La biblioteca digitale della letteratura italiana>>>Dal sito web www.letteraturaitaliana.net/

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mercoledì 29 gennaio 2014

Un libro in casa ! o una casa piena di libri…

DA " C'è un Tempo per ogni Cosa…"

Che bella una casa piena di…

Libreria dello Spettacolo 1
…la foto in realtà ritrae non una casa, ma la “Libreria dello Spettacolo” di Milano…

Che bella una casa piena di libri…
Hanno il fascino tutti
di contenere un mistero,
una storia, un viaggio, un personaggio.
Tutti ti offrono il dorso ammiccante
da titolo sintetico e discreto.
Alcuni tanto è discreto
che ti devi avvicinare e piegare il capo.
Un piegare il capo che è già ammiccare,
far loro l’“occhiolinoo” e  lasciarselo fare.
E’ trovarsi di fronte ad una fetta di sapere,
che grande o piccola che sia,
grandi o piccoli siano quegli scaffali,
t’intimorisce e ti stordisce.
Poi, c’è l’insieme dei libri già letti e riletti,
sonocome amici, confidenti, amanti,
di cui hai svelato i segreti, violato le pagine.
Segreti a te regalati,
a te e non ad altri,
perché seppure un altro,
leggesse quello stesso, identico volume,
non troverà le identiche cose,
non incontrerà gli stessi personaggi,
non potrà gli stessi luoghi immaginare….
Che bella una casa piena di libri.

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DA LaPorzione On-Line

Mai dare un libro per scontato

Cosa significa il libro nel contesto della vita umana? Con Romano Guardini, per capire.
Dall’ultimo rapporto Istat «La produzione e la lettura di libri in Italia», il dato più allarmante non è il calo dei lettori, sceso dal 46% al 43%, bensì che il 10,3% di loro – diciamo una famiglia su dieci – non possiede neanche un libro in casa. Il numero di libri letti in dodici mesi rimane modesto: il 46% ha risposto di averne letto al massimo tre; rimane sempre una modesta quota di lettori “forti”, cioè quelli che leggono almeno un libro al mese, che sono quasi il 14%.
“Adesso, io, rilancio l’editoria e promuovo la lettura”, deve aver pensato Flavio Zanonato – ministro dello Sviluppo economico – quando ha annunciato che dovrebbero arrivare detrazioni fiscali per le famiglie e le persone giuridiche che acquistano libri. La detrazione in questione è pari al 19%, vale per gli anni 2014/2015/2016, fino ad una spesa annua di duemila euro, di cui mille per l’acquisto dei libri di testo che rappresentano una spesa gravosa per le famiglie. Con notevole stupore apprendiamo che la detrazione non riguarderà i libri digitali (ebook), perchè vengono considerati come prodotti informatici e non accorpati a quelli editoriali. Insomma, per aiutare l’editoria e promuovere la lettura, sono in arrivo detrazioni fiscali per i libri ma non per l’ebook.Tuttavia, stando al rapporto Istat in oggetto, il 2013 è stato positivo proprio per la vendita di ebook e contenuti editoriali (o informatici?!) digitalizzati: circa 5 milioni e mezzo di italiani (dai 6 anni in su) hanno letto o scaricato libri online o ebook; il 5,2% delle persone che hanno dichiarato di non avere a casa nessun libro e che hanno utilizzato Internet negli ultimi tre mesi ha letto o scaricato libri online o ebook. Se nel complesso la domanda di libri in Italia è ancora molto limitata e in molte case i libri sono del tutto assenti, negli ultimi anni si sta lentamente, ma progressivamente, espandendo il consumo di prodotti editoriali digitali. Incoraggiati dai dati, gli editori guardano con sempre maggior favore alle librerie indipendenti e ai canali di distribuzione online,perché potrebbero rappresentare un’opportunità di accesso e di traino anche per coloro che finora hanno mostrato una minore confidenza con le librerie e i libri cartacei. Alla luce di questi dati, ci sembra di poter affermare che chiunque abbia veramente a cuore la lettura e il suo futuro dovrebbe astenersi da qualsiasi impaludamento politico e culturale che avvalli o incoraggi la competizione tra ebook (libro digitale) e book (libro cartaceo). Il nostro Paese sembra indugiare ancora tra sostenitori o detrattori del libro digitale, quanto sarebbe forse più utile – per il bene della lettura – valutare adeguatamente le differenze tra libro digitale e cartaceo e comprendere i cambiamenti in atto.È per prima la storia a ricordarci che il libro non è solo il suo contenuto, ma è anche un oggetto materiale. I primi materiali che hanno fatto da supporto alla scrittura umana sono stati la pietra, l’argilla, il papiro, poi la pergamena e molto dopo la carta; il passaggio dal volumen, che si avvolgeva in rotoli, al codex modificò anche i formati e la composizione dei testi; nella metà del Quattrocento, ci fu la rivoluzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg; così dai primi “incunabula”, progressivamente, siamo arrivati al libro cartaceo come lo conosciamo ora. Una delle più belle lodi al libro come oggetto è stata formulata da Romano Guardini, il quale, in Elogio al Libro, scrive: «Avete mai pensato, amici miei, che meravigliosa opera della creatività umana è un libro? Con ciò non penso ancora affatto al suo contenuto spirituale: l’opera del poeta, o la rappresentazione dello storico, o l’ideologia del filosofo – intendo bensì, come ho già detto, la cosa concreta, che si può tenere in mano e che appunto si chiama “il libro”». Leggere un libro è un’esperienza reale, che non può prescindere dalla materialità dell’oggetto. Il fruscio delle pagine, il gesto di sfogliarle, il sentire la consistenza della carta, il fatto di poterle sottolineare, la grafica, la rilegatura, la copertina, determinano una peculiare esperienza di lettura che può sviluppare, in alcuni, una specifica, per quanto personale, forma di amore per “il libro”. A riguardo, scrive Guardini: «Questo vero amante del libro lo si riconosce già dal modo in cui lo prende dallo scaffale, lo apre, lo sfoglia, e lo rimette al suo posto». […] L’amore per il libro è proprio di colui che se ne sta seduto alla sera nella sua stanza, mentre intorno è silenzio […] ed ecco che intorno i libri presenti nella stanza diventano per lui come esseri viventi. Singolarmente viventi. Oggetti piccoli, eppure pieni di mondo». Chi ama “il libro”, veramente, non lo considera solo come semplice mezzo per raggiungere la conoscenza o il diletto, «bensì come qualcosa di pienamente compiuto in se stesso, saturo di significati molteplici e capace di dare ricchezza». E così lo stesso Guardini suggerisce come si possa riconoscere colui che, pur amando il contenuto, non ama il libro in se stesso«quell’oggetto singolare in cui materia  e spirito si uniscono in maniera così meravigliosa».Il libro, inteso come oggetto, è frutto di un’evoluzione tecnologica lunghissima; e così anche il libro digitale meriterebbe di essere inserito all’interno di questa evoluzione progressiva del modo di fruire e leggere i testi. Che gli ebook, e i lettori digitali di testi come il Kindle, siano molto utili è evidente: un lettore digitale può contenere al suo interno centinaia di libri o altre pubblicazioni, a seconda della memoria, in pochi grammi di peso; un lettore digitale permette di avere sempre a portata di mano una libreria da visitare, oppure di portare con sé, ad esempio in viaggio, moltissimi libri; pensiamo a come sia possibile avere a disposizione libri ormai esauriti che non vengono ristampati; pensiamo ai prezzi vantaggiosi degli ebook e alla immediata disponibilità e reperibilità dei titoli, e molto altro ancora. Certo è indubitabile, quanto evidente, che la lettura di un ebook sia differente dalla lettura di un libro cartaceo: il libro digitale non offre la stessa esperienza di lettura del libro cartaceo. Questo non significa screditare l’ebook o farne un concorrente del libro cartaceo, piuttosto pensare che sia giunto il momento di individuare e promuovere l’esperienza di lettura propria dell’ebook. Una parte dell’editoria, fortunatamente, sembra aver raccolto questa sfida: l’ebook si presenta sempre di meno come la trasposizione su supporto elettronico dello stesso testo proposto a stampa. Si sta puntando sulla valorizzazione delle qualità che sono proprie del libro digitale: un quinto degli ebook proposti in Italia nel 2013 presenta contenuti o funzionalità aggiuntive rispetto alla versione a stampa della stessa opera, come ad esempio collegamenti ipertestuali e applicazioni audio-visive o multimediali. Si sta affermando sempre più la tendenza a sperimentate e promuovere quelle caratteristiche che sono proprie dell’ebook e che un libro cartaceo non può offrire. L’esperienza nuova nel leggere un libro digitale, si comincia a capire, sta proprio nella possibilità di fruizione interattiva dei contenuti, e, nel futuro, magari anche dalla possibilità di condivisione con l’autore o con gruppi di lettura. L’ebook dovrebbe essere sempre meno una copia del libro cartaceo, e sempre più un prodotto multimediale e interattivo. Naturalmente occorrerà tempo perché questa esperienza nuova si consolidi, tanto da poter sviluppare anche una forma di amore nuovo – quella per il libro digitale, appunto.Libro cartaceo e libro digitale sono diversi, e tali devono restare, perché forniscono una diversa esperienza di lettura. Dall’altra parte, però, il significato della lettura resta lo stesso. Per capire cosa sia “la lettura” bisogna tornare all’essenziale, scrive Guardini, e precisamente al legame che intercorre tra il libro e «il mistero della parola». «Il libro è un discorso che permane anche dopo che è stato pronunciato»: grazie ai segni, che hanno la proprietà della durata, il lettore può far sì che la parola venga continuamente ripetuta e salvata dalla «dimenticanza». La lettura, allora, dovrebbe essere capace di «risvegliare l’originario discorso parlato». L’uomo è parola – spirito che prende corpo nella parola, e quest’ultima trova la possibilità di fissarsi in segni permanenti nel libro. Il libro è un pensiero che parla per sempre, per provare a suscitare nel lettore una risposta – la «contro-parola». Per questo, conclude Guardini, «Il libro è veramente quintessenza e simbolo della vita umana».Il libro cartaceo e il libro digitale devono, perché possono, generare una diversa esperienza di lettura e di amoreper “il libro”. Il destino e il futuro della lettura, invece, dipenderanno sempre dall’esistenza di uomini che abbiano qualcosa di significativo da domandare, e di altri che abbiano qualcosa di significativo da rispondere. La crisi della lettura è il simbolo di una vita umana che ha sempre meno parole capaci di domandare, e «contro-parole» capaci di rispondere. Non esiste amore senza esperienza di significati che ci interpellano per sempre.Romano Guardini, Elogio del libro, Morcelliana, Brescia 1993; in ordine di citazione: pp. 16; 14-15; 28; 32-34; 40.*Immagine: La devozione al nonno, Albert Anker, 1893.

martedì 28 gennaio 2014

I 30 Anni delle Edizioni Qiqajon (Monastero Bose)



Da secoli il legame tra monaci e scrittura è forte e fondamentale. Benedetto voleva che i suoi monaci sapessero leggere e scrivere. Per studiare però era necessario avere libri, e in quell’epoca i libri potevano essere riprodotti solo copiandoli a mano, attività svolta dai monaci in tutta Europa: così i monasteri assicurarono la conservazione e la diffusione di opere altrimenti destinate all’oblio e divennero centri di promozione culturale, oltre che di fede e spiritualità.
Niente di nuovo quindi è accaduto 30 anni fa, nel settembre del 1983, quando nasce la nostra casa editrice. Raccontare la storia delle Edizioni Qiqajon (parola ebraica, da pronunciare kikaiòn, che nella Bibbia indica l’arbusto che Dio fece crescere per dare sollievo al profeta Giona) è raccontare il loro legame e la loro appartenenza a un’esperienza di vita, quella della Comunità di Bose. Esse sono nate dall’intuizione del priore Enzo Bianchi e grazie al lavoro di fratelli e sorelle della Comunità che, dopo aver collaborato con altri editori negli anni ’70, hanno pensato a una casa editrice propria per mettere a frutto la loro attività di studio e ricerca sui testi della grande tradizione cristiana e per diffondere il patrimonio spirituale e culturale delle chiese d’oriente e d’occidente e delle radici ebraiche.
In tre decenni la produzione si è sviluppata in una ventina di collane di libri, una decina di collane di fascicoli e altrettante di CD audio. Le aree tematiche affrontate spaziano da opere rabbiniche medievali e di autori ebrei contemporanei, ai padri della chiesa, alla liturgia, a temi biblici e spirituali, a testi della sapienza umana che aiutino a trovare senso per la vita personale e la convivenza civile.
L’intento è quello di raggiungere un pubblico non delimitato da steccati confessionali, mosso dalla passione per il bello, animato da rispetto reciproco, nella convinzione che nulla di ciò che è autenticamente umano può essere estraneo al credente. Ecco perché il Catalogo storico non è solo un elenco di titoli o nomi: è l’esplicitazione di una storia e rende evidente un percorso vitale di pensiero, relazioni umane, amicizie, incontri, volti… È un “libro di libri” in cui si può cogliere un’unità nella diversità, una fedeltà e un’armonia di fondo nello scorrere degli anni: proporre nutrimento per la vita spirituale e umana, con testi curati sia nella serietà e precisione di contenuti sia nella sobria veste grafica.
Dal ciclostile agli ebook, che cosa significa oggi nel 2014 pubblicare libri per una comunità monastica? Dopo 30 anni ci abita ancora il desiderio di offrire uno spazio e un tempo per pensare a ciò che più sta a cuore. Fino a quando? Non importa troppo: ciò che conta è che la nostra ricerca quotidiana di senso resti sempre autentica e in dialogo con i nostri fratelli e sorelle in umanità.

Guido Dotti, monaco di Bose
Edizioni Qiqajon
Comunità di Bose
tel. 015.679115

domenica 26 gennaio 2014

POESIE _ In ogni nuovo giorno.

               IN OGNI NUOVO GIORNO
© 1999 Edizioni Qiqajon

Poesie di Dietrich Bonhoeffer


Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo luterano,

è considerato uno dei pensatori più fecondi del XX secolo. Interessante nella sua opera è la ricerca del senso della fede cristiana in cui testimonianza e autenticità s’incontrano sempre per edificare un profondo messaggio di umanità. Il teologo fu arrestato dai nazisti mente lavora alle note della sua Etica con l’accusa di aver fato fuoriuscire ebrei. Bonhoeffer trascorre in carcere due anni, dal 5 aprile del 1943 al 9 aprile 1945, giorno della sua impiccagione. Fu accusato inoltre di aver appoggiato e sostenuto i cospiratori contro Hitler.
Risalgono a questo doloroso periodo di prigionia le poche poesie che il teologo ha scritto. Grazie all’interessamento e alla traduzione di Alberto Melloni è possibile conoscere anche il Bonhoeffer poeta.
{link_prodotto:id=410} (Edizioni Qiqajon, pagine 85, 9 euro) raccoglie la breve e fulminante esperienza poetica del teologo, che nello spazio angusto della cella scopre la poesia come la forma più immediata per comunicare l’esperienza della privazione della libertà con lo strumento interiore della fede.
«Dieci poesie» scrive Melloni nella prefazione: «poche pagine di versi di un uomo che ha invece dedicato un grande impegno ad una scrittura diversa e corposa, di un uomo che – al di là di qualche tentativo giovanile – non aveva una familiarità con la forma poetica, e verso la quale possono averlo attirato qualche ricordo o qualche lettura».
In cella Bonhoeffer legge Memeoria da una casa di morti di Dostoevskij e Rilke. Questi due autori influenzeranno notevolmente la scrittura dei suoi testi poetici. Il teologo è diventato nell’ultimo periodo della sua vita poeta per un forte bisogno interiore. La poesia, nella solitudine della sua cella, diventa preghiera attraverso la quale si rivolge a Dio e agli uomini per rinsaldare l’importanza dei valori fondamentali senza i quali nessuna vita può essere possibile.
Nella disperazione della fine imminente, l’uomo che soffre si fa poeta per cantare l’amore, la fratellanza, la consolazione della fede, l’amicizia, la libertà.
Bonhoeffer aspetta la calma della notte per accendere la fiamma intima dell’anima e intingere la penna nell’assoluto della poesia: 
«Quando su noi discende il silenzio profondo / oh, lascia che udiamo quel timbro pieno / del mondo, che invisibile s’estende intorno a noi / di tutti i figli tuoi canto alto di lode. / Da forze buone, miracolosamente accolti / qualunque cosa accada, attendiamo confidenti. / Dio è con noi alla sera e al mattino / e stanne certa, in ogni nuovo giorno».
In questi versi che spedisce alla fidanzata, la fede del credente che veglia si unisce alla solitudine di un’anima che, nel silenzio notturno della prigionia, avverte i legami con l’universo e sviluppa una grammatica dei sensi che nella vita quotidiana ordinaria non si conosce.
I versi bonhoefferiani proprio per questo sanno essere epifanie e dono, estasi che racconta allo stesso tempo il dramma e la liberazione di un’anima.
«Nulla va perduto; in Cristo tutto è recuperato, preservato, ma sotto un aspetto mutato, tutto è trasparente, chiaro, libero dal tormento del desiderio egoista». Così Dietrich Bonhoeffer scrive in una lettera del 18 dicembre 1943. L’essenzialità della sua poesia ancora oggi sta a testimoniare che soltanto il coraggio di credere può trasformare la vita in un miracolo da lasciare in eredità alle generazioni future.
NICOLA VACCA 

FONTE: www.monasterodibose.it/preghiera

27 gennaio: giornata della memoria




Bonhoeffer compare davanti alla corte marziale per un processo farsa nel quale viene condannato a morte. “È la fine, per me l’inizio della vita”
La Grazia a caro prezzo

Bose, 27 gennaio 2014

L’espressione “il prezzo della grazia” può sorprendere. La grazia è gratuita per definizione, non costa nulla, e questa è appunto la grande affermazione della Riforma: siamo salvati per grazia, e non per le nostre opere.
Non possiamo fare nulla per la nostra salvezza, se non accettarla e accoglierla nella fede. La salvezza non è qualcosa che si possa acquisire, comprare o guadagnare: ci viene proposta dall’amore infinito di Dio, dunque è un dono gratuito, che si può accettare o rifiutare.
Di conseguenza, Bonhoeffer imbocca la direzione opposta rispetto alla tradizione luterana, alla quale appartiene. Fa osservare che si è a tal punto posto l’accento sulla salvezza per grazia da dimenticarne il caro prezzo: non le opere che bisognerebbe fare per essere salvati, ma quelle che dobbiamo fare proprio in quanto siamo stati salvati; ci siamo addormentati sulla certezza della nostra salvezza e abbiamo trascurato l’obbedienza a Dio, la sequela di Cristo; a forza di discettare sulla grazia abbiamo finito per non vivere più da discepoli.
Ed è con questi argomenti che Bonhoeffer spiega le derive della chiesa protestante tedesca, che ha accolto Hitler come l’uomo della provvidenza inviato da Dio, e ha vissuto il suo avvento come un’epifania …
La grazia a buon mercato è la grazia che ci è data di per sé, senza bisogno che cambi qualcosa nel nostro modo di vivere, anzi, quando cerchiamo di conformarci il più possibile al mondo. In altri termini, la grazia a buon mercato è giustificazione del peccato, ma non del peccatore penitente, che si stacca dal peccato e si converte. È “grazia senza sequela, grazia senza croce, grazia senza Gesù Cristo vivo, incarnato”.
In forte polemica con questa concezione al ribasso della grazia, Bonhoeffer ricorda il prezzo della grazia, che normalmente si dimentica: la grazia a caro prezzo è l’obbedienza ai comandamenti di Dio, e la via che ci porta a divenire discepoli alla sequela di Cristo.

martedì 21 gennaio 2014

La cucina dell’anima. 99 ricette sapienziali



Giuseppe Conte
“LA CUCINA DELL’ANIMA”, DI GIUSEPPE CONTE E MARIA ROSA TEODORI

Trovare solo la Liguria quando si leggono certe pagine liguri di Giuseppe Conte è impossibile, per lui è sempre il mondo intero, anche lungo una mulattiera polverosa di sbarbariana memoria. Pure, si può provare a sostenere il contrario: non c’è un verso di Giuseppe Conte, una prosa che canta il mare e l’universo, e i popoli, e persino nella cucina (come nel saggio-prefazione a questo ottimo La cucina dell’anima. 99 ricette sapienziali, uscito da non molto per Ponte alle Grazie) e persino nelle pagine di amicizia, non c’è luce e profumo in cui non si trovi il vento che frasca nelle fronde dei pini liguri, e il tramonto che polverizza ogni cosa e la fa vibrare ancora un istante, e il salino che incrosta le ringhiere e i grumi ferrosi sul mare ligure, e le ardesie unte d’umido.
A Conte non interessa mostrare la Liguria o nasconderla, per quelli come lui funziona alla perfezione la grande lezione di Miguel Torga e il suo contrario: cos’è l’universale se non il locale senza i muri? L’introduzione a questo libro inizia con i ricordi dell’infanzia, le fettine di vitello del dopoguerra, le merende liguri, e la cura con cui le mamme preparavano le cose, cui segue il distacco, la cucina della libertà, gli studi, il mondo, e infine, assieme a tutto questo, l’amore. Continua a leggere 

mercoledì 15 gennaio 2014

Figli! O del vantaggio di essere genitori.

Figli!


L’amore, da solo, non basta. Perché un figlio ha bisogno di un padre e una madre che gli dicano: «Vai!»

«Per vincere la sfida della famiglia bisogna giocare in attacco. Ci vogliono testimoni della bellezza di ciò che può nascere dall’amore fra un uomo e una donna». È per questo che lo psicoanalista Luigi Campagner ha intitolato il suo libro sulla famiglia Figli! O del vantaggio di essere genitori (Lindau, 13 euro, 155 pagine). «Perché ai miei figli insegno a vivere: amando mia moglie, lavorando per la mia crescita, coltivando le mie passioni. Ma da loro imparo anche a desiderare il massimo. Ad amare come un bambino, a guardare le cose in modo puro, per quelle che sono e non per quello che la maggioranza dice che siano».
Dottor Campagner, nel suo libro lei parla della distinzione in relazione al sesso, la prima che il bambino coglie. Sottolinea che questa diversità è arricchente, ma che spesso oggi nell’esperienza si configura come difficoltà e, in casi estremi, come obiezione di principio. Può spiegare perché la differenza sessuale arricchisce e come mai oggi è vista come una cosa negativa?
La differenza sessuale è una cosa da riconoscere più che da spiegare. Se oggi, invece, ci si riduce a parlare del rapporto fra uomo e donna stando “sulla difensiva” è perché spesso manca il fascino di una madre e un padre che sappiano accogliere la differenza tra loro come arricchente. Che sappiano dare, ma accettando anche di ricevere, di dipendere. Mi viene in mente l’abbraccio fra Adamo e Eva di Jan Gossaert, un’opera che ho visto nel Palazzo Abatellis di Palermo (nella foto in basso). I due si guardano come complici. In questo dipinto la differenza appare come un bene. Essa, infatti, è necessaria all’uomo per rispondere al suo bisogno naturale di completarsi e di generare, per crescere e costruire. Il problema è che oggi chi vive così è una minoranza di cui la maggioranza dei media non parla.
adamo ed eva
Come si può negare una differenza evidente?
Le differenze biologiche esistono e le vedono tutti. Anche chi le nega ideologicamente, pur provandoci, non può eliminarle. Ma l’evidenza non basta da sola, insieme a questa dobbiamo usare l’arma del fascino: far venire invidia della famiglia naturale, l’uomo e la donna devono provare a costruire delle vere e proprie opere familiari.
Perché non possono costruirne anche due uomini o due donne?Il bambino ha bisogno di una mamma e un papà diversi e complementari. Per la psicoanalisi, come disse già Freud, è necessario che il bambino attraversi la cosiddetta fase fallica, importantissima per lo sviluppo equilibrato di una persona. In questa fase il bambino impara ad accettare la propria identità, attraverso l’accettazione del genitore dello stesso sesso. Se non avviene questo processo il bambino resterà frustrato, non si sentirà voluto e cercherà continue conferme dalle persone del proprio sesso, che si percepiranno poi come antagonisti. Invece, quando la propria identità viene accolta, il bambino diventa stabile e crescendo cercherà il compimento nell’altro sesso.
Abbiamo bisogno della diversità per completarci. Cosa implica questo?Ad esempio, lasciare da parte l’orgoglio: accettare di farsi accogliere oltre che di dare. Spesso, invece, siamo nella posizione di chi vuole solo dare. Questo succede con i figli, non solo fra coniugi. È un peccato, perché il lasciarsi accogliere è necessario e bello, completa: dove manco io farai tu e viceversa, questo aiuta a costruire una bella famiglia e quindi una bella società.
Cosa pensa della campagna per la promozione delle adozioni fra coppie dello stesso sesso? Basta l’affetto?
I sentimenti non sono sufficienti a crescere un bambino. E poi perché una persona desidera un figlio? Le ragioni possono essere due. La prima è la volontà pericolosa di soddisfare una proiezione di sé che ci confermi, pensando di colmare dei vuoti. La seconda è il desiderio di dare, educando un soggetto ad amare ed essere amato, comprendendo e accogliendo la diversità dei sessi. Una mamma e un papà possono cadere nell’errore di trattare un figlio come una proiezione di sé che li soddisfi, ma è una possibilità che non si può predire a priori. Mentre legalizzando le adozioni di persone dello stesso sesso l’errore sarebbe approvato legalmente il fatto che queste coppie non potranno mai dare al figlio ciò di cui ha bisogno. La natura poi è un segnale che sta lì a dire: «Per questa via non puoi generare un uomo. Fermati!».
Eppure a qualcuno sembra impossibile rinunciare ai figli che desidera.Io lavoro in alcune comunità, vedo genitori che volontariamente rinunciano a tenere con sé i figli se capiscono che per un po’ è meglio così. Non è facile, ma questo è un atto d’amore enorme. Mi viene in mente la madre dell’episodio biblico di Salomone, che pur di non vedere il figlio morire è disposta a lasciarlo alla donna che mente, dicendo che il bambino è suo.
Non si perde qualcosa così?

No, perché la vera felicità di un genitore è quella del figlio.
Si sente ripetere sempre più spesso che ciò che conta è solo l’amore.La parola amore è abusata, intesa come un sentimento generico. Ai figli non bastano i soldi, l’affetto, le attenzioni. Oggi i bambini sono pieni di cose materiali e di protezioni. Li immergiamo in vasi di miele in cui soffocano. Ma se li teniamo sempre in braccio non impareranno mai a camminare. Il bambino stesso desidera essere lanciato nel mondo dall’adulto che vuole imitare. C’è un cartone africano, Kiriku e la strega karabà, che spiega cosa intendo. Kiriku chiede alla madre: «Ma perché la strega è cattiva?». La madre non gli spiega perché, ma gli dice che esistono persone cattive. Cioè gli dà degli argini entro cui muoversi e poi lo lascia andare.
Nel libro parla del rischio di alcune campagne pubblicitarie come quelle sulla pedofilia. Quali pericoli vede?Se gli adulti appaiono come orchi si continua a separare il loro mondo da quello dei bimbi. Così il piccolo diventa un idolo, che alla fine rimane solo, senza rapporti: i grandi vedono i bambini come un fardello a cui bisogna dare senza ricevere, mentre nei piccoli si introduce un sospetto sull’adulto. Oggi bisogna muoversi al contrario, riavvicinando due mondi che hanno assoluto bisogno di dare e ricevere l’uno all’altro.
Lei scrive che aumenta l’intelligenza teorica delle nuove generazioni, mentre il pensiero pratico sta regredendo. Da dove deriva questa separazione?Vedo tantissimi pazienti colti, bravissimi professionisti, ma assolutamente fragili nei rapporti, incapaci di gestirli. Come mai? Il bambino per crescere deve essere abituato a un lavoro continuo di costruzione di sé, di cambiamento di fronte all’altro, di accettazione del bene o di rifiuto del male. Se i genitori non hanno fatto questo lavoro continuo, se non hanno fatto squadra, anche nelle difficoltà, per costruire qualcosa, il figlio non sarà capace di fare altrettanto.
Nel suo libro spiega che spesso si parla ai figli senza tener conto del peso delle parole, che i genitori li sgridano senza mai confermarli, si irrigidiscono in un ruolo… Come riparare a questi sbagli che possono segnare i figli?Siamo madri e padri, ma siamo innanzitutto uomini e donne e questo non va nascosto ai figli. Siamo esseri umani che sbagliano, hanno sbagliato, hanno delle passioni. La bussola per muoversi è la riflessione su di sé e sull’altro. Il far spazio a ciò che accade, a ciò che i figli ci dicono, lasciandoci interrogare. La tristezza in questo senso è un aiuto. Quando si introduce nel rapporto significa che c’è qualcosa che non andava, è quindi un bene che arrivi. Cosa fare? Attendere con pazienza e pensare a come cambiare, ricreare, riprovare in un altro modo. Siccome poi il rapporto di reciproca crescita è drammatico, si può anche arrivare a capire, come dicevo prima, che per un po’ è meglio che il figlio si riferisca ad altri. I veri genitori sono anche capaci di dire: «Vai, se serve, purché tu sia felice!». E qui si capisce come l’amore non sia un sentimento. Si può continuare a ripetere: ”Ti voglio bene”, come è giusto fare, ma servono anche i fatti. L’amore non è un enunciato generico, è un rapporto di dipendenza e di scambio reciproco, di errori e riprese, soprattutto fra i coniugi. E l’amore non si dice soltanto, si deve vivere: i bambini non imparano l’italiano se facciamo loro delle lezioni, ma se la mamma e il papà lo parlano fra loro e con lui.
Molti figli oggi sono in difficoltà perché non hanno davanti padri e madri come quelli che riporta a modello. Che risorse hanno?
Tutti, anche chi ha avuto bravi genitori, a un certo punto abbiamo cercato madri e padri spirituali che ci hanno sostenuto, consigliato. A volte guardiamo più a loro che ai genitori biologici. Anzi spesso sono i padri spirituali a farci riabbracciare anche quelli biologici. Ai ragazzi dico che devono cercare padri e madri, a scuola, al lavoro, dappertutto. Esistono.
di Benedetta Frigerio
Fonte: tempi.it

*

La manifestazione a Roma
di Gianfranco Amato

Piazza Santi Apostoli 11 gennaio 2014. Più di quattromila persone gremiscono lo spazio lungo e sottile antistante alla celebre Basilica romana dedicata ai dodici discepoli di Nostro Signore. Sono lì ad una manifestazione organizzata da La Manif pour tous Italia per dimostrare in favore del diritto di parola, in difesa della famiglia naturale, contro un’inesistente emergenza omofobia, contro la propaganda omosessualista e contro l’imposizione di un’ideologia gender di stato. Ci sono giovani, donne, anziani, famiglie con bambini, sacerdoti. Un popolo per rivendicare, in nome della libertà, i diritti garantiti dagli articoli 19, 21, 29 e 30 della Costituzione della repubblica italiana.

Non mancano autorevoli esponenti della politica italiana e noti parlamentari, tra cui i senatori Carlo Giovanardi, Maurizio Gasparri, Lucio Malan e gli onorevoli Eugenia Roccella e Gian Luigi Gigli. Presenti anche numerosi giornalisti delle principali testate nazionale, gli inviati dell’ANSA e alcuni intervistatori radiotelevisivi delle principali reti nazionali ed internazionali (da Radio Vaticana a La Voce di Russia, l’ex Radio Mosca). Si tratta, indubbiamente, di un’importate kermesse, degna di cronaca.

L’aspetto surreale è come un simile evento sia potuto letteralmente scomparire dalla cronaca.Chi avesse voluto reperirne traccia nei quotidiani del giorno dopo, si sarebbe trovato davanti ad una sorpresa. Di Piazza Santi Apostoli nessuna menzione, giacché lo spazio mediatico sul tema era dedicato ad altre notizie.Il Corriere della Sera, primo giornale d’Italia, dava ad esempio grande rilievo ad un articolo intitolato "Sicilia, mutui agevolati alle coppie gay"; sottotitolo: "Crocetta: «Svolta storica, siamo i primi in Italia»". Lo storico quotidiano romano, Il Messaggero, nella pagina internazionale pubblicava l’articolo intitolato "Obama: «Matrimoni gay dello Utah saranno riconosciuti a livello federale" (sottotitolo: "L’amministrazione Obama prende posizione nella battaglia legale per i matrimoni gay nello Utah, affermando che il governo federale riconoscerà le oltre 1300 nozze già celebrate anche se lo stato non intende farlo"). Mentre nella cronaca dedicata alla Città Eterna, lo stesso giornale metteva in prima pagina la notizia del corteo che il giorno prima aveva sfilato alla Magliana dietro lo striscione «Ciao Daniele, non ti dimenticheremo», per ricordare il giovane omosessuale trovato ucciso. Sempre Il Messaggero precisava che quella la marcia era «stata promossa dalle associazioni gay ed Lgbt» ed «ha visto riunirsi in strada circa trecento persone». Si dava anche notizia del fatto che «sul luogo dell’omicidio sono stati deposti fiori da Vladimir Luxuria, Imma Battaglia, Fabrizio Marrazzo (Gay Center) e Aurelio Mancuso (Equality)».

La manifestazione a Roma

Leggendo i quotidiani nazionali di domenica 12 gennaio 2014 si scopre in realtà che la notizia del giorno relativa alla Capitale è proprio la marcia in memoria dell’omosessuale assassinato. Il Corriere della Sera titola: "«Ciao Daniele» Corteo, lacrime e applausi per gay ucciso". Non è da meno La Repubblica: "Magliana, fiaccolata per Daniele il gay ucciso in via Pescaglia". Il giornale di Largo Fochetti precisa che «il corteo, scortato da polizia e carabinieri, è stato molto partecipato», e che «un lungo applauso è risuonato in strada quando i manifestanti hanno incrociato via Pieve Fosciana, dove abitava il giovane parrucchiere che nelle ore libere faceva volontariato al Gay Center, assistendo le vittime di aggressioni omofobe».
La notizia viene riportata da tutti i giornali, compresi ovviamente quelli di centrodestra. Libero, infatti, così titola il pezzo dedicato alla marcia dei trecento: "Roma: omicidio gay, alla Magliana manifestazione in ricordo vittima". Il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro riportava anche stralci di dichiarazioni rilasciate da Maurizio Veloccia, presidente del Municipio Roma XI e partecipante alla manifestazione: «Di fronte ad episodi come questi deve essere ancora più grande l'impegno di tutti, istituzioni in primis, per contrastare i fenomeni di emarginazione e stringere, ancora di più, le maglie del tessuto sociale del territorio, mettendo in campo iniziative ed azioni concrete; è nostra intenzione intitolare a Daniele il nuovo Parco che sta nascendo a Magliana, sulla Golena del Tevere, per mantenere vivo il suo ricordo».

Potremmo andare avanti elencando quasi tutte le principali testate italiane. Ora, quello che davvero appare inquietante è che della manifestazione di Piazza Santi Apostoli non vi sia traccia mediatica. Ad onor del vero, una eccezione va segnalata. Si tratta del quotidiano Il Tempo, che ha avuto il coraggio di riportare la notizia titolando: "Quattromila a Santi Apostoli in difesa della famiglia naturale".
C’è qualcosa di inquietante nelle scelte editoriali di domenica 12 gennaio 2014, per cui si è dato un ampio risalto ai trecento del corteo della Magliana contro l’omofobia, e si è mantenuto un silenzio assoluto sui quattromila manifestanti di Piazza Santi Apostoli. Ma forse un motivo per questo strano atteggiamento giornalistico esiste ed è alquanto evidente. A Piazza Santi Apostoli, infatti, si è parlato liberamente di «famiglia tradizionale», di «adozioni gay», della «sterilità» fisiologica delle coppie omosessuali, di «famiglia naturale», e così via. Si tratta di espressioni tutte tassativamente vietate dalle famigerate Linee guida per una comunicazione rispettosa delle persone LGBT emanate dall’U.N.A.R., il nuovo MinCulPop repubblicano del XXI secolo.(clicca qui)

L’idea di infrangere tali disposizioni, ed il rischio di un eventuale deferimento all’Ordine dei giornalisti, ha evidentemente fatto desistere i numerosi professionisti della comunicazione presenti alla manifestazione. Meglio ignorare l’evento. Così apprendiamo che le linee guida sono già pienamente operative, non foss’altro che per l’indubbio effetto di moral suasion nei confronti di giornalisti che tengono famiglia. Qualcuno avvisi la redazione de Il Tempo.

giovedì 9 gennaio 2014

La fine dei libri

La fine dei libri
La fine dei libri

La fine dei libri

Il problema è che ne parliamo da decenni, di un declino dei libri e della loro centralità, e quindi pochi prendono sul serio quello che invece sta succedendo in questi ultimi anni e mesi, e che succederà ancora di più. Malgrado le resistenze psicologiche di nostalgici e affezionati – che sono ancora molti e protestano, ma io credo che vedano solo un pezzetto della scena – il libro non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea. Non parlo, insomma, dell’annosa e noiosa questione del “si leggono pochi libri” eccetera: parlo di quelli che prima li leggevano, i libri; e parlo di quello che comunque ritenevamo “fossero”, i libri, letti o no.
Le vendite dei libri sono in grande crisi, in Occidente e in Italia. Tutti i maggiori editori italiani hanno perdite più o meno cospicue e grafici in discesa: una cappa di desolazione rassegnata incombe su ogni loro riunione o incontro occasionale. Il dato insomma c’è: ma la questione è culturale, non commerciale. E sono due questioni, dicevo.

Una è che leggiamo meno libri, per due grandi fattori legati entrambi a internet. Il primo è che la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga.
Il secondo fattore è che gli spazi e i tempi un tempo dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità a portata di mano sempre e ovunque. Quelli che leggevano libri sui tram o nelle sale d’aspetto o sui treni oggi stanno sui loro smartphone, e non a leggere ebooks. Ormai stanno sui loro smartphone anche prima di addormentarsi, molti. Tutto quel tempo, non è più a disposizione delle lentezze dei libri: è preso.

La seconda questione centrale nella crisi dell’oggetto libro è che è diventato marginale come mezzo di costruzione e diffusione della cultura contemporanea, che invece sempre più trova luoghi di dibattito, espressione, sintesi, su internet e in formati più brevi. Che non sono necessariamente più superficiali, anzi spesso sono molto più densi e ricchi di certi saggi di 300 pagine allungati intorno a una sola idea (vediamo anche di dire che il libro ha spesso costretto, “per scrivere un libro”, a stirare in lunghezze ridondanti buone riflessioni da cinquanta pagine, se non dieci): ma qui starei alla larga dai litigi inutili su cosa sia meglio e cosa sia peggio e se il mondo peggiori o migliori con il declino dei libri. Limitiamoci a registrarlo e capire cosa succede.
Il “pubblicare un libro” come sintesi e sanzione di uno studio, una riflessione, un’idea, un tema da condividere o una storia da raccontare, è una pratica che non ha più il rilievo di un tempo. Da una parte perché quelli che leggono quella sanzione, e poi ne discutono e la fanno diventare un pezzo del dibattito e della cultura, diminuiscono ogni giorno. Dall’altra perché il mezzo è superato anche su questo. Mi capita qualche volta che qualcuno – editori o amici – mi suggerisca di scrivere un libro, per “dare un senso” e “concretizzare” le molte cose che scrivo online, e mostrarle a “un numero maggiore di lettori”, “perché restino”. Una volta rispondevo che sono pigro e non sono tanto capace di applicarmi su un lavoro di impegno e tempo così esteso e assiduo. Adesso spiego loro che le loro ragioni non valgono più e sono invertite: se c’è un posto dove quello che scrivo “resta” e “raggiunge più lettori”, è internet. I libri spariscono dalla vendita e dall’attenzione – e dall’esistenza – dopo pochi mesi, o pochi anni al massimo (salvo rare eccezioni): ne escono a centinaia ogni mese, e se non vi passano sotto il radar subito, non esisteranno mai più. Vi ricordate il successo – molto pompato – che ebbe quel libretto “Indignatevi”? Cos’era, due anni fa? Oggi è quasi impossibile che un giovane che non ne abbia ricevuto notizie allora ci si imbatta di nuovo. Mentre grazie ai social network e ai link e a Google, cose pubblicate online anche dieci anni fa continuano a trovare nuove attenzioni e tornare a essere lette. Questo post, con buona approssimazione, sarà letto da circa diecimila persone: è un numero che sarebbe considerato un buon successo per un saggio di qualunque autore di non grandissima fama come me (il mio libro Un grande paese ha venduto poco di più), e che rende economicamente sempre meno. E questo post, sarà ancora ricircolato tra un anno, tra due, tre (se non altro per rinfacciarmi di quanto poco ci avessi preso di fronte al grande boom dei libri del 2017).
Poi, ripeto, restano gli appassionati “romantici” dei libri: lo siamo un po’ tutti, e c’è il piacere e c’è la bellezza, eccetera (e internet offre loro nuovi spazi di sopravvivenza, anche se sempre più riserve indiane). E ci sono libri bellissimi, se uno li legge. Come per il teatro, la cui importanza e meraviglia nessuno mette in discussione, ed è bello che esista ancora. Ma non “esiste” più, il teatro: è una nicchia laterale della cultura contemporanea che non interagisce più con la sua crescita e le sue evoluzioni. I libri non sono ancora arrivati a quel punto lì, e magari non ci arriveranno. Ma entrerei nell’ordine di idee che sia plausibile.

http://vimeo.com/24508359

p.s. ho ritrovato questo, in America se n’erano già accorti tre anni fa.

 risposte a La fine dei libri


Partiamo dai numeri: secondo l’Istat i libri pubblicati in Italia nel 2005 sono stati 59.743; nel 2011 59.237. Praticamente in sette anni non c’è stato alcun decremento. Ma la vera sorpresa è andare a vedere cosa succedeva, per esempio, nel 1980, quando la stella di internet era ancora lontana: i libri pubblicati in Italia in quell’anno furono 17.800. Sì, avete letto bene, oltre 40.000 in meno di quelli immessi sul mercato librario negli ultimi anni. Del resto non occorre affidarsi alle statistiche; se siete fra quanti affollano le librerie da decenni, vi sarete accorti che anno dopo anno sui banchi vengono riversati sempre più titoli. La qualità degli stessi è inversamente proporzionale alla loro crescita. Il libro non sarà più centrale nella cultura contemporanea, come sostiene Sofri, ma resta il fatto che chiunque desidererebbe pubblicarne almeno uno: sportivi, comici, attori, chef, a chiunque oggi è offerta la possibilità di approdare in libreria con un proprio titolo. A chiunque tranne, forse, a chi scrive di mestiere.
La questione della fine del libro è assai complessa e nessuno di noi oggi è in grado di comprendere quale sarà la situazione fra vent’anni. La sola cosa certa è che se il libro è destinato davvero a finire, una bella fetta di responsabilità se la dovranno prendere gli editori. I cosiddetti grandi prima degli altri.
Riguardo ai lettori la questione è tutto sommato più semplice da decifrare: in Italia si è sempre letto poco e si continua a leggere poco. Non credo affatto che chi oggi trascorre il suo tempo in treno o in tram gingillando con uno smartphone, un tempo leggeva libri. Non funziona così. Chi non leggeva prima continua a non leggere oggi, ma non certo perché intrappolato nella rete di videogiochi, social network, video online, e via discorrendo. Anche in questo caso i numeri ci raccontano la verità. Sempre secondo un’indagine Istat, nel 2012 le persone che non hanno letto neppure un libro sono state il 67,5% in Puglia, il 66,6% in Campania, il 65,1% in Sicilia, il 63,6% in Calabria. In fondo alla classifica il Trentino Alto Adige, dove solo (si fa per dire) il 39,1% della popolazione non ha letto neppure un libro in tutto l’anno. Non dispongo di dati al riguardo, ma sono pronto a scommettere che la situazione si invertirebbe se indagassimo la diffusione di dispositivi elettronici fra la popolazione. Solo per dire che si può benissimo convivere con smartphone e tablet e tuttavia continuare a leggere libri. A condizione, naturalmente, che lo si faceva già prima.

lunedì 6 gennaio 2014

LA BANALITÀ DEL MALE

La nuova LA BANALITÀ DEL MALE

 

LA NUOVA LA BANALITÀ DEL MALE 

A 50 ANNI DAL LIBRO DI HANNAH ARENDT

Editoriale di monsignor Bruno Forte pubblicato su "Il Sole 24 Ore" di domenica 5 gennaio 2014


Di seguito l'editoriale firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato sull'edizione di domenica 5 gennaio 2014 del quotidiano Il Sole 24 Ore (pp. 1 e 8).
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Esattamente cinquant’anni fa Hannah Arendt, la filosofa ebrea tedesca allieva di Martin Heidegger e di Karl Jaspers, pubblicava l’edizione definitiva del suo libro “La banalità del male”, frutto del lavoro svolto a Gerusalemme come inviata del “New Yorker” per seguire lo storico processo ad Adolf Eichmann, il criminale nazista responsabile dello sterminio di milioni di Ebrei, catturato l’anno prima a Buenos Aires dove aveva vissuto indisturbato per anni. Il “reportage” della Arendt si sviluppava in una serie preziosa di considerazioni morali, che furono poi raccolte e ampliate nel libro.
La tesi che emerge dalle straordinarie pagine di questo testo è per molti aspetti sconcertante: “Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. Dal punto di vista delle nostre istituzioni giuridiche e dei nostri canoni etici, questa normalità è più spaventosa di tutte le atrocità messe insieme” (282). Il messaggio che scaturiva dal caso Eichmann, quello “che il suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato”, era per la Arendt “la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male” (259).
Su questa lezione mi sembra importante ritornare perché, fatte salve le ovvie differenze fra quello che fu “il male assoluto” e quelli che sono i mali del nostro presente, non c’è dubbio che molti di essi derivino dalla mentalità del “così fan tutti”, giustificata dai cattivi maestri della scena pubblica, in particolare di quella politica. Provo ad articolare questa riflessione sull’insinuante presenza della “banalità del male” su tre fronti, che convergono nel male endemico e distruttivo della corruzione: la perdita diffusa del senso del dovere; il rimando alle altrui responsabilità per scaricare le proprie; la disaffezione nei confronti del bene comune, a favore di quello personale o della propria “lobby”.
Il senso del dovere è a fondamento della coscienza morale e del comportamento che ad essa si ispira. Nella sua essenza esso consiste nella disposizione ferma a compiere il bene perché è bene e a fuggire il male per l’unica ragione che è male. Applicato all’etica del lavoro questo principio comporta la cura rigorosa da mantenere nell’assolvimento dei propri compiti, a prescindere dal riconoscimento altrui e dalla ricerca pur così naturale di gratificazioni. Fare bene ciò di cui si è incaricati - purché ovviamente non contrasti con la legge morale inscritta in ciascuno di noi, com’è riassunta nei precetti del Decalogo - vuol dire contribuire alla qualità della vita di tutti, fino a poter avvertire il senso del giusto orgoglio di aver fatto la propria parte per migliorare l’esistenza collettiva.
Essere paghi del bene compiuto non è egoismo: esattamente al contrario è uno dei volti dell’amore per gli altri, che è alla base della legge morale. Un servitore dello Stato che rimandasse colpevolmente a domani ciò che può fare oggi nel dare risposte a chi richiede i suoi servizi, specialmente nell’ambito delle necessità dello stato sociale, cadrebbe in una mancanza etica, che dovrebbe pesargli a prescindere da qualsivoglia sanzione (peraltro spesso inesistente o ignorata). Si pensi, per fare due esempi ben noti, ai tanti casi di esasperante lentezza della giustizia o ai continui rimandi della politica nell’affrontare questioni urgenti e necessarie, come la riforma dell’attuale, pessima legge elettorale. Se questa sensibilità morale è richiesta specialmente a chi deve assolvere a un servizio pubblico, essa mi sembra sia doverosa per tutti, perché indispensabile al bene di tutti.
La perdita del senso del dovere viene per lo più giustificata dal rimando alle responsabilità altrui: se sono i capi a dare il cattivo esempio, si comprende come il meccanismo di deresponsabilizzazione si diffonda a macchia d’olio. I cattivi maestri si possono trovare tuttavia in molti ambiti della scena pubblica: si tenga conto dell’influenza che hanno specialmente sui giovani alcuni comportamenti o stili di vita immorali di protagonisti dello spettacolo e dello sport; o si pensi alle autogiustificazioni o addirittura alla semplice negazione della responsabilità giuridica o morale che figure di rilievo della politica danno di propri comportamenti scorretti, perfino quando essi siano stati accertati e condannati a più livelli di azione giudiziaria.
Questo modo di fare corrompe le scelte e le motivazioni di tanti: i corrotti diventano a loro volta corruttori, e questi si giustificano con la logica perversa del “così fan tutti”. È un veleno che dilaga facilmente: “Si comincia con una piccola bustarella, ed è come una droga”, afferma Papa Francesco, stigmatizzando una prassi che porta tanti a dar da mangiare ai loro figli “pane sporco”. In tal senso, la corruzione è peggio del peccato, perché erode in profondità la coscienza morale e induce a sguazzare nella “banalità del male”.
La diffusione di comportamenti corrotti va poi di pari passo con la crescita della disaffezione al bene comune, che è forse oggi la malattia dell’anima più insidiosa per la nostra società: la sola logica che sembra debba giustificare le scelte diventa quella del “che me ne viene?”. La preoccupazione del benessere proprio e della propria lobby prevale su ogni considerazione che finalizzi l’agire al maggior bene di tutti. Si perde così il senso dell’impresa collettiva, del sogno e della speranza di una giustizia più grande; si spegne nei cuori la passione per ciò che è possibile, da fare al servizio degli altri per la costruzione di un domani migliore per tutti. Non sorprende in questo clima avvelenato che i giovani provino disgusto per l’impegno sociale e politico e preferiscano rintanarsi nel privato della propria ricerca di vantaggi e di sicurezze per il futuro.
A questa mentalità che riduce il male a banalità si può reagire in un solo modo, ritrovando il senso della serietà della vita, del suo spessore morale, della dignità unica e irripetibile dell’esistenza personale. L’indignazione, su cui insiste il fortunato pamphlet di Stéphane Hessel, il grande vecchio della resistenza francese, recentemente scomparso (Indignez-vous!, Paris 2010, in traduzione italiana: Indignatevi!, Torino 2011), può essere il primo passo, l’appello a un risveglio. Ciò di cui, però, c’è assoluto bisogno è l’impegno serio e perseverante al servizio del bene comune, vissuto nella fedeltà rigorosa e continua alle esigenze morali. La domanda di Gesù riassume l’antidoto necessario alla banalità del male: “Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?” (Luca 9,25).
Misurarsi sulle esigenze di un giudizio assoluto non è rifugio consolatorio, ma fondamento di un’esistenza che valga la pena di essere vissuta e di una tensione etica e spirituale in grado di dare dignità e bellezza alla fatica dei giorni, rendendo serio e grande ciò che appare o si vorrebbe ridurre a semplicemente banale. Tendere a questa serietà, amarla, custodirla ed essere pronti a pagare di persona per non rinunciarvi è l’augurio migliore che si possa fare a se stessi e agli altri in questo inizio di un anno nuovo.

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- Hannah Arendt -  La banalità del male  pdf
Eichmann a Gerusalemme
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LA BANALITÀ DEL MALE

Hannah Arendt
Feltrinelli, Milano, 2001
"Otto Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell'11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l'11 aprile 1961, doveva rispondere di 15 imputazioni. Aveva commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. L'autrice assiste al dibattimento in aula e negli articoli scritti per il "New Yorker", sviscera i problemi morali, politici e giuridici che stanno dietro il caso Eichmann. Il Male che Eichmann incarna appare nella Arendt "banale", e perciò tanto più terribile, perché i suoi servitori sono grigi burocrati".

"Un'opera che è ormai un classico della riflessione sull'orrore del XX secolo, un libro scomodo perché pone domande che non avremmo mai voluto e spesso non vogliamo ancora oggi, farci. Le poche risposte che ci fornisce non hanno la rassicurante sicurezza dei ragionamenti in bianco e nero dove la verita viene separata dall'incertezza in modo manicheo. Al suo comparire, nel 1963 (la Feltrinelli lo tradusse tempestivamente nel 1964), questo libro provocò accese discussioni e pesanti critiche alla sua autrice che si era recata a Gerusalemme come inviata del New Yorker al processo contro il nazista Adolf Eichmann, una delle pedine piu solerti ed efficienti della soluzione finale. Assistendo a quel discusso dibattimento, la Arendt scopri la terrificante normalita umana del secolo delle Ideologie Organizzate. Il Male le appare banale e proprio per questo ancora piu terribile: perche i suoi, piu o meno consapevoli, servitori altro non sono che dei piccoli, grigi burocrati, simili in tutto e per tutto al nostro vicino di casa. E' inutile, e pericoloso aspettarsi dei demoni: i macellai di questo secolo sono tra noi, in tutto simili a noi. Con questa riflessione, La Arendt approfondisce la sua lucida analisi dei drammi del nostro tempo, iniziata con Le origini del totalitarismo".
quarta di copertina