La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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lunedì 27 marzo 2017

👹👺Al lupo al lupo ...


Di Maio e il polverone sulle pensioni dei parlamentari


Sta girando con effetto virale un video del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio che grida allo scandalo e incita all'indignazione popolare per la mancata approvazione della proposta dei Cinque Stelle mirante ad abolire i (presunti) privilegi pensionistici dei parlamentari. Peccato che, come avevamo già ricordato nei due post precenti, quei privilegi siano già stati aboliti quasi completamente (poi spiegherò il quasi) dal primo gennaio 2012.

I nuovi requisiti per accedere alla pensione di vecchiaia dei parlamentari con abile furbata mediatica vengono paragonati da Di Maio a dei vitalizi mascherati. I vitalizi, quelli veri, sono stati cancellati però con la riforma del 2012, piccolo particolare. Ma soprattutto si grida allo scandalo poiché con cinque anni di contributi si percepisce una pensione di vecchiaia a 65, a differenza dei comuni mortali che hanno bisogno di vent’ anni. Peccato che, come ci ha spiegato anche Giuliano Cazzola, cinque anni di contributi (con il sistema contributivo) sono il periodo minimo per ottenere una pensione di vecchiaia per chiunque italiano abbia iniziato a lavorare dal 1996 o sia iscritto alla gestione separata. I vent'anni valgono per chi usufruisce del sistema misto avendo cominciato a lavorare prima di quella data (verrà calcolata col retributivo e in seguito con il contributivo).Dunque al sistema dei cinque anni appartengono a tutti gli effetti anche i parlamentari dell’ ultima legislatura, iniziata nel 2013. L'unica differenza è che con la legge Fornero i comuni mortali vanno in pensione a 67 anni, mentre deputati e senatori percepiscono l'assegno a 65. Nel video si irride anche ai tagli minimi dei veri privilegi pensionistici, quelli maturati dai parlamentari prima del 2012, previsti dalla proposta del Pd approvata dall'Ufficio di presidenza della Camera. Il contributo di solidarietà sarà del 10% per i vitalizi da 70mila a 80mila euro, del 20% da 80mila a 90mila euro, del 30% da 90mila a 100 mila euro e del 40% per quelli superiori ai 100mila euro annui. La proposta, è stato spiegato da fonti parlamentari, porterebbe a regime ad un risparmio di 2,5 milioni all’ anno per le casse della Camera.Si può discutere che quei tagli (i “contributi di solidarietà” imposti ai privilegiati pre-2012) siano irrisori, siano "bruscolini" per chi ha un vitalizio di 80 mila euro all’ anno come Cirino Pomicino:peccato che nella proposta di Di Maio quei privilegi nemmeno si tocchino e ci si concentri sulle pensioni post 2012. Lo scopo, naturalmente, è quello di fare “ammuina” per arrivare alla scadenza anticipata della legislatura, come vogliono i Cinque Stelle, sollevando un bel polverone. E non è che in questo ci siano solo i grillini. Persino il segretario uscente del Pd Matteo Renzi ha paragonato le pensioni degli attuali parlamentari a dei vitalizi augurando la scadenza anticipata della legislatura. Il problema è che il sentimento dell’ antipolitica è così forte che oggi si può inventare qualsiasi “post-verità” (termine elegante per definire un fatto inesistente) e vederla circolare in Rete come una denuncia sacrosanta. E mi raccomando, fate girare! 
 Da famigliaCristiana 

Vangelis - The Best Of Vangelis




sabato 25 marzo 2017

Un’Oca, dispiacente...

leggoerifletto



Le penne d’oca - Trilussa


*Un’Oca, dispiacente* * perché la gente la trattava male, se lagnò con un Ciuccio, un Somarello piuttosto attempatello. – A sentì l’omo, l’Oca è l’animale più stupido, più scemo, più imbecille; nun s’aricorda che le poesie de Dante, Ariosto, Tasso e d’antri mille so’ uscite tutte da le penne mie? – Percui – disse er somaro – è ’na fortuna d’avé in mano un ucello accusì raro! Famme er piacere, impresteme ’na penna, perché, per quanto poco me n’intenna, chi lo sa che pur’io non ciarieschi a fanne quarchiduna? E je le strappò tutte, una per una, pe’                                  scrive li sonetti romaneschi!


altro »  leggoerifletto 

giovedì 23 marzo 2017

Le lettere di Berlicche (The Screwtape Letters)

    ungranellodisale.blogspot.it

La forma di ogni virtù


martedì 4 aprile 2017


«Abbiamo fatto gli uomini orgogliosi di molti vizi, ma non della viltà. Ogni volta che eravamo quasi riusciti, il Nemico permetteva una guerra o un terremoto o qualche altra calamità, e d'un tratto il coraggio diventa amabile e importante, con tanta naturalezza, perfino all'occhio umano, che tutto il nostro lavoro è come non fatto, e c'è ancora almeno un vizio del quale sentono una sincera vergogna. Il pericolo di trascinare alla viltà i nostri pazienti, perciò, è che si potrebbe produrre una vera conoscenza e una vera nausea di sé, con pentimento e umiltà come conseguenza. E infatti, nell'ultima guerra, migliaia di esseri umani, avendo scoperto la loro viltà, scoprirono per la prima volta tutt'intorno il mondo morale. [...]

Qui ci si presenta un dilemma crudele. Se promovessimo la giustizia e la carità fra gli uomini faremmo direttamente il vantaggio del Nemico; ma se li guidiamo a comportarsi all'opposto, ciò produrrà, presto o tardi, (poiché Egli permette che lo produca) una guerra o una rivoluzione, e il problema inevitabile della viltà e del coraggio sveglierà migliaia di uomini dall'abulia morale.

Egli vede, con la stessa chiarezza con la quale vedi tu, che il coraggio non è semplicemente una delle virtù, ma la forma di ogni virtù quando giunge alla prova, vale a dire nel punto della più alta realtà. Una castità, o una onestà, o una pietà che cede di fronte al pericolo sarà casta oppure onesta oppure misericordiosa soltanto a certe condizioni. Pilato fu misericordioso finché non divenne rischioso. La guerra per molti sarà pietra d'inciampo, ma per i più sarà farmaco salutare per recuperare la salute».
da ungranellodisale.blogspot.it

(titolo originale The Screwtape Letters), pubblicato a Londra nel 1942 dallo scrittore Clive Staples Lewis


ma originariamente apparso sulle pagine del quotidiano The Guardian


(EN)
« There are two equal and opposite errors into which our race can fall about the devils. One is to disbelieve in their existence. The other is to believe, and to feel an excessive and unhealthy interest in them. They themselves are equally pleased by both errors and hail a materialist or a magician with the same delight. »
(IT)
« Vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei Diavoli. Uno è quello di non credere alla loro esistenza. L'altro, di credervi, e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I Diavoli sono contenti d'ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago. »
(C.S. Lewis, Premessa a Le lettere di Berlicche, pag. 3.)


 C.S. Lewis - Le lettere di Berlicche

C.S. Lewis
  • C.S. Lewis

  • Clive Staples Lewis (Belfast 1889 - 1963) insegnò a lungo Letteratura inglese medievale all'Università di Oxford e fu grande amico di J.R. Tolkien, con il quale fondò il gruppo degli Inklings. Autore di importanti testi di argomento letterario e religioso, fu anche scrittore prolifico e popolarissimo (le sue opere più note sono Lontano dal pianeta silenzioso, la trilogia fantascientifica Perelandra e Le lettere di Berlicche). Per i ragazzi scrisse sette romanzi ambientati nel mondo fantastico di Narnia, che hanno avuto un immediato successo in tutto il mondo. Dal volume Le Cronache di Narnia. Il leone, la strega e l'armadio è stato tratto un film largamente apprezzato nel 2005.


















C.S. Lewis - Le lettere di Berlicche

http://www.segnideitempi.org/libri/ebook/


Nel libro sono dunque raccolte le lettere 
che Berlicche invia, in tempi diversi, al nipote Malacoda. 
 Lo zio offre al nipote una serie di ricchi consigli per dannare le anime degli uomini, soprattutto nei riguardi dei giovani, data l'età dell'anima affidata a Malacoda. Il Nemico (Dio) e suo figlio (Cristo) intervengono prontamente in ogni azione di Malacoda e dunque lo zio è costretto a dilungarsi più volte in tanti temi tipicamente legati allo spirito giovanile, come l'amicizia, l'amore, l'orgoglio, il legame con i genitori, la sessualità, la gola; in ciò Lewis utilizza uno stile assai vario, ma sempre incisivo, affrontando con una teologia ad un tempo benevola ed esigente tutte le tematiche sopra citate.C. S. Lewis (Belfast29 novembre 1898 – Oxford22 novembre 1963), è stato uno scrittore e filologo britannico.Fu docente di lingua e letteratura inglese all'Università di Oxford, dove divenne amico di J. R. R. Tolkien col quale - insieme anche a Charles Williams ed altri - fondò il circolo informale di discussione letteraria degli Inklings.È noto al grande pubblico soprattutto come autore del ciclo di romanzi Le cronache di Narnia.


Jaca Book -  Le lettere di Berlicche Il brindisi di Berlicche
In un’opera geniale, Le lettere di Berlicche, C. S. Lewis inventa l’espediente di un colloquio epistolare tra demoni, lo zio Berlicche e il nipote Malacoda. Oltre che apprezzabile per arguzia e ironia, l’opera appare come un’utilissima palestra per allenarsi a riconoscere la tentazione. Nella quotidianità facciamo costantemente esperienza di come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l’apparenza del bene e dell’innocenza. Il male che si nasconde sotto le parvenze del bene si chiama tentazione. Nel «Padre nostro» noi chiediamo a Dio di tenerci lontano dalla tentazione ovvero di farcela riconoscere come tale e, quindi, di togliere la patina mendace che ricopre il male e ci impedisce di riconoscerlo come tale. L’autore evidenzia già fin dall’inizio che «vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è il non credere alla loro esistenza. L’altro di credervi e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d’ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago».. 
Percorrendo le pagine in cui lo zio tenta di educare il nipote a traviare gli umani, scopriamo come denigrare la dimensione allegra della vita e il riso sia una modalità del diavolo di allontanarci dal gusto di vivere. Anche trascurare i piaceri veri, quelli che davvero hanno a che fare con la nostra persona in nome dei piaceri che vanno più di moda, è un espediente adottato dal diavolo perché l’uomo non vada verso Dio, dal momento che l’uomo è portato verso Dio proprio dalle sue vere passioni e dai suoi talenti. Scrive lo zio diavolo Berlicche al nipote Malacoda: «Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo?».Quest’uomo, che è chiamato dal diavolo con l’espressione «verme» o «piccolo bruto», non deve pensare a se stesso, deve essere distratto da ciò che ha più a cuore, dai suoi interessi in una sorta di divertissement o distrazione che lo allontana da sé, dalla realtà e da Dio. Malgrado i suggerimenti dell’esperto zio, il paziente di Malacoda diverrà cristiano. Anche allora lo si può tentare utilmente facendogli pensare di avere la grazia per sempre e che essa non vada, invece, chiesta giorno per giorno, istante per istante, facendogli desiderare un’umiltà intesa non come dipendenza da Dio e dal Mistero, bensì come sottovalutazione e disprezzo dei propri talenti e delle proprie capacità. Malacoda sarà di volta in volta spronato dallo zio a tentare il paziente con il desiderio di vivere nella prospettiva del futuro, slegato dal presente e dall’eternità, con la dimenticanza della propria precarietà e della propria miseria. Scrive Berlicche: «Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemico (Dio) li destina all’eternità. Perciò, credo, Egli desidera che essi si occupino principalmente di due cose: della eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel quale il tempo tocca l’eternità. Del momento presente, e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza analoga all’esperienza che il nostro nemico ha della realtà intera; soltanto in esso viene loro offerta la libertà e la realtà».A questo punto si potrà tentare il nuovo convertito inducendolo a non voler essere «unicamente cristiano», ma a perseguire «il cristianesimo e la crisi, il cristianesimo e la nuova psicologia, il cristianesimo e l’ordine nuovo, il cristianesimo e la ricerca psichica, il cristianesimo e il vegetarianesimo». Al proposito lo zio scrive ancora a Malacoda: «Se devono essere cristiani siano almeno cristiani con una differenza. Sostituisci alla fede qualche moda con una tinta cristiana». Questa è una riduzione del cristianesimo che lo stempera e al contempo ne annienta la potente forza rivoluzionaria in nome delle buone, accettabili e comprensibili mode del momento. Nell’ottica mondana e nella prospettiva dei due demoni del romanzo ciò che è incomprensibile è che si possa seguire un Altro per guadagnare completamente se stessi, che si possa davvero amare un altro in maniera disinteressata (ci deve pur essere un secondo fine nell’amore di Dio, nel cosiddetto amore disinteressato). Lasciamo al lettore il piacere di leggere quest’utile «manuale tascabile per riconoscere il pensiero del mondo e la tentazione» e di scoprire quale sarà la fine del paziente dell’inesperto diavolo Malacoda.
Diavoli & C. «manuale per riconoscere il pensiero del mondo e la tentazione»
 berliccheemalacoda.blogspot.it

venerdì 17 marzo 2017

La televisione sta riportando l’umanità allo stadio...

ALTRA REALTA'

La televisione sta riportando l’umanità allo stadio primitivo

La televisione sta riportando l’umanità allo stadio primitivo. Poiché la gente sta di nuovo guardando solo figure, esiste un pericolo per il futuro. È già evidente che la gente ha smesso di leggere i grandi della letteratura. Chi si prende la briga di leggere, quando è possibile vedere il film alla TV? Si tratta di un fenomeno pericoloso, perché ci sono cose che non possono essere tradotte in immagini, i grandi capolavori letterari possono essere ridotti in immagini solo parzialmente. Il pericolo è che la gente a poco a poco dimenticherà il linguaggio scritto e la sua bellezza, la sua magia, e continuando a guardare la televisione tornerà allo stadio primitivo. Attualmente l’americano medio guarda la televisione per sette ore e mezzo al giorno, ciò causerà la distruzione di qualcosa che era stato conquistato con enormi difficoltà. Ebbene, da un uomo che guarda la televisione per sette ore e mezzo al giorno non ci si può aspettare che legga Shakespeare, Khalidas, o Rabindranath Tagore, Hermann Hesse, o Martin Buber, o Jean Paul Sartre. Più grande è l’opera, e meno è possibile tradurla in immagini. Le immagini sono vivaci, eccitanti, semplici, ma non paragonabili al linguaggio scritto. Il futuro deve essere protetto da molte cose. I computer potrebbero distruggere l’intera memoria della gente, perché non ce ne sarà bisogno – potrai tenere in tasca un computer grande come un pacchetto di sigarette, e conterrà tutto ciò che hai bisogno di sapere. Non avrai più bisogno di avere memoria; basterà schiacciare un bottone e il computer ti darà tutte le informazioni che desideri. Il computer potrebbe distruggere l’intera memoria che è stata sviluppata con grandi difficoltà in secoli di storia. La televisione potrebbe cancellare la letteratura e la possibilità stessa che persone come Shelley o Byron nascano di nuovo. Si tratta di grandi invenzioni, ma nessuno ha considerato le implicazioni. Esse ridurranno l’intera umanità a uno stato di ritardo mentale.


- OSHO : Satyam Shivam Sundram, Ch 7

altrarealta.blogspot.it/

giovedì 16 marzo 2017

Francesco e l’infinitamente piccolo...


francesco-e-l-infinitamente-piccolo.PDF

fra Giorgio Bonati
Se non avete ancora letto “Francesco e l’infinitamente piccolo” di Christian Bobin, ve lo consiglio, di più, vi bisbiglio sotto voce che per me è il più bel libro scritto su san Francesco!
Inizia così quel libro: “Il giovane partì insieme con l’angelo e anche il cane li seguì. E’ una frase che sta nella Bibbia. E’ una frase del libro di Tobia, nella Bibbia. La Bibbia è un libro fatto di molti libri, e in ciascuno di questi libri vi sono molte frasi, e in ognuna di queste frasi molte stelle, olivi e fontane, asinelli e alberi di fico, campi di grano e pesci, e il vento, dovunque il vento, il malva del vento della sera, il rosa della brezza mattutina, il nero delle grandi tempeste.” Continuerei a scrivervelo, ma è meglio che ve lo prendiate e ve lo gustiate goccia a goccia. Comunque, più avanti dice: “Il giovane partì insieme all’angelo e anche il cane li seguì. In questa frase non vedete né l’angelo né il giovane. Vedete solo il cane, indovinate il suo umore gioioso, lo guardate mentre segue i due invisibili: il giovane reso invisibile dalla sua spensieratezza, e l’angelo, reso invisibile dalla sua semplicità. Il cane, si, lo si vede. Dietro. Al seguito… Cane Francesco d’Assisi.”
Ora, ecco perché mi è venuto in mente il libro, giusto perché del brano evangelico che racconta del povero Lazzaro e del ricco epulone, a me è arrivato addosso il cane: “…ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe”
Cane che lecca le piaghe di Lazzaro, Francesco che abbraccia il lebbroso. 
Non ho mai goduto la compagnia di un cane nella mia vita, quella vera intendo, ma ho potuto apprezzarne la presenza fedele. A Romena, camminando sulla via della resurrezione, Toby ci seguiva spesso, e giunti alla “fedeltà”, indicavo lui come esempio. Ora è nel persempre, seppellito proprio li, accanto alla “fedeltà”. Un pensiero vola alle scorrazzate di Tito con mio Sebastian, o Tina con la sua Maya quella sera alla messa…come a dire, Dio li fa e poi li accoppia: Tu sia lodato, nostro Signore, per fratello cane…
fra Giorgio B. 
 “Francesco e l’infinitamente piccolo”

immagine cuordilibro.wordpress.com

Così parlò Zarathustra: il canto della danza...

leggoerifletto

Canzone a ballo - Friedrich Nietzsche

*Una sera Zarathustra andava per il bosco con i suoi **discepoli; e proprio mentre cercava una fontana, ecco che giunse in un verde prato silenzioso, circondato da alberi e cespugli: là alcune fanciulle danzavano tra di loro. Appena le fanciulle riconobbero Zarathustra, smisero la danza; ma Zarathustra si avvicinò loro con amichevole saluto e disse queste parole:* *"Non cessate la danza, o leggiadre fanciulle! Non venne a voi un guastafeste dallo sguardo malvagio, né un nemico delle fanciulle.Io sono l'intercessore di Dio contro il demonio: lui invece è lo spirito della pesantezza.
Come potrei essere, o voi lievi, nemico della divina danza? o dei piedi delle fanciulle dalle belle caviglie? Io sono, è vero, una foresta e una notte di alberi neri: ma chi non ha paura della mia oscurità trova dei roseti sotto i miei cipressi. E vi trova anche il piccolo dio che è tanto caro alle fanciulle: egli è disteso vicino alla fonte, zitto, con gli occhi chiusi. In realtà, mi si è addormentato, quel fannullone! E forse andato troppo a caccia di farfalle? Non siate in collera con me, o belle danzatrici, se punisco un poco il piccolo dio! Egli griderà e piangerà; ma è allegro anche nel pianto! E con le lacrime negli occhi vi chiederà un ballo; e io stesso voglio intonare un canto per la sua danza: una ballata e una canzone satirica sullo spirito della pesantezza, il mio altissimo e potentissimo demonio, di cui si dice che sia il padrone del mondo”. E questo è il canto che Zarathustra cantò, mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme:
Frederic Soulacroix (1858-1933)  Printemps






Così parlò Zarathustra: 

il canto della danza


La dance di Matisse
La dance di Matisse
Una sera Zarathustra andava per il bosco con i suoi discepoli; e proprio mentre cercava una fontana, ecco che giunse in un verde prato silenzioso, circondato da alberi e cespugli: là alcune fanciulle danzavano tra di loro. Appena le fanciulle riconobbero Zarathustra, smisero la danza; ma Zarathustra si avvicinò loro con amichevole saluto e disse queste parole: “Non cessate la danza, o leggiadre fanciulle! Non venne a voi un guastafeste dallo sguardo malvagio, né un nemico delle fanciulle. Io sono l’intercessore di Dio contro il demonio: lui invece è lo spirito della pesantezza. Come potrei essere, o voi lievi, nemico della divina danza? o dei piedi delle fanciulle dalle belle caviglie? Io sono, è vero, una foresta e una notte di alberi neri: ma chi non ha paura della mia oscurità trova dei roseti sotto i miei cipressi. E vi trova anche il piccolo dio che è tanto caro alle fanciulle: egli è disteso vicino alla fonte, zitto, con gli occhi chiusi. In realtà, mi si è addormentato, quel fannullone! E forse andato troppo a caccia di farfalle? Non siate in collera con me, o belle danzatrici, se punisco un poco il piccolo dio! Egli griderà e piangerà; ma è allegro anche nel pianto! E con le lacrime negli occhi vi chiederà un ballo; e io stesso voglio intonare un canto per la sua danza: una ballata e una canzone satirica sullo spirito della pesantezza, il mio altissimo e potentissimo demonio, di cui si dice che sia il padrone del mondo”. E questo è il canto che Zarathustra cantò, mentre Cupido e le fanciulle danzavano insieme:
 “Recentemente ti guardai negli occhi, o vita! E mi sembrò di sprofondare nell’imperscrutabile. Ma tu mi riportasti sù con un amo d’oro; ridesti ironicamente quando ti chiamai imperscrutabile. ‘Così parlano tutti i pesci’ tu dicesti; ‘ciò che essi non penetrano, è imperscrutabile. Ma io sono solo mutevole e selvaggia e in tutto una femmina e fra l’altro non virtuosa: Anche se da voi uomini vengo chiamata la profonda o la fedele, l’eterna, la misteriosa. Voi uomini ci fate sempre dono delle vostre proprie virtù, ahimè, o virtuosi!’ Così rise, l’infida; ma io non mi fido mai di lei e del suo riso, quando parla male di se stessa. E quando ebbi parlato a quattr’occhi con la mia selvaggia saggezza, essa mi disse adirata: ‘Tu vuoi, tu desideri, tu ami; solo per questo tu lodi la vita!’ Stavo quasi per darle una cattiva risposta e dire la verità all’irata; non si può rispondere peggio di quando ‘si dice la verità’ alla propria saggezza. Così stanno le cose tra noi tre. In fondo io amo solo la vita; tanto più, quando la odio! Se tuttavia anche la saggezza mi è cara e spesso troppo cara: questo accade, perché essa mi rammenta troppo la vita! Essa ha i suoi occhi, il suo sorriso e perfino il suo piccolo amo d’oro: che colpa ne ho io se tutt’e due sono così rassomiglianti? E quando una volta la vita mi chiese: chi è mai questa, saggezza? allora io dissi premurosamente: ‘Ahimè, sì! la saggezza! Si ha sete di lei e non se ne diviene mai sazi, la si guarda attraverso i veli, e si cerca di afferrarla con la rete. È bella? Che ne so io! Ma anche le più vecchie carpe vengono prese all’amo con essa. È mutabile e caparbia; spesso l’ho veduta mordersi le labbra e adoperare il pettine contro il verso dei suoi capelli. Forse essa è malvagia e falsa, e in tutto una femmina; ma quando parla male di se stessa, proprio allora mi seduce più di tutto’. Appena ebbi detto questo alla vita, essa rise malignamente e chiuse gli occhi. ‘Di chi parli?’ disse di me, vero? Anche se tu avessi ragione, mi si dice forse ciò, così, in faccia? Ma ora parla anche della tua saggezza!’ Ahimè, allora tu apristi di nuovo gli occhi, vita mia adorata! E a me sembrò di cadere di nuovo nell’imperscrutabile”. Così cantò Zarathustra. Ma quando la danza ebbe fine e le fanciulle se ne furono andate, divenne triste. E disse: “Il sole è da tempo tramontato, il prato è umido, dalla foresta viene frescura. Un qualcosa di sconosciuto è intorno a me e guata pensoso. Che cosa? Vivi tu ancora, o Zarathustra? Perché? per che cosa? per mezzo di che cosa? verso dove? dove? come? Non è follia, vivere ancora? Ahimè, amici miei, è la sera che così mi interroga. Perdonate la mia tristezza! Si è fatta sera: perdonatemi, che si è fatta sera!” Così parlò Zarathustra.
Opera completa


The Chronicles Of Narnia - The Lion,The Witch And The Wardrobe-Narnia Lullaby

mercoledì 15 marzo 2017

Ricetta per il St Patrick’s Day

girobloggando.blogspot.it/2017/03/festa-di-san-patrizio
Il 17 marzo è il St Patrick’s Day e l’Irlanda si prepara per festeggiare. Per l’occasione, noi vi regaliamo qualche curiosità e una ricetta. Pronti?  
 Per esempio, sapevate che anche se in Irlanda amano questa festa alla follia, St. Patrick non era irlandese, bensì gallese? Non solo, il suo vero nome pare non fosse neppure Patrick: gli storici concordano nel dire che fosse Maewyn Succat e che abbia preso il nome latino solo successivamente.   E la famosa sfilata di St. Patrick? Una tradizione nata a Boston. Ebbene si, però tradizione piuttosto antica: nel 1737 fu inventata dagli immigrati irlandesi che avevano voglia di celebrare la propria patria, la propria cultura e l’orgoglio nazionale, anche se lontani da casa.  E di sicuro non sono in molti a sapere che il giorno di St. Patrick è festa nazionale anche nell’ isola di Montserrat nei Caraibi, che conta circa 4.000 abitanti: molti di loro sono discendenti di emigrati irlandesi del diciassettesimo secolo.  Esaurite le curiosità, eccoci giunti al momento di tornare in cucina e scoprire nuovi gusti ai fornelli: quella che vi proponiamo oggi è la ricetta del pollo grigliato alla birra scura e lime 
   INGREDIENTI  per 2 porzioni  2 quarti di pollo 300 ml di Guinness  1 cucchiaino di condimento Cajun 2 spicchi di aglio schiacciati 2 cucchiaini di miele chiaro 1 cucchiaino di aceto balsamico scorza di limone finemente grattugiata  succo di 1 lime 1 lime intero 2 stelle di anice sale e pepe  PREPARAZIONE   1. Prepariamo la marinatura. Mettete in una casseruola la birra, l’aglio, il miele, le spezie Cajun, l’anice, l’aceto balsamico, il succo di lime e la scorza di limone. Portate a ebollizione mescolando bene. Diminuite la fiamma e cuocete a fuoco lento per 10 minuti, finché la salsa non si sarà dimezzata. Togliete l’anice stellato e tenetelo da parte per la decorazione finale.  2. Incidete il pollo e aromatizzatelo con sale e pepe, poi mettetelo in un piatto antiaderente poco profondo. Versateci sopra la salsa raffreddata, girando il pollo e ricoprendolo l’intera superfice. Coprite e lasciate marinare in frigorifero per minimo due ore o, potendo, l’intera notte.  3. Ricoprite la griglia con carta stagnola, stendevi il pollo con la pelle a contatto con la griglia e con un cucchiaio versateci sopra la marinatura.  Cuocete a fuoco medio per 35-40 minuti, girando il pollo a metà cottura e bagnandolo di tanto in tanto con la marinatura. La carne è pronta quando, infilzandola, i succhi che ne escono sono limpidi.  4. Servite i quarti di pollo con due fette di lime e l’anice stellato che avrete tenuto da parte. Irrorarate con la marinatura rimasta sulla griglia e accompagnate il piatto con una fresca insalata.  

Pollo speziato alla birra irlandese e lime

 per festeggiare San Patrizio


By MARINA PALUMBO 

FONTE: www.lastampa.it

martedì 14 marzo 2017

Iniziati alla Pasqua: meditazioni sulla Quaresima ...

PIETRE VIVE

Iniziati alla Pasqua: 
meditazioni sulla Quaresima 
di Andrea Grillo

Un volumetto agile, per meditare sulla prossima Quaresima. Pubblico qui di seguito la Introduzione al volume.



Introduzione

Recuperare la quaresima come iniziazione festiva al mistero della Pasqua è una “grande impresa”, che noi cristiani cattolico-romani, appartenenti alla seconda generazione dopo il Concilio Vaticano II, abbiamo trovato indicata da quel grande Concilio come una delle chiavi di accesso alla nostra tradizione ecclesiale e spirituale. Rimettere in moto il meccanismo simbolico di un cammino festivo di pregustazione, di preparazione, e soprattutto di iniziazione alla Pasqua esige da parte nostra il chiarimento di alcune evidenze iniziali, dalle quali vorrei prendere avvio, per meditare sul “sacramento della quaresima”.

Quaresima è parola piena di tempo. Indica, come è noto, un periodo di 40 giorni. Tempo di tentazione, tempo di prova, ma anche tempo di sfida, tempo di coraggio e di ardimento, come pure tempo di pazienza e di mitezza. Quaresima dice, anzitutto, il primato del tempo sullo spazio. Per questo ha bisogno di “procedure temporali di cammino”, non di “forme spaziali di possesso”. Qui si apre la prima sfida. E’ la sfida lanciata dal Concilio Vaticano II, e preparata dalla grande teologia del XX secolo, perché noi possiamo tornare alla “sana tradizione”. Poiché la tradizione non è garantita per il fatto di esserci. La tradizione deve essere accolta, compresa, riletta e rimotivata. Solo così resta sana e può diventare ancora efficace.

Che cosa dice, oggi, la “tradizione quaresimale”? Essa parla quasi nonostante se stessa, non di rado parla contro se stessa. Lo vediamo bene se ascoltiamo spregiudicatamente la voce del linguaggio comune, che non mente mai. Il linguaggio ordinario, infatti, usa il termine “quaresima” in senso decisamente negativo, come sinonimo di “mancanza di gioia”, di “noia”, di “depressione”, di “tristezza”. Qui, evidentemente, non è solo colpa “degli altri”. Certo, i fenomeni che toccano la lingua sono sempre molto complessi. Ma prendono origine da una “tradizione ecclesiale” che è entrata in crisi da almeno due secoli. La crisi è stata determinata dall’aver perso alcune evidenze fondamentali del “tempo di quaresima” – come del resto di tutti gli altri “tempi”. Restando priva della forza simbolica della grande tradizione, la piccola tradizione recente – un poco imborghesita e molto irrigidita – ha ridotto la quaresima alle “pratiche devote di individui pii”. Di fronte a questo sviluppo, che solo con molta difficoltà può essere aggirato, e che ha creato modelli personali di identità, stili individuali ed ecclesiali di preghiera, forme condivise di penitenza, oggi possiamo meditare con strumenti nuovi di analisi e di intervento. Essi sono proposti – e direi imposti – dal grande passaggio ecclesiale con cui la tradizione è stata messa alla prova del “ressourcement” e dell’”aggiornamento”. Sono parole “tecniche”, queste, che potremmo tradurre in questo modo: per la Chiesa, e più ancora per la testimonianza del Vangelo e del discepolato di Cristo, è decisivo un duplice movimento. Occorre da un lato tornare alle fonti, ma dall’altro ci è richiesto ditornare ad essere fonti. Come è evidente, questo doppio processo è un andare e un venire, riguarda oggetti e soggetti, mette in gioco “saperi” e investe “pratiche”. Una meditazione sulla quaresima deve aver chiaro anzitutto questo: la quaresima non è un autorevole “museo della tradizione penitenziale” – anche se ha a che fare con testi e gesti molto antichi e di grande autorevolezza – ma non è neppure una organizzazione di “cose da fare” – anche se deve lasciarsi guidare da pratiche vive, sincere ed efficaci.

La quaresima è stata così investita da un interesse nuovo: non solo per scoprire che cosa essa fosse stata un tempo, ma anche per dischiudere la possibilità che essa possa essere di nuovo significativa, proprio per le generazioni di oggi e di domani Perché possa rispondere, cioè, ad un bisogno profondo dell’uomo e della donna credente, di “lasciarsi iniziare alla Pasqua”, ogni anno, in un percorso di 6 settimana, dalle Ceneri fino alla Settimana Santa.

D’altra parte, la Quaresima, orientata come è alla iniziazione al mistero pasquale, prende tutto il suo significato da un grande approfondimento che intorno al mistero pasquale è avvenuto nell’ultimo secolo. Ci siamo lasciati riaccompagnare nel cuore della nostra fede, nel mistero della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù, evento al quale riconosciamo, in modo sempre più limpido, di “partecipare nella celebrazione”. Questo punto è assolutamente centrale. Meditare i misteri di Cristo esige di prendere parte alla azione della loro celebrazione. Questa coscienza della necessaria “partecipazione attiva al mistero pasquale” – maturata lungo il corso del XX secolo e divenuta parola ufficiale con la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium – ha restituito non solo alla azione liturgica pasquale tutta la sua forza originaria, ma ha riabilitato anche la quaresima come pratica di iniziazione ad essa.

La Quaresima torna così ad essere “tempo festivo” che conduce alla Pasqua; si riconosce di nuovo come “sacramento” che introduce al mistero storico, escatologico ed ecclesiale del “transitus” – “pasqua” e “passaggio” – di Cristo e della Chiesa. La sua destinazione – ossia una Pasqua che è croce e sepolcro vuoto – esige una rilettura profonda del “pregare”, del “fare penitenza” e del “digiunare”. Potremmo dire che la “figura devota” della quaresima – legata fortemente ad una percezione esclusivamente individuale delle “penitenze”, della “preghiera” e del “digiuno” – ha iniziato a trasformarsi in una “celebrazione del sacramento della quaresima” in cui le medesime “forme di devozione” si lasciano illuminare dall’ascolto della parola e dalla celebrazione per ritus et preces. Le sequenze della liturgia della Parola e della celebrazione eucaristica, nella scansione domenicale, approdano al Triduo e poi ai 50 giorni del tempo pasquale, fino alla Pentecoste. Cammino dei neofiti e rinnovamento della coscienza ecclesiale progrediscono parallelamente nella forma corporea del mistero di Dio, che entra nella storia degli uomini e la trasforma. La Quaresima è di nuovo possibile come itinerario sacramentale di iniziazione al mistero: per la accoglienza nel discepolato e per un discepolato accogliente.

Proveremo allora a guadagnare questa nuova condizione con una serie di meditazioni, tra loro autonome, ma collegate a filo doppio nel medesimo progetto. Restituire una dignità simbolica e rituale al “processo quaresimale”, al “tempo di quaresima”. La nostra scansione meditativa attraverserà molte e diverse “regioni” della sensibilità ecclesiale intorno alla quaresima. Parleremo della sana tradizione e della duplice sfida che sa lanciare alla prassi ecclesiale; del compito di iniziare alla Pasqua nel tempo; dei soggetti coinvolti nei 40 giorni di cammino, che sono Cristo e la Chiesa; delle nuove ricchezze della liturgia della parola e delle riscoperte nelle pratiche rituali. Fino ad arrivare al “nucleo” che collega le “parole antiche” alle “nuove evidenze”. Come ho già detto, qui si accentrerà il cuore delle nostre meditazioni: le “pratiche penitenziali” che la tradizione ci ha consegnato meritano un accurato discernimento, ma ancor più esigono un radicale ripensamento. Recuperare la preghiera come “un altro parlare”, la penitenza come “un cambiare vita”, il digiuno e l’elemosina come “relazione sciolta con i beni, con la libertà, con la sessualità” costituiscono una sfida non piccola per arrivare – o tornare – al mistero pasquale con il tesoro di “esperienza espressa” che la Quaresima ci fa scoprire. Perché la “Pasqua annuale” sia “simbolo” che non solo dà a pensare, ma anche a “parlare”, a “comunicare”, ad “ascoltare”, a “mangiare”. Per questo motivo le meditazioni sulla Quaresima sporgeranno, in conclusione, sulla “celebrazione della Pasqua” a cui sono strutturalmente destinate. Se i 40 giorni della quaresima sono “tempo immenso” di “iniziazione corporea” ai 3 giorni del Triduo Pasquale; e se a sua volta il Triduo è la grande porta che introduce alle “sette settimane” del Tempo Pasquale, allora è evidente che una luce non piccola sulla Quaresima scenda, seppur di riflesso, dalla elucidazione che sapremo fornire, meditando brevemente e conclusivamente sul mistero della celebrazione della Pasqua annuale in rapporto alla Pasqua settimanale.
iniziati


(fonte: Come se non)