La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/
Avvertenza Alcuni testi o immagini inserite in questo blog potrebbero essere tratte da internet e, pertanto, considerate di pubblico dominio. Qualora, però, la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'Autore, vogliate comunicarlo via email. Saranno immediatamente rimossi. L'Autore del blog non è responsabile dei siti collegati tramite link, né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

domenica 13 settembre 2015

Un CUORE e una ricchezza che non si vende e non si compra: si dona.

da: "Cent' anni di solitudine" - Gabriel Garcia Marquez

Quando il pirata Francis Drake prese d'assalto Riohacha, nel sedicesimo secolo, la bisnonna di Ursula Iguaràn si spaventò tanto per il suono della campana a martello e per il rimbombo dei cannoni, che perse il controllo dei nervi e si sedette su un focolare acceso. 
Le bruciature la lasciarono ridotta a una sposa inutile per tutta la vita. 
Non poteva sedersi se non di costa, sistemata su un mucchio di cuscini, e doveva esserle rimasto qualcosa di strano nel modo di muoversi, perché non si fece mai più vedere a camminare in pubblico. 
Rinunciò a ogni sorta di impegni sociali ossessionata dalla idea che il suo corpo emanasse un odore di bruciaticcio. L'alba la sorprendeva nel patio; non osava dormire perché sognava che gli inglesi coi loro feroci cani d'assalto entravano dalla finestra della stanza da letto e la sottoponevano a ingiuriose torture con ferri incandescenti. Suo marito, un commerciante aragonese dal quale aveva avuto due figli, spese mezzo negozio in medicine e divertimenti cercando il modo di alleviare i suoi terrori. 
Alla fine liquidò gli affari e portò la famiglia a vivere lontano dal mare, in un villaggio di indios pacifici situato sui contrafforti della sierra, dove fece costruire a sua moglie una stanza da letto senza finestre in modo che i pirati dei suoi incubi non avessero da dove entrare. 
Nel villaggio sperduto viveva da molto tempo prima un creolo coltivatore di tabacco, don José Arcadio Buendìa, col qua le il bisnonno di Ursula stabilì una società così proficua che in pochi anni fecero una fortuna. 
Diversi secoli più tardi, il bisnipote del creolo si sposò con la bisnipote dell'aragonese. 
Per questo, ogni volta che Ursula perdeva le staffe per qualche pazzia di suo marito, sorvolando trecento anni di accidenti, malediceva l'ora in cui Francis Drake aveva preso d'assalto Riohacha. 
Era un semplice sfogo, perché in realtà erano legati fino alla morte da un vincolo più solido dell'amore: un comune rimorso di coscienza. Erano cugini tra loro. Avevano trascorsa l'infanzia insieme nell'antico villaggio che i loro reciproci antenati avevano trasformato col loro lavoro e le loro buone abitudini in uno dei migliori borghi della provincia. 
Anche se quel matrimonio era prevedibile fin dal giorno della loro nascita, quando essi espressero la volontà di sposarsi, i parenti cercarono di impedirlo. Avevano paura che quei sani boccioli di due razze secolarmente incrociate patissero l'onta di concepire delle iguane. 
Esisteva già un precedente terribile. Una zia di Ursula, che si era sposata con uno zio di José Arcadio Buendìa, aveva dato alla luce un figlio che aveva passato tutta la vita con dei pantaloni gonfi e flosci, e che era morto dissanguato dopo essere vissuto per quarantadue anni nel puro stato di verginità, perché era nato e cresciuto con una coda cartilaginosa a forma di cavaturacciolo e con un pennello di setole sulla punta. 
Una coda di maiale che non fece mai vedere a nessuna donna, e che gli costò la vita quando un macellaio amico suo gli fece il favore di mozzarla con un marrancio. 
José Arcadio Buendìa, con la leggerezza propria dei suoi diciannove anni, risolse il problema con una sola frase: "Non mi importa di mettere al mondo dei porcelli, purché possano parlare." E così si sposarono con una festa di banda e petardi che durò tre giorni. Sarebbero stati felici subito se la madre di Ursula non l'avesse terrorizzata con ogni sorta di sinistri pronostici sulla sua discendenza, fino al punto di convincerla a non consumare il matrimonio. 
Temendo che il corpulento e voglioso marito la violasse nel sonno, Ursula si infilava prima di coricarsi un paio di calzoni rudimentali che sua madre le aveva fabbricato con tela per vele e rinforzato con un sistema di cinghie incrociate, che si chiudeva sul davanti con una grossa fibbia di ferro. Così rimasero per parecchi mesi. 
Di giorno, lui allevava i suoi galli da combattimento e lei ricamava a telaio con sua madre. Durante la notte, si dibattevano per diverse ore con una ansiosa violenza che sembrava già un surrogato dell'atto d'amore, finché l'intuizione popolare subodorò che stava succedendo qualcosa di irregolare, e fece correre la chiacchiera che Ursula fosse ancora vergine a un anno dalle nozze, perché suo marito era impotente. 
José Arcadia Buendìa fu l'ultimo ad essere informato della insinuazione. "Vedi, Ursula, cosa va dicendo la gente," disse a sua moglie con molta calma. "Lascia che parlino," disse lei. "Noi sappiamo che non è vero." Di modo che la situazione continuò senza cambiare per altri sei mesi, fino alla tragica domenica in cui José Arcadio Buendìa vinse un combattimento di galli contro Prudencio Aguilar. Furioso, eccitato dal sangue del suo animale, il perdente si scostò da José Arcadio Buendìa in modo che tutta l'arena potesse sentire quello che gli stava per dire. "Complimenti," gridò. "Vediamo un po' se quel gallo glielo farà finalmente il favore a tua moglie." 
José Arcadio Buendìà, sereno, prese il suo gallo. "Torno subito," disse a tutti. E poi, a Prudencio Aguilar: "E tu, va' a casa tua e armati, perché sto per ammazzarti. " Dieci minuti dopo tornò con la lancia di suo nonno già esperta di sangue. 
Sulla soglia dell'arena, dove si era concentrato mezzo villaggio, Prudencio Aguilar lo aspettava. Non ebbe tempo di difendersi. La lancia di José Arcadio Buendìa, scagliata con la forza di un toro e con la stessa mira sicura con la quale il primo Aureliano Buendìa aveva sterminato le tigri della regione, gli trapassò la gola. 
Quella notte, mentre si vegliava il cadavere nell'arena dei galli, José Arcadio Buendìa entrò nella stanza da letto mentre sua moglie si stava infilando i calzoni di castità. 
Brandendo la lancia davanti a lei, le ordinò: "Togliti quella roba." 
Ursula non mise in dubbio la fermezza di suo marito. "Sarai il responsabile di quello che succederà," mormorò. José Arcadio Buendìa piantò la lancia nel pavimento di terra battuta. 
"Se dovrai mettere al mondo delle iguane, alleveremo delle iguane," disse. "Ma in questo paese non ci saranno più morti per colpa tua."

- Gabriel García Márquez -
da: "Cent'anni di solitudine", Oscar Mondadori, pagg. 10-11



Se un giorno avrai voglia di piangere, chiamami:
non prometto di farti ridere ma potrò piangere con te…
Se un giorno riuscirai a fuggire, non esitare a chiamarmi:
non prometto di chiederti di rimanere, ma potrò fuggire con te…
Se un giorno non avrai voglia di parlare con nessuno, chiamami:
staremo in silenzio…
Ma se un giorno mi chiamerai e non risponderò, vieni correndo da me: perché di certo avrò bisogno di te.

- Gabriel García Márquez -


«Il domani non è assicurato a nessuno, giovane o vecchio. 
Oggi può essere l’ultimo giorno che vedi coloro che ami. 
Perciò non aspettare più, fallo oggi, perché se il domani non dovesse mai arrivare, sicuramente lamenterai il giorno che non hai preso tempo per un sorriso, un abbraccio, un bacio, e che sarai stato troppo occupato per concedere un ultimo desiderio».

- Gabriel García Márquez -



Avevo sempre creduto che morire d’amore non fosse altro che una licenza poetica. Quel pomeriggio, di nuovo a casa senza il gatto e senza lei, constatai che non solo era possibile morire, ma che io stesso, vecchio e senza nessuno, stavo morendo d’amore. 

- Gabriel Garcia Marquez -
da "Memoria delle mie puttane tristi"


La gente corre dietro agli attimi, e non si accorge che è la propria esistenza che se ne va."

- Gabriel García Márquez -





Buona giornata a tutti. :-)  www.leggoerifletto.it

Il trionfo di Flavia ...agli US Open 2015.

Flavia Pennetta trionfa agli US Open 2015

Pennetta RG15 (1) (19300934912)

Articolo da Fanpage.it

Flavia Pennetta ha vinto gli US Open 2015. La trentatreenne brindisina ha battuto, nella prima finale italiana di sempre nella storia delle prove dello Slam, Roberta Vinci per 7-6 6-2. Pennetta ha sofferto assai nel primo set, in cui ha dominato la tensione. Ma dopo aver vinto il tie-break Flavia ha preso il controllo della partita e senza problemi ha conquistato il primo Major della sua carriera. La Pennetta da lunedì sarà la numero 8 del mondo, la 5a nella Race, la classifica del 2015 e cioè significa che a fine stagione giocherà anche il Masters. L’italiana porta a casa pure 3.300mila dollari, la Vinci incassa poco meno della metà.

La finale – Sugli spalti c’è anche il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, al suo fianco il presidente del Coni Malagò e quello della Federtennis Binaghi, abituato a vedere le sue ragazze nelle fasi finali dei grandi tornei. Roberta e Flavia entrano in campo sorridenti, ma la tensione è evidente. Per entrambe è l’occasione della vita e giocare contro un’amica non facilità il compito né all’una né all’altra. Pennetta e Vinci si conoscono da quasi vent’anni. Le due ragazze pugliesi nel 1999 vinsero assieme il torneo di doppio del Roland Garros. Flavia è la favorita perché ha una classifica migliore, perché ha più armi e perché ha vinto gli ultimi confronti. L’ansia non l’ha aiuta in avvio. Il quinto gioco sembra essere lo spartiacque del match. Pennetta strappa il servizio a Vinci solo all’ottava palla break! Roberta è tenace e capisce le difficoltà dell’amica, che non concretezza quattro opportunità del 5-3 e si fa riagganciare. Il primo set si chiude al tie-break, che Flavia si aggiudica per 7 punti a 4. Il tie-break indirizza la partita verso la giocatrice più forte che nel secondo set prende il largo. Sul 4-0 Pennetta forse si deconcentra, Vinci si rifà sotto, ma la rimonta non c’è. Flavia conquista il successo più grande della sua carriera.


Pennetta: "A fine anno mi ritiro" – "Sono felicissima, prima dell'inizio del torneo non pensavo affatto di poter vincere gli US Open. Il pubblico è stato stupendo. Questo è uno dei miei tornei preferiti, ho sempre giocato bene qui. Ringrazio il mio team. Il mio allenatore, il mio fisioterapista: apprezzo ciò che ha fatto negli ultimi anni. Quando era giovane speravo di diventare numero 1 e speravo di vincere uno Slam e pure Roma. Non so cos'altro dire se non altro che sono felicissima e che è stato splendido sfidare una mia amica in finale. Ci conosciamo con Roberta da quando siamo piccolissime, abbiamo passato tantissimo tempo insieme, potremmo scrivere un libro su quello che abbiamo combinato insieme. Prima di giocare questo torneo avevo deciso di abbandonare il tennis. E chiudere così è fantastico. Qualunque giocatore desidera chiudere così con un trofeo del genere. Questo è il mio ultimo match agli US Open, e ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato nella mia carriera, soprattutto i miei genitori". Pennetta in un certo senso emula Pete Sampras, uno dei più grandi tennisti della storia, che dopo aver vinto gli US Open del 2002 decise di prendersi quasi un anno sabbatico prima di annunciare agli US Open del 2003 il suo ritiro dall’attiva agonistica.

Continua la lettura su Fanpage.it

Fonte: Fanpage.it

Autore: Alessio Morra


Licenza: Licenza Creative Commons
Questo opera è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Italia.

Articolo tratto interamente da Fanpage.it 


Photo credit si.robi (Pennetta RG14 (1)) [CC BY-SA 2.0], via Wikimedia Commons

La vita di Antonia Pozzi



La vita

Alle soglie d'autunno
in un tramonto
muto
scopri l'onda del tempo
e la tua resa
segreta
come di ramo in ramo
leggero
un cadere d'uccelli
cui le ali non reggono più.

Antonia Pozzi

Web sul blog: By 

venerdì 11 settembre 2015

silenzio - MARIO BRUNELLO - Silence





MARIO BRUNELLO: VIA IL "SOTTOFONDO"


Nel libro "Silenzio" il violoncellista, restituisce l'importanza che ha questa dimensione nella musica, ma non solo. Nel silenzio nasce il suono, l'arte, la fede. La vita.


Mario Brunello (foto A. Bevilacqua)











Mario Brunello (foto A. Bevilacqua)

“E’ un libro più da ascoltare che da leggere. Nel silenzio”. Così scrive  all’inizio della sua riflessione tra il filosofico, il musicale e l’esistenziale Mario Brunello, uno dei musicisti che il mondo ci invidia. Il suo è un originale, intimo elogio del silenzio.    Solo a un superficiale può sembrare strano che un musicista dedichi un libro a tale dimensione. Chi conosce Brunello,  sa quanto appassionata sia la sua ricerca dei silenzi, anche in luoghi  alieni dalla musica, come il deserto, o l’alta montagna, per andarvi a suonare il suo magico violoncello.

   Se viviamo male, afferma l’autore, è anche perché abbiamo cancellato il silenzio dal nostro tempo. Ma esso “vive  fuori del tempo”. Anzi, “lo prende in contro-tempo”. E ci prende in controtempo. Il suo nemico non è tanto il rumore, o la voce sguaiata, ma il “sotto-fondo”, cioè quell’indistinto che omologa tutto, che confonde le differenze, che, in definitiva, falsifica la vita. Per tornare a vivere e a capire l’esistenza, quindi,  si deve recuperare il silenzio, prendersene cura, ri-abitarlo, cavandolo dal cono d’ombra in cui lo abbiamo colpevolmente relegato.    
    Nel libro ("Silenzio", Il Mulino) , pensato  come una sonata, cioè diviso in quattro tempi, più un bis, il violoncellista, parte dalla sua esperienza, tornando a quand’era ancora studente agli ultimi anni di corso. Preparando la Sonata op.25 di Paul Hindemit per violoncello solo,“scoprii il potere del silenzio e il silenzio mi fece scoprire di essere musicista”, rivela.  Esso è la condizione senza la quale non  potrebbe esistere la musica. E’ il luogo, il contenitore della musica il suo “liquido amniotico”. Il ventre dal quale escono i suoni, ma anche lo spazio dal quale esce l’invenzione musicale. “L’arte musicale degli ultimi tre secoli, la musica classica, ha fatto del silenzio un elemento espressivo, di equilibrio formale, addirittura un elemento principale entro il quale distillare i suoni.  Da Bach a John Cage è stato fatto un percorso che ha portato a ribaltare l’importanza dei ruoli tra suono e silenzio”, osserva Brunello.
Mario Brunello (Foto A. Bevilacqua)
Mario Brunello (Foto A. Bevilacqua)


Poi il discorso si estende alle altre dimensioni intellettuali: non si dà creazione artistica se non immersi nel silenzio, ma neanche intuizione  scientifica. D’altra parte quest’ultimo è anche il momento aurorale della comunicazione, del dialogo: il silenzio precede sempre la parola, quella autentica. L’ascolto richiede solo ascolto. Cioè silenzio. E invece noi, oggi, ascoltiamo, e vediamo assieme o, peggio, facciamo al contempo qualcosa d’altro. Viviamo con le cuffiette alle orecchie. Ciò elimina la possibilità decisiva di dedicarsi a una sola cosa alla volta, continua Brunello, che significa  vivere con autenticità.    

  Anche l’esperienza religiosa, a ben vedere,  prevede di necessità il silenzio. Prima che alla parola e all’annuncio, l’uomo di fede è chiamato alla meditazione, alla contemplazione muta. Forse perché capire che si viene dal silenzio, da qualcosa di diverso da noi che siamo “rumore”,  e nel caso migliore voce, ci fa anche capire la presenza di un qualcosa di diverso da noi che ci contiene, ci previene, ci prevede. Proprio come il silenzio genera la nota. Davvero un libro da gustare in silenzio.
 www.famigliacristiana.it/



Mario Brunello - Canzoni armene con violoncello, torrente e poco vento
Mario Brunello ha scelto un promontorio erboso sopra ad un nevaio ed piccolo corso d'acqua, ai piedi di una parete rocciosa, per un cocerto offerto ad un gruppo di escursionisti in trekking da Vogo di Fassa al Passo Sella. In questo video Mario Brunello esegue al violoncello quattro canzoni armene ed il vento riprende a soffiare forte proprio alla fine dell'esecuzioine quaso che la natura avesse rispettato la bellezza della musica. Forse anche le numerose marmotte sulle pendici del monte si sono messe in ascolto senza fischiare.


Silenzio

MARIO BRUNELLO

Silence


Hidden among the sounds of our everyday life, silence has become an unfamiliar dimension of experience; yet we all intimately pursue it. Mario Brunello is an artist capable of playing in a theatre or a monastery, on top of a mountain or in the middle of a desert, or even in an old, abandoned factory. Silence is the common denominator of all these venues. In a concert hall, silence is tense, charged, emotionally provocative, reflecting the audience's voiceless anticipation. A mountaintop provides a site in which the act of listening has no need for performed music. But the author argues that silence is also the acceptance of existing sounds. The interlacing of life and art is precisely the topic of this book.
This book is part of a new series entitled "Forgotten Words": silence, patience, frugality, perseverance, decency, prudence, courage... and, finally, old age. This new series comprises brief essays by authors having different intellectual backgrounds, who discuss these forgotten words, explore their contemporary relevance, and identify their existential features.
Mario Brunello is one of the world's most renowned cello players. He has performed in major international concert halls, collaborating with conductors such as Claudio Abbado, Myung-Whun Chung, Carlo Maria Giulini, Riccardo Muti, and Zubin Mehta. But he also likes to play music beyond the confines of traditional circuits. His extraordinarily varied repertoire attempts to integrate the new and the old and re-interprets the past in light of the present. He regularly participates in jazz festivals and theatrical productions.



Mario Brunello e la musica del silenzio
Mario Brunello al Salone internazionale del libro di Torino 2014 presenta il suo libro Silenzio:https://www.mulino.it/isbn/9788815248008

Nascosto tra i rumori della nostra quotidianità, il silenzio è oggi una dimensione quasi sconosciuta, ma forse intimamente ricercata da ciascuno di noi. Mario Brunello è un artista capace di suonare in un teatro come in un monastero, su una cima dolomitica o nel deserto, ma anche in un vecchio capannone industriale. Il silenzio è il denominatore comune di tutti questi luoghi: in un sala da concerto il silenzio è teso, carico, emotivamente provocante, fatto dal non parlare del pubblico in attesa; in alta montagna è il "luogo" dove si dà un ascolto che non ha bisogno di musica eseguita. Ma per l'autore il silenzio è anche accettazione dei suoni esistenti: e proprio questo intreccio di vita e arte è il tema del libro.

Mario Brunello - Havun Havun - Alpi Apuane, Foce Rasori - 6-9-15

giovedì 10 settembre 2015

I preconcetti talvolta annegano, perhè non sanno nuotare nel mare della verità.

La raccoglitrice di vetri sulla spiaggia e altri racconti -

Padre Anthony De Mello

Una famiglia di cinque persone si stava godendo una giornata sulla spiaggia. 
I bambini facevano il bagno nell'oceano e costruivano castelli di sabbia, quando comparve in lontananza una vecchina. 
I capelli grigi le volavano con il vento e gli abiti erano sporchi e stracciati. Mormorava qualcosa fra sé e sé e intanto raccoglieva oggetti nella sabbia e li metteva in un sacco. 
I genitori chiamarono i bambini vicino a sé e raccomandarono loro di stare lontani dalla vecchietta. 
Quando passò accanto a loro, curvandosi di tanto in tanto per raccogliere roba, ella sorrise alla famiglia. Ma essi non ricambiarono il suo saluto. 
Molte settimane dopo vennero a sapere che la vecchina da sempre si era assunta il compito di raccogliere pezzetti di vetro sulla spiaggia per evitare ai bambini di ferirsi i piedi.

- Padre Anthony De Mello -



La principessa e il rospo

Un giorno una bella principessa decise di andare a passeggiare per la foresta e qui incontrò un rospo. Il rospo la salutò molto delicatamente. 
La principessa si spaventò al sentire un rospo parlare la lingua degli uomini. Ma questi la rassicurò: "Altezza Reale, in realtà io non sono un rospo. Sono un principe, ma una strega mi ha trasformato in un rospo". 
La principessa, che aveva un cuore generoso, gli chiese: "Posso far qualcosa per spezzare questo sortilegio?". 
Il rospo rispose: "Sì. La strega mi ha detto che se riuscissi a trovare una principessa che mi ami tanto da restare con me per tre giorni e tre notti, il sortilegio verrebbe spezzato e io tornerei ad essere un principe". 
La principessa in quel rospo poteva già vedere il principe.
Portò con sé il rospo a palazzo. Tutti esclamavano: "Cosa è quella creatura ripugnante che ha portato con sé?". E lei rispondeva: "No, non è una creatura ripugnante, è un principe!". E teneva il rospo con sé giorno e notte, a tavola e seduto sul guanciale mentre dormiva. 
Dopo tre giorni e tre notti si svegliò e vide quel principe giovane e bello, che baciò la sua mano con gratitudine per aver rotto l'incantesimo e averlo trasformato nel principe che era.

- Padre Anthony De Mello -


Togliere il sasso 

Un giorno Diogene stava all'angolo della strada, piegato in due dalle risate.
Il suo amico Archippo, allora, gli chiese: "Ma che cosa hai da ridere?".
"Vedi quel sasso che c'è li in mezzo alla strada? 

Da quando sono qui ci avranno inciampato già dieci persone! Ci sono rimaste tutte male, ma non ce n'è una, dico una, che si sia presa il disturbo di toglierlo di mezzo in modo che non ci inciampino altre persone".

- Padre Anthony De Mello - 
Da: La preghiera della rana. Saggezza popolare dell'Oriente, Volume 1, Paoline




Buona giornata a tutti. :-) www.leggoerifletto.it

http://leggoerifletto.blogspot.it/

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.


Originally posted on ANOTHERSEA:

Ho contato i miei anni…


10155838_577470202357121_4940669120939406351_n
“Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente…Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità. Non voglio esserci in riunioni dove sfilano persone gonfie di ego.Non tollero i manipolatori e gli opportunisti. Mi danno fastidio gli invidiosi, che cercano di screditare quelli più capaci, per appropriarsi dei loro posti, talenti e risultati.Odio, se mi capita di assistere, i difetti che genera la lotta per un incarico maestoso. Le persone non discutono di contenuti, a malapena dei titoli.Il mio tempo è troppo scarso per discutere di titoli.Voglio l’essenza, la mia anima ha fretta…Senza troppe caramelle nella confezione…Voglio vivere accanto a della gente umana, molto umana.Che sappia sorridere dei propri errori.Che non si gonfi di vittorie.Che non si consideri eletta, prima ancora di esserlo.Che non sfugga alle proprie responsabilità.Che difenda la dignità umana e che desideri soltanto essere dalla parte della verità e l’onestà.L’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone…Gente alla quale i duri colpi della vita, hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell’anima.Sì… ho fretta… di vivere con intensità, che solo la maturità mi può dare.Pretendo di non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono…Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza. Spero che anche il tuo lo sia, perché in un modo o nell’altro ci arriverai…”MARIO ANDRADE
 by montgiusi