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martedì 15 gennaio 2013

Gesù Cristo e il popolo ebraico

La radice e i rami selvatici

 
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Il prossimo 17 gennaio si celebra la Giornata di riflessione ebraico-cristiana.

  A tal proposito, riporto di seguito ampi stralci della prefazione, a firma del cardinale presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, al volume Gesù Cristo e il popolo ebraico. Interrogativi per la teologia di oggi a cura di Mary C. Boys, Philip A. Cunningham, H. Hermann Henrix, Joseph Sievers, Jesper Svartvik (Roma, Gregorian & Biblical Press, 2012, pagine 416, euro 30).
(Walter Kasper) La storia delle relazioni ebraico-cristiane è complessa e difficile. Accanto a momenti positivi, in cui alcuni vescovi presero degli ebrei sotto la loro protezione contro pogrom o stermini di massa, vi sono stati periodi bui, che sono rimasti particolarmente impressi nella coscienza collettiva ebraica. La Shoah, l’assassinio organizzato da parte dello Stato di circa sei milioni di ebrei europei, basato su di un’ideologia razziale primitiva, è in assoluto il punto più basso di questa storia. L’Olocausto non può essere attribuito al cristianesimo in quanto tale, visto che aveva anche chiare caratteristiche anti-cristiane. Tuttavia, un anti-ebraismo teologico cristiano ha contribuito lungo i secoli in tal senso, incoraggiando una diffusa antipatia per gli ebrei, così che un antisemitismo motivato dall’ideologia razziale ha preso il sopravvento in questo modo terribile, mentre la resistenza contro l’oltraggiosa e inumana brutalità non raggiunse l’ampiezza e la chiarezza attese.
Sfortunatamente è stato necessario il crimine senza precedenti della Shoah perché si realizzasse un ripensamento radicale. Da parte cattolica, la dichiarazione del Vaticano II, Nostra aetate, ha rappresentato la svolta decisiva. Essa è irrevocabile — come Benedetto XVI ha chiaramente ribadito anche durante la sua visita alla sinagoga di Roma il 17 gennaio 2010. È irreversibile per il semplice fatto che le argomentazioni teologiche centrali della dichiarazione Nostra aetate sono fermamente stabilite in due costituzioni conciliari del più alto livello: la costituzione dogmatica sulla Chiesa (nn. 6, 9, 16) e la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione (nn. 3, 14).
Nella dichiarazione Nostra aetate due affermazioni sono particolarmente importanti. Fondamentale è il riconoscimento delle radici ebraiche del cristianesimo e la sua eredità ebraica. Sulla base di tali radici ed eredità comuni, come disse Giovanni Paolo II durante la sua visita alla sinagoga romana il 13 aprile 1986, l’ebraismo non è esterno ma interno al cristianesimo; il cristianesimo ha una relazione unica con esso. Questa dichiarazione ha annullato l’antico anti-ebraismo. La seconda affermazione importante riguarda la condanna dell’antisemitismo.
La dichiarazione del concilio non è rimasta lettera morta: da allora molti eventi decisivi hanno cercato di tradurla in realtà. Nel 1974 papa Paolo VI ha istituito la Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, con il compito di promuovere le relazioni e la cooperazione con gli ebrei. Inoltre, in tutte le conferenze episcopali interessate esistono comitati e iniziative di dialogo a livello nazionale; è cresciuta anche una fruttuosa cooperazione a livello teologico e in molte altre aree. «Settimane della fratellanza», anniversari di Nostra aetate, eccetera, cercano di mantenere vivo l’impegno della riconciliazione e del dialogo con l’ebraismo in un ambito pubblico ampio. I documenti su questo tema, che sono stati pubblicati fino al 2000, riempiono due grossi volumi per un totale di 1.800 pagine. Così i trattati Pro Judaeis hanno sostituito gli antichi trattati Adversus Judaeos. Tutto ciò mostra come sia emersa una situazione nuova e fondamentalmente differente. Certamente dopo una così lunga storia caratterizzata da estraneità e in vista delle rimanenti fondamentali differenze tra ebraismo e cristianesimo, era inevitabile che incomprensioni e controversie sarebbero emerse e continuino a emergere. Nell’interesse di entrambe le parti, le lettere e i colloqui a livello ufficiale hanno potuto chiarire e sistemare in tempi relativamente brevi le controversie a volte accese, grazie alla fiducia reciproca cresciuta nel frattempo. Queste controversie hanno attirato nuovamente l’attenzione sulle differenze tra ebraismo e cristianesimo che sono fondamentali per entrambe le comunità. Esse vanno al di là delle questioni attuali e sino a oggi sono state poco trattate ed elaborate. Esse trattano temi chiave come la confessione cristiana di Gesù come il Cristo (cioè il Messia) e il Figlio di Dio, che è collegata direttamente alla comprensione trinitaria del monoteismo biblico, il significato salvifico universale di Gesù Cristo, della sua morte e risurrezione, la libertà dalla legge e molto altro ancora.
Di certo, non si tratta di dissolvere o di relativizzare le differenze fortemente radicate su tali questioni in favore di qualche forma di sincretismo. Certamente, questa discussione non può comprendere alcuna forma di velato proselitismo. La base per il dialogo dovrebbe piuttosto essere la consapevolezza che ebrei e cristiani differiscano su tali questioni e si devono rispettare e apprezzare reciprocamente nella loro alterità. Proprio a causa del mutuo rispetto e apprezzamento, nel nuovo clima di fiducia si è generato un obiettivo primario che deve essere quello di ridurre concretamente vecchie incomprensioni e sviluppare possibili approcci per comprendere le posizioni dell’altro.
Forse per descrivere la relazione tra ebraismo e cristianesimo più di una chiarificazione concettuale è utile l’immagine che Paolo usa nella Lettera ai Romani. Egli parla della radice di Israele in cui i rami selvatici dei gentili sono stati innestati (Romani, 11, 16-20). Questa immagine, evocando il profeta Isaia (11, 1), esprime il senso della distinzione nell’unità in due modi. Da una parte, si dice che i rami selvatici innestati non sono cresciuti dalla radice stessa e non possono derivare da essa. L’innesto è qualcosa di nuovo: è un atto irriducibile di Dio. La Chiesa dunque non è solo un ramo, un frutto, o un germoglio di Israele. D’altra parte la Chiesa deve trarre il suo vigore e la sua forza dalla radice che è Israele. Se i rami innestati sono tagliati dalla radice, si seccano, s’indeboliscono e infine muoiono. Così separandosi dalle radici ebraiche per secoli la Chiesa si è indebolita. Tale debolezza si è resa evidente nella debole resistenza mostrata, nel complesso, alla persecuzione degli ebrei. È vero però anche il contrario. Senza i rami innestati la radice rimane un ceppo sterile. I rami innestati danno nuova vitalità e fertilità alla radice. La Chiesa ha così diffuso universalmente tra le nazioni il monoteismo di Israele e i Dieci comandamenti come nucleo della legge mosaica, e ha in tal modo contribuito al fatto che la promessa ad Abramo di essere una benedizione per tutte le nazioni si è realizzata. Israele senza la Chiesa rischia di diventare troppo particolaristico e isolato, mentre la Chiesa senza Israele, come l’esempio del Marcionismo illustra chiaramente, rischia di perdere il suo radicamento storico e di divenire astorica e gnostica. Israele e le chiese hanno bisogno l’uno delle altre e perciò sono in un rapporto di reciproca dipendenza. Un vero ecumenismo senza Israele non è possibile. L'Osservatore Romano, 16 gennaio 2013.

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