La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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martedì 17 ottobre 2017

sabato 14 ottobre 2017

le scarpe di Van Gogh.



Post di Rossana Rolando 
🎨Immagini dei dipinti di Vincent Van Gogh.


Un paio di scarpe, 1886, 
Van Gogh Museum, Amsterdam
Un paio di scarpe, dipinte durante il soggiorno parigino, nella seconda metà del 1886, un anno prima dell’inizio di quel processo morboso (fine del 1887, inizio 1888 circa) che porterà Van Gogh alla morte (il suicidio è del luglio 1890, a 37 anni): sono scarpe logore, slacciate, sospese in uno spazio che non ha forma, semplice presenza che ci interroga e ci commuove. Su queste scarpe molto si è scritto, a partire dal saggio heideggeriano sull’origine dell’opera d’arte, risalente al 1935, per passare attraverso Schapiro, Lacan, Derrida, fino alla pubblicazione in Italia del libro Le scarpe di Van Gogh (Marcos y Marcos, 2013), contenente saggi di diversi autorevoli autori.In questo ideale confronto le posizioni di Heidegger e Lacan si contrappongono senza escludersi. Per il primo le scarpe, nel momento in cui sono assunte come oggetto dell’opera d’arte, non sono più semplici mezzi da utilizzare, ma assurgono a segni di interi mondi di senso: sono le scarpe contadine che rimandano alla “fatica dei ritmi del lavoro”, alla “durezza dei passi tra i solchi”… in esse “vibra il richiamo scabro della terra, il maturare silenzioso delle sue messi”… attraverso esse sentiamo respirare “l’apprensione, senza lamenti, per la sicurezza del pane, la gioia, senza parole, per lo stato di bisogno nuovamente superato, il trepidare nell’imminenza della nascita e il tremare nell’avvolgente minaccia della morte” (1).

Campo di grano con volo di corvi, 1890, 
Van Gogh Museum, Amsterdam
Secondo l’interpretazione di Heidegger la verità del paio di scarpe non risiede nella descrizione che potremmo fare del loro uso, a tutti ben noto, ma nell’apertura di significati che esse ci dischiudono attraverso il dipinto. In questo consiste la potenza rivelativa dell’arte.Al contrario, per Lacan, le scarpe indicano una nuda presenza sganciata dalla catena dei significanti, pura assenza di ogni  ulteriore rimando. Sono solo e unicamente scarpe logore, vecchie, abbandonate, sono un resto, un rifiuto, uno scarto, sono l’equivalente della vita dell’artista, del suo sentirsi gettato e abbandonato nel mondo, sciolto da tutto e da tutti, in una prossimità continua con il nulla e con la morte. Meglio di qualsiasi altra immagine esse rappresentano van Gogh, costituiscono il suo più riuscito autoritratto, come afferma Massimo Recalcati nella sua ripresa di Lacan (2).In questa linea interpretativa si colloca anche il filosofo Karl Jaspers,  nel suo saggio del 1922, dedicato a Van Gogh, quando associa i quadri del pittore alle poesie tarde di Hölderlin o alla filosofia di Kierkegaard, vedendole apparentate dallo stesso travaglio esistenziale: nell’opera d’arte s’incarna “l’esperienza vissuta di una personalità in sfacelo. Come in Hölderlin, sembra che la corda dello strumento percossa con veemenza esali la sua nota nell’istante in cui si spezza… Qui il creatore si consuma nell’opera” (3).

La sedia di Van Gogh, 1888, 
National Gallery, Londra
In questa seconda linea interpretativa l’arte è la forma della malinconia, è l’esteriorizzazione del tormento interiore ed è, nello stesso tempo, possibilità di dominio su di esso, come lo stesso van Gogh scrive al fratello Theo: “Devo poter esprimere attraverso il disegno e la pittura quello che ho dentro la mente e il cuore”  (4) e ancora:  “… lotto con tutta la mia energia per rendermi padrone del mio mestiere, dicendomi che, se ci riesco, sarà questo il migliore parafulmine contro il mio male” (5).☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆☆
Guardando quelle scarpe logore, oggetti di una quotidianità spoglia e severa, siamo comunque sicuri di immergerci nel cuore pulsante della vita, sia essa disvelata nel mondo di significati evocato da Heidegger, sia essa racchiusa nel tormento interiore indagato da Lacan. E allora è davvero secondario stabilire a chi appartengano quelle scarpe (secondo l’ironico intervento di Derrida), per lasciare piuttosto spazio alla profondità del gesto artistico, alla grandezza spirituale ed etica che esso sottende, lontano da ogni fatuità, moda, vuota superficialità da cui può essere tentata la ricerca del successo.Nel settembre del 1885 - anno a cui risale il primo capolavoro: I mangiatori di patate - il fratello Theo scrive alla sorella Willemien: “Se [Vincent] riuscirà nel suo lavoro, sarà un grand’uomo. Quanto al successo mondano… sarà apprezzato da alcuni, ma incompreso dal grosso pubblico. Tuttavia, verrà rispettato da coloro che cercano nell’artista qualcosa di più di una superficiale bravura…” (6).

Autoritratto, 1889, 
Musée d'Orsay, Parigi
Il riconoscimento del largo pubblico arriverà più tardi, quando ormai la vita di Van Gogh - randagia e segnata dagli stenti - sarà conclusa, nel totale misconoscimento del suo immenso valore. Dietro l’opera vi è la statura dell’uomo: questo è l’aspetto non scontato che si cela dietro quel semplice paio di scarpe.Lo stesso filosofo Karl Jaspers lo sottolinea nel suo saggio introduttivo all’Epistolario di Vincent e del fratello Theo: “Queste lettere costituiscono nell’insieme il documento di una concezione del mondo, di un altissimo pensiero etico, espressione di una sincerità assoluta, di una fede profonda, di una carità infinita, di una generosa umanità, di un imperturbabile amor fati. E’ questa una delle testimonianze più commoventi della nostra epoca. Questo ethos esiste indipendentemente dalla psicosi, anzi, in essa si consolida” (7).
Note.1.  Martin Heidegger, L'origine dell'opera d'arte, Christian Marinotti, Milano 2000, p. 39.2. Massimo Recalcati, Melanconia e creazione in Vincent Van Gogh, Bollati Boringhieri, Torino 2014, p. 118.3. Vincent Van Gogh, Lettere a Theo, con un saggio introduttivo di Karl Jaspers, Guanda, Parma 1984, p. 21.4. Ibidem, p. 34.5. Ibidem, p. 15.6. Ibidem, p. 36.7. Ibidem, p. 17.

venerdì 13 ottobre 2017

la pancia del lupo: Risotto con zucca e porcini mantecato al taleggio

la pancia del lupo

Risotto con zucca e porcini 

mantecato al taleggio


Eccomi di nuovo con un altra ricetta a base di funghi, un risotto cremosissimo dai sapori tutti autunnali anche se a dire il vero l'autunno quest'anno tarda ad arrivare, ma io ho voglia di sapori diversi, così avida di zucca e golosa di funghi non potevo esimermi dall usarli insieme. Io ho scelto i funghi porcini ma ovviamente potete usare qualsiasi qualità di fungo che preferite, finferli, pioppini o chiodini, mentre per la mantecatura  un formaggio dal sapore intenso come il taleggio per contrastare il dolce della zucca.La scelta del riso ? Per me un Roma che ha la particolarità di rilasciare molto amido adattandosi bene alla mantecatura per un risultato finale molto morbido, per una vera coccola domenicale.

Ingredienti per 4 persone
350 gr. di riso
200 gr. di zucca ( qualità mantovana )
150 gr. di funghi porcini
1/2 cipolla 
100 gr. di taleggio 
50 gr. di parmgiano
1 l. di brodo vegetale
olio evo
sale
timo 

Preparazione
Iniziare pulendo i funghi che non andranno assolutamente lavati, il fungo come ho detto nel post precedente si comporta come una spugna assorbendo tutta l'acqua.Munirsi di un coltellino affilato e togliere la parte terrosa che si trova sul gambo.Aiutandovi anche con un pennellino da cucina con delle setole morbide pulire il gambo e la cappella dai residui di terra, eventualmente prendere anche un foglio di carta assorbente leggermente umido e passarlo delicatamente su tutto il fungo.Una volta puliti affettare i fungi a tocchetti e farli spadellare per 5 minuti a fiamma vivace con un cucchiaio d'olio.Togliere dal fuoco, salare e profumare con delle foglioline di timo fresco.Sbucciare la zucca e pulirla, tagliarla a tocchetti e farla soffriggere in una padella  ( quella che userete per il risotto )  con 2 cucchiai di olio evo e la cipolla tagliata finemente.Cuocere fino a quando la zucca non sarà completamente morbida, aggiustare di sale e ridurla in purea schiacciandola con una forchetta.A questo punto unire il riso, farlo tostare e bagnare con 2 mestoli di brodo.Aggiungere i funghi e cuocere il risotto bagnando man mano con altro brodo.Continuare la cottura fino a quando il riso risulterà al dente.Regolare di sale, togliere la padella dal fuoco e procedere con la mantecatura aggiungendo il taleggio e il parmigiano.Mescolare velocemente e servire il risotto all'onda.



lapanciadellupo.blogspot.it/p/chi-sono

martedì 10 ottobre 2017

accarezzare i pensieri di ieri per farne il domani raccogliere nella notte la luce di una stella credere che i sogni non sono frutto di illusioni...


Notte di Note Note di Notte / 

Claudio Baglioni - La Vita è adesso

accarezzare i pensieri di ieri per farne il domani
raccogliere nella notte la luce di una stella
credere che i sogni non sono frutto di illusioni
allontanare le ragioni dell'essere tuffandosi nell'impossibile
leggere il vento interpretandone il suo messaggio




Roger Deakings - fotografia...



 Vi è piaciuta la fotografia del nuovo “Blade Runner”?


L'ha curata Roger Deakins, che è considerato tra i migliori al mondo:

 ha lavorato ad almeno dieci film che conoscete

Sono pochissimi i direttori della fotografia il cui nome e cognome è noto anche a chi non segue molto le cose di cinema; quelli per i quali si può dire che un film sia lorotanto quanto lo è del regista. Uno è Emmanuel Lubezki – che ha vinto tre Oscar di fila per Gravity, Birdman e Revenant – e un altro è Roger Deakins, che è stato nominato a 13 Oscar ma non ne ha mai vinto uno. Deakins è britannico, ha 68 anni e molti esperti credono che sia forse arrivata la volta buona, perché è piaciuto moltissimo il lavoro che ha fatto per Blade Runner 2049. Adam Epstein ha scritto su Quartz che «ogni inquadratura del film meriterebbe di stare in una galleria d’arte» e tanti critici hanno ammirato forme, luci e colori di ogni scena, notando in particolare come, nonostante la bizzarria e la ricercatezza di certe immagini, il film sia comunque molto realista.

Il Post>>> roger-deakings-fotografia/retrospettiva-digitale-su-roger
Da ragazzo, Deakins voleva fare il pittore. Invece ha studiato graphic design, poi si è appassionato di fotografia (nel senso delle fotografie) e dopo aver fatto il cameraman per alcuni documentari è diventato direttore della fotografia: la persona della troupe a più stretto contatto con il regista, che decide con lui cosa inquadrare, come, con che luce, da che punto, con quali movimenti. Deakins ha iniziato a lavorare negli anni Ottanta, occupandosi della fotografia di Orwell 1984 e Sid & Nancy. Poi ha lavorato con Martin Scorsese, Denis Villeneuve, Ron Howard, Sam Mendes e, spessissimo, con i fratelli Coen. Le sue nomination agli Oscar le ha ottenute, dal 1995 al 2016, per: Le ali della libertà, Kundun, Fratello, dove sei?, L’uomo che non c’era, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, Non è un paese per vecchi, The Reader, Il Grinta, Skyfall, Prisoners, Unbroken e Sicario. Senza ottenere nomination ha lavorato anche a Barton Fink – È successo a HollywoodIl grande Lebowski, A Beautiful Mind, The Village, Jarhead, Revolutionary Road e Ave Cesare, per dirne alcuni.Deakins non ha vinto l’Oscar un po’ per sfortuna, un po’ perché al suo posto hanno vinto altri film molto apprezzati (Titanic, La tigre e il dragone, La compagnia dell’anello, Il petroliere). E forse perché, come ha scritto IndieWire, gli Oscar tendono a premiare una fotografia «appariscente e carina» e – «nonostante lui possa fare una fotografia di quel tipo pure mentre dorme» – la sua è spesso meno ostentata e più complessa.Deakins è anche considerato bravissimo – il più bravo di sempre, per qualcuno – nel fare le silhouette (pensate a Gosling nero in mezzo all’inquadratura tutta rossa di Blade Runner 2049) e nell’inquadrare e illuminare i volti. Ha detto che è la cosa più difficile del suo mestiere: se sai fare quello, allora sai fare tutto.
>>>  www.ilpost.it

qz.com/1094274/blade-runner-2049-a-visually-astonishing-deeply-ambitious-journey-into-the-future/

Each frame of the visually astonishing 

“Blade Runner 2049” belongs in an art gallery  


L'autentica ricetta della pearà





Questa ricetta l'abbiamo "copiata" dal blog di Marco Tenuti
L'autentica ricetta della pearà  di nonna ArmidaRicetta di Carlo Colla
>>> www.tencas.com/blog/articolo.asp?articolo=180

Ingredienti per 4 persone
Pane vecchio di grano duro: 500 g
Midollo di bovino: 100 g
Brodo di carne di manzo e gallina: un litro
Pepe nero: due cucchiaini da caffè
Parmigiano Reggiano o Grana Padano: g.100
Olio extra vergine d’oliva della Valtramigna: g. 100
Sale: q.b.
Preparazione
Porre un tegame in terracotta (diametro 25 centimetri) su un fornello piccolo interponendo un disco rompifiamma (L’ideale sarebbe poter utilizzare la piastra in ghisa).
Sciogliere il midollo con 40 grammi d’olio mescolando con una spatola di legno, far scendere a pioggia il pane grattugiato e il pepe, aggiungere il brodo bollente, mescolare fino ad ottenere una crema, portare ad ebollizione ed abbassare il fuoco al minimo.Versate a filo ed in tondo l’olio rimasto senza mescolare.
Lasciare sobbollire per almeno due ore senza coperchio (sarà l’olio a fare questa funzione).
A cottura ultimata aggiungere il parmigiano mescolando leggermente, regolare il sale e il pepe.
La Pearà dovrà risultare una salsa ben pepata, densa ed omogenea. Mettere la terracotta in tavola su di un fornellino ad alcool in modo che la Pearà risulti bollente fino all’ultimo cucchiaio.
Un po' di storia...
L'origine della pearà, che accompagna il bollito misto (manzo, lingua, gallina e cotechino) sulle tavole dei veronesi durante il pranzo della festa, viene fatta risalire al tempo di Alboino, nall' anno 571, il quale costrinse la moglie Rosmunda a bere in una coppa ricavata dal teschio di suo padre. Rosmunda beve, poi si ritira nel suo appartamento: è talmente avvilita che decide di lasciarsi morire di fame. Il cuoco di corte, vedendola tanto triste, si commuove e decide di creare per lei una pietanza che possa ridarle energia e vitalità: nasce così la pearà. Fin qui la leggenda; la Storia ci narra che pochi giorni dopo Rosmunda, per vendetta, uccise il perfido Alboino con la complicità del suo amante Elmichi, ma sembra che non fosse colpa della salsa inventata dall'ignoto cuoco longobardo.

La pearà >>> "il Torcolo"




La Pearà è la salsa è tipica della cucina tradizionale di Verona. Il segreto della ricetta della Pearà sta nei suoi ingredienti gustosi e nella cottura: più a lungo cuoce, più sarà buona. Questa salsa è ottima per accompagnare i bolliti di carne, soprattutto di vitello e di maiale. La parola Pearà significa pepata, e il pepe infatti è uno dei suoi ingredienti principali.
Gli ingredienti della Pearà (per 4/6 persone)
200 grammi di pane raffermo/grattugiato
80/100 grammi di midollo di bue freschissimo
1 litro di brodo di carne
sale
pepe macinato fresco
olio d’oliva o burro
formaggio grana (facoltativo)
La preparazione della Pearà
Togliere il midollo dall’osso aiutandosi con un coltello.
Sciogliere il midollo a fuoco basso e versarlo in un passino da cucina per toglierne le impurità.
Aggiungere al midollo caldo nella pentola il pane grattugiato finemente e amalgamare bene mescolando con un cucchiaio di legno.
Aggiungere il brodo e cuocere lentamente per almeno due ore. Mescolare ogni tanto (ma proprio tanto).
Aggiungere abbondante pepe macinato fresco e, a piacere, un paio di cucchiai di formaggio grana grattugiato.

Il brodo per la pearà
 C’è chi ama una pearà molto densa, chi più morbida. Tutto sta nella proporzione tra pane e brodo. Il consiglio è dunque quello di non mettere tutto il brodo, ma di tenerne un po’ da aggiungere eventualmente verso fine cottura.
Per il brodo di carne possiamo usare carne bovina (taglio reale e guancia) e mezzo cappone.
Il brodo sarà più saporito se la carne viene messa già in acqua fredda e poi portata ad ebollizione. Ciò che otterremo in questo modo sarà il lesso, che è diverso dal bollito.
Consigli e tradizioni della ricetta dellaparà 
La pearà, mentre cuoce, fa una crosticina sul fondo: non grattatela con il cucchiaio ma lasciatela stare. Molti veronesi sostengono che la pearà venga più buona se la si dimentica sul fornello, mescolandola il meno possibile.
Potete usare del pane vecchio, ma non troppo vecchio. Dovrete grattugiarlo finemente. Se non lo avete o comunque non è abbastanza secco, potrete seccarlo un po’ nel forno. Se è pane già grattugiato lo potrete tostare in una padella (senza bruciarlo).
Alcuni non mettono il formaggio grana (o parmigiano) perché essendo la Pearà, alle sue origini, un piatto popolare e povero della cosiddetta cucina di recupero non era previsto l’uso del nutriente e prezioso formaggio. In realtà la ricetta cambia a seconda della zona del veronese, e a volte cambia da cucina a cucina.
Il tegame tradizionale su cui cuocere la pearà è quello di terracotta (detto anche di coccio).
La pearà è un piatto tipico dell’inverno, soprattutto delle cene e dei pranzi nel periodo natalizio. Ma in realtà un veronese vero sarà disposto a mangiarla anche a ferragosto.
Altre salse tipiche per accompagnare i bolliti di carne sono la mostarda, il purè, il cren e la salsa verde e si preparano in diverse province e regioni d’Italia.

domenica 8 ottobre 2017

Risotto al cartizze (prosecco) e rosmarino



vi-consiglio-di-assagiare-il-risotto-al-cartizze-prosecco-e-rosmarino
La semplicità è l’ingrediente segreto dell’eleganza.
immagine>>> GialloZafferano/paprikaepepe

vi-consiglio-di-assagiare-un-risotto-al-cartizze-prosecco-e-rosmarino



Risotto mantecato al Cartizze e rosmarino in fiore
(di Sergio Mei)
Ingredienti
350 grammi di Vailone nano; 900 grammi di brodo vegetale; 10 grammi di cipolla bianca; 80 grammi di burro; 100 grammi di prosecco Cartizze; 50 grammi di grana padano giovane; sale e pepe q.b.; 5 grammi di rosmarino.
Per la guarnizione: 5 grammi di rosmarino con i suoi fiori; 10 grammi di olio extravergine di oliva; 20 grammi di concasse di pomodoro.
Preparazione
Tritare la cipolla e stufarla lentamente sul fuoco con poco burro. Tostare in una casseruola il riso con il burro, bagnare con meta del vino Cartizze e versare il brodo bollente fino a corire il riso.
Mescolare in continuazione con un cucchiaio di legno e aggiungere, quando e necessario, di volta in volta il brodo: in questo modo gli amidi del riso, nello sfregamento dei chicchi e nell’ebollizione, precipitano e entrano in circolo e il risotto acquista cosi la sua particolare consi stenza. Cuocere per circa 10 minuti, unire qualche fiocchetto di burro, la cipolla bianca maturata, il rosmarino tritato e il resto del vino, regolare di gusto e terminare la cottura. Togliere il riso dal fuoco, mantecarlo prima con il burro e poi con il formaggio grattugiato, coprirlo e lasciarlo riposare per circa un minuto.
Presentazione
Versare il riso sui piatti piani, cosi il riso ha tempo di intiepidire e si degusta meglio, sistemare al centro la concasse di pomodoro, decorare cn fiori e rametti di rosmarino e terminare con gocce di olio extravergine.
(Sergio Mei e lo chef del ristorante Il Teatro dell?Hotel Four Seasons Regent ? Via Gesu, 8 di Milano