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domenica 23 marzo 2014

"Alla ricerca dell'acqua viva"

dal sito ... MEDITAZIONI SUL VANGELO

Gesù presso un pozzo di Samaria incontra una donna ...

Meditazioni sul vangelo...

Alcune meditazioni presenti in questo sito sono ora pubblicate nel libro: "Alla ricerca dell'acqua viva" dall'editore Parva.
Alla ricerca della'acqua viva

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Grazie alla generosità e all'incoraggiamento di padre Serafino Tognetti CFD, alcune meditazioni presenti in questo sito sono state pubblicate nel libro "Alla ricerca dell'acqua viva" dall'editore Parva.Il libro (10 Capitoli 160 pag.) è normalmente disponibile nelle librerie cattoliche, in quelle online, oppure presso il sito dell'editore; è stato pubblicato nel giugno del 2011.
Dalla quarta di copertina.Una donna Samaritana si rivolge a Gesù con queste parole: Tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Ebbene, nei fatti, ognuno di noi dice a Gesù la stessa cosa ... Non solo, ognuno di noi, come la Samaritana, ha avuto o ha un certo numero di mariti ...Nel vangelo troviamo il racconto di un re che corre il rischio di essere stolto se con diecimila uomini volesse far la guerra a un re che ne ha ventimila. Ancora una volta questa storia riguarda proprio te e me che desideriamo vivere in pace ...Quando il padrone della vigna retribuisce i suoi operai dando un denaro sia a chi ha lavorato tutto il giorno sia a chi ha lavorato un’ora soltanto, compie una grande ingiustizia; ma questa ingiustizia è per noi una grande fortuna: è un’autorizzazione a sperare la vita e la gioia sebbene il nostro nome e cognome sia: Debolezza e Povertà ...Dalla presentazione di p. Serafino Tognetti, primo successore di don Divo Barsotti nella Comunità dei figli di Dio.Pramotton ci aiuta, in queste riflessioni, a conoscere il volto di Dio nell’esercizio di quello che Egli è per l’uomo, e al tempo stesso a non disperare per la nostra incapacità di poter rispondere adeguatamente all’Amore di Dio. Dio – sembra suggerirci l’autore – ha bisogno di questo nostro nulla accettato e offerto, come le stelle hanno bisogno del buio per poter brillare.

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promemoria altro commento ...

mercoledì 19 marzo 2014

Il Papa e il filosofo - El Papa & el filòsofo

Il Papa e il filosofo



... l'amicizia tra Bergoglio e Methol Ferrè

Il 21 marzo viene presentato il libro intervista di Alver Metalli dedicato alla figura del filosofo uruguayano che ha conosciuto Jorge Mario Bergoglio

ALVER METALLIBUENOS AIRES
Venerdì 21 marzo, alle ore 18,45, nella Sala Marconi della Radio Vaticana in piazza Pia a Roma, viene presenato il libro-intervista di Alver Metalli «Il Papa e il filosofo», dedicato alla figura di Alberto Methol Ferré (con la prefazione di Guzmán Carriquiry Lecour, ed. Cantagalli, 232 pagine, 15,00 euro). Ferrè, scomparso nel 2009, è il filosofo uruguayano che ha conosciuto Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Ne anticipiamo un brano.


Alberto Methol Ferré auspicò e previde l’elezione di Benedetto XVI e intravide all’orizzonte quella di Papa Francesco. Nel 2005, il 6 aprile per l’esattezza, dunque 13 giorni prima della fumata bianca di martedì 19 che portò Ratzinger sulla cattedra di Pietro, da Montevideo dove viveva, Methol Ferré spezzò una lancia in suo favore. Interrogato dalla giornalista del quotidiano argentino «La Nación» che era andata ad intervistarlo dichiarò di essere «un grande sostenitore di Joseph Ratzinger». Di più. «Penso – aggiunse – che sia l’uomo più indicato per essere Papa in questo momento della storia». Argomentò la sua convinzione così: «Perché è una delle ultime grandi espressioni di quella generazione che ha raggiunto uno splendore intellettuale equiparabile ai secoli XII e XIII del Medioevo, paragonabile anche alla migliore epoca della patristica greca e latina, quando ha inizio la gigantesca epopea dell’evangelizzazione dei popoli».

Ma allora, quando fece queste dichiarazioni, Methol Ferré, che aveva auspicato il pontificato di Benedetto XVI, non considerava ancora giunto il momento di un Papa latinoamericano. «La Chiesa – spiegò – sta andando fuori dall’Europa; ma si tratta di un processo recente, che ha ancora bisogno di maturare. L’Europa è stata il centro del mondo fino a 50 anni fa. Con gli inizi della decolonizzazione comincia a sorgere tutto un mondo di nuove chiese, in India, in Asia, ma si tratta di processi ancora incipienti». Methol Ferré era convinto che la Chiesa latinoamericana fosse la più matura, perché la più antica tra quelle non europee. «Ha cinque secoli, contro il secolo delle chiese d’Africa; ma non mi sembra che ancora le chiese della periferia europea siano in condizione di esercitare una leadership mondiale».

Ci voleva altro tempo secondo lui. Non molto, si premuniva di precisare. «Tra pochi anni sicuramente sì, lo saranno [in grado di prendere la guida della cristianità], perché l’intensità dei processi di globalizzazione e di compartecipazione interna alla chiesa sono sempre più forti». Questo tempo è venuto. Papa Francesco ne è la prova e la documentazione nello stesso tempo. Nella prima edizione di L’America Latina del XXI secolo, «vero testamento intellettuale di Methol Ferré», nel capitolo finale dedicato a Ratzinger, Ferré si diceva convinto che il dialogo del pontefice tedesco con la Chiesa del continente sarebbe servito a far evolvere il meglio della tradizione teologica latinoamericana emersa dal Concilio in poi, e a legarlo strettamente al meglio del magistero pontificio. «Quando una tradizione di pensiero, quello latinoamericano, diventa il luogo da cui si parte per un lavoro di appropriazione e di assimilazione degli apporti di altre Chiese, allora vuol dire che lì la Chiesa comincia ad essere fonte. [...] Nel secolo XVI Spagna e Italia sono state chiese fonti. Il Concilio Vaticano II è stata in larga misura un’impresa franco-tedesca. Allo stesso tempo è l’ultimo Concilio europeo. La Chiesa cattolica, adesso sì diventata mondiale, sente la presenza di altre chiese locali, che prima erano un suo puro riflesso».

Quando disse queste cose Methol Ferré era convinto che la cattolicità latinoamericana si trovasse in un tempo di transizione da “riflesso” a “fonte”. Da allora sono passati dieci anni, un tempo sufficiente per completare il transito tra due punti. E così è stato. Il passaggio del Mar Rosso della Chiesa latinoamericana è terminato. Adesso la Chiesa dell’America Latina è diventata fonte, portando sulla cattedra di Pietro un suo figlio illustre. Un Papa argentino, per giunta, che Methol Ferré ha conosciuto bene in vita, che frequentava quando diceva la cose che abbiamo riferito, un Papa che ha apprezzato e con cui ha collaborato strettamente.

Il rapporto tra Bergoglio e Methol Ferré viene da lontano. Elbio Lopez, un amico uruguayano, sostiene che i due si siano conosciuti “intellettualmente” negli anni Settanta, «quando, tra le altre cose, l’offensiva antiromana scuoteva le fondamenta dell’autorità petrina e metteva in discussione le basi ecclesiologiche del Concilio Vaticano II». Vis a vis, invece, si sono incontrati per la prima volta nel 1978, sull’onda dello slancio che entrambi cercavano di imprimere anche in Argentina al dibattito preparatorio per la Terza Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano già annunciata a Puebla de los Angeles, in Messico.

Francisco Piñon, rettore dell’Università del Salvador negli anni 1975-1980, ricorda bene quel momento. «Con Methol Ferré, Lucio Gera, Luis Meyer, Hernán Alessandri, Joaquín Allende, Juan Lumermaz, Carlos Bruno e altri ancora ci incontravamo per discutere il Documento di consultazione di Puebla». Circolava in ambienti alquanto ristretti – ricorda Piñon – «e noi cercammo di allargare il perimetro proponendo la riflessione in altri ambiti, come fu il caso dell’Università del Salvador. Bergoglio era allora provinciale dei gesuiti». Un giovane provinciale di 37 anni, eletto superiore nel 1973, che si adoperava per trasferire l’Università del Salvador alla comunità di laici, conservando nelle mani della Compagnia di Gesù l’Università cattolica di Cordoba.
Piñon rievoca il momento del primo incontro tra Bergoglio e Methol Ferré. «L’occasione fu un pranzo a tre, che ebbe luogo nel Collegio Maximo di San Miguel, allora sede pontificia della Facoltà di filosofia e teologia dei gesuiti, parte dell’Università del Salvador». Bergoglio aveva da poco realizzato un proposito che gli stava a cuore: trasferire la Curia provinciale dal centro della città di Buenos Aires alla località periferica di San Miguel, ad una quarantina di chilometri dalla capitale. «Voleva stare in mezzo ai preti, come adesso, da Papa, in Vaticano» osserva Piñon, che poi rievoca i due punti forti della conversazione che ebbe luogo durante il pranzo. «Si parlò del momento storico dell’America Latina, e della responsabilità della Chiesa in quel frangente.

Era uno sguardo cattolico quello che si portava sulla situazione del continente alla vigilia dell’incontro di Puebla. Il tema della cultura, come si stava delineando nelle fasi preparatorie della Conferenza in cui Methol Ferré aveva parte attiva, quello della religiosità popolare, lo stesso tema della Teologia della liberazione… argomenti tutti che entrarono nella conversazione con molta vivacità».

È opportuno ricordare, a questo punto, che in Argentina si era formato un nucleo, una linea teologica, che poneva l’accento sull’esistenziale, sulla religiosità e sulla cultura popolare. Più sulla storia e il popolo, cioè, che sulla sociologia e le classi sociali.
Ne facevano parte, tra altri, gli argentini Lucio Gera, Gerardo Farrell, Juan Carlos Scannone, tutti nomi conosciuti e frequentati tanto da Bergoglio che da Methol Ferré. Gera, amico personale di Bergoglio, non accettava l’impostazione sociologica di Gutierrez e Boff. Cercava, invece, di assimilare il tema della liberazione all’interno della tradizione sociale della Chiesa. Scannone dal canto suo tentava di coniugare la linea Gera e quella di Gutiérrez; Farrell, altro argentino, forte della sua specializzazione nell’insegnamento sociale della Chiesa, avanzava intanto sul terreno della modernità e della liberazione.

«Tutti avevano in comune l’accentuazione del tema della religiosità popolare, dei poveri, della cultura, della storia latinoamericana, della Patria Grande», osserva l’intellettuale argentino Miguel Angel Barrios, e sviluppavano un approccio molto più comprensivo delle realtà nazionali, che di conseguenza entrava in conflitto con quella parte della teologia della liberazione subalterna all’ermeneutica marxista. Methol Ferré sintetizzava così la critica di fondo mossa alla teologia della liberazione: «Molti di noi, e in anni non sospetti, hanno rimproverato alla teologia della liberazione la sua dipendenza di fondo dalla logica marxista. In tanti esponenti di questa corrente – non in tutti, si badi bene – il cristianesimo si assoggettava ad una concezione totalizzante di origine diversa e contraddittoria con il cristianesimo, e non l’inverso. L’amalgama era tenuta assieme forzosamente e in maniera precaria. I fatti successivi hanno verificato la bontà di questa critica. La delegittimazione storica del comunismo ha volatilizzato la teologia della liberazione come presenza in America Latina».

Con una postilla che dimostrava la grande indipendenza intellettuale di Methol Ferré: «Condivido l’intenzionalità profonda della teologia della liberazione, anche se le mie posizioni differiscono. Questa teologia ha prestato un inestimabile servizio ripensando la politica in funzione del bene comune, e quindi in relazione stretta con l’opzione preferenziale per i poveri e la giustizia. In un certo senso è stato un peccato che si sia “evaporata”. La comunità ecclesiale ha perso lo stimolo di una riflessione molto coinvolta con le vicende degli immensi settori poveri del continente».
*

San Giuseppe, Bergoglio invita a pregare per “tutti i papà”
All’udienza sottolinea il ruolo educativo dei padri. Saluta il direttore Calabresi che gli dona il libro "Francesco il Papa della gente", pubblicato da La Stampa e Vatican Insider
IACOPO SCARAMUZZICITTÀ DEL VATICANO
Papa Francesco ha invitato i fedeli in piazza San Pietro e pregare per tutti i papà, quelli vivi e quelli defunti, nell’udienza generale che cade nel giorno di San Giuseppe, sottolineando sia il ruolo “educativo” dei padri, sia l’esperienza di san Giuseppe, che “era un rifugiato” quando fuggì con Maria e Gesù in Egitto.
“Oggi, 19 marzo, celebriamo la festa solenne di san Giuseppe,  sposo di Maria e patrono della Chiesa universale. Dedichiamo dunque questa catechesi a lui, che merita tutta la nostra riconoscenza e la nostra devozione per come ha saputo custodire la vergine santa e il figlio Gesù”, ha detto Bergoglio.
“L’essere custode è la caratteristica di Giuseppe, la sua grande missione, essere custode. Oggi vorrei riprendere il tema della custodia  secondo una prospettiva particolare: la prospettiva educativa. Guardiamo a Giuseppe come il modello dell’educatore, che custodisce e accompagna Gesù nel suo cammino di crescita ‘in sapienza, età e grazia’, come dice il Vangelo di Luca. Lui – ha precisato il Papa – non era il padre di Gesù, il padre di Gesù era Dio, ma lui faceva da papà di Gesù per farlo crescere. Partiamo dall’età, che è la dimensione più naturale, la crescita fisica e psicologica. Giuseppe, insieme con Maria, si è preso cura di Gesù anzitutto da questo punto di vista, cioè lo ha allevato, preoccupandosi che non gli mancasse il necessario per un sano sviluppo. Non dimentichiamo che la custodia premurosa della vita del bambino ha comportato anche la fuga in Egitto, la dura esperienza di vivere come rifugiati – Giuseppe è stato un rifugiato con Maria e Gesù – per scampare alla minaccia di Erode. Poi, una volta tornati in patria e stabilitisi a Nazareth, c’è tutto il lungo periodo della vita nascosta di Gesù in seno alla santa Famiglia. In quegli anni Giuseppe insegnò a Gesù anche il suo lavoro. Passiamo alla seconda dimensione dell’educazione di Gesù, quella della sapienza. Dice la Scrittura che il principio della sapienza è il timore del Signore. Giuseppe è stato per Gesù esempio e maestro di questa sapienza, che si nutre della parola di Dio. Possiamo pensare a come Giuseppe ha educato il piccolo Gesù ad ascoltare le sacre scritture, soprattutto accompagnandolo di sabato nella sinagoga di Nazareth. E infine – ha detto il Papa – la dimensione della grazia. Dice sempre san Luca riferendosi a Gesù: ‘La grazia di Dio era su di lui’. Qui certamente la parte riservata a san Giuseppe è più limitata rispetto agli ambiti dell’età e della sapienza. Ma – ha sottolineato Bergoglio facendosi serio – sarebbe un grave errore pensare che un padre e una madre non possono fare nulla per educare i figli a crescere nella grazia di Dio. Ci sono alcuni papà in piazza?”, ha domandato il Papa a braccio.
“Ma quanti papà! Auguri, auguri nel vostro giorno. Chiedo per voi la grazia di essere sempre vicini ai vostri figli, lasciandoli crescere ma vicini. Cari fratelli e sorelle – ha proseguito Bergoglio – la missione di san Giuseppe è certamente unica e irripetibile, perché assolutamente unico è Gesù. E tuttavia, nel suo custodire Gesù, educandolo a crescere in età, sapienza e grazia, egli è modello per ogni educatore, in particolare per ogni padre. Affido dunque alla sua protezione tutti i genitori, i sacerdoti, e coloro che hanno un compito educativo nella Chiesa e nella società”.
Il Papa ha concluso poi a braccio: “Alcuni di noi abbiamo perso il papà, se n’è andato, il Signore lo ha chiamato. Tanti che sono in piazza non hanno il papà adesso. Possiamo pregare per tutti i papà del mondo, per quelli vivi e quelli defunti. E possiamo farlo insieme, ognuno ricordando il suo papà, se è vivo e se è morto, e preghiamo il grande papà di tutti di noi”, ha detto recitando un “padre nostro” con i fedeli in piazza. Una preghiera particolare ha rivolto il Papa per il Canada, il cui patrono è san Giuseppe.
Bergoglio era giunto con qualche minuti di ritardo, rispetto alle sue abitudini, in piazza San Pietro, per incontrare, alle 9,30 nella Casa Santa Marta dove risiede, una delegazione di venti rappresentanti di varie religioni che partecipano a un incontro promosso dal Movimento dei Focolari. A presentarglieli, il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. Tra i molti fedeli salutati a fine udienza – malati, coppie di sposi, pellegrini – Bergoglio ha salutato anche un gruppo di combattenti e famigliari dei caduti nella guerra anglo-argentina delle Malvinas (Falkland in inglese) del 1982.
Il Papa ha salutato anche il direttore della Stampa Mario Calabresi, che gli ha donato una copia del libro pubblicato da La Stampa e Vatican Insider “Francesco il Papa della gente”. Si tratta di un elegante volume in carta patinata curato da Andrea Tornielli, che presenta le migliori immagini di questo primo anno di pontificato, insieme a sei ampi capitoli scritti dalle migliori firme internazionali di Vatican Insider. Il volume è in vendita per soli 8,70 euro nelle edicole di Piemonte, Liguria e Val d'Aosta; nel resto d'Italia si può acquistare nelle librerie (distribuito da Rcs) oppure online sul sito della Stampa.
«In quest'anno - scrive il direttore Mario Calabresi nella prefazione - il nuovo Papa è diventato un leader mondiale, capace di parlare ben al di là dell'universo dei credenti, un uomo che ha fatto sembrare terribilmente vecchi molti altri leader più giovani di lui». Oltre all'introduzione sulle novità del pontificato, il libro contiene un capitolo dedicato ai viaggi (scritto da Giacomo Galeazzi), uno dedicato alle udienze del mercoledì (Andrés Beltramo Alvarez), un'altro alle omelie di Santa Marta (Domenico Agasso jr.), un quinto all'esortazione «Evangelii gaudium», la road map del pontificato (Gianni Valente) e infine l'ultimo alle nomine e alla riforma della Curia (Gerard O'Connell).
Vatican Insider

Il Papa e il filosofo (2) 



Vedi anche:


  1. *
La rivoluzione permanente non è quella del marxismo ma il messaggio del Vangelo. Esce in Italia l’intervista di Alver Metalli al pensatore uruguayano Alberto Methol Ferré
(Giovanni Reale) Bergoglio segna l’avanzata di Cristo in Sudamerica -- Si è spesso fatto riferimento alla preparazione teologica e filosofica di papa Francesco, ma ben poche volte si è parlato dei filosofi a lui più vicini. Finalmente abbiamo ora a disposizione una intervista assai significativa fatta dal giornalista Alver Metalli al filosofo uruguayano Alberto Methol Ferré (1929-2009) con il titolo Il papa e il filosofo (Edizioni Cantagalli), che rivela significative tangenze dottrinali fra i due personaggi, e la verità della sua affermazione che questo filosofo «ci ha aiutati a pensare».
Methol Ferré è profondamente convinto della necessità che si realizzi l’integrazione dei vari Stati dell’America del Sud, in modo analogo a quanto è avvenuto nell’America del Nord. Però ritiene che il progetto di unificazione possa realizzarsi solo mediante la collaborazione costruttiva di due partner di peso equivalente, ossia dell’Argentina e del Brasile. Tuttavia, occorrerà parecchio tempo perché questo progetto si realizzi (basta pensare alle difficoltà che incontra l’Europa per unificarsi, malgrado i presupposti assai più saldi che stanno alla base). Comunque, il filosofo afferma che, se l’America Latina non diventerà uno Stato-continente, «finirà, in un mondo globale ai margini della storia, dove ci si può esprimere solo in termini di lamento, furia o silenzio».
Invece si è verificato, addirittura prima del tempo, quello che Methol Ferré prevedeva, ossia il peso determinante che le Chiese periferiche, e in particolare la Chiesa dell’America Latina, avrebbero assunto sulla Chiesa centrale di Roma. Da «Chiesa riflesso», la Chiesa dell’America Latina è diventata, infatti, «Chiesa fonte», con l’argentino Jorge Mario Bergoglio sul soglio pontificio.
Qual è l’idea di fondo della Chiesa dell’America Latina che papa Francesco ha fatto propria? Credo che sia proprio quella proclamata dalla teologia della liberazione, sciolta dalle sue «dipendenze dalla logica marxistica». Methol Ferré scrive: «Questa teologia ha prestato un inestimabile servizio ripensando la politica in funzione del bene comune, e quindi in relazione stretta con l’opzione preferenziale per i poveri e la giustizia», e quindi la necessità di «assumere la posizione dei poveri con coraggio». E precisa: «Il totalitarismo è la documentazione della menzogna del marxismo nella storia, mentre la sete di giustizia è l’elemento veritativo del marxismo nelle condizioni della società industriale». Alle obiezioni che qualcuno gli ha fatto per tale scelta, papa Francesco ha già risposto, e molto bene: questa idea non è marxista, perché è stata presentata per la prima volta due millenni fa, da Cristo.
Methol Ferré interpreta in modo esemplare l’esortazione evangelica di amare il nemico. Bisogna cercare di conoscere a fondo il nemico, per farlo amico e salvarlo: «Abbiamo bisogno di renderlo amico, trovando l’amico dove c’è il nemico, sapendo che il nemico ce l’abbiamo in noi stessi». Bisogna «riconoscere il volto di Gesù Cristo nei propri nemici, anche là dove essi non ne vogliono sapere».
La Chiesa, proprio per evangelizzare il mondo, deve sempre cercare di conoscere il nemico che ha di fronte in tutte le sue caratteristiche, altrimenti non lo può evangelizzare, perché le risulterebbe amorfo.
Quali sono i nemici della Chiesa?
Nel secolo scorso è stato il marxismo, che si è presentato come «Chiesa dell’ateismo messianico», che, incarnatosi in uno Stato-continente con un potere di ampiezza mondiale, ha commesso i crimini che ben conosciamo, e si è autodistrutto e autoseppellito. Questa è stata, dice il nostro filosofo, «la verifica, per la Chiesa, dell’incapacità dell’ateismo messianico di sostituirla. La Chiesa dimostrava a se stessa che, “vecchia” com’era, continuava a essere più giovane e longeva di un pretendente che si credeva giovane e immortale e che invece è morto».
Il marxismo, però, si poteva facilmente conoscere, in quanto presentava espressamente se stesso come «ateismo messianico», invece il nemico di oggi della Chiesa è molto più complesso: «Infatti l’ateismo ha cambiato radicalmente di figura. Non è messianico ma libertino, non è rivoluzionario in senso sociale, ma complice dello status quo , non ha interesse per la giustizia, ma per tutto ciò che permette di coltivare un edonismo radicale». E questo è «un nichilismo di consumatori».
Inoltre, Methol Ferré fa comprendere molto bene la fatica che implica l’evangelizzazione di molti dei giovani di oggi. Non sopportano più il sacrificio che amicizia e amore comportano, detestano la fatica del lavoro, e non accettano la dura prova che implica, ossia la necessità di uscire da se stessi, dedicandosi a ciò che si sta facendo, gradito o sgradito che sia: «Si ha orrore della fatica, del sacrificio, del peso della realtà, dei rischi inerenti al futuro. Infatti nell’ateismo libertino “l’altro” è eminentemente strumentale. Per questo è distruttivo di una società, e attenta contro lo sviluppo di un popolo: smantella le basi di un rapporto e di un lavoro umano». Ricorda ancora i danni che producono gli «imperialismi» del denaro e del mercato, dai quali è assi difficile potersi difendere. Per evitare le conseguenze devastanti che ne derivano, è una impresa assai ardua far comprendere a tutti che al disopra del denaro e del mercato c’è «il bene comune» e che, pur non ripudiando il denaro e il mercato, ci si deve impegnare a difenderlo nella giusta misura.
Il nostro filosofo, però, è ben lontano dall’essere pessimista. Tutte le rivoluzioni che fino ad ora l’uomo ha tentato di fare sono fallite. Per lo più sono diventate forme di utopismi autodistruttivi, che hanno annullato i valori che difendevano. Dopo aver constatato il non-senso dell’ateismo messianico marxista, attestato dalla sua stessa autodistruzione, Methol Ferré precisa quanto segue: «L’unica rivoluzione reale possibile mi appariva più che mai quella di Gesù Cristo nella storia; la Chiesa, anzi, poteva finalmente riappropriarsi della parola rivoluzione riferendola a Gesù Cristo». E in un’altra sua opera scriveva: «Cristo è l’unica rivoluzione permanente della storia; il Vangelo la rivoluzione insuperabile, la misura di tutte le rivoluzioni possibili». Il rivoluzionario messaggio di Cristo ha avuto e avrà nella storia gran quantità di nemici, che hanno potuto e potranno causargli mali di ogni genere, ma non potranno mai vincerlo. Cristo stesso ha detto: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
fonte: Spogli

sabato 15 marzo 2014

«In Quaresima digiunate da internet»

L'INVITO DEL VESCOVO PIZZIOL AI FEDELI:

          «IN QUARESIMA 

DIGIUNATE DA INTERNET»

                         ***

       " IN QUARESIMA aggiornerò SOLO QUESTi BLOG"

>>> leggiamolabibbia.wordpress.com >>>

                        >>> leggiamolabibbia.blogspot.it  <<<



con L'ANNUNCIO
da  il Vangelo del giorno e i commenti ... al VANGELO.

   ... gli alti Blog SONO in pausa 

                QUARESIMALE



Quaresima ... è tempo di Amare ...

venerdì 14 marzo 2014

"Il bacio del pane"

"Il bacio del pane" di Carmine Abate 


la terra,
la bellezza,
l'amore,
tutto questo ha sapore di pane.
[Pablo Neruda]








Il pane.
Legame con la terra, la famiglia e il passato.
Bene prezioso.
Cucinato con amore e dedizione alle prime ore del giorno.


Il pane non si butta via, come una pietra senza valore. Il pane è vita, ci vuole troppa fatica per farlo. Il pane va rispettato.


Questo piccolo libro racchiude molte storie.
Tutto succede in un'estate.
La scoperta dell'amore.
I sogni per il futuro.
La forza e l'attacamento alle proprie radici.
La dura realtà di una terra che non risparmia nessuno.
La voglia di riscatto.
La forza di combattere.
L'amicizia, quella vera. Quella che salva.

Delicato e potente come le estati dell'adolescenza.

Come Satana corrompe la società - Annalisa Colzi

   Annalisa Colzi

Annalisa Colzi  <<< biografia      

www.annalisacolzi.it/libri
Questo è il link del nuovo sito: http://www.annalisacolzi.it

    

COME SATANA CORROMPE LA SOCIETÀ



Annalisa Colzi Insieme contro il maligno

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Family Day – Il web un pericolo per la Santità?
L’educatore Cristiano nell’era digitale
Domenica 6 aprile 2014

Ospite d’onore e relatrice Annalisa Colzi

Il tema:
Rischi e opportunità di internet, come proteggere i nostri figli
Sede Evento:
Famiglia del Cuore Immacolato di Maria
Parrocchia “Sacra Famiglia”
Via di Villa Troili, 56, Roma
Dalle ore 8.45 alle 17.30
Per questioni organizzative di prega di confermare l’adesione all’evento
entro e non oltre il 30 marzo.
>>> Per vedere tutti i dettagli, clicca qui e scarica la locandina in formato <<< pdf
             ***

Signore... Trasformami in un televisore, così che io possa occupare il suo posto.

 a

Un bambino pensando una preghiera, disse così:

Signore questa notte ti chiedo una cosa speciale…Trasformami in un televisore, così che io possa occupare il suo posto.Mi piacerebbe vivere come il televisore di casa mia.In altre parole avere una stanza speciale per riunire tutti i membri della mia famiglia attorno a me.Esser preso sul serio quando parlo.Fa che io sia al centro dell’attenzione così che tutti mi prestino ascolto senza interrompermi né discutere.Mi piacerebbe provare l’attenzione particolare che riceve la televisione quando qualcosa non funziona…E tener compagnia a mio papà quando torna a casa, anche quando è stanco dal lavoro.E che la mia mamma, al posto di ignorarmi, mi cerchi quando è sola e annoiata.E che i miei fratelli e sorelle litighino per stare con me…E che possa divertire tutta la famiglia, anche se a volte non dico niente.Mi piacerebbe vivere la sensazione di chi tralascia tutto per passare alcuni momenti al mio fianco.Signore non ti chiedo molto. Solo vivere come qualsiasi televisore.



AVE MARIA EM ARAMAICO Narrado YouTube










Ave Maria Verbum Panis YouTube



Annalisa Colzi intervista Padre Amorth Parte 1




Annalisa Colzi intervista Padre Amorth Parte 2

Come i Media Corrompono la Società
Il blog di Annalisa Colzi



Annalisa Colzi intervista Padre Amorth Parte 3




Annalisa Colzi intervista Padre Amorth Parte 4


“pensi mai a cosa vedono e ascoltano i tuoi figli?”
pokemon, simpson, winx, pollon, Yu-gi-oh!….
fabri fibra, lady gaga, rihanna…
“è musica per le loro orecchie?“


 scrittrice cattolica, esperta di attualità e mass-media, propone un viaggio alla conoscenza  di come oggi i mezzi di comunicazione corrompono e ingannano i giovani sin dall’infanzia.



TESTIMONIANZE DI FEDE -

Rita Sberna intervista Annalisa Colzi

Il discernimento spirituale nei testi di Sant’Ignazio

Il ritiro spirituale del Papa,

 gli esercizi di sant'Ignazio e la coscienza

Il ritiro del Papa con la Curia, gli esercizi ignaziani e la coscienza
*
Papa Francesco taglia il traguardo del primo anno di pontificato nel silenzio di un ritiro spirituale, accompagnato da cardinali, vescovi e sacerdoti della Curia Romana. Stanno svolgendo gli esercizi di Sant’Ignazio? In cosa consistono gli esercizi spirituali secondo il fondatore della Compagnia di Gesù? Che senso hanno per chi è già religioso? Che ruolo gioca la coscienza? Sono un lavaggio del cervello? Essendo un gesuita, in che modo Bergoglio ha compiuto l’accettazione del papato? Infine nell’agere contra ignaziano, non c’è un certo rischio di pelagianesimo?
Per approfondire la tematica e la spiritualità di papa Francesco, ZENIT ha intervistato uno specialista, il padre gesuita belga Mark Rotsaert SJ, superiore del centro di spiritualità ignaziana e professore alla Pontificia Università Gregoriana, autore di vari libri, tra cui Il discernimento spirituale nei testi di Sant’Ignazio.
Cosa significa svolgere un ritiro spirituale? È una realtà che nasce con Sant’Ignazio o già esisteva prima?
Padre Rotsaert: Quelli che attualmente si chiamano esercizi spirituali sono nati con Sant’Ignazio, tuttavia già in precedenza si tenevano ritiri o momenti di spiritualità, pur non strutturati secondo il modello ignaziano. Il santo scrisse gli Esercizi spirituali a partire da una doppia esperienza: una personale di Dio, dopo la conversione del Loyola, leggendo la vita di Gesù e dei santi, ecc.; la seconda fu durante il soggiorno a Manresa, una località spagnola in cui si fermò per circa undici mesi, un’esperienza per aiutare le anime. Allora Ignazio era ancora laico, sebbene non più militare al servizio del re di Spagna ma in cerca di Gesù. Poi si spostò a Barcellona e, da lì, divenne pellegrino in Terra Santa. Scrisse gli esercizi spirituali non per gli uditori ma per i predicatori. Infatti gli esercizi spirituali necessitano dell’orientazione del predicatore, non possono essere realizzati individualmente.
Cosa sono quindi gli esercizi spirituali?
Padre Rotsaert: Sono una novità del XVI secolo: ho studiato il tema e non ho trovato opere simili. Durano un mese, quattro ore al giorno, più un’ora la notte. L’originalità è nel ricorso pedagogico, perché questa preghiera di quattro settimane aiuta a discernere una decisione sulla propria vita, la migliore per ciascuno.
La novità consiste nella rilettura della preghiera. Dopo aver pregato per un’ora, devo riesaminare cosa sia successo in questa mia preghiera. Mi ha toccato, mi ha trasmesso gioia, che emozioni mi ha suscitato? Perché questo moto interiore è il modo in cui Dio ci parla e in cui noi lo ascoltiamo. Per questo l’accompagnatore deve aiutare chi conduce gli esercizi, in merito a questi momenti positivi di consolazione ed allegria e che, alla fine del ritiro, propongono la direzione da prendere.
Tale rilettura si può fare su due livelli. Il primo livello: se non è andata bene, va compreso il motivo. Il secondo, però, è il più importante: capire in che termini la rilettura mi ha toccato. Per questo Sant’Ignazio dice che il predicatore non deve spiegare troppo il Vangelo, per fare in modo che l’esercitante lo incontri nella sua preghiera, perché non si tratta tanto di sapere, quanto di sentire e degustare interamente.
Si riscontra molto in Francesco una relazione personale con Gesù. È così?
Padre Rotsaert: Sì, è proprio così. Un’altra cosa che si nota parecchio è quando Ignazio dice che alla fine dell’orazione è necessario fare un colloquio con Gesù, come se fosse un amico.
Sono quattro settimane, la prima per entrare in relazione con Dio, pregare, riflettere sui propri peccati e sulla misericordia di Dio. Quanto più abbia sentito la gravità del peccato, tanto più si comprenderà meglio la misericordia di Dio. Questa prima settimana si conclude con queste domande: Che sto facendo? Cosa devo fare, per andare incontro alla fine del ritiro con lui?
La seconda settimana serve a contemplare, vedere le persone, ascoltare quello che dicono, vedere quello che fanno. Lo si fa per entrare nella visione di Sant’Ignazio, in modo che la persona entri in relazione con Cristo, non come qualcuno di duemila anni fa ma come un contemporaneo. La seconda settimana – che è la più lunga – riguarda la vita pubblica di Gesù, la terza la Passione, la quarta la Resurrezione.
Quante volte nella vita, i gesuiti fanno gli esercizi?
Padre Rosaert: Durante il primo anno di noviziato e, una seconda volta, durante il terzo anno di noviziato, con un curriculum già compiuto di studi di filosofia, teologia, ecc. Ignazio chiama questo terzo anno la schola affectus.
I ritiri si svolgono fuori dal luogo di lavoro, come sta avvenendo ad Ariccia?
Padre Rotsaert: Non sempre ma preferibilmente. Inoltre, quando la persona vive nello stesso luogo del ritiro, può finire per realizzare alcune attività. Esiste anche un altro metodo che permette di fare gli esercizi in un altro anno, nel quale la persona, ogni giorno in casa prega e riflette sulla rilettura e con un accompagnatore che si incontra una volta alla settimana. Ciò è previsto da Sant’Ignazio. A un certo momento, questo sistema è caduto in disuso ed è stato recuperato all’inizio degli anni Sessanta da un padre della mia provincia in Belgio ed approfondito dal padre Cusson, anche lui di questa università, con un buon successo. Attenzione, seguire gli esercizi alla lettera, così come sono esposti nel libro, significa non essere fedeli a Sant’Ignazio, perché vanno sempre adattati alla persona.
Non è mancato chi qualifica gli esercizi di Sant’Ignazio come un “lavaggio del cervello”…
Padre Rotsaert: Ciò mi fa sorridere perché ho scritto un breve saggio in francese sugli esercizi, nella cui introduzione, ho sottolineato la sorprendente contraddizione apparente tra il ginnastico e lo spirituale come “un tentativo di lavaggio del cervello”. Qui sorgono due fattori: con un buon predicatore e il normale esercitante non è così. Però, in compenso, è sicuro che Sant’Ignazio trovò un modo in cui la fede della persona può giocare un ruolo abbastanza determinante perché possa liberamente scegliere.
Francesco pone frequentemente il problema della coscienza, nella quale la persona ascolta Dio. Come avviene questo per un gesuita?
Padre Rotsaert: La Chiesa ha sempre detto che l’ultimo criterio per prendere una decisione è la coscienza. Lo stesso avviene su temi già consolidati come il matrimonio, nei quali il fedele deve studiare per sapere perché la Chiesa decide questo, sebbene la decisione finale spetti alla coscienza. Questa è la differenza per la quale il linguaggio del Papa è più pastorale. Non che il dicastero della Dottrina della Fede non debba fare il proprio lavoro, tuttavia il Papa sottolinea che esiste questa verità stabilita teologicamente, però anche la vita ed ognuno si confrontano con questo.
Dottrina e legge naturale non sono in contraddizione. La retta coscienza porta a comprendere la dottrina?
Padre Rotsaert: Di fatto nella storia della Compagnia di Gesù, della Chiesa, i gesuiti hanno più volte mostrato una particolare apertura teologica, rispetti a Pascal o ad altre scuole più rigide. Anche su questo  Sant’Ignazio fornisce criteri e il gesuita deve comprendere come applicarli alla persona, al luogo, al tempo, ecc. Ha posto regole sui candidati che possono entrare nella Chiesa, ma anche le possibilità di eccezioni, se esistono ragioni veramente importanti.
Quando il Papa parla con la gente, si ha l’impressione che cerchi quel lato buono della coscienza, anche in quelle di cui si direbbe che non c’è nulla…
Padre Rotsaert: È un po’ la nostra spiritualità ma non solo la nostra.
Parlando della coscienza, i gesuiti, avendo un voto di obbedienza al Papa, non potrebbero esserlo. Nel caso di Bergoglio abbiamo a che fare con questa libertà di coscienza?
Padre Rotsaert: Nella Compagnia abbiamo i tre voti dei religiosi, più un quarto di obbedienza al Papa, oltre a dei voti minori sulla povertà e sull’ambizione. Infatti Sant’Ignazio aveva notato che a Roma vi sono due tentazioni, che erano le più pericolose per la Chiesa. Ci impegniamo a non cambiare mai le regole sulla povertà volute da Sant’Ignazio, a non renderle più severe, cosa che chiaramente non è mai accaduta. Il voto sull’ambizione implica di non accettare incarichi episcopali e simili. È chiaro che storicamente ciò è avvenuto, perché, ad esempio, alcune missioni sono state iniziate da un gesuita e non vi era nessun altro che potesse fare da vescovo. E Sant’Ignazio chiaramente non ha mai pensato ad un papa gesuita, come se non potessero essere vescovi…
E Bergoglio ha accettato di essere papa, però, in quanto tale ha dovuto chiedere una dispensa…
Padre Rosaert: Già ebbe la dispensa per essere vescovo, tutto il resto è conseguenza…
A volte nei religiosi, c’è un certo “buonismo” che crea loro difficoltà a dire “no”. Con Francesco non è così. Deve vedere l’agere contra, decisioni come quella di vivere a Santa Marta…
Padre Rosaert: Saper dire di no, è importante. Intanto la formula agere contra va contestualizzata. Gli esercizi sono un metodo per comprendere come seguire Gesù ed è chiaro che, potendo scegliere, uno preferisce essere ricco piuttosto che povero, quindi nella preghiera e nel dialogo con Gesù, si può chiedere il contrario ma è un dono che si chiede, non c’è nulla di volontario.
Quelli che il Papa e la Curia Romana stanno facendo ad Ariccia, sono esercizi ignaziani?
Padre Rosaert: In senso stretto non lo sono, ma è altrettanto chiaro che sono profondamente caratterizzati dal metodo di Sant’Ignazio.
H. Sergio Mora
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Luca Marcolivio]
*

Vatican Insider
(Iacopo Scaramuzzi) Per spiegare lo scioglimento della Compagnia di Gesù (21 luglio 1773 – 7 agosto 1814), nel bicentenario del suo ristabilimento, padre Michael Paul Gallagher, gesuita irlandese, teologo (è stato professore e decano alla Pontificia Università Gregoriana), (...)
*
Il Papa venuto per "servire"
Umiltà e misericordia la parole chiave per comprendere il primo anno di pontificato di Francesco
Quando è stato eletto, il 13 marzo 2013, pochi lo conoscevano. Ha fatto subito una buona impressione, ma nessuno immaginava che sarebbe stato così popolare e che avrebbe influito così profondamente nel cuore della Chiesa, della gente e del mondo. Più di dodici milioni di persone leggono i suoi messaggi su Twitter. Sono centinaia di migliaia le persone che giungono a Roma per l’Angelus della domenica e l’Udienza del mercoledì in piazza San Pietro, superando a volte la soglia dei centomila.
E' Papa Francesco, il Romano Pontefice e Vicario di Cristo in terra, Sovrano della cristianità, una persona che ha responsabilità spirituali enormi, e che, almeno nei tempi moderni, non è mai accaduto che vivesse così sobriamente. Francesco è allergico a vanità e privilegi. Vive in una camera di hotel - la residenza vaticana Domus Sanctae Marthae - indossa scarpe comuni, usa solo auto di servizio.  Dove può fa a meno della scorta, delle autorità, dei segretari e cerimonieri che vogliono accompagnarlo. Ama incontrare e parlare con la gente comune. I gendarmi hanno difficoltà a tenerlo dentro le mura vaticane. 
Cosciente della sua piccolezza umana, fa dell’umiltà la sua forza. Pratica la misericordia e insegna a chiunque come fare della propria condizione di fragilità il punto di forza per risollevarsi. Secondo papa Francesco bisogna inginocchiarsi sotto la Croce di Cristo per risorgere insieme a Lui, perché sono proprio il sangue ed il sacrificio di Cristo la fonte di misericordia.
A fronte di un entusiasmo diffuso - soprattutto tra coloro che frequentano poco la Chiesa - tuttavia, papa Francesco ha suscitato alcune critiche tra i credenti tradizionalisti, subendo anche lo scetticismo di una parte del clero e non convincendo fino in fondo i moralisti.
Alcuni dicono che i suoi messaggi sono semplici e superficiali e che non stanno cambiando realmente la Chiesa. Altri sostengono che è vero che con il Papa argentino la Chiesa sta riacquistando credibilità e fiducia, ma se non riforma profondamente la Curia, se non punisce severamente i corrotti ed i pedofili, se non richiama alla sobrietà i Vescovi, se non scuote e rivitalizza la società decadente, il suo Pontificato non sarà abbastanza efficace.
Troppi "se". A leggere queste critiche sembra quasi che molti non stiano comprendendo quanto rivoluzionario sia già stato in un solo anno il pontificato di Francesco. A coloro che pensano ad un Pontefice che pur di aprire verso l’esterno sarebbe disponibile a far compromessi su temi sensibili come aborto o unioni omosessuali, consigliamo di leggere quanto ha detto e scritto il cardinale Bergoglio prima di salire al soglio di Pietro. Per quanto riguarda la fedeltà al magistero, il Pontefice regnante non lascia nessun dubbio. Già da arcivescovo di Buenos Aires si è opposto coraggiosamente contro quelle ideologie che hanno promosso la soppressione della vita nascente e che tentano di stravolgere il matrimonio naturale.  
La "apertura" che alcuni contestano a papa Francesco è in realtà un modo per dimostrare che la Chiesa non è una “dogana” né un “tribunale”, ma dispensa giustizia e discernimento tramite la misericordia. Come diceva l’anonimo autore della lettera a Diogneto: i cristiani “osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi” (…) “vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo”.
In questo contesto, si spiega anche la popolarità di papa Francesco. Il successo che riscuote non è dovuto solo alla semplicità e chiarezza del suo interloquire, ma soprattutto alla profonda e coerente spiegazione e testimonianza del vivere secondo il Vangelo. Le sue omelie sono brevi e intense. Soprattutto quelle mattutine a Santa Marta - una delle novità più significative del pontificato - rilanciate dalla Radio Vaticana, che pur non essendo documenti magisteriali aiutano a riformare quotidianamente la coscienza dei cristiani del mondo.
E visto che di riforme si parla, Bergoglio non si è risparmiato di aprire in questi mesi la strada ad una concreta riforma della Curia Romana, indicando già alcune svolte radicali. Con il Consiglio degli otto Cardinali, rappresentanti di tutti i continenti, il Pontefice ha reso più collegiale il governo della Chiesa ed ha ridato alla Curia la funzione di fedele servizio, evitando equivoci e sovrapposizioni.
Con l’istituzione della Segreteria per l’Economia guidata dal cardinale George Pell e la nomina di un Consiglio per l’Economia - formata da otto tra cardinali e vescovi e sette laici - ha centralizzato in maniera chiara e trasparente tutte le attività economiche della Santa Sede, formalizzando anche il ruolo dell’Apsa (Amministrazione per il Patrimonio della Sede apostolica) quale “banca centrale del Vaticano”.
In termini di politica estera e rapporti con le altre religioni, il Pontefice sta percorrendo sentieri nuovi che potrebbero portare a cambiamenti geopolitici ed ecumenici mondiali. Colpisce soprattutto l’apertura alla Russia e le buone relazioni con la Chiesa Ortodossa. Indipendentemente da quanto potrebbe accadere con la crisi Ucraina, tra Roma e Mosca si sta consolidando un rapporto di reciproca attenzione per difendere i cristiani perseguitati nel mondo, per proteggere la vita nascente e la famiglia naturale. E anche per raggiungere e consolidare la pace in diverse parti del mondo, con particolare attenzione al Medio Oriente e alla Siria, per cui lo scorso settembre ha invocato una veglia mondiale di preghiera per la pace.
Cresce poi l'attesa per il prossimo incontro del Papa con le Chiese ortodosse a Gerusalemme, in occasione del suo viaggio in Terra Santa del 24-26 maggio: una novità assoluta, oltre che l'opportunità di sedersi sullo stesso tavolo anche con ebrei e musulmani.
Come il Poverello di Assisi, Francesco ha subito scelto il carisma dell’umiltà. Un anno fa, dopo la sua elezione nella Sistina, dopo essersi allontanato per pregare in solitudine, tornò nella Cappella e non volle sedersi sul trono, ma salutò uno ad uno i cardinali che lo avevano votato in Conclave. Anche qualche giorno dopo, prima di ricevere i rappresentanti di 30 chiese cristiane, fece sostituire il trono papale con un semplice seggio. Li ha ricevuti come Vescovo di Roma e si è presentato come “servo dei servi”. Ai 132 tra capi di stato e principi regnanti che sono venuti a Roma per la sua elezione, Bergoglio ha spiegato che “il vero potere è il servizio”: “Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio – ha detto - e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”.
Di fronte a tutto questo non si può che ringraziare il Signore per averci dato una Papa come Francesco. 
A. Gaspari

*
Radio Vaticana
L’incontro è la categoria-chiave del magistero di Papa Francesco che chiede una Chiesa “in uscita”: così, ai nostri microfoni, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, commenta il primo anno di Pontificato di Papa Bergoglio. Ascoltiamo padre Spadaro (...)
*
Papa Francesco taglia il traguardo del primo anno di pontificato nel silenzio di un ritiro spirituale, accompagnato da cardinali, vescovi e sacerdoti della Curia Romana. Stanno svolgendo gli esercizi di Sant’Ignazio? In cosa consistono gli esercizi spirituali secondo il fondatore della Compagnia di Gesù? Che senso hanno per chi è già religioso? Che ruolo gioca la coscienza? Sono un lavaggio del cervello? Essendo un gesuita, in che modo Bergoglio ha compiuto l’accettazione del papato? Infine nell’agere contra ignaziano, non c’è un certo rischio di pelagianesimo?
Per approfondire la tematica e la spiritualità di papa Francesco, ZENIT ha intervistato uno specialista, il padre gesuita belga Mark Rotsaert SJ, superiore del centro di spiritualità ignaziana e professore alla Pontificia Università Gregoriana, autore di vari libri, tra cui Il discernimento spirituale nei testi di Sant’Ignazio.
Cosa significa svolgere un ritiro spirituale? È una realtà che nasce con Sant’Ignazio o già esisteva prima?
Padre Rotsaert: Quelli che attualmente si chiamano esercizi spirituali sono nati con Sant’Ignazio, tuttavia già in precedenza si tenevano ritiri o momenti di spiritualità, pur non strutturati secondo il modello ignaziano. Il santo scrisse gli Esercizi spirituali a partire da una doppia esperienza: una personale di Dio, dopo la conversione del Loyola, leggendo la vita di Gesù e dei santi, ecc.; la seconda fu durante il soggiorno a Manresa, una località spagnola in cui si fermò per circa undici mesi, un’esperienza per aiutare le anime. Allora Ignazio era ancora laico, sebbene non più militare al servizio del re di Spagna ma in cerca di Gesù. Poi si spostò a Barcellona e, da lì, divenne pellegrino in Terra Santa. Scrisse gli esercizi spirituali non per gli uditori ma per i predicatori. Infatti gli esercizi spirituali necessitano dell’orientazione del predicatore, non possono essere realizzati individualmente.
Cosa sono quindi gli esercizi spirituali?
Padre Rotsaert: Sono una novità del XVI secolo: ho studiato il tema e non ho trovato opere simili. Durano un mese, quattro ore al giorno, più un’ora la notte. L’originalità è nel ricorso pedagogico, perché questa preghiera di quattro settimane aiuta a discernere una decisione sulla propria vita, la migliore per ciascuno.
La novità consiste nella rilettura della preghiera. Dopo aver pregato per un’ora, devo riesaminare cosa sia successo in questa mia preghiera. Mi ha toccato, mi ha trasmesso gioia, che emozioni mi ha suscitato? Perché questo moto interiore è il modo in cui Dio ci parla e in cui noi lo ascoltiamo. Per questo l’accompagnatore deve aiutare chi conduce gli esercizi, in merito a questi momenti positivi di consolazione ed allegria e che, alla fine del ritiro, propongono la direzione da prendere.
Tale rilettura si può fare su due livelli. Il primo livello: se non è andata bene, va compreso il motivo. Il secondo, però, è il più importante: capire in che termini la rilettura mi ha toccato. Per questo Sant’Ignazio dice che il predicatore non deve spiegare troppo il Vangelo, per fare in modo che l’esercitante lo incontri nella sua preghiera, perché non si tratta tanto di sapere, quanto di sentire e degustare interamente.
Si riscontra molto in Francesco una relazione personale con Gesù. È così?
Padre Rotsaert: Sì, è proprio così. Un’altra cosa che si nota parecchio è quando Ignazio dice che alla fine dell’orazione è necessario fare un colloquio con Gesù, come se fosse un amico.
Sono quattro settimane, la prima per entrare in relazione con Dio, pregare, riflettere sui propri peccati e sulla misericordia di Dio. Quanto più abbia sentito la gravità del peccato, tanto più si comprenderà meglio la misericordia di Dio. Questa prima settimana si conclude con queste domande: Che sto facendo? Cosa devo fare, per andare incontro alla fine del ritiro con lui?
La seconda settimana serve a contemplare, vedere le persone, ascoltare quello che dicono, vedere quello che fanno. Lo si fa per entrare nella visione di Sant’Ignazio, in modo che la persona entri in relazione con Cristo, non come qualcuno di duemila anni fa ma come un contemporaneo. La seconda settimana – che è la più lunga – riguarda la vita pubblica di Gesù, la terza la Passione, la quarta la Resurrezione.
Quante volte nella vita, i gesuiti fanno gli esercizi?
Padre Rosaert: Durante il primo anno di noviziato e, una seconda volta, durante il terzo anno di noviziato, con un curriculum già compiuto di studi di filosofia, teologia, ecc. Ignazio chiama questo terzo anno la schola affectus.
I ritiri si svolgono fuori dal luogo di lavoro, come sta avvenendo ad Ariccia?
Padre Rotsaert: Non sempre ma preferibilmente. Inoltre, quando la persona vive nello stesso luogo del ritiro, può finire per realizzare alcune attività. Esiste anche un altro metodo che permette di fare gli esercizi in un altro anno, nel quale la persona, ogni giorno in casa prega e riflette sulla rilettura e con un accompagnatore che si incontra una volta alla settimana. Ciò è previsto da Sant’Ignazio. A un certo momento, questo sistema è caduto in disuso ed è stato recuperato all’inizio degli anni Sessanta da un padre della mia provincia in Belgio ed approfondito dal padre Cusson, anche lui di questa università, con un buon successo. Attenzione, seguire gli esercizi alla lettera, così come sono esposti nel libro, significa non essere fedeli a Sant’Ignazio, perché vanno sempre adattati alla persona.
Non è mancato chi qualifica gli esercizi di Sant’Ignazio come un “lavaggio del cervello”…
Padre Rotsaert: Ciò mi fa sorridere perché ho scritto un breve saggio in francese sugli esercizi, nella cui introduzione, ho sottolineato la sorprendente contraddizione apparente tra il ginnastico e lo spirituale come “un tentativo di lavaggio del cervello”. Qui sorgono due fattori: con un buon predicatore e il normale esercitante non è così. Però, in compenso, è sicuro che Sant’Ignazio trovò un modo in cui la fede della persona può giocare un ruolo abbastanza determinante perché possa liberamente scegliere.
Francesco pone frequentemente il problema della coscienza, nella quale la persona ascolta Dio. Come avviene questo per un gesuita?
Padre Rotsaert: La Chiesa ha sempre detto che l’ultimo criterio per prendere una decisione è la coscienza. Lo stesso avviene su temi già consolidati come il matrimonio, nei quali il fedele deve studiare per sapere perché la Chiesa decide questo, sebbene la decisione finale spetti alla coscienza. Questa è la differenza per la quale il linguaggio del Papa è più pastorale. Non che il dicastero della Dottrina della Fede non debba fare il proprio lavoro, tuttavia il Papa sottolinea che esiste questa verità stabilita teologicamente, però anche la vita ed ognuno si confrontano con questo.
Dottrina e legge naturale non sono in contraddizione. La retta coscienza porta a comprendere la dottrina?
Padre Rotsaert: Di fatto nella storia della Compagnia di Gesù, della Chiesa, i gesuiti hanno più volte mostrato una particolare apertura teologica, rispetti a Pascal o ad altre scuole più rigide. Anche su questo  Sant’Ignazio fornisce criteri e il gesuita deve comprendere come applicarli alla persona, al luogo, al tempo, ecc. Ha posto regole sui candidati che possono entrare nella Chiesa, ma anche le possibilità di eccezioni, se esistono ragioni veramente importanti.
Quando il Papa parla con la gente, si ha l’impressione che cerchi quel lato buono della coscienza, anche in quelle di cui si direbbe che non c’è nulla…
Padre Rotsaert: È un po’ la nostra spiritualità ma non solo la nostra.
Parlando della coscienza, i gesuiti, avendo un voto di obbedienza al Papa, non potrebbero esserlo. Nel caso di Bergoglio abbiamo a che fare con questa libertà di coscienza?
Padre Rotsaert: Nella Compagnia abbiamo i tre voti dei religiosi, più un quarto di obbedienza al Papa, oltre a dei voti minori sulla povertà e sull’ambizione. Infatti Sant’Ignazio aveva notato che a Roma vi sono due tentazioni, che erano le più pericolose per la Chiesa. Ci impegniamo a non cambiare mai le regole sulla povertà volute da Sant’Ignazio, a non renderle più severe, cosa che chiaramente non è mai accaduta. Il voto sull’ambizione implica di non accettare incarichi episcopali e simili. È chiaro che storicamente ciò è avvenuto, perché, ad esempio, alcune missioni sono state iniziate da un gesuita e non vi era nessun altro che potesse fare da vescovo. E Sant’Ignazio chiaramente non ha mai pensato ad un papa gesuita, come se non potessero essere vescovi…
E Bergoglio ha accettato di essere papa, però, in quanto tale ha dovuto chiedere una dispensa…
Padre Rosaert: Già ebbe la dispensa per essere vescovo, tutto il resto è conseguenza…
A volte nei religiosi, c’è un certo “buonismo” che crea loro difficoltà a dire “no”. Con Francesco non è così. Deve vedere l’agere contra, decisioni come quella di vivere a Santa Marta…
Padre Rosaert: Saper dire di no, è importante. Intanto la formula agere contra va contestualizzata. Gli esercizi sono un metodo per comprendere come seguire Gesù ed è chiaro che, potendo scegliere, uno preferisce essere ricco piuttosto che povero, quindi nella preghiera e nel dialogo con Gesù, si può chiedere il contrario ma è un dono che si chiede, non c’è nulla di volontario.
Quelli che il Papa e la Curia Romana stanno facendo ad Ariccia, sono esercizi ignaziani?
Padre Rosaert: In senso stretto non lo sono, ma è altrettanto chiaro che sono profondamente caratterizzati dal metodo di Sant’Ignazio.
H. Sergio Mora
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Luca Marcolivio]
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Vatican Insider
(Iacopo Scaramuzzi) Per spiegare lo scioglimento della Compagnia di Gesù (21 luglio 1773 – 7 agosto 1814), nel bicentenario del suo ristabilimento, padre Michael Paul Gallagher, gesuita irlandese, teologo (è stato professore e decano alla Pontificia Università Gregoriana), (...)
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Il Papa venuto per "servire"
Umiltà e misericordia la parole chiave per comprendere il primo anno di pontificato di Francesco
Quando è stato eletto, il 13 marzo 2013, pochi lo conoscevano. Ha fatto subito una buona impressione, ma nessuno immaginava che sarebbe stato così popolare e che avrebbe influito così profondamente nel cuore della Chiesa, della gente e del mondo. Più di dodici milioni di persone leggono i suoi messaggi su Twitter. Sono centinaia di migliaia le persone che giungono a Roma per l’Angelus della domenica e l’Udienza del mercoledì in piazza San Pietro, superando a volte la soglia dei centomila.
E' Papa Francesco, il Romano Pontefice e Vicario di Cristo in terra, Sovrano della cristianità, una persona che ha responsabilità spirituali enormi, e che, almeno nei tempi moderni, non è mai accaduto che vivesse così sobriamente. Francesco è allergico a vanità e privilegi. Vive in una camera di hotel - la residenza vaticana Domus Sanctae Marthae - indossa scarpe comuni, usa solo auto di servizio.  Dove può fa a meno della scorta, delle autorità, dei segretari e cerimonieri che vogliono accompagnarlo. Ama incontrare e parlare con la gente comune. I gendarmi hanno difficoltà a tenerlo dentro le mura vaticane. 
Cosciente della sua piccolezza umana, fa dell’umiltà la sua forza. Pratica la misericordia e insegna a chiunque come fare della propria condizione di fragilità il punto di forza per risollevarsi. Secondo papa Francesco bisogna inginocchiarsi sotto la Croce di Cristo per risorgere insieme a Lui, perché sono proprio il sangue ed il sacrificio di Cristo la fonte di misericordia.
A fronte di un entusiasmo diffuso - soprattutto tra coloro che frequentano poco la Chiesa - tuttavia, papa Francesco ha suscitato alcune critiche tra i credenti tradizionalisti, subendo anche lo scetticismo di una parte del clero e non convincendo fino in fondo i moralisti.
Alcuni dicono che i suoi messaggi sono semplici e superficiali e che non stanno cambiando realmente la Chiesa. Altri sostengono che è vero che con il Papa argentino la Chiesa sta riacquistando credibilità e fiducia, ma se non riforma profondamente la Curia, se non punisce severamente i corrotti ed i pedofili, se non richiama alla sobrietà i Vescovi, se non scuote e rivitalizza la società decadente, il suo Pontificato non sarà abbastanza efficace.
Troppi "se". A leggere queste critiche sembra quasi che molti non stiano comprendendo quanto rivoluzionario sia già stato in un solo anno il pontificato di Francesco. A coloro che pensano ad un Pontefice che pur di aprire verso l’esterno sarebbe disponibile a far compromessi su temi sensibili come aborto o unioni omosessuali, consigliamo di leggere quanto ha detto e scritto il cardinale Bergoglio prima di salire al soglio di Pietro. Per quanto riguarda la fedeltà al magistero, il Pontefice regnante non lascia nessun dubbio. Già da arcivescovo di Buenos Aires si è opposto coraggiosamente contro quelle ideologie che hanno promosso la soppressione della vita nascente e che tentano di stravolgere il matrimonio naturale.  
La "apertura" che alcuni contestano a papa Francesco è in realtà un modo per dimostrare che la Chiesa non è una “dogana” né un “tribunale”, ma dispensa giustizia e discernimento tramite la misericordia. Come diceva l’anonimo autore della lettera a Diogneto: i cristiani “osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi” (…) “vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo”.
In questo contesto, si spiega anche la popolarità di papa Francesco. Il successo che riscuote non è dovuto solo alla semplicità e chiarezza del suo interloquire, ma soprattutto alla profonda e coerente spiegazione e testimonianza del vivere secondo il Vangelo. Le sue omelie sono brevi e intense. Soprattutto quelle mattutine a Santa Marta - una delle novità più significative del pontificato - rilanciate dalla Radio Vaticana, che pur non essendo documenti magisteriali aiutano a riformare quotidianamente la coscienza dei cristiani del mondo.
E visto che di riforme si parla, Bergoglio non si è risparmiato di aprire in questi mesi la strada ad una concreta riforma della Curia Romana, indicando già alcune svolte radicali. Con il Consiglio degli otto Cardinali, rappresentanti di tutti i continenti, il Pontefice ha reso più collegiale il governo della Chiesa ed ha ridato alla Curia la funzione di fedele servizio, evitando equivoci e sovrapposizioni.
Con l’istituzione della Segreteria per l’Economia guidata dal cardinale George Pell e la nomina di un Consiglio per l’Economia - formata da otto tra cardinali e vescovi e sette laici - ha centralizzato in maniera chiara e trasparente tutte le attività economiche della Santa Sede, formalizzando anche il ruolo dell’Apsa (Amministrazione per il Patrimonio della Sede apostolica) quale “banca centrale del Vaticano”.
In termini di politica estera e rapporti con le altre religioni, il Pontefice sta percorrendo sentieri nuovi che potrebbero portare a cambiamenti geopolitici ed ecumenici mondiali. Colpisce soprattutto l’apertura alla Russia e le buone relazioni con la Chiesa Ortodossa. Indipendentemente da quanto potrebbe accadere con la crisi Ucraina, tra Roma e Mosca si sta consolidando un rapporto di reciproca attenzione per difendere i cristiani perseguitati nel mondo, per proteggere la vita nascente e la famiglia naturale. E anche per raggiungere e consolidare la pace in diverse parti del mondo, con particolare attenzione al Medio Oriente e alla Siria, per cui lo scorso settembre ha invocato una veglia mondiale di preghiera per la pace.
Cresce poi l'attesa per il prossimo incontro del Papa con le Chiese ortodosse a Gerusalemme, in occasione del suo viaggio in Terra Santa del 24-26 maggio: una novità assoluta, oltre che l'opportunità di sedersi sullo stesso tavolo anche con ebrei e musulmani.
Come il Poverello di Assisi, Francesco ha subito scelto il carisma dell’umiltà. Un anno fa, dopo la sua elezione nella Sistina, dopo essersi allontanato per pregare in solitudine, tornò nella Cappella e non volle sedersi sul trono, ma salutò uno ad uno i cardinali che lo avevano votato in Conclave. Anche qualche giorno dopo, prima di ricevere i rappresentanti di 30 chiese cristiane, fece sostituire il trono papale con un semplice seggio. Li ha ricevuti come Vescovo di Roma e si è presentato come “servo dei servi”. Ai 132 tra capi di stato e principi regnanti che sono venuti a Roma per la sua elezione, Bergoglio ha spiegato che “il vero potere è il servizio”: “Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio – ha detto - e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”.
Di fronte a tutto questo non si può che ringraziare il Signore per averci dato una Papa come Francesco. 
A. Gaspari

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Radio Vaticana
L’incontro è la categoria-chiave del magistero di Papa Francesco che chiede una Chiesa “in uscita”: così, ai nostri microfoni, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, commenta il primo anno di Pontificato di Papa Bergoglio. Ascoltiamo padre Spadaro (...)
Vatican Insider
(Iacopo Scaramuzzi) Per spiegare lo scioglimento della Compagnia di Gesù (21 luglio 1773 – 7 agosto 1814), nel bicentenario del suo ristabilimento, padre Michael Paul Gallagher, gesuita irlandese, teologo (è stato professore e decano alla Pontificia Università Gregoriana), (...)
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Il Papa venuto per "servire"
Umiltà e misericordia la parole chiave per comprendere il primo anno di pontificato di Francesco
Quando è stato eletto, il 13 marzo 2013, pochi lo conoscevano. Ha fatto subito una buona impressione, ma nessuno immaginava che sarebbe stato così popolare e che avrebbe influito così profondamente nel cuore della Chiesa, della gente e del mondo. Più di dodici milioni di persone leggono i suoi messaggi su Twitter. Sono centinaia di migliaia le persone che giungono a Roma per l’Angelus della domenica e l’Udienza del mercoledì in piazza San Pietro, superando a volte la soglia dei centomila.
E' Papa Francesco, il Romano Pontefice e Vicario di Cristo in terra, Sovrano della cristianità, una persona che ha responsabilità spirituali enormi, e che, almeno nei tempi moderni, non è mai accaduto che vivesse così sobriamente. Francesco è allergico a vanità e privilegi. Vive in una camera di hotel - la residenza vaticana Domus Sanctae Marthae - indossa scarpe comuni, usa solo auto di servizio.  Dove può fa a meno della scorta, delle autorità, dei segretari e cerimonieri che vogliono accompagnarlo. Ama incontrare e parlare con la gente comune. I gendarmi hanno difficoltà a tenerlo dentro le mura vaticane. 
Cosciente della sua piccolezza umana, fa dell’umiltà la sua forza. Pratica la misericordia e insegna a chiunque come fare della propria condizione di fragilità il punto di forza per risollevarsi. Secondo papa Francesco bisogna inginocchiarsi sotto la Croce di Cristo per risorgere insieme a Lui, perché sono proprio il sangue ed il sacrificio di Cristo la fonte di misericordia.
A fronte di un entusiasmo diffuso - soprattutto tra coloro che frequentano poco la Chiesa - tuttavia, papa Francesco ha suscitato alcune critiche tra i credenti tradizionalisti, subendo anche lo scetticismo di una parte del clero e non convincendo fino in fondo i moralisti.
Alcuni dicono che i suoi messaggi sono semplici e superficiali e che non stanno cambiando realmente la Chiesa. Altri sostengono che è vero che con il Papa argentino la Chiesa sta riacquistando credibilità e fiducia, ma se non riforma profondamente la Curia, se non punisce severamente i corrotti ed i pedofili, se non richiama alla sobrietà i Vescovi, se non scuote e rivitalizza la società decadente, il suo Pontificato non sarà abbastanza efficace.
Troppi "se". A leggere queste critiche sembra quasi che molti non stiano comprendendo quanto rivoluzionario sia già stato in un solo anno il pontificato di Francesco. A coloro che pensano ad un Pontefice che pur di aprire verso l’esterno sarebbe disponibile a far compromessi su temi sensibili come aborto o unioni omosessuali, consigliamo di leggere quanto ha detto e scritto il cardinale Bergoglio prima di salire al soglio di Pietro. Per quanto riguarda la fedeltà al magistero, il Pontefice regnante non lascia nessun dubbio. Già da arcivescovo di Buenos Aires si è opposto coraggiosamente contro quelle ideologie che hanno promosso la soppressione della vita nascente e che tentano di stravolgere il matrimonio naturale.  
La "apertura" che alcuni contestano a papa Francesco è in realtà un modo per dimostrare che la Chiesa non è una “dogana” né un “tribunale”, ma dispensa giustizia e discernimento tramite la misericordia. Come diceva l’anonimo autore della lettera a Diogneto: i cristiani “osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi” (…) “vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo”.
In questo contesto, si spiega anche la popolarità di papa Francesco. Il successo che riscuote non è dovuto solo alla semplicità e chiarezza del suo interloquire, ma soprattutto alla profonda e coerente spiegazione e testimonianza del vivere secondo il Vangelo. Le sue omelie sono brevi e intense. Soprattutto quelle mattutine a Santa Marta - una delle novità più significative del pontificato - rilanciate dalla Radio Vaticana, che pur non essendo documenti magisteriali aiutano a riformare quotidianamente la coscienza dei cristiani del mondo.
E visto che di riforme si parla, Bergoglio non si è risparmiato di aprire in questi mesi la strada ad una concreta riforma della Curia Romana, indicando già alcune svolte radicali. Con il Consiglio degli otto Cardinali, rappresentanti di tutti i continenti, il Pontefice ha reso più collegiale il governo della Chiesa ed ha ridato alla Curia la funzione di fedele servizio, evitando equivoci e sovrapposizioni.
Con l’istituzione della Segreteria per l’Economia guidata dal cardinale George Pell e la nomina di un Consiglio per l’Economia - formata da otto tra cardinali e vescovi e sette laici - ha centralizzato in maniera chiara e trasparente tutte le attività economiche della Santa Sede, formalizzando anche il ruolo dell’Apsa (Amministrazione per il Patrimonio della Sede apostolica) quale “banca centrale del Vaticano”.
In termini di politica estera e rapporti con le altre religioni, il Pontefice sta percorrendo sentieri nuovi che potrebbero portare a cambiamenti geopolitici ed ecumenici mondiali. Colpisce soprattutto l’apertura alla Russia e le buone relazioni con la Chiesa Ortodossa. Indipendentemente da quanto potrebbe accadere con la crisi Ucraina, tra Roma e Mosca si sta consolidando un rapporto di reciproca attenzione per difendere i cristiani perseguitati nel mondo, per proteggere la vita nascente e la famiglia naturale. E anche per raggiungere e consolidare la pace in diverse parti del mondo, con particolare attenzione al Medio Oriente e alla Siria, per cui lo scorso settembre ha invocato una veglia mondiale di preghiera per la pace.
Cresce poi l'attesa per il prossimo incontro del Papa con le Chiese ortodosse a Gerusalemme, in occasione del suo viaggio in Terra Santa del 24-26 maggio: una novità assoluta, oltre che l'opportunità di sedersi sullo stesso tavolo anche con ebrei e musulmani.
Come il Poverello di Assisi, Francesco ha subito scelto il carisma dell’umiltà. Un anno fa, dopo la sua elezione nella Sistina, dopo essersi allontanato per pregare in solitudine, tornò nella Cappella e non volle sedersi sul trono, ma salutò uno ad uno i cardinali che lo avevano votato in Conclave. Anche qualche giorno dopo, prima di ricevere i rappresentanti di 30 chiese cristiane, fece sostituire il trono papale con un semplice seggio. Li ha ricevuti come Vescovo di Roma e si è presentato come “servo dei servi”. Ai 132 tra capi di stato e principi regnanti che sono venuti a Roma per la sua elezione, Bergoglio ha spiegato che “il vero potere è il servizio”: “Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio – ha detto - e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce”.
Di fronte a tutto questo non si può che ringraziare il Signore per averci dato una Papa come Francesco. 
A. Gaspari
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Radio Vaticana
L’incontro è la categoria-chiave del magistero di Papa Francesco che chiede una Chiesa “in uscita”: così, ai nostri microfoni, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, commenta il primo anno di Pontificato di Papa Bergoglio. Ascoltiamo padre Spadaro (...)
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Intervista con padre Mark Rotsaert, superiore del Centro di Spiritualità Ignaziana e professore all'Università Gregoriana