nell’amore consiste la fedeltà a Dio, da cui si eredita la vita eterna. L’amore decide del destino della nostra vita.
Ma amare Dio e amare il prossimo sono inscindibili: ci vogliono ambedue! Ciò vuol dire che amare non sia qualcosa che si esaurisca in un’intima esperienza spirituale, in una semplice relazione interiore in cui sono io e il mio Dio, ma chieda l’apertura al prossimo, alle persone in carne ed ossa. L’amore si deve incarnare, deve diventare gesti concreti, atti di coraggio, coinvolgimenti spesso scomodi con la comunità umana. Chi vuole ereditare la vita eterna non può sfuggire ad una decisione: quella di abbracciare il corpo dell’altro.
La naturalezza dell’amore
L’esempio che viene da Gesù è straordinario circa la dinamica dell’amore: essa è un trasporto che esce dalle viscere! Gesù non ubbidisce a un comandamento, non segue un imperativo morale quando ama, ma si lascia semplicemente trascinare da un impeto naturale, da una spinta che sale dal basso del suo corpo. Quando un lebbroso gli si avvicina per chiedergli di guarirlo, Gesù non ci pensa due volte e tocca la carne di lui, per restituirgli la salute. Semplice come il sole e spiazzante come la meraviglia, è questo gesto spontaneo di Gesù!
Avrebbe potuto provare ribrezzo di fronte ai lacerti delle membra del lebbroso; avrebbe potuto essere nauseato dall’odore cattivo delle sue piaghe.
Avrebbe potuto preoccuparsi di restare nei canoni della Legge che vietava il contatto col lebbroso. Avrebbe potuto arretrare dinanzi all’avvicinarsi di quell’uomo malato, temendo di esserne contagiato.
Avrebbe potuto giudicare maledetto quell’uomo e caricare sulle sue colpe la responsabilità della sanzione di Dio e lasciarlo isolato e distante, come facevano i pii giudei. Tutte queste reazioni sarebbero state non soltanto possibili, ma anche comprensibili e perfino dovute, invece Gesù si lascia prendere da quella più forte, da un “morso” che avverte alle viscere e che lo spinge a toccare, ad abbracciare il lebbroso. “Lo voglio, sii guarito!” è la sua certezza! (Mc 1,41-42).
Gesù, vedendo quella creatura deforme e infelice, un vero e proprio cadavere ambulante, provò un brivido nel profondo della sua intimità, una fitta di desiderio e di dolore che lo rese capace di rigenerare quella creatura alla vita.
L’umanità della misericordia
La reazione di Gesù dinanzi al suo prossimo, l’amore concreto e assoluto che lo lega ad esso non è solo la manifestazione della sua natura divina, ma anche un segno della sua umanità. Il suo è, per noi, un chiaro messaggio: la più autentica natura umana non è quella della violenza, dell’egoismo, della paura dell’altro, del rifiuto e dell’indifferenza, ma, al contrario, è quella dell’amore verso il prossimo, del desiderio di aiutare l’altro, di accoglierlo, soccorrerlo, toccarlo, amarlo.
Questa è una verità che non dovremmo mai dimenticare: nell’intimo delle nostre viscere, sia maschili, sia femminili, c’è, prima di tutto, la spinta dell’amore verso l’altro, il desiderio di dare e condividere la vita. Purtroppo siamo portati a credere il contrario, a vedere, cioè, soltanto l’istinto alla violenza, al disamore, all’individualismo egoista e alle braccia conserte, piuttosto che aperte, al volto del prossimo. Tutto ciò è, al contrario, la corruzione della più genuina umanità.
Nelle nostre viscere c’è voglia di amore e forza di vita e incontrare un “Figlio dell’uomo” è ciò che ci aiuta a crederci ed a farlo. Dobbiamo recuperare quell’umanità che è iscritta nella parte più umile e potente della nostra carne. Proprio la capacità dell’amore e della tenerezza verso chi si trovi nel bisogno è quanto ci qualifica come figli di Dio, ma anche come autentici esseri umani.
Fare misericordia significa riflettere sul cinismo morale e sociale in cui spesso vediamo cadere i nostri simili. Molti di noi sono diventati refrattari alla vita comune, affatto disinteressati al destino ed al bene del prossimo. Una perdita di umanità che ha bisogno di essere curata. Ad aver bisogno di misericordia siamo tutti noi, quando lasciamo che l’egoismo e la cupidigia ci rendano ottusa l’anima.
L’arte di amare
Nell’Amoris Laetitia, Papa Francesco parla del coniuge come del prossimo. Stupende sono le sue parole quando descrive l’amarsi della coppia. Un quadro di perfetta “misericordia”. Innanzitutto: “L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”, dice citando l’Inno all’Amore di Paolo (cf 1Cor 13,7).
L’amore di coppia è palestra di pazienza, di allargamento di orizzonti, di umiltà, ancorché di “stile”: “Amare significa anche rendersi amabili. Vuole dire indicare che l’amore non opera in maniera rude, non agisce in modo scortese, non è duro nel tratto. I suoi modi, le sue parole, i suoi gesti, sono gradevoli e non aspri o rigidi. Detesta far soffrire gli altri” (AL 99).
La vita di coppia è una prestigiosa scuola di amore, dove: “in mezzo ad un conflitto non risolto e benché molti sentimenti confusi si aggirino nel cuore, si mantiene viva ogni giorno la decisione di amare, di appartenersi, di condividere la vita intera e di continuare ad amarsi e perdonarsi” (AL 163).
E un altro impegno da non dimenticare è quello verso le altre coppie, specialmente le più ferite: “non condannare eternamente nessuno; effondere la misericordia di Dio, evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni; è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione” (AL 296).

Biblista

lunedì 15 agosto 2016

“ ...per un viaggio che prima di essere su sabbie o asfalto è cammino per le strade dell'anima”

Luca Buccheri
DA DOVE VIENI E DOVE VAI? Percorsi biblici nella Terra del Santo
prefazione di Angelo Casati

“ ...per un viaggio che prima
di essere su sabbie o asfalto
è cammino per le strade dell'anima”
Angelo Casati

Meditrazioni bibliche per comprendere meglio la Terra Santa e le scritture.Un libro per viaggiatori, con o senza valigia. Luca Buccheri, “biblista itinerante, pellegrino della Terra e della Parola” – come si definisce lui stesso – ha voluto con questa sua prima raccolta di meditazioni bibliche, offrire il frutto della sua decennale e appassionata esperienza di guida e animazione biblica in Terra Santa. L’originale approccio scelto coniuga la lettura dei testi sacri ebraico-cristiani al contesto geografico in cui sono nati, testimoniato anche dalle belle foto che incorniciano le riflessioni. Un itinerario biblico e geografico sul filo delle grandi domande che muovono i passi dell’esistenza, che non mancherà di coinvolgere anche il lettore più sedentario..
 Luca_Buccheri-145
Luca Buccheri, biblista itinerante nasce a Roma nel 1966 da famiglia di migranti di origini siciliane. Diventa prete e guida spirituale di Terra Santa nel 2002, dopo aver concluso gli studi biblici a Gerusalemme. Da allora organizza viaggi in Terra Santa e altre esperienze bibliche itineranti in tutta Italia.Fondazione-Giovanni-Paolo-II-logoParte dei proventi di questo libro saranno devoluti al Progetto “Scolarizzazione dei bambini siriani e iracheni profughi in Libano” della Fondazione Giovanni Paolo II (www.fondazionegiovannipaolo.org)  

Edizioni Romena, Maggio 2014, pagine 144, prezzo € 12
Illustrato a colori, formato cm 15 x 21, brossura con bandelle
ISBN 978-88-89669-54-9

martedì 9 agosto 2016

Gatto... Miao


Al gatto di donna Reynolds e altre poesie sul gatto – John Keats

Gatto, che la tua età matura hai superato,

quanti sorcetti e ratti hai sterminato nei tuoi bei giorni?

E quanti, con guardo fisso di accesi e verdi anelli
pungenti e morbidi, ed unghie che germoglian dal velluto,
celati artigli che ti pregano me di non ferire,
n’hai carpiti, bocconcini d’uccello?
Ora, rinforza il miagolar grazioso, e narra
le tue zuffe con pesci, sorci e teneri pulcini, di cui,
dalle tue fusa, dal guardar basso e leccarti le zampe,
oggi non vedo traccia; e per quanto la serva
a pugna e mazza assai ti percotè, lucida è la pelliccia
come quando, in giovinezza, nella lizza tu entrasti,
sopra un muro di vetri di bottiglia.

- John Keats -




Il gatto – Guillaume Apollinaire

Io mi auguro di avere in casa mia:
una donna provvista di prudenza,
un gatto a passeggio fra i libri,
e in tutte le stagioni amici
di cui non posso far senza.


- Guillaume Apollinaire -

Gatto che giochi per via – Fernando Pessoa

Gatto che giochi per via
come se fosse il tuo letto,
invidio la sorte che è tua,
ché neppur sorte si chiama.
Buon servo di leggi fatali
che reggono i sassi e le genti,
hai istinti generali,
senti solo quel che senti;
sei felice perché sei come sei,
il tuo nulla è tutto tuo.
Io mi vedo e non mi ho,
mi conosco, e non sono io.


- Fernando Pessoa -



Buona  giornata a tutti. :-)

mercoledì 3 agosto 2016

Tutte le barzellette su Totti


Dal libro “Tutte le barzellette su Totti”

lettera alla fidanzata

..Carissima,
t’ho vista ieri ner mentre che scennevi er cane pe’ pisciallo, triste triste.
..Capisco che ciài er patè d’animo pe’ la guera, de fronte a ‘ste cose restamo tutti putrefatti, ma nun vorei che sodomizzassi er tutto;
capita anche a me de sentì ccome ‘n dolore ‘n mezzo allo sterco, come che avessi fatto troppo bidi bolding, quanno che sento parlà l’ambientalisti islamici, e m’arivano certe zampate de caldo… come sotto a li raggi ultraviolenti.
..Spesso ci si deve da fermarsi e darsi una rifucilata, come Tomba dopo che vinceva ‘no Slavo Gigante, e siccome che anche l’ottico vole la sua parte (a proposito, ho saputo che da vicino ce vedi bene ma da lontano sei lesbica), diciamo chiaramente che rispetto a ‘sti arabi semo agli antilopi, perché so’ solo degli animali, che vivono allo stato ebraico.
..Ora speziamo un’arancia in favore della pace, è inutile piangere sul latte macchiato, dobbiamo anzi unì l’utero ar dilettovole, evitando però de dacce la zuppa su li piedi!!!
..Tu hai studiato molto, ma io, sa, i so’ ‘n’auto de latta, ho iniziato affliggendo i manifesti quando c’era peluria d’operai, ma ora vivo bene, anche se nun ciò le piume de stronzo pe’ famme aria.
..Da vecchio non vojo più èsse di sgombro a questo mondo, e quanno che moro me faccio cromare.
..Pace e pene

Frenciesco Toti

Francesco Totti, altresì noto come “er Pupone”, ha provveduto lui stesso a forzare la mano sulla sua “rusticanza”, consapevole del grande affetto di cui è circondato; e con questo libro, ribadisco, da lui stesso voluto e sostenuto, ci ha simpaticamente divertito, e sensibilmente devoluto gli incassi, come quelli di tutti i suoi libri, ad associazioni come l’Unicef…