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domenica 13 ottobre 2013

Papa Francesco ha stabilito che la beata Angela da Foligno (1248-1309) sia iscritta nel catalogo dei Santi ...




"Angela da Foligno è una donna da vertigini. La prima volta che ho avuto occasione di conoscere il suo Libro, sono rimasto folgorato e mi son detto: «I teologi oggi scrivono libri di centinaia di pagine domandandosi se esiste Dio (come quello, che allora era in auge, di Hans Küng), e alla fine il punto interrogativo è ancora lì, mentre dopo aver letto una sola pagina di questa donna, si chiude il libro e si riconosce che Dio esiste, ma è fuoco divorante!». Uno studioso domenicano di mistica ha detto che Angela da Foligno è per la mistica quello che Dante Alighieri è per la poesia, cioè uno dei vertici assoluti. Dà il senso del mistero di Dio, della trascendenza, quel senso di un altro mondo, che solo i mistici riescono a dare. Oggi abbiamo un estremo bisogno della prospettiva mistica, perché l’uomo d’oggi non si convince per i ragionamenti. Viviamo nel tempo del «pensiero debole», non sarà il pensiero a convincere. Ma quando l’uomo si pone davanti ad esperienze così coerenti e convincenti del divino, è difficile sottrarsi. Angela da Foligno è infatti all’origine di alcune tra le conversioni più celebri del secolo scorso: Claudel, Bloy, e si potrebbe allungare la lista." (padre Raniero Cantalamessa)


BEATA ANGELA DA FOLIGNO


MEMORIALE


ANGELA DA FOLIGNO, LA GRANDE MISTICA


Papa Francesco ha stabilito che la beata Angela da Foligno (1248-1309) sia iscritta nel catalogo dei Santi estendendo alla Chiesa universale il culto liturgico in suo onore. La decisione, presa lo scorso 9 ottobre nel corso dell’udienza concessa al cardinale Angelo Amato - prefetto della Congregazione delle cause dei santi -, è stata annunciata ieri.

A spiegare la modalità di questa canonizzazione - diversa da quella ordinaria che prevede il riconoscimento canonico di un miracolo attribuito all’intercessione di un beato - è stato lo stesso cardinale Amato con un breve articolo esplicativo apparso sull’Osservatore Romano stampato ieri pomeriggio con data odierna. Il porporato ha spiegato come papa Francesco, «in seguito alle numerose suppliche presentate alla Santa Sede da vescovi e superiori francescani», ha proceduto «alla canonizzazione equipollente della beata Angela da Foligno».

Per tale canonizzazione, ha ricordato il cardinale, secondo la dottrina di Benedetto XIV risalente al XVIII secolo, «si richiedono tre elementi: il possesso antico del culto; la costante e comune attestazione di storici degni di fede sulle virtù o sul martirio; la ininterrotta fama di prodigi». E se si soddisfano queste condizioni - sempre secondo la dottrina di papa Lambertini - «il Sommo Pontefice, di sua autorità, può procedere alla canonizzazione equipollente, cioè all’estensione alla Chiesa universale della recita dell’ufficio divino e della celebrazione della Messa, "senza alcuna sentenza formale definitiva, senza aver premesso alcun processo giuridico, senza aver compiuto le consuete cerimonie"».

Il cardinale Amato ha sottolineato come «la pratica della canonizzazione equipollente è stata sempre presente nella Chiesa e attuata regolarmente, anche se non frequentemente». E poi ha citato alcuni esempi di santi canonizzati in questo modo. Tra questi ci sono E cioè Romualdo (1595), Raimondo Nonnato (1681), Stefano di Ungheria (1686), Margherita di Scozia (1691), Giovanni di Matha (1694), Gregorio VII (1728), Venceslao di Boemia (1729), Gertrude di Helfta (1738). E anche Pier Damiani e Bonifacio martire (1828); Cirillo e Metodio di Salonicco (1880); Cirillo di Alessandria, Cirillo di Gerusalemme, Giustino martire e Agostino di Canterbury (1882); Giovanni Damasceno (1890); Beda il venerabile (1899); Efrem Siro (1920); Alberto Magno (1931); Margherita di Ungheria (1943); Gregorio Barbarigo (1960); Giovanni d’Avila (1970). L’ultima canonizzazione equipollente è stata quella di santa Ildegarda di Bingen, ad opera di Benedetto XVI, il 10 maggio 2012. (Diverso è il caso di Giovanni XXIII la cui prossima canonizzazione - con la decisione del Papa di dispensare la causa dal miracolo - non è però classificabile come equipollente).

Sempre ieri è stato annunciato che papa Francesco, ancora il 9 ottobre, ha autorizzato il dicastero presieduto dal cardinale Amato a promulgare sette decreti relativi ad altrettante cause.

Un decreto riguarda il miracolo attribuito all’intercessione della venerabile Maria Assunta Caterina Marchetti (1871-1948), cofondatrice della Congregazione delle suore missionarie di San Carlo, che quindi diventerà beata. Un altro riguarda poi le virtù eroiche - in vista della canonizzazione che potrà avvenire dopo la certificazione di un miracolo - del beato Amato Ronconi (1226-1292), fondatore dell’Ospizio dei pellegrini poveri di Saludecio (Rimini), oggi "Casa di riposo Opera Pia beato Amato Ronconi". Cinque decreti infine riguardano le virtù eroiche di altrettanti servi di Dio.

Si tratta dell’arcivescovo toscano Pio Alberto Del Corona (1837-1912), fondatore della Congregazione delle suore domenicane dello Spirito Santo, della canadese Maria Elisabetta Turgeon (1840-1881), fondatrice della Congregazione delle suore di Nostra Signora del Santo Rosario di San Germain; di Maria di San Francesco Wilson (1840-1916), nata in India da famiglia anglicana, fondatrice nelle Azzorre della Congregazione delle suore francescane di Nostra Signora delle vittorie; di Maria Eleonora Giorgi (1882-1945), suora professa della Congregazione delle serve della Vergine Maria Addolorata di Firenze; di Attilio Luciano Giordani (1913-1972), laico cooperatore salesiano. Questi cinque servi di Dio, che ora diventano venerabili, potranno eventualmente essere iscritti nell’albo dei beati dopo che venga riconosciuto un miracolo attribuito alla loro intercessione.
G. Cardinale

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Mistica convertita dal Poverello
Le testimonianze dirette che abbiamo di Angela da Foligno vengono da frate Arnaldo, prima suo confessore e poi incaricato ufficialmente, dopo le prime notizie sui rapimenti mistici, di stendere una relazione informativa sulla donna.

Nata a Foligno, appunto, nel 1248, Angela proveniva da una famiglia agiata ma era illetterata, seppur capace di padroneggiare bene la lingua latina usata a quel tempo. Sappiamo anche che si sposò (forse intorno al 1270) e che nel 1288 circa in breve tempo morirono la madre, il marito, i figli e in quella solitudine, mettendo fine ad una vita «selvaggia, adultera e sacrilega», secondo la sua stessa testimonianza, si avvicinò alla fede fino a sentire una forte vocazione.

Vendette i suoi beni tra la fine del 1290 e l’inizio dell’anno seguente, ed entrò nel Terz’Ordine francescano dedicandosi alle opere di carità. Frate Arnaldo divenne in un primo tempo suo confessore poi dopo le notizie di rapimenti mistici ebbe l’incarico di compilare un dettagliato Memoriale. In particolare l’anno 1291 segna la vita della religiosa a causa del pellegrinaggio compiuto ad Assisi per conoscere l’opera e il carisma di Francesco. Lungo il percorso ebbe una visione che segnerà e cambierà la sua vita. «E poiché io – nota frate Arnaldo in proposito – le chiedevo e le dicevo: "Cosa hai visto?, essa rispose.

Dicendo: "Ho visto una cosa piena, una maestà immensa, che non so dire, ma mi sembrava che era ogni bene. E mi disse molte parole di dolcezza quando partì e con immensa soavità e partì piano, con lentezza». Frate Arnaldo durante i quattro anni successivi, dal 1292 al 1296, assolse il suo compito di seguire la mistica per raccogliere il contenuto delle estasi. Nello stesso 1296 il "Memoriale" di Arnaldo veniva approvato dal cardinale Giacomo Colonna e da una commissione di otto teologi francescani. Nel 1298 Angela incontrò Ubertino da Casale, il quale confessò in una sua opera di aver superato una crisi religiosa proprio grazie a questo incontro. Era del resto un’epoca di dispute teologiche e scontri religiosi. Angela morì il 4 gennaio 1309 ed i suoi resti sono venerati nella chiesa di San Francesco, a Foligno. 

F. Mastrofini

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Il Dio povero
Angela da Foligno è diventata santa nel nome di Francesco, come è vissuta. Un’apparizione di san Francesco stabilisce il suo radicale mutamento spirituale, che la porta verso un’esistenza di perfetta povertà: venduti i suoi beni, distribuisce il ricavato ai poveri ed entra nel terz’ordine francescano. Poco dopo, nella basilica di Assisi ha una crisi mistica che frate Arnaldo, suo trascrittore, documenterà poi in un libro di memorie e rivelazioni. Ora è il nuovo Papa che si è chiamato Francesco a decidere la sua canonizzazione.

Difficile non pensare alla povertà sociale che, sull’esempio del santo di Assisi, in lei corrispondeva alla povertà di Dio fattosi uomo: una povertà che non è diminuzione ma presenza in tutta la sua divinità e potenza. Come dice Angela, san Francesco è colui che sta ai piedi della croce e ne assume ogni dimensione.

Con il coraggio dell’estrema chiarezza, Angela definisce il suo linguaggio una bestemmia: non tanto per l’arditezza delle espressioni che usa, quanto per ciò che dice di Dio. Descrivendo i modi in cui l’anima umana s’incontra con Dio, osserva che nelle prime esperienze l’anima lo "sente" ma non riesce a vederlo, pur essendo piena di una gioia che non arriva ancora a comunicare agli altri. E quando lo fa, finisce sempre per incagliarsi in una obiezione, che lei stessa si rivolge, assieme al suo "frate-scrittore": questo che dici, di te e di Dio, non si trova nella Bibbia.

La forza, la novità della sua parola pagano questo prezzo alla sua coscienza. Il suo itinerario, non tanto verso Dio, quanto dentro Dio, passa per alcuni momenti fondamentali: il momento dell’amore, che è anche quello della croce, di "Gesù passionato", della totale spoliazione di sé, della più completa nudità; il momento del nulla, della tenebra più tenebra, dove però alla fine Dio ricompare; e poi il momento della resurrezione, nella quale Angela ha l’esperienza più alta, che va anche oltre Francesco, ossia quella della trinità.

Lì, in quel momento, Angela sperimenta la realtà cosmica, l’unione umano-divina di tutto il creato. Lei stessa è Dio in Dio, come Dio è uomo in lei. Il momento della resurrezione è cosmico perché coinvolge, con l’essere umano, tutta la creazione, e dà il segno della pienezza a ogni vita. Dice, per mano di frate Arnaldo: «E allora sento la sua presenza e capisco come è presente in ogni creatura e in ogni cosa che possieda in sé l’essere: nel demonio e negli angeli buoni, nel paradiso e nell’inferno, nell’adulterio e nell’omicidio e in ogni buona azione, e in ogni cosa che esista o comunque possieda l’essere, tanto se bella quanto se brutta… E allora l’anima, avvertendo la sua presenza, molto si umilia, prova confusione per i suoi peccati, riceve grande dignità di sapienza e larga consolazione divina e gioia».

Oltre la tenebra che nasconde e rivela Dio, non ci sono più la contraddizione bene-male, l’alternativa paradiso-inferno, ma l’esperienza, enorme e, alla fine, alla portata di ciascuno, di un Dio ritrovato nella povertà, nella piena umanità. Le donne, forse, sono le vere eredi di Francesco e in Angela da Foligno trovano un vertice. 

Laura Bosio
Avvenire

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ANGELA DA FOLIGNO, LA GRANDE MISTICA
 Predica di P. RANIERO CANTALAMESSA, OFMCAP.
Foligno, 15 Marzo 1997
1. “Perché tutti a te?”
Io non sono quello che si chiama uno specialista o uno studioso di Angela da Foligno. Come mai allora proprio io sono stato invitato dal Comitato di coordinamento “La città di Foligno”, in occasione dell’uscita del libro “Angela da Foligno, la grande mistica”, con cui la città di Foligno vuole rilanciare la conoscenza della sua illustre cittadina? Forse è perché sono anch’io uno dei tanti “folgorati” da Angela.
La mia storia con Angela cominciò nel 1978. A quel tempo ero docente all’Università Cattolica di Milano. Partendo, insieme con il Prof. G. Lazzati, per un congresso in Brasile, all’ultimo momento misi nella valigia il libro della Beata. A un certo punto, mi accorsi che ero talmente preso da quella che anche il congresso passava in secondo ordine. Alcune parole si incisero a fuoco. Ricordo per esempio quello che Angela rispose a Frate Arnaldo che la sollecitava a spiegarsi meglio su una certa sua esperienza di Dio. “Se un giorno vedessi tu quello che ho visto io, ti dico io cosa faresti. Salendo sul pulpito a predicare, ti fermeresti, guarderesti la gente e diresti loro: ‘Fratelli, andatevene con la benedizione di Dio, ché di Dio oggi niente posso dirvi! E scenderesti dal pulpito”. Più d’una volta, in seguito, trovandomi io stesso a dover predicare, provai un gran desiderio di ripetere alla gente quelle parole e andarmene.
Molte ho volte, citando nella mia predicazione qualche pensiero di Angela, ho ripetuto alle persone l’incredibile promessa che un giorno ella si sentì rivolgere da Dio: “Io benedirò perfino chi ti sentirà nominare”. E tutti abbiamo costatato la verità di quella promessa.
Nel 1983 fui incaricato di preparare i testi per la via crucis del Papa in mondo-visione dal Colosseo, il Venerdì Santo. Pensai subito a lei e così quell’anno ella poté parlare ancora al mondo della Passione di Cristo e far risuonare di nuovo le celebri parole che si sentì rivolgere lei stessa un giorno della settimana santa: “Non ti ho amato per scherzo”.
Non più tardi di ieri mattina, il nome di Angela e uno dei suoi insegnamenti chiave (“ O nulla sconosciuto, o nulla sconosciuto…!”) sono risuonati durante una delle meditazioni che da anni sono chiamato a tenere alla Casa Pontificia, davanti al Papa e alla curia romana.
Come si spiega tutto questo? E il fatto stesso che dopo sette secoli dalla morte, la città di Foligno (che non ha mai rinnegato, a quanto so, la sua anima “ghibellina”) si occupa di questa sua figlia vissuta nel lontano medioevo? Verrebbe quasi da porre ad Angela la stessa domanda che un giorno frate Masseo pose a bruciapelo a Francesco: “Perché tutti a te? perché a te tutto il mondo corre dietro?” .
Ci sono spiegazioni contingenti: Angela è una donna, una laica, testimone di un primo prepotente venire alla ribalta del mondo femminile, e sappiamo quanto questi temi siano oggi di attualità. Ma la risposta fondamentale è un’altra: la santità!
Pascal dice che esistono tre ordini di grandezza al mondo, o tre categorie di valori: l’ordine dei corpi, e delle cose materiali, l’ordine dell’intelligenza e del genio e l’ordine della santità. Appartengono al primo ordine, la forza, la salute, le ricchezze materiali; appartengono al secondo ordine il genio, la scienza, l’arte; appartengono al terzo livello la bontà, la santità, la grazia.
Tra ognuno di questi ordini e quello superiore c’è un salto di qualità pressoché infinito, dice Pascal. Al genio non aggiunge e non toglie nulla il fatto di essere ricco o povero, bello o brutto; la sua grandezza si colloca su un piano diverso e superiore, e infatti i più grandi geni hanno dovuto spesso lottare con la miseria più nera, o erano addirittura deformi…Allo stesso modo, al santo non aggiunge e non toglie nulla il fatto di essere forte o debole, ricco o povero, un genio o un illetterato: la sua grandezza si colloca su un piano diverso e infinitamente superiore .
Su che cosa si basa questa graduatoria di merito? E’ semplice. I beni materiali – ricchezze, forza e prestanza fisica- sono transitori; inoltre discriminano, non possono essere possedute contemporaneamente da più persone; quello che ognuno ha è sottratto agli altri. Di qui le lotte, le invidie che queste cose generano. I beni dell’intelligenza -scoperte scientifiche, opere d’arte- possono essere goduti da più persone contemporaneamente, non discriminano ma uniscono. Tuttavia, anche di questi beni si può fare cattivo uso. Sappiamo l’uso tremendo che è stato fatto di certe scoperte scientifiche, come la bomba atomica. Anche la grandezza propria del genio e dell’intelligenza è dunque ambigua, anche se superiore a quella delle ricchezze e della forza.
I beni del terzo ordine, la bontà e la santità, non solo fanno sempre del bene a tutti e mai del male; non solo ciò che uno possiede non è sottratto a un altro, ma essi ridondano a beneficio di tutti. Più io me ne arricchisco, più il mondo se ne arricchisce. Ogni atto di carità e di altruismo si traduce in ricchezza per tutto il mondo. Inoltre questi beni sono gli unici che ci seguono oltre la morte. Nella vita eterna non inciderà minimamente se uno di qua è stato bello o brutto, forte o debole, se è stato un genio o un analfabeta; inciderà invece se è stato buono o cattivo, onesto o disonesto.
Questo principio trova un riscontro preciso nella storia e in parte anche nella geografia di questa regione, l’Umbria. Che cosa ha fatto di Assisi Francesco di Bernardone, con la sua santità! Ma anche Foligno è una riprova. C’erano ricchi mercanti nella Foligno della fine del Duecento; c’erano molte giovani donne belle e ricche. Angela stessa era tra queste, ma non è per questo che è ricordata. C’erano intellettuali, spiriti critici indipendenti, hanno certo contribuito a creare un patrimonio culturale, ma non è su essi che si fanno convegni e mostre. Angela mostra che la santità non è una “sovrastruttura”, è la realtà più reale, più duratura, la grandezza di “terzo livello”. Essa ha riflessi anche sugli altri ordini. Francesco ha reso Assisi più ricca e prospera di beni e più bella artisticamente! Così Angela, con il suo nascondimento, ha reso celebre Foligno nel mondo intero.
Facciamo dunque uno sforzo per contemplare Angela nel suo proprio “ordine” di grandezza, cercando di andare al cuore del fenomeno “Angela da Foligno”, senza arrestarci alla periferia. La sua è una grandezza mistica; cerchiamo dunque di dire qualcosa di questa realtà. Tanto più che secondo la dottrina attuale della Chiesa tale esperienza non è qualcosa di esotico, di elitario, riservata a pochi privilegiati. E’ la vocazione di ogni battezzato
Noi dobbiamo convincerci che Dio non ha suscitato anime come quella di Angela solamente per farci venire invidia, quasi facendoci intravedere quella pienezza di essere che, in fondo al cuore, ognuno brama sopra ogni altra cosa, per poi dirci che tutto ciò non è fatto per noi. Dio ama così tutti noi, non una o due persone in ogni epoca. A una o due persone in ogni epoca, da lui scelte e purificate a tale scopo, affida il compito di ricordare tutto ciò agli altri. Ma cosa sono le differenze di grado, di tempo, di modi, tra noi e i santi, in confronto alla realtà principale che abbiamo in comune con essi e cioè che tutti siamo oggetto di un incredibile disegno d’amore di Dio? Quello che ci unisce ad essi è molto più forte di ciò che ci divide da essi.
2. I mistici
I mistici, secondo una celebre definizione, sono coloro che hanno “patito Dio” . Oh, come suona indolore questa definizione letta nei libri, e come è invece terribile nella realtà! Qualcuno che l’ha sperimentato si è lasciato sfuggire dalle labbra questo lamento: “Tutti i tuoi flutti e le tue onde sopra di me sono passati” e “i tuoi spaventi mi hanno annientato…Mi sono compagne solo le tenebre” (Salmi 42 e 88).
Questi uomini e queste donne hanno “arrischiato la vita” per accostarsi a Dio (cf. Ger 30,21); hanno lottato con lui e, come Giacobbe, ne sono usciti “feriti” per sempre (cf Gen 32, 23 s.). Quando si leggono i loro scritti, o si ha la sorte di conoscere qualcuno di essi da vivo, mentre è ancora in pieno svolgimento la terribile “traversata”, come appaiono lontane e perfino ingenue le più sottili argomentazioni degli atei. Nasce, nei loro confronti, un senso di stupore e anche di pena, come davanti a qualcuno che parla di cose che manifestamente non conosce. Come chi credesse di scoprire continui errori di grammatica in un interlocutore, e non si accorgesse che questi sta semplicemente parlando un’altra lingua che lui non conosce.
I mistici sono, per eccellenza, coloro che hanno scoperto che Dio “esiste”; anzi, che egli solo esiste davvero e che è infinitamente più reale di ciò che di solito chiamiamo realtà. Essi sono per il popolo cristiano come gli esploratori che entrarono per primi, di nascosto, nella terra promessa e poi tornarono indietro per riferire ciò che avevano veduto (“una terra dove scorre latte e miele”), esortando tutto il popolo ad attraversare il Giordano (cf Num 14,6-9). Per mezzo di essi giungono a noi, in questa vita, i primi bagliori della vita eterna. Lo scrittore inglese Leonard Huxley, citato da P. Domenico Alfonsi, nel volume che stiamo presentando, diceva giustamente: “I mistici sono i canali per i quali un po’ della conoscenza della realtà filtra entro il nostro universo umano di ignoranza e di illusione. Un mondo totalmente antimistico sarebbe un mondo cieco e insano. E noi ora ci troviamo ben avanti, pericolosamente avanti nell’oscurità”.
Purtroppo una certa moda letteraria è riuscita a neutralizzare spesso anche questa “prova” vivente dell’esistenza di Dio che sono i santi, e in particolare i mistici. Lo ha fatto con un metodo singolarissimo: non riducendo il loro numero, ma aumentandolo, non restringendo il fenomeno, ma dilatandolo a dismisura. Mi riferisco a coloro che in una rassegna dei mistici, in antologie dei loro scritti, o in una storia della mistica, mettono uno accanto all’altro, come appartenenti allo stesso genere di fenomeni, san Giovanni della Croce e Nostradamus, santi ed eccentrici, mistica cristiana e cabala medievale, ermetismo, teosofismo, forme di panteismo e perfino l’alchimia .
Non mi soffermo neppure sulla posizione dei riformatori protestanti che -forse proprio per la confusione ora segnalata- rigettarono l’idea stessa di una mistica cristiana e la considerarono un fenomeno pagano di esaltazione dell’umano. L’esperienza dei mistici è, al contrario, la dimostrazione più forte dell’annientamento dell’umano, dei meriti, delle virtù proprie e delle pretese di salvezza. È l’esperienza che più fa risplendere l’assoluta sovranità dell’azione di Dio e della grazia. I veri mistici sono coloro che si sono “convertiti”, una volta per sempre, alla pura fede.
3. Momenti dell’esperienza di Angela
In questa luce rievochiamo qualche momento della esperienza della nostra amica Angela che, della mistica cristiana, rappresenta, a detta ormai di tutti, uno dei vertici assoluti. “Angela sta alla mistica -ha scritto P. Innocenzo Colosio- come Dante alla poesia”. Scelgo i momenti che sono rimasti più impressi in me dalla sua lettura; dunque non necessariamente i più importanti in sé.
Già avanti nelle vie della santità, Angela fece un giorno un’amara scoperta: Dio non era ancora veramente il suo tutto. Il suo “volere Dio” era ancora “velleitario”, dal momento che il desiderio di lui non abbracciava tutto il suo mondo e non raggiungeva una intensità assoluta. Allora avvenne una cosa singolare. Sentì farsi dentro di sé una nuova unità, come se tutto il suo essere si raccogliesse in un punto: il corpo si accordava con l’anima, l’intelligenza con la volontà, ed ella si accorse di avere ormai un solo volere. In quel momento fu chiesto all’anima: “Che vuoi?” e l’anima rispose gridando con tutta la sua forza: “Voglio Dio!”. Dio le rispose: ”Io porterò a compimento questo tuo desiderio”. E sappiamo fino a che punto ha mantenuto questa promessa.
Uno dei tratti caratteristici del Dio vivente della Bibbia riguarda i suoi “giudizi”. La Bibbia parla spessissimo dei giudizi di Dio che proclama giusti, santi, imperscrutabili, terribili e, nello stesso tempo, “più dolci del miele e di un favo stillante” (Sal 19, 10 s.). “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,22). “Per i suoi giudizi – si dice in un salmo – esultano le città di Giuda”(Sal 97,8), e ancora: ” Il suo giudizio è come il grande abisso” (Sal 36,7). Nell’idea di Dio elaborata dai filosofi, questo fatto non trova alcun riscontro; non si sospetta nemmeno che esistano tali giudizi, che tutta la terra -come dice un salmo- sia piena dei suoi giudizi (cf Sal 105,7). I giudizi di Dio non sono come in noi semplici valutazioni delle cose, sono pensieri efficaci ,“decisivi”, nel senso che decidono del mondo e degli eventi.
Sembra che al tempo di Angela le litanie dei santi, accanto alle altre invocazioni, contenessero anche quella che diceva: “Per i tuoi santi giudizi, liberaci o Signore”. Scrive infatti: “Non c’è niente in cui tanto completamente io conosca Dio quanto nei suoi continui giudizi. Per questo, quando, di sera o di mattino, nella preghiera dico a Dio: “Signore, per il tuo avvento liberami, per la tua nascita, per la tua passione, liberami”, in niente mi diletto tanto quanto nel dire con confidenza: “Per i tuoi santi giudizi, liberami”, perché non riconosco più la sua bontà in un uomo buono e santo e in molti uomini buoni e santi, che in un dannato e in una moltitudine di dannati…Anche se venissero meno tutte le cose proprie della fede, solamente qui, cioè nei suoi giudizi e nella giustizia che si esprime in essi, avrei la certezza riguardo a Dio. Oh, quanta profondità c’è in questo!”.
Il confessore che raccoglieva e metteva per iscritto tali confidenze, a questo punto annota: “Qui comprendevo che ella diceva le cose più mirabili del mondo”. Ma cosa aveva detto, la santa, di preciso? Nulla; quella semplice evocazione dei giudizi di Dio era bastata a veicolare il sentimento del Dio vivente e santo e a trasmetterlo all’ascoltatore. Questi era stato colto dal senso del “numinoso” e del soprannaturale, come capita spesso, anche oggi, a chi legge le parole di questa mistica. Angela fa venire spesso i brividi al lettore; brividi dolci, di infinito. Un’esperienza analoga a quella cantata da Leopardi nell’Infinito: “..e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
Dopo aver visto per anni Dio “in mezzo a grandi tenebre”, alla fine Angela fu trasportata dalla grazia alla visione di Dio “sopra le tenebre”. Qui possiamo solo ascoltare con riverenza le sue stesse parole. “Mi trovai impercettibilmente tutta in Dio, più del solito, e mi sembrò d’essere più del consueto in mezzo alla Trinità…Vidi che nessun angelo e nessuna creatura è così intelligente e capace da poter intendere quelle divine operazioni e quel profondissimo abisso…A quel punto l’anima fu liberata da ogni tenebra e conobbe maggiormente Dio…Io vedo Colui che è l’essere e capisco che è l’essere di tutte le cose create”. Qui la mistica si incontra con la filosofia. Anche la filosofia infatti ha per oggetto la conoscenza dell’essere. Solo che nell’esperienza mistica, l’essere che i filosofi, e in particolare gli ontologi, intravvedono oscuramente e come a tentoni, nella mistica viene contemplato, per così dire, “ a faccia a faccia”.
Finalmente un giorno, Angela sperimenta ciò che avviene oltre la fede, nella visione, quando tutti i veli che si frappongono tra Dio e la creatura vengono rimossi. “Allora -scrive- l’anima mia si presentò a Dio con grandissima sicurezza, senza alcun timore, con piacere maggiore di quello provato in passato, con differente ed eccellentissima gioia e gustando un miracolo nuovo, mai sperimentato in modo così diverso e splendente come in quell’incontro. Incontrai Dio e insieme compresi e ottenni l’inenarrabile manifestazione di Dio all’anima e la presentazione della mia anima a lui e mi furono rivolte parole profondissime che non voglio siano riportate”. Si pensa spontaneamente a Paolo che, tornando dal suo rapimento al terzo cielo, dice di aver udito “parole che non è lecito ad alcuno pronunziare” (2 Cor 12, 4).
Avvicinandosi il giorno della sua morte, Angela fu udita esclamare, da coloro che le erano intorno, queste parole che dicono, del Dio vivente, più che tanti discorsi: “Oh, ogni creatura viene meno! Oh, tutta l’intelligenza degli angeli non basta!”. E, alla domanda dei presenti: “In che cosa viene meno ogni creatura e a che cosa l’intelligenza degli angeli non basta?”, rispose: “A comprendere!” .
Si scrivono oggi libri interminabili, pieni ci citazioni di filosofi, per rispondere alla domanda: “Esiste Dio?” e spesso si giunge alla fine senza che il punto interrogativo si sia ancora cambiato in esclamativo. Poi, un giorno, si apre a caso un piccolo libro come questo, scritto da una donna, non certo dotta, del medioevo, già madre di famiglia, poi vedova e terziaria francescana laica, e si scopre di colpo non solo che Dio esiste, ma che è davvero “fuoco divorante”, “dolcezza senza fine”.
4. Il sospetto sui mistici
Ma non possiamo continuare a parlare di queste cose come se fossero realtà pacifiche o condivise da tutti. Su tutto questo fenomeno della mistica, come sulla santità e la religione in genere, è calato da un secolo o due a questa parte un sospetto e l’uomo colto moderno ormai non può sentire parlare di queste cose senza che scatti automaticamente in lui questo sospetto e questa riserva.
L’operazione che sto cercando di descrivere è legata in particolare a tre grandi nomi della cultura degli ultimi due secoli: Feuerbach, Marx, Freud. Si sa che per Feuerbach l’essere divino è l’essenza dell’uomo, purificata e liberata dai limiti degli uomini singoli, contemplata e venerata come fosse un’essenza distinta da lui. “L’uomo oggettiva nella religione la sua propria essenza segreta, rispecchiandosi in un ente che è il suo profondo essere” .
In altre parole, non è Dio che ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, come dice la Bibbia, ma è l’uomo che ha creato Dio come un’immagine distaccata e fantastica di se stesso. “La fede in Dio non è altro che la fede nella dignità umana”. I mistici non sarebbero, in questo caso, che l’apice di questa proiezione illusoria di se stessi.
È stato Carlo Marx a dare a questa brillante operazione il successo che ha avuto, facendone la base teorica del suo ateismo scientifico. Ma con uno spostamento di accento. Per Feuerbach, Dio è primariamente la proiezione dell’essenza dell’uomo, di ciò che l’uomo è, delle sue perfezioni, e solo secondariamente della sua povertà e del suo vuoto. Dunque è un’illusione, ma, a suo modo, piena, perché ricca di un contenuto positivo. Anche per Marx, Dio è la proiezione, ma più che dell’essenza positiva dell’uomo, lo è dei suoi bisogni inappagati; non di ciò che ha, quanto di ciò di cui manca, soprattutto dei suoi bisogni economici. “La religione -scrive- è il gemito della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore…Essa è l’oppio per il popolo…La religione non è che un sole illusorio, che si muove attorno all’uomo finché questi non giunge a muoversi intorno a se stesso” . Dio è dunque proiezione illusoria non di una pienezza di umanità, ma di una mancanza, di un vuoto. Doppiamente quindi negativa. Dio non è che “la direzione verso cui l’uomo lancia il suo grido”.
La stessa teoria assume, con Freud, una colorazione nuova, non più filosofica o socioeconomica, ma psicologica, senza cambiare tuttavia nella sostanza. La religione, Dio, è una “illusione”; è la proiezione del bisogno inconscio di protezione paterna e materna che la persona umana conserva, una volta uscita d’infanzia. “La radice della necessità della religione – ha scritto – è nel complesso parentale. Un Dio giusto e onnipotente è la sublimazione grandiosa del padre e della madre” . Ancora dunque qualcosa di doppiamente negativo: proiezione non di una realtà, ma di un bisogno e di un vuoto.
Quando si cerca di stringere e andare al nocciolo delle argomentazioni dei tre autori menzionati, si costata che tutto ciò che resta in piedi di esse non è una prova contro l’esistenza di Dio, ma, appunto, solo un sospetto. Infatti, anche se il Dio in cui crediamo fosse una proiezione dell’uomo, una “essenza desiderata”, questo non vorrebbe dire ancora niente circa la sua esistenza o non-esistenza nella realtà.
Prima che su Dio, del resto, il sospetto è portato, in questo modo, sull’uomo. È l’uomo che è dichiarato sospetto nei suoi desideri più profondi. Freud dice: “Sarebbe davvero molto bello che ci fossero un Dio come creatore dell’universo e benigna Provvidenza, un ordine morale universale e una vita ultraterrena; tuttavia è almeno molto strano che tutto ciò sia davvero così come non possiamo fare a meno di desiderare che sia” . Affermazione rivelatrice di un profondo disprezzo dell’uomo. Una cosa diventa sospetta per il fatto stesso che l’uomo la concepisce e la desidera! Sarebbe come un gettare il sospetto sull’amore e sul matrimonio, perché esso corrisponde a un desiderio universale e a un bisogno profondo del cuore umano, o come negare che esista la verità e la felicità, semplicemente perché l’uomo la desidera
Questa critica globale ha un suo fondamento; solo che non colpisce il vero Dio, il Dio vivente della Bibbia, ma la sua controfigura, il suo surrogato che è l’idea umana di Dio, il Dio dei filosofi, che è spesso una versione moderna dell’idolo, del vitello d’oro. ciò oggi è riconosciuto anche da pensatori che provengono dalla stessa matrice marxista. “L’uomo -scrive Erik Fromm- trasferisce le sue passioni e qualità nell’idolo. Più egli si svuota, più l’idolo si ingrandisce e si fortifica. L’idolo è la forma alienata dell’esperienza che l’uomo fa di se stesso. Adorandolo, l’uomo si adora…Egli dipende dall’idolo perché solo sottoponendovisi trova l’ombra, anche se non la sostanza, di se stesso. L’idolo è una cosa e non ha vita. Dio al contrario è un Dio vivente” .
Questi “maestri del sospetto” -come sono stati chiamati Feuerbach, Marx e Freud- nella loro critica non hanno avuto a che fare con la realtà di Dio, ma con la sua idea; non hanno studiato i santi e i mistici in concreto, biograficamente, ma in astratto, hanno avuto a che fare con i tipi, o stereotipi, dell’uomo religioso e del santo. Si comportano perciò nei confronti della religione e della fede, esattamente nel modo con cui rimproverano alla religione di essersi comportata, nei secoli passati, nei confronti della scienza. Le rimproverano infatti (e giustamente) che, nel valutare i risultati della scienza, la religione non si basava su osservazioni dirette, su verifiche ed esperienze, ma piuttosto su idee preconcette, di carattere astratto e deduttivo, o sull’autorità indiscussa di qualche grande del passato, come Aristotele.
Nei confronti della mistica, il sospetto ha preso una forma assai sottile e insidiosa. La descrizione dei loro stati mistici -si dice- richiama così da vicino quella degli stati amorosi; ciò che essi dicono dell’amore divino somiglia così da vicino a ciò che avviene nell’amore umano! Il loro matrimonio mistico con Dio non sarà, appunto, una “mistificazione” del matrimonio naturale, una sua sublimazione, o un suo surrogato? Questo sospetto è stato gettato in modo particolare su Angela le cui immagini e descrizioni (Angela che bacia il collo di Cristo, che lo accarezza ed è accarezzata) sono state da qualcuno assunte come la riprova lampante della teoria freudiana che tutto si riduce a libido, che la santità e la mistica, come del resto l’arte e tutte le manifestazioni più alte dello spirito umano, non sono che sublimazioni dell’istinto sessuale.
Potremmo rispondere: perché non prendere in considerazione anche l’ipotesi contraria, che sia, cioè, il matrimonio naturale a essere l’imitazione, e quello mistico la realtà? Non è più giusto vedere nell’unione sessuale un simbolo, una parabola, e come un conato verso quell’altro “completamento” che i mistici hanno pregustato, tanto più che essa reca così evidenti in se stessa i segni dell’incompiutezza, della precarietà e dell’aspirazione a qualcosa di più e di diverso? Noi infatti non siamo stati creati per vivere in un eterno rapporto di coppia, ma per vivere in un eterno rapporto con Dio, con l’Assoluto. Non è stato un mistico né un “uomo di chiesa”, ma Goethe a pronunciare le parole: “Tutto ciò che passa è solo una parabola” . E lo ha detto proprio dell’amore terreno di Margherita per Faust in confronto all’amore che ha per lui ora che è in cielo.
Chi avanza quel sospetto sui mistici e su Angela in particolare non sa nulla di quello che è avvenuto in queste anime nel corso della “notte oscura dei sensi e dello spirito” quando ogni residuo eros carnale è stato seccato e bruciato, “calcificato” -dice il Mauriac, con una immagine citata in questo libretto commemorativo- come ogni vegetazione dal sole nel deserto. La spiegazione ultima della nostra difficoltà (non solo degli atei) di comprendere i mistici è quella data da S. Paolo: “L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui” (1 Cor 2,14).
La caratteristica del sospetto sta nel fatto che sfugge a ogni confronto e a ogni possibilità di confutazione. Si può confutare una ragione o un fatto, ma non un sospetto. Il sospetto dunque non si può eliminare con delle ragioni. Ma forse non è neppure bene che sia eliminato, perché è proprio esso che fa del credere quella cosa seria che è. È proprio la possibilità del dubbio, fuori e dentro di noi, che purifica la fede e rende umile il credente.
5. Che fare dei mistici?
Ma vorrei accennare prima di concludere anche un pericolo interno per i mistici, che non viene cioè dall’esterno dai non credenti, ma dagli stessi cultori della mistica. Devo rallegrarmi con la città di Foligno e con i promotori della figura di Angela perché ho visto in questi anni lo sforzo di affiancare agli studi critici su Angela (edizione critica, congressi, studi storici, ricostruzione di ambiente, di fonti), anche iniziative di carattere più spirituale: la riapertura del Cenacolo spirituale creato da Angela intorno a sé e alla chiesa di S. Francesco, i pellegrinaggi ad Assisi in memoria di quello memorabile durante il quale iniziarono le manifestazioni mistiche in Angela, gruppo di preghiera, diffusione degli scritti della santa, in edizioni popolari e accessibili, in cui si è distinto ultimamente D. Sergio Andreoli, da cui io stesso ho tratto le mie citazioni di Angela.
Dico questo perché il pericolo che intendo segnalare si situa proprio in questo campo. Il pericolo è di dare tanta importanza a tutto l’aspetto critico e storico da dimenticare che il centro, il nucleo dell’interesse, nel caso dei mistici, come dei poeti, è da un’altra parte. Non voglio essere frainteso. Gli studi critici sono una benedizione per tutti; io ho spesso un pensiero di gratitudine per chi si è accollato tutto il lavoro che mi permette di avere sotto mano un testo che posso leggere con sicurezza. Ma sono cose preparatorie al vero scopo che è di confrontarsi con quello che i mistici e nel nostro caso Angela hanno vissuto. Sono sussidi per qualcos’altro. Se il lavorio critico dovesse servire a far passare in secondo piano questo piano operativo, o a rinviarlo all’indefinito, allora sarebbero un ben povero espediente per sfuggire alla serietà della sfida. Sarebbe come ricevere un ospite illustre che sappiamo ha una proposta impegnativa da farci e parlare, parlare, parlare, per non dargli tempo di porci la domanda cruciale.
E’ ciò che succede con la stessa Scrittura. Kierkegaard è stato profeta quando ha denunciato a che cosa avrebbe portato, in campo biblico, l’eccesso di ermeneutica. L’interpretazione del testo, non il testo, è diventata la cosa seria. Come quando un re emette un editto e i dotti del regno si scatenano. Nascono commenti, glosse, commenti dei commenti, bibliografia dei commenti. una selva inestricabile. E in tutto questo l’ultima cosa a cui la gente pensa è conoscere cosa ha ordinato il re e cominciare a metterlo in pratica. Il re capirebbe subito che lo si sta prendendo “per i fondelli” .
Ci sono stati uomini e donne che non avevano a disposizione che una poverissima edizione del Nuovo Testamento, neppure tradotta direttamente dai testi originali, senza grandi commenti, in povera carta… Ma ne hanno fatto materia di vita, ne hanno succhiato lo “spirito e la vita”, l’hanno messo in pratica. Questi ne sanno, del Vangelo, infinitamente più che il più ferrato professore di filologia neotestamentaria che va forse in giro con la sua Mercedes.
Lo stesso succede, fatte le debite proporzioni, con i santi e i mistici. Lavoriamo pure dunque a migliorare il testo critico di Angela, ma nel frattempo non trascuriamo di cominciare ad ascoltare quello che Angela ha da dirci. E ha da dirci tanto, anche a livello pratico, di vita cristiana ordinaria. Perché una delle cose che stupiscono in Angela è proprio la sua capacità di trasportare il lettore alle altezze più vertiginose della mistica, nella luce abbagliante della visione dell’Essere, e nello stesso tempo di istruirlo nelle cose più concrete della vita cristiana con una penetrazione senza pari, come quando parla dei pericoli dell’amore, o della preghiera “violenta” e corporale.
Un altro punto, la vicenda del libro di Angela ha in comune con quello che succede ai libri della Scrittura. I filologi hanno voglio a ogni costo trovare per tutto una fonte. Qui si esercita infatti soprattutto il loro acume; tolta la ricerca delle fonti rimarrebbe ben poco da fare per un ricercatore. (Parlo per esperienza, perché questo è il mestiere che io fatto per molti anni e ho insegnato a fare agli studenti, come docente di Storia delle origini cristiane). Sicché si arriva all’assurdo di ritenere sospetto ogni parola, titolo o gesto di Cristo, per il quale non si può documentare una fonte nel giudaismo o nell’ellenismo contemporaneo. Come se Gesù non potesse inventare nulla di assolutamente nuovo.
Nel caso dei mistici e di Angela in particolare questo porta al tentativo di individuare una fonte per ognuna delle sue intuizioni più ardite. Se Angela vuole andare in giro a confessare in pubblico le sue colpe, questo deve dipendere dalla storia di Margherita da Cortona di cui qualcuno deve averle parlato. Se parla di tenebra e di notte oscura, attraverso qualche canale, a noi ancora sconosciuto, deve aver conosciuto lo Pseudo Dionigi. Si ignora che i geni possono a volte anche creare qualcosa di nuovo; che i mistici hanno una fonte endogena, non solo fonti esterne. E che ci sono leggi e costanti nel cammino della mistica che ognuno sperimenta di nuovo, per conto suo. Non tutto si spiega con influssi “letterari”, come tendono a credere i filologi. Mi pare che questa tendenza, se portata all’esasperazione, potrebbe seriamente sviare la comprensione di Angela. Conosco anime illetterate che non sanno neppure chi è lo Pseudo Dionigi e non hanno mai letto S. Giovanni della Croce, ma parlano di notte, tenebra, esattamente come loro.
Chi sono oggi, da questo punto di vista esistenziale, i veri “specialisti” su Angela da Foligno? Io ne conosco qualcuno, ma non posso dire i nomi, e del resto nessuno li conoscerebbe. Sono persone che hanno imboccato seriamente (o meglio sono state messe da Dio su) la stessa strada di Angela. Nel buio tremendo e negli abissi di solitudine che si attraversano su questa strada, ho letto loro a volte una pagina di Angela e le ho viste sgranare gli occhi, quasi incredule. “Sì, è questo, è così! Come lo sai? Allora non è pazzia, la mia, non sono malata di mente”. E lacrime di commozione.
Se lo spazio intorno a quella tomba di Angela e il marmo della balaustra potessero parlare, di quello che hanno sentito e visto, delle lacrime che hanno raccolto, in ore quiete, quando questa chiesa era deserta, o mentre nessuno guardava…! Lì è il centro della grandezza di Angela, la sua missione più vera e imperitura: essere una stella polare. Una scalatrice che, dalla cima cui è giunta, si china amorevolmente a indicare ad altri il sentiero, o, come li chiama lei, con una immagine appunto alpinistica “i passaggi”. Per queste persone, Angela non è solo una celebre mistica, ma è diventata “sorella e madre”. Come diceva Gesù di coloro che ascoltano e mettono in pratica la sua parola.
Vogliamo che Angela sia anche per tutti noi questo, e cioè “sorella e madre”? Un modo ci sarebbe. C’è una parola di Angela che raramente ometto di ricordare ogni volta che tengo corsi di esercizi e di cui ogni volta costato l’effetto “folgorante”. L’ho già ricordata: è il suo grido: “Voglio Dio!”. Se esso potesse risuonare questa sera, almeno come anelito, nel cuore di qualcuno, perché no? anche di molti, dei presenti, mi riterrei felice di essere venuto a Foligno.

BEATA ANGELA DA FOLIGNO


MEMORIALE



I. Cenni biografici. Non si hanno certezze sulla data di nascita di Angela. Sposatasi, ha dei figli.
Verso il 1285, si verifica la sua conversione ad un’autentica vita cristiana, nel sacramento della penitenza, nella Cattedrale di Foligno.
Rimasta sola, inizia l’esperienza di penitente, che condivide con una certa Masazuola.
Durante un pellegrinaggio ad Assisi, al termine di un’esperienza mistica, esce in grida d’amore, all’ingresso della Basilica superiore di San Francesco.
All’evento è presente frate A., suo parente e consigliere, che, tornato a Foligno, la costringe a rivelargli i suoi segreti. Nasce così il Memoriale, a cui si aggiungono, anno dopo anno, altri documenti; insieme costituiscono Il libro della beata Angela da Foligno. Angela muore il 4 gennaio 1309. Il processo di canonizzazione è in corso.

II. L’esperienza mistica di Angela da Foligno, magistra theologorum, entrata nel Terz’Ordine francescano verso il 1291, ci è nota grazie ad importanti documenti di un dossier che ha avuto una buona tradizione manoscritta e una notevole fortuna editoriale, anche se per secoli in una trascrizione rimaneggiata (solo negli ultimi settant’anni M. Faloci-Pulignani, M.-J. Ferré, P. Doncoeur, L. Thier e A. Calufetti hanno lavorato per risalire al testo latino autentico, il più vicino possibile alla primissima stesura irrimediabilmente perduta; molti problemi, comunque, restano aperti, tanto che si può parlare di questione angelana).

Di tale esperienza, che assicura ad Angela un posto di prestigio nel movimento penitenziale medievale e nella storia della mistica occidentale, si può tentare una sintesi, a partire dal Soggetto che di volta in volta ne fu la causa.

Si ha così l’esperienza trinitaria («A me sembra di stare e di giacere in mezzo a quella Trinità che vedo con tanta tenebra», tr. S. Andreoli, p. 139), e in particolare, quella del Padre («Dopo contempla Dio in una tenebra, perché egli è un bene più grande di quanto si possa pensare…», p. 136), quella del Figlio («Vidi e sentii che Cristo abbracciava in me l’anima con quel braccio che era stato fissato alla croce…, p. 102) e quella dello Spirito Santo («Non posso neppure valutare quanto fosse grande la gioia e la dolcezza che gustai, soprattutto quando affermò: Io sono lo Spirito Santo e sto dentro di te», p. 62).

Altre esperienze mistiche fanno riferimento a Maria («Una volta improvvisamente la mia anima fu rapita… e contemplai la beata Vergine nella gloria», p. 114), agli angeli («Allora gli stessi santissimi angeli, procurandomi un piacere meraviglioso, mi dissero: O tutta piacevole e gradita a Dio, ecco il Dio e Uomo ti è stato portato e l’hai qui. Ti è stato dato, anche perché tu possa mostrarlo e offrirlo agli altri», p. 243) e a Francesco d’Assisi («In quella circostanza mi furono rivolte queste parole: Io sono Francesco, mandato da Dio. La pace dell’Altissimo sia con voi», p. 146).

Va anche detto che l’esperienza mistica di Angela conobbe un significativo sviluppo e che in vari modi la Folignate raggiunse la certezza della presenza di Dio in lei.

In merito a questa forma di esperienza (che non fu la più alta e intensa, dalla conversione fino al 4 gennaio 1309, giorno della morte), dopo aver superato molte difficoltà connesse con l’ineffabilità del mistico contatto con Dio, dichiara: «Ancora in molti altri modi, di cui non si può dubitare, l’anima comprende che Dio è in lei. Il primo è l’unzione… L’altro modo… è il suo abbraccio. Non si può pensare che una madre stringa a sé il figlio o che una persona di questo mondo ne abbracci un’altra con lo stesso amore con cui Dio abbraccia indicibilmente l’anima».

Poco prima la Poverella ne aveva elencati e descritti altri quattro; a conclusione del suo discorso, però,
«…fece notare che i modi in cui l’anima capisce che senza dubbio Dio è in lei sono così numerosi che in nessuna maniera potremmo indicarli tutti».

III. Mistica francescana. In quale rapporto si pone con il messaggio evangelico l’esperienza della Folignate, che affonda le sue radici nella tradizione francescana? Almeno quella che viene descritta nel Memoriale, prima parte del dossier, è con essa in piena corrispondenza.

Nel Prologo, infatti, si legge: «L’esperienza di quelli che sono veramente fedeli prova, conferma e illustra, riguardo al Verbo della vita che si è fatto uomo, queste parole del Vangelo: Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14,23). Chi mi ama io mi manifesterò a lui (Gv 14,21b)».

L’autore del documento, frate A., annota: «Dio stesso fa sì che i suoi fedeli facciano in modo pieno tale esperienza e sviluppino la riflessione su di essa. Anche recentemente ciò ha permesso che una delle sue fedeli manifestasse in qualche maniera, per la devozione dei suoi, tale esperienza e riflessione…».

La chiave di lettura della parte principale del Libro, suggerita dal redattore stesso è, dunque, evangelica; di conseguenza i passi – trenta, condensati da frate A. in ventisei – della prima fase dell’esperienza di A., iniziata dal disagio interiore per la situazione di peccato, sviluppatasi nella conversione del 1285 ca. e culminata in eventi mistici eccezionali, vanno letti come conferma delle promesse di Gesù Cristo.

La stessa cosa ci pare si possa dire degli sviluppi della medesima esperienza, documentati da testi molto densi della seconda parte del dossier, redatti dai discepoli della Poverella.

IV. L’attualità dell’esperienza mistica della Folignate, realizzatasi in tempi difficili, segnati dall’eresia dello Spirito di libertà e da accese polemiche tra francescani sulla povertà, è incontestabile.

Innanzitutto perché si dimostra capace di risvegliare quella coscienza dell’universale chiamata all’intima comunione con Dio, di cui parla il CCC (n. 2014); lungo i secoli si era affievolita, ma ora si va irrobustendo, anche attraverso l’influsso delle folgoranti confessioni dei grandi mistici.

Inoltre, tale esperienza rivela tutto il suo fascino di dono mirabile di Dio, indipendente dagli sforzi o artifici umani, e di convincente prova della incessante e sorprendente azione divina nell’uomo.

Infine, associata alla dottrina esposta in alcuni documenti del Libro, successivi al Memoriale (stesi da frate A. e da altri), la ricca esperienza della Poverella, «vera maestra di vita spirituale» (Giovanni Paolo II, 20 giugno 1993), è in grado di contribuire a dare un sapore nuovo alla teologia, oggi più attenta alle testimonianze dei mistici, e di stimolare la riflessione degli uomini di cultura, in particolare di quelli interessati ai problemi del linguaggio.




DICHIARAZIONE


Chi avrà l’occasione di leggere o esaminare le parole che seguono, raccolte con molta diligenza e massima cura dalla bocca di una serva di Cristo, ad opera di un frate Minore degno di fede, stia pur certo che sono state lette e controllate dal signor cardinale diacono Giacomo Colonna, prima del suo scontro con il Sommo Pontefice, e da otto famosi docenti, uno dei quali ha insegnato per parecchi anni allo Studio Generale del convento di Milano, quattro sono stati ministri nella Provincia di san Francesco, due per più anni inquisitori nella stessa Provincia, uno custode in diverse parti.

Le hanno anche esaminate altri tre frati molto dotati e ben preparati per l’insegnamento e parecchi altri frati degni di fede, persone veramente oneste e molto spirituali, che non solo non vi hanno trovato nulla da confutare, ma umilmente nutrono per esse venerazione e le accolgono assai affettuosamente come approvate da Dio.



PROLOGO

L’esperienza di coloro che sono veramente fedeli riguarda, attiene e ha per oggetto il Verbo della vita, che si è incarnato e nel vangelo dice: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui», e: «Chi mi ama… io mi manifesterò a lui».

Dio fa conoscere sempre in modo perfetto ai suoi fedeli tale esperienza e la dottrina che ne deriva. Anche recentemente, da queste parti, ciò è avvenuto, per la devozione dei suoi, attraverso una fedele, la cui esperienza e dottrina saranno descritte, secondo verità, anche se in modo incompleto e in forma molto ridotta e abbreviata, nelle pagine che seguono.

Perché e come io, indegno redattore, sono stato, credo, costretto da Dio a scrivere e perché e come la fedele fu senza dubbio obbligata a parlare, lo dirò più avanti, dove racconto le circostanze, in cui cominciai a conoscere i fatti, o meglio a metterli per iscritto.



Capitolo I
Dal primo al ventesimo passo


1. Dal primo all’ottavo passo.

Una fedele, parlando di Dio con la sua compagna, disse che i passi, o cambiamenti, che fa l’anima quando percorre la via della,penitenza, sono trenta e aggiunse che li aveva individuati in se stessa.
Il primo fu la conoscenza del peccato, in seguito alla quale l’anima ebbe un gran timore di dannarsi; in questo passo pianse amaramente.

Il secondo fu la confessione, nella quale l’anima provò vergogna e amarezza e non sperimentò ancora l’amore, ma il dolore.

In proposito la fedele mi riferì che si era comunicata molte volte in stato di peccato, dopo aver fatto, per vergogna, confessioni non complete, e che aveva provato rimorso giorno e notte. Avendo, però, pregato il beato Francesco di trovarle un confessore capace di capire i suoi peccati, per poterglieli confessare bene, la notte stessa le apparve un vecchio frate, che le disse: «Sorella, se mi avessi pregato prima, già ti avrei esaudita; comunque, quello che hai chiesto ti è stato concesso». La mattina andai subito a San Francesco, ma venni via presto e sulla strada del ritorno, a San Feliciano, trovai un frate, cappellano del vescovo, che predicava.
Subito, mossa dal Signore, decisi di fargli una confessione completa, sia che fosse in possesso della facoltà di assolvermi, sia che avesse dovuto consultare il vescovo.
E mi confessai bene. Egli, ascoltata la confessione, mi disse che, se non ero soddisfatta, era pronto a riferire tutti i miei peccati al vescovo.
Poi aggiunse: “Successivamente ti comunicherò la penitenza che ti vorrà assegnare, sebbene io possa assolverti senza consultarlo”. Dunque, in questo passo l’anima provò vergogna e amarezza e sperimentò non l’amore, ma il dolore.

Al terzo l’anima fece penitenza in riparazione dei suoi peccati e fu ancora nel dolore.

Al quarto passo riconobbe la misericordia di Dio, che le aveva concesso il perdono e l’aveva liberata dall’inferno. A questo punto cominciò a essere illuminata e allora pianse, si addolorò più di prima e bramò maggiormente di fare una penitenza più dura.

Io attesto di non aver descritto in tutti i passi precedenti la mirabile penitenza che la fedele fece e che ho conosciuto solo dopo averli compilati. Allora, infatti, lei non me la svelò completamente, ma raccontò solo quanto era necessario per distinguere i passi, e io volli scrivere solamente quello che lei diceva, non una parola in più; anzi, tralasciai parecchie cose che non ero in grado di riferire.

Al quinto passo l’anima conobbe se stessa e già alquanto illuminata non vide altro in sé che difetti e allora si dichiarò colpevole di fronte a Dio, perché era sicurissima di meritare l’inferno. In questo passo l’anima pianse amaramente.

Capisci bene tu: in tutti i passi si verifica una sosta; di conseguenza si deve avere grande pietà e commiserazione per l’anima, che può andare verso Dio con tanta lentezza, dolore e pesantezza, facendo ogni volta uri piccolissimo tratto di strada. Io lo so per esperienza, in quanto a ogni passo mi fermavo e piangevo e non ricevevo simultaneamente più di una cosa, sebbene in ognuno trovassi conforto nel pianto; era però una consolazione amara.

Il sesto passo fu un’illuminazione di grazia, che mi accordò una profonda conoscenza di tutti i peccati; in essa mi resi conto d’aver offeso tutte le cose create per me, e i peccati mi tornavano in mente in modo vivissimo nella confessione che ne facevo di fronte a Dio. Allora supplicai tutte le creature, che sapevo d’aver offeso, di non accusarmi.
Io potei pregare con grande fuoco d’amore, chiesi a tutti i santi e alla beata Vergine di intercedere per me e domandare all’Amore, che tanti beni mi aveva elargito, di ridarmi la vita, dal momento che mi consideravo morta e mi sembrò che tutte le creature e tutti i santi avessero compassione di me.

Al settimo passo mi fu concesso di guardare la croce, sulla quale vedevo Cristo morto per noi, ma si trattò di una contemplazione insipida, sebbene vi provassi grande dolore.

All’ottavo passo, mentre guardavo la croce, ottenni una maggiore comprensione della morte del Figlio di Dio, causata dai nostri peccati, e con dolore grandissimo riconobbi tutte le mie colpe e compresi che ero stata io a crocifiggerlo.
Ancora però non capivo se era bene maggiore la mia liberazione dai peccati e dall’inferno e la conversione a penitenza oppure la sua crocifissione per me. In questa conoscenza della croce mi venne concesso un fuoco tanto grande, che, standole vicino, mi tolsi tutti i vestiti e mi offrii tutta al Figlio di Dio.
Accusando distintamente tutte le membra, sebbene con timore, gli promisi di osservare perpetua castità e di non offenderlo con nessuna parte del corpo. Lo pregai di farmi mantenere la castità delle membra e dei sensi, perché, se da una parte avevo paura di promettere, dall’altra quel fuoco mi costringeva a farlo e non potei comportarmi diversamente.


2. Dal nono al quattordicesimo passo.

Il nono passo mi fu accordata la grazia di cercare la via della croce, per poter stare ai suoi piedi, dove si rifugiano tutti i peccatori. Ecco come mi fu insegnata, illuminata e indicata.
Ebbi l’ispirazione che, se volevo raggiungere la croce, dovevo spogliarmi, per essere più leggera, e andarci nuda, perdonare cioè tutti quelli che mi avevano offeso, privarmi di tutti i terreni, di tutti gli uomini e le donne, di tutti gli amici e i parenti, di tutte le altre persone, della mia proprietà e di me stessa e dare il mio cuore a Cristo, che mi aveva concesso tanti benefici, e camminare per la via spinosa della tribolazione.
A quel punto cominciai a non indossar più i vestiti migliori e a fare a meno di certe vivande e di alcuni fazzolettoni; ma il fatto che ancora non provavo amore, era per me motivo di vergogna e di pena.
Io allora vivevo con mio marito e perciò provavo amarezza quando venivo ingiuriata con parole o azioni; tuttavia sopportavo pazientemente, come potevo.
In quel periodo, per volere di Dio, morì mia madre, che era per me un grande impedimento, e dopo, in breve tempo, cessarono di vivere mio marito e tutti i miei figli. Poiché avevo cominciato a percorrere la via della croce e avevo pregato Dio che morissero, ne ebbi una grande consolazione e pensai che, dopo quei doni divini, il mio cuore sarebbe stato sempre in quello di Dio e il suo nel mio.

Al decimo passo chiesi al Figlio di Dio che cosa dovevo fare per piacergli di più, ed egli, per sua clemenza, più volte, sia nel sonno sia nella veglia, mi apparve inchiodato alla croce e mi disse di guardare le sue ferite e in modo mirabile mi rivelò d’aver sofferto tutto per me; questo avvenne più volte.
Mostrandomi ad una ad una tutte le pene sofferte per me, mi chiese: «Cosa puoi fare, perciò, che basti?».
Allo stesso modo, e più piacevolmente che nel sonno, sebbene apparisse sempre molto afflitto, mi si manifestò molte volte nella veglia e mi disse quello che m’aveva detto nel sonno, indicandomi tutte le pene, dai piedi fino alla testa.
Egli mostrò anche i peli della barba, delle sopracciglia e del capo che gli erano stati strappati, contò ad una ad una tutte le flagellazioni e precisò: “Per te ho sofferto tutto questo!”.
Allora mi tornarono in mente in modo mirabile tutte le colpe; nella rivelazione capii che, avendolo recentemente di nuovo ferito con i miei peccati, dovevo dolermi più che nel passato, e allora provai un dolore grandissimo. Mentre contemplavo la sua passione, egli mi chiese ancora: «Cosa puoi fare per me, perciò, che basti?». A quel punto piansi molto, con lacrime così ardenti che mi bruciavano la carne ed era necessario che vi versassi dell’acqua come refrigerio.

All’undicesimo passo, a seguito delle cose già riferite, decisi di fare più aspra penitenza.
Questo è un passo lungo, stupendo e difficilissimo da descrivere; lo dico io, che conobbi successivamente la penitenza della fedele.

Al dodicesimo passo, poiché mi sembrava impossibile fare sufficiente penitenza, tenendo le cose del mondo, mi proposi di lasciare assolutamente tutto, per poter fare penitenza e arrivare alla croce, come Dio mi aveva ispirato.
Ora egli stesso, per grazia, mi suggerì tale decisione in modo mirabile. Da una parte, infatti, avevo un vivissimo desiderio di diventare povera e frequentemente, con molta preoccupazione, pensavo che poteva capitarmi di morire prima di diventarlo; dall’altra tutti mi dissuadevano dal farlo ed ero contrariata da molte tentazioni: la giovane età e quindi la possibilità che mendicare fosse per me un pericolo e una vergogna, poi la certezza che sarei morta di fame, di freddo e nudità.
Così, una volta, Dio misericordioso mandò nel mio cuore una grande illuminazione e insieme anche una grande fermezza, che credetti, e ancora credo, di non perdere in eterno.
In quella rivelazione stabilii e decisi che, se fosse stato necessario morire di fame, di nudità o vergogna, dal momento che era gradito, o poteva esserlo, a Dio, non mi sarei in alcun modo tirata indietro. Anche se fossi stata sicura che mi sarebbero capitati tutti quei mali, sarei stata pronta a morire, contenta di Dio. Da quel momento presi una vera decisione.

Al tredicesimo passo entrai nel dolore della Madre di Cristo e di San Giovanni e li pregai di ottenermi un segno sicuro, per poter avere sempre in mente la passione di Cristo.
Mentre si verificavano queste cose, nel sonno mi fu mostrato il cuore di Cristo e sentii dire: “In questo cuore non c’è menzogna, ma tutte cose vere”. Mi sembra che ciò sia avvenuto, perché avevo preso in giro un predicatore.

Al quattordicesimo passo, nella veglia, mentre stavo pregando, Cristo mi si manifestò sulla croce con maggiore chiarezza, cioè mi dette più profonda conoscenza di sé.
Mi chiamò e mi disse di avvicinare la bocca alla ferita del costato e mi sembrò di vedere e bere il suo sangue, che usciva proprio in quel momento, e capii che in esso mi purificava.
A quel punto cominciai a gustare una grande letizia, sebbene nella contemplazione della passione provassi tristezza, e pregai il Figlio di Dio di farmi spargere per amor suo tutto il sangue, come lui aveva fatto per me.
Desiderai che per amor suo tutte le mie membra patissero una morte diversa dalla sua, cioè più spregevole e, se avessi trovato un carnefice – purché mi avesse ucciso per la fede di Cristo e per amor suo – gli avrei chiesto la grazia di crocifiggermi su una ripa – a differenza di Cristo, che fu inchiodato sul legno – o in un luogo o su una cosa ignominiosissima e di non farmi morire come i santi, perché ne ero indegna, ma in modo più abietto e con una morte lenta.
Io però non fui capace di immaginare una morte tanto spregevole, come desideravo, e mi addolorai molto di non poterne trovare una in cui in nessun modo somigliassi ai santi, dal momento che ne ero assolutamente indegna.


3. Dal quindicesimo al diciottesimo passo.

Il quindicesimo passo mi fissai su san Giovanni e sulla Madre di Dio, pensando al loro dolore e pregandoli di ottenermi di sperimentare sempre le sofferenze della passione di Cristo, o almeno la loro, ed essi me la impetrarono e ancora me l’ottengono. Una volta san Giovanni me ne impetrò tanta che fu una delle cose più grandi che sperimentai.
Mi fu dato di capire che aveva provato tanto dolore per la passione e la morte di Cristo e per la sofferenza della Madre, che ritenni, e ancora ritengo, che fu più che martire.
Per questo in quella occasione mi fu concesso un desiderio tanto deciso di espropriarmi dei beni che, sebbene il demonio mi contrastasse molto perché non lo facessi e mi tentasse spesso, e quantunque me lo proibissero i parenti, tu e gli altri a cui dovevo chiedere consiglio, non avrei potuto in alcun modo non farlo, per tutti i mali o i beni possibili.
Del resto, se non avessi potuto distribuire i beni ai poveri, li avrei lasciati assolutamente tutti, perché non mi sembrava possibile tenere qualcosa senza commettere un grande peccato.
Tuttavia l’anima era ancora nell’amarezza per i peccati e non sapevo se tutto quello che facevo piaceva a Dio. Allora, versando molte lacrime amare, gridai: “Signore, anche se sono dannata, farò penitenza, mi esproprierò dei beni e ti servirò”.

Quando ancora ero nell’amarezza per i peccati e non gustavo la dolcezza divina, la mia condizione cambiò nel modo che segue.
Una volta, al sedicesimo passo, andai in chiesa e supplicai Dio di farmi una grazia. Mentre pregavo, egli mi mise nel cuore il «Padre nostro» e mi dette la chiara intelligenza della sua bontà e della mia indegnità e le parole mi furono spiegate ad una ad una.
Io dissi quel «Padre nostro» con tanta calma e conoscenza di me stessa, che, sebbene piangessi amaramente per i miei peccati e la mia indegnità, di cui mi rendevo conto in quella preghiera, tuttavia vi provai una grande consolazione e cominciai a gustare un po’ la dolcezza divina, perché vi scoprii, e ancora vi scopro, la divina bontà, meglio che in qualunque altra cosa. Poiché in quella preghiera mi furono svelate la mia indegnità e le mie colpe, cominciai a vergognarmi tanto, che a stento osavo alzare gli occhi. Allora mi presentai alla beata Vergine, perché mi impetrasse il perdono dei peccati, a causa dei quali ero ancora nell’amarezza.

In ognuno dei passi precedenti mi fermai a lungo prima di poter passare a un altro; in uno sostai di più, in un altro di meno. – Per questo la fedele, meravigliandosi, esclamò: – Oh!, qui non c’è scritto niente della grande lentezza, con cui l’anima cammina!
Essa ha ai piedi ceppi tanto pesanti e subisce grave impedimento da parte del mondo e del demonio!

Successivamente, al diciassettesimo passo, mi fu rivelato che la beata Vergine mi aveva ottenuto la grazia di una fede diversa; al confronto, quella che avevo prima sembrava quasi morta. Aumentarono anche le lacrime e mi addolorai più intensamente della passione di Cristo e del dolore di sua Madre.
A quel punto, qualsiasi cosa, per quanto grande facessi, mi sembrò poco ed ebbi la voglia di compiere maggiore penitenza. Perciò mi rinchiusi nella passione di Cristo e mi fu data la speranza d’esservi liberata.
In quel periodo feci dei bei sogni, durante i quali iniziai a gustare la consolazione. Cominciai a sentire continuamente nell’anima, sia nella veglia sia nel sonno, la dolcezza di Dio; ma poiché non avevo ancora la certezza, era mista all’amarezza e perciò volli sperimentare qualcos’altro.

Delle tante visioni avute in sogno ne riferì una, dicendo: – Una volta, mentre stavo nel carcere, dove m’ero rinchiusa per la Quaresima maggiore, e riflettevo con amore su una parola del vangelo di massima importanza e carica di amore smisurato, avevo accanto a me il messale.
Avendo sete di vedere quella parola scritta, per l’eccessiva sete e lo smisurato amore mi astenni a fatica, frenandomi e trattenendomi, per timore della superbia, dall’aprire con le mie mani quel libro; vinta dal sonno, mi addormentai in quel desiderio ed ebbi subito una visione. Mi fu detto che la comprensione dell’epistola è una cosa tanto piacevole che, se qualcuno la capisse bene, si dimenticherebbe di tutte le cose del mondo.
Colui che mi guidava mi chiese: «Vuoi provarlo?». Poiché risposi di sì, per la veemente sete di sperimentarlo, subito egli mi condusse e me lo fece provare e io capii i beni divini con tanto piacere che mi scordai subito di tutte le cose del mondo.
Colui che mi guidava aggiunse che la comprensione del vangelo è una cosa tanto piacevole che, se qualcuno lo capisse, si dimenticherebbe non solo di tutte le cose del mondo, ma perfino di se stesso
Egli mi condusse e me lo fece sperimentare e io compresi subito i beni divini con tanto piacere che assolutamente mi scordai non solo di tutte le cose del mondo, ma anche di me stessa.
Gustai un piacere divino così grande che chiesi a chi mi guidava di non farmi allontanare più da quella condizione, ma egli mi rispose che il mio desiderio non poteva ancora essere esaudito e mi riportò subito alla condizione di prima.
Io aprii gli occhi e provai una grandissima letizia per le cose viste, ma mi addolorai molto per averle perdute. Ora, quando ci ripenso, mi diletto molto in esse. Da allora mi è rimasta tale certezza, tale luce e ardore d’amore di Dio, che, con massima sicurezza, affermo che dell’amore divino non viene detto nulla e quelli che predicano non possono parlarne e non capiscono quanto affermano. Così aveva detto colui che mi aveva guidato nella visione.

Successivamente, al diciottesimo passo, gustai Dio e provai tanto piacere nella preghiera da non ricordarmi di mangiare; avrei voluto che non fosse stato necessario, per poter restare in preghiera.
Qui, però, si insinuò una tentazione, quella di non mangiare o di prendere pochissimo cibo, ma io capii l’inganno.
Nel mio cuore c’era il fuoco dell’amore di Dio e non mi stancavo di fare genuflessioni e qualsiasi altra penitenza.
Dopo pervenni a un fuoco tanto maggiore, che, se sentivo parlare di Dio, urlavo e non avrei potuto non farlo, neppure se qualcuno mi fosse stato sopra con la scure, per uccidermi.
Questo la prima volta mi accadde, dopo che avevo venduto il casale, la terra migliore che avevo, per dare il ricavato ai poveri.
Io, che prima prendevo in giro Pietruccio, da allora non potei in nessun modo non urlare, anzi, quando le persone mi dissero che ero indemoniata, per il fatto che non potevo controllarmi, mi vergognai molto e anch’io riconobbi che forse ero malata e indemoniata e non fui in grado di dare spiegazioni a quelli che dicevano male di me. Quando mi imbattevo in qualche dipinto della passione di Cristo, potevo a stento sopportarne la vista, mi veniva la febbre e mi ammalavo; di conseguenza la mia compagna si preoccupò di nascondermi – e lo fece – i dipinti della passione.


4. Il diciannovesimo passo.

Il diciannovesimo passo, dopo il periodo delle urla successivo all’illuminazione e consolazione che stupendamente provai nel «Padre nostro», ecco come sperimentai la prima grande consolazione della dolcezza divina.
Ebbi un’ispirazione e fui rapita, perché gustassi il piacere che c’è nella contemplazione della divinità e dell’umanità di Cristo. Allora provai una consolazione più grande di quelle precedenti, tanto che per gran parte della giornata restai in piedi nella cella dove stavo rinchiusa a pregare da sola, e il mio cuore rimase in quel piacere.
In seguito caddi a terra e persi la parola e allora la mia compagna venne da me e pensò che stessi morendo; a me questo dispiacque, perché lei mi era di ostacolo nella grandissima consolazione.

Una volta, quando ancora non aveva finito di distribuire completamente i suoi beni, anche se era rimasto molto poco, mentre a tarda ora stava in preghiera, confessò di non gustare Dio.
Lo pregò e si lamentò, dicendo: «Signore, ciò che sto facendo, lo faccio solo per trovare te. Ti troverò quando avrò finito?».
Lei disse molte altre cose in quella preghiera. Le fu chiesto: «Cosa vuoi?». Rispose: «Non voglio né oro né argento e se anche mi dai tutto il mondo, non voglio altro che te».
Allora egli aggiunse: «Datti da fare, perché appena avrai finito tutta la Trinità verrà in te». Mi promise molte altre cose, mi liberò da ogni tribolazione e mi lasciò con molta dolcezza; da quel momento attesi che si attuasse quanto mi aveva promesso.
Io riferii l’accaduto alla mia compagna, nel dubbio che mi fossero state dette e promesse cose troppo grandi; egli, comunque, mi aveva lasciato con molta soavità divina.


5. Il ventesimo passo.

Dopo, al ventesimo passo, andai ad Assisi, a San Francesco, e per strada si realizzò la promessa di cui ti ho parlato. Non ricordo se avevo già terminato di dar via tutti i beni; anzi, non avevo ancora finito di distribuirli ai poveri, ma era rimasto poco. Infatti, uno mi aveva detto di aspettare, perché, terminato quel pellegrinaggio ad Assisi, egli sarebbe andato in fretta nel regno di Puglia per dividere la proprietà con il fratello, che abitava laggiù, e sarebbe subito tornato per dare tutta la sua parte ai poveri e liberarsi di tutto con me.
Volendo egli espropriarsi assolutamente di tutti i beni insieme a me, perché era stato convertito e salvato, per grazia di Dio, dietro mio ammonimento, io avevo aspettato.
Orbene, in seguito mi fu portata la notizia sicura che egli era morto durante quel viaggio, che Dio faceva dei miracoli per la sua intercessione e che la sua tomba era oggetto di venerazione.

Il passo indicato qui come ventesimo è la prima cosa che io, indegno scrittore, conobbi e ascoltai dalla bocca della fedele.
Perciò ora non completo né proseguo la descrizione di questo passo davvero stupendo che contiene una grande rivelazione, è molto lungo e procurò alla fedele grande godimento e familiarità con Dio – sebbene il ventunesimo sia ancora più mirabile –, ma la sospendo, o meglio la rinvio, per riferire brevemente come, per straordinario intervento di Cristo, arrivai alla conoscenza di queste cose e fui proprio costretto a metterle per iscritto.



Capitolo II
Nota di frate A.


1. Premessa

Devo far notare che, con l’aiuto di Dio, cercai di continuare il racconto dal primo passo fino al punto del ventunesimo – alla fine della seconda rivelazione –, dove si dice che, sebbene i fatti fossero molto più densi di significato, le relazioni che avevamo steso contenevano cose vere, senza menzogna, e che io le avevo scritte in forma ridotta e difettosa.
Da lì in poi, però, non seppi continuare l’esposizione, perché potei parlarle raramente e in circostanze diverse.
Poiché anche dal diciannovesimo passo non seppi distinguere e numerare con certezza i successivi, ho cercato di concentrare tutto in sette passi o rivelazioni, tenendo presenti le grazie ricevute dalla fedele e la sua crescita nei doni e carismi e seguendo il metodo che ho ritenuto più conveniente e adatto.


2. Sommario degli ultimi sette passi

Il primo passo, che sarà esposto dopo l’introduzione, è la mirabile rivelazione della familiarità di Dio, delle sue parole e dei suoi insegnamenti. Nella parte finale c’è la risposta sulla Trinità e il racconto delle visioni di Cristo nel Sacramento dell’altare.

Il secondo passo è quello dell’unzione divina, della concessione di un segno e della visione di Dio in paradiso. Dio chiede all’anima di amarlo senza malizia e dimostra con una lunga spiegazione, che nel testo è ridotta e abbreviata, d’essere l’amore dell’anima e di volere che lei abbia, o desideri avere, qualcosa che somigli all’amore vero che lui ha nutrito per noi.
Vengono inoltre presentati alcuni argomenti per provare che l’anima, che vuole avere o trovare la divina misericordia, può, come Maria Maddalena, ottenerla.
Dio dimostra che ciò dipende dall’amore e dalla bontà del Padre e dal fatto che il peccatore si rende conto di questo; per tali motivi, più il peccatore è grande, maggiore è la misericordia e la grazia che può trovare.
In questo passo si dice che Dio è l’amore dell’anima e si dice pure che alla fedele fu rivelato che piaceva a Dio e che Dio era presente nelle cose che scrivevamo; poi vi si legge che tutte le cose da noi scritte non contenevano menzogna. Si parla anche delle elemosine benedette da Dio e poi dalla beata Vergine e viene riferito il rapimento verificatosi durante l’elevazione del Corpo di Cristo.

Il terzo passo è la rivelazione del divino insegnamento, attraverso parole percepibili con le orecchie e parole comprensibili con il solo gusto spirituale. Vi si insegna che i figli legittimi di Dio sono quelli che cercano di conoscere chi sia Dio Padre, che donò loro la sua filiazione, e lo fanno perché vogliono riconoscerlo e piacergli.
Viene poi riferito ciò che Dio dice loro. Inoltre si afferma che essi, avvicinandosi a lui, ottengono la sua grazia e si insegna il modo di avvicinarsi a lui e di diventare suoi figli legittimi; si specifica poi chi sono, tra i figli di Dio, quelli che lui condanna. Viene anche narrata la visione della sapienza divina, grazie alla quale la fedele acquistò la capacità di fare giudizi veri.

Il quarto passo è la rivelazione dell’umiliazione della fedele e della sua trasformazione e rassicurazione da parte di Dio. Vi si narra come comprese che il mondo e tutta la realtà sono una piccola cosa e che Dio riempie e supera tutto. Inoltre, alla fine, si dice che in un rapimento vide la potenza e la volontà di Dio e che così le fu risolto ogni problema: quello di chi si deve salvare e di chi si è salvato, dei dannati, dei demoni e qualsiasi altra questione. Lei restò soddisfatta e ricevette spiegazioni su tutto; non sa dire, però, se in quella occasione fu nel corpo o fuori del corpo.

Il quinto passo è la rivelazione dell’unione divina e dell’amore. C’è innanzi tutto la mirabile rivelazione della passione del Signore e poi l’estasi d’amore. Seguono la visione della beata Vergine in preghiera per il genere umano e la descrizione di una grazia ricevuta durante la celebrazione del Sacramento dell’altare. Inoltre viene riportato un lungo insegnamento sui diversi modi in cui l’anima è sicura della venuta di Dio in lei e ugualmente su come sa d’aver ospitato Dio, cosa ben diversa dalla precedente.
C’è poi il colloquio dell’anima con il corpo e la lamentela di questo nei confronti di quella, dopo la contemplazione. Per ultimo si parla dei modi, in cui le persone spirituali si possono ingannare, e delle cose comuni a chi è fedele e a chi non lo è.

Il sesto passo è il martirio molteplice e insopportabile, prodotto sia dalle infermità del corpo sia dagli innumerevoli tormenti spirituali e fisici, orribilmente eccitati da molti demoni. Questo passo si sviluppa insieme al settimo, che è più mirabile di tutti gli altri.

Il settimo passo è la rivelazione, di cui si può soltanto dire che non può essere oggetto di pensiero; al confronto il passo della divina familiarità, quelli della divina unzione, dell’insegnamento, della rassicurazione, quello dell’unione e dell’amore e tutte le cose passate sono nulla.
Quando, infatti, chiesi alla fedele se ciò che scrissi al settimo passo attirava l’anima più di tutte le cose precedenti, lei rispose che attirava di più senza confronto e aggiunse: – Tanto di più, che, qualunque cosa dico, mi sembra di dir nulla o di dir male. – Dopo affermò: – Qualsiasi cosa dico, mi sembra di bestemmiare e perciò, ora che tu mi hai chiesto se quanto hai scritto al settimo passo attirava più delle cose passate e io ho risposto in quel modo, mi sono sentita tutta male.
Questo eccellentissimo passo, comunque, si sviluppò per qualche tempo insieme al sesto, il quale a poco a poco scomparve, rimanendo così solo l’ultimo.


3. Introduzione

Il racconto che viene immediatamente dopo questa introduzione, sebbene faccia parte del ventesimo passo, è tuttavia la prima relazione che ho scritto sulle divine parole ascoltate dalla fedele. Senza pretesa di completezza e con poco impegno, cominciai a scriverlo come memoriale su un foglietto, dal momento che credevo di dover scrivere poco, ma non molto tempo dopo essere stata costretta a parlare la fedele ebbe la rivelazione che dovevo prendere non un foglietto, ma un quaderno grande.

Poiché io non ritenni di doverlo fare, scrissi su due o tre fogli bianchi del mio libretto, ma in seguito fui costretto a fare un quaderno di carta bambagina. Comunque, prima di andare avanti nell’esposizione dei passi, credo di dover riferire come arrivai alla conoscenza di questi fatti e cosa fu, oltre al volere di Dio, che mi costrinse a metterli per iscritto.

Senza dubbio il motivo fu, per quanto mi riguarda, il seguente. La fedele venne una volta a San Francesco, ad Assisi, dove vivevo in convento, e gridò molto, stando seduta all’ingresso della chiesa.
Di questo fatto io, che ero suo confessore, parente e anche consigliere principale e particolare, mi vergognai molto, soprattutto perché parecchi frati, che conoscevano me e lei, erano venuti a vederla, mentre urlava.
Sebbene allora quel sant’uomo, suo compagno di viaggio – che poi morì e di cui al ventesimo passo è stato detto che voleva espropriarsi dei beni insieme a lei – umilmente stesse seduto in chiesa sul pavimento, non molto lontano da lei e la guardasse e osservasse con massimo rispetto e una certa mestizia e altrettanto facessero gli altri compagni, uomini molto buoni e anche donne, tuttavia, tanta fu la mia superbia e vergogna, che non mi avvicinai a lei, ma la guardai con imbarazzo e sdegno, mentre urlava, rimanendo alquanto lontano. Anche quando smise di gridare e si alzò dall’ingresso della chiesa e venne da me, a stento potei parlarle con calma.
A lei dissi di non osare più di venire ad Assisi, dal momento che aveva quella malattia, ai suoi compagni di non condurcela più.

Poco tempo dopo tornai da Assisi nella città mia e della fedele. Volendo conoscere la causa di quelle sue urla, cominciai a spingerla in tutte le maniere possibili a spiegarmi perché aveva gridato in quel modo e tanto a lungo, quella volta che era venuta ad Assisi.
Lei, avuta prima da me la precisa promessa che non avrei detto nulla a chi la conosceva, iniziò a narrarmi parte della storia, che sarà raccontata dopo questa introduzione.

Poiché io mi meravigliavo di quello che diceva e sospettavo che ci fosse di mezzo qualche spirito maligno, mi detti molto da fare perché venisse anche a lei il sospetto, dal momento che io lo avevo, e la invitai e costrinsi a raccontarmi tutto e le dissi che volevo scrivere assolutamente ogni cosa, per poter consultare in merito qualche persona esperta e spirituale che non la conosceva.
Precisai che volevo farlo perché non fosse in alcun modo ingannata da qualche spirito maligno e cercai di incuterle timore e le portai esempi di molte persone che nel passato erano rimaste ingannate e le feci presente che pure lei poteva esserlo.
Poiché ancora non aveva raggiunto il grado della certezza chiarissima e perfettissima, a cui pervenne in seguito – come sarà specificato più avanti – cominciò a manifestarmi i segreti divini.
Di essi, veramente, così poco potei comprendere e scrivere, che pensai e mi accorsi di essere come uno staccio, che non trattiene la farina sottile e preziosa, ma quella più grossa.

Dal momento che allora feci esperienza di una grazia divina speciale e nuova, mai prima sperimentata, scrivendo con grande riverenza e timore, senza aggiungere nulla di mio, neppure una parola, e mettendo solo quello che potevo cogliere dalla sua bocca, non volli registrare nulla dopo essermi allontanato da lei.
Anche quando le sedevo accanto, per scrivere, mi feci ripetere più volte la parola da riportare. C’è anche da dire che quello che per la fretta ho messo in terza persona, lei, parlando di sé, lo disse sempre in prima, e io non l’ho ancora corretto.
Ora in qualche modo può essere chiaro che delle parole divine non potei capire che le più semplici; talvolta, infatti, pur avendole riportate esattamente, come avevo potuto ascoltarle dalla sua bocca, quando gliele rilessi, perché me ne dicesse altre da scrivere, con meraviglia affermò di non riconoscerle.
Un’altra volta, mentre le stavo rileggendo la relazione, perché controllasse se avevo scritto bene, osservò che il mio linguaggio era arido e senza alcun sapore e se ne meravigliò.
Un’altra volta disse: – Grazie alle tue parole mi ricordo di quello che ti ho detto, ma si tratta di un racconto oscurissimo, perché le parole che mi stai leggendo non spiegano ciò che dicono; per questo è una narrazione oscura.
Un’altra volta disse: – Tu hai scritto ciò che conta di meno ed è nulla, ma non hai riferito niente delle cose preziose che gusta l’anima. – Senza dubbio questo avveniva per mio difetto, non perché aggiungessi qualcosa, ma perché veramente non potevo capire tutto quello che diceva.
Lei notava che avevo riferito secondo verità, ma in modo abbreviato e ridotto. Quindi, dato che sapevo scrivere molto lentamente e mi affrettavo assai per timore dei frati, che mormoravano riguardo al fatto che, per poter scrivere, le sedevo accanto in chiesa, penso che sia stato un miracolo di Dio se sono riuscito a riportare ordinatamente le cose che ho scritto.

Ciò sarà chiaro più avanti, perché la fedele ebbe in merito una rivelazione al ventunesimo passo, cioè in quello dell’unzione divina; le fu rivelato e detto che le cose che avevo scritto erano tutte vere e senza alcuna menzogna, ma che erano state riferite con grande difetto.
Se qualche volta andai a scrivere senza avere la coscienza a posto, eravamo ambedue tanto impediti che non potevo riportare nulla di ordinato in modo completo; per questo cercavo, come potevo, di andare a parlarle e a scrivere con la coscienza a posto
Talvolta feci in modo di premettere la confessione dei peccati, riconoscendo che dipendeva dalla grazia divina, sulla quale potevo contare, se quanto era oggetto, per ispirazione divina, della mia indagine andava a compimento in modo ordinato.
A me, tuttavia, rimasero il dolore e la non piccola preoccupazione di aver omesso molte cose degne d’essere scritte, a causa della fretta, dei miei limiti e del timore dei frati che mi contrariavano.
Per le molte mormorazioni di questi ultimi il guardiano e anche il ministro mi proibirono severamente di scrivere, senza tuttavia sapere quali buone cose io annotassi.



Capitolo III
Il ventesimo passo


1. Pellegrinaggio a Roma e ad Assisi

Ora riprendo il discorso su come e quando cominciai a scrivere dopo le grida della fedele a San Francesco, secondo quanto ho detto nell’introduzione. Ritornato da Assisi alla città mia e della fedele, cercai di sapere perché aveva urlato a San Francesco e di indurla con tutte le forze, facendo leva su tutti gli obblighi che lei aveva nei miei confronti, a dirmelo assolutamente. Così costretta, avuta prima la precisa promessa che non avrei detto nulla a nessuno che la conosceva, iniziò il racconto, dicendo che quella volta che camminava verso Assisi stava pregando. Tra l’altro supplicava il beato Francesco di implorare Dio per lei, perché potesse fare esperienza di Cristo, e di impetrarle la grazia di osservare bene la Regola che aveva professato da poco e soprattutto di farla vivere e morire veramente povera.
Ella, infatti, tanto desiderava avere la perfetta povertà, che era andata a Roma solo per pregare il beato Pietro apostolo di ottenerle da Cristo la grazia di diventare veramente povera.

Quando lessi queste cose alla fedele, disse che, anche se scritte con grande difetto, erano vere e aggiunse: – Allorché mi avvicinai a Roma, sentii che, per grazia divina, mi era concesso ciò che avevo chiesto riguardo alla povertà.
Quella volta, come dicevo, andando ad Assisi, pregava il beato Francesco di impetrarle dal Signore Gesù Cristo la grazia della povertà. Lei mi riferì pure le molte altre cose che chiedeva in quella preghiera lungo la strada.
Poi arrivò tra Spello e la stretta via che sta dopo il paese e sale verso Assisi, e li, al trivio, le fu detto: «Tu hai pregato il mio servo Francesco, ma io non ho voluto mandarti un messaggero.
Sono lo Spirito Santo e son venuto da te, per darti una consolazione che non hai mai gustato, e rimarrò con te, in te, fino a San Francesco e nessuno se ne accorgerà.
Voglio venire, parlando con te lungo la strada, senza mai smettere, e tu non potrai fare altro, perché ti ho avvinta. Partirò da te solo quando andrai la seconda volta a San Francesco; allora mi allontanerò, per quanto riguarda questa consolazione, ma da te non me ne andrò mai più, se mi amerai».

Cominciò a dire: «Figlia mia dolce, figlia mia, mia delizia, mio tempio, figlia, mia delizia, amami, perché io ti voglio tanto bene, molto più di quanto me ne vuoi tu». Spessissimo disse: «Figlia e sposa dolce», e aggiunse: «Io ti amo più di qualsiasi altra donna della valle di Spoleto.
Ora che io mi sono riposato in te, anche tu riposati in me. Tu hai pregato il mio servo Francesco, al quale ho concesso molti doni, poiché mi volle molto bene, ma se ci fosse qualche persona che mi amasse di più, io gliene farei ancora di più.
Io ti darò quello che ebbe il mio servo Francesco e ancora di più, se mi amerai».
A queste parole cominciai a dubitare molto e l’anima gli disse: «Se tu fossi lo Spirito Santo, non mi rivolgeresti queste parole, perché non si addicono a me, che sono fragile e potrei vantarmene».
Egli rispose: «Ora vedi se puoi vantartene ed esaltartene; e, se puoi, allontanati da esse».
Io iniziai a tentare di vantarmene, per verificare se quello che aveva detto era vero e se lui era lo Spirito Santo. Cominciai anche a guardare verso i vigneti per allontanarmi dalle sue parole, ma dovunque volgevo lo sguardo egli mi diceva: «Questa è una mia creatura», e io gustai una dolcezza divina ineffabile.

Allora mi ritornarono in mente tutti i peccati e i vizi e non vidi in me nient’altro che colpe e difetti. Mi sentii più umile che mai e tuttavia mi fu detto che il Figlio di Dio e della beata Vergine Maria si era chinato su di me.
Poi aggiunse: «Anche se venissero con te gli abitanti del mondo intero, non potresti parlare ad essi; già ora viene con te tanta gente e non puoi rivolgere la parola a nessuno».
Per sciogliere il mio dubbio, disse: «Io per te fui crocifisso, ebbi fame e sete e per te sparsi il mio sangue; tanto ti amai!». Egli raccontò tutta la passione e poi aggiunse: «Domanda qualunque grazia per te, per i tuoi compagni e per chiunque altro e preparati a riceverla, perché sono molto più pronto io a dare che tu a ricevere». La mia anima gridò: «Non voglio chiedere, perché non ne sono degna».

Mi tornarono allora in mente tutti i peccati e l’anima disse: «Se tu fossi lo Spirito Santo, non mi diresti cose tanto grandi, e se fossi tu a dirmele, la gioia dovrebbe essere tanto maggiore che la mia anima non dovrebbe essere capace di sopportarla».
Egli rispose: «Poiché niente può esistere o avvenire diversamente da come voglio io, non ti do una gioia più grande di questa.
Io già a un altro dissi meno di quanto ho rivelato a te e lui cadde a terra, senza più sentire e vedere. Tu stai andando con dei compagni e nessuno sa quello che ti succede; per questo non ti procuro una gioia maggiore.
Ti do questo segno: fa’ in modo e sforzati di parlare con loro e di rivolgere il pensiero ad altre cose, buone o cattive, e vedrai che non puoi pensare ad altro che a Dio.
Tutto questo io non lo faccio per i meriti tuoi». Allora mi tornarono in mente le mie colpe e i miei difetti e capii che ero più che mai degna dell’inferno.
Egli aggiunse: «Io lo faccio per mia bontà e se tu fossi venuta con persone diverse da queste, non te l’avrei concesso».
Esse, infatti, in qualche modo si accorgevano del mio languore, dal momento che a ogni sua parola ricevevo una grande dolcezza. Così non sarei voluta mai arrivare ad Assisi e avrei voluto che quella strada non finisse mai.

Non posso neppure valutare quanto fosse grande la gioia e la dolcezza che gustai, soprattutto quando affermò: «Io sono lo Spirito Santo ed entro dentro di te».
Quando disse tutte le altre cose, ricevetti ugualmente una grande dolcezza. Per zelo osservai: «Io avrò la prova che sei lo Spirito Santo se verrai con me, come hai affermato».
Egli, infatti, aveva detto: «Io mi allontanerò da te, per quanto riguarda questa consolazione, quando andrai la seconda volta a San Francesco, ma da te non partirò mai più, se mi amerai».
In effetti egli venne con me fino a San Francesco, come aveva promesso, e non si allontanò da me, quando arrivai e rimasi a San Francesco, ma continuò a stare con me fin dopo il pasto, cioè sino a che mi recai la seconda volta nella chiesa di San Francesco.
In tale occasione, appena mi misi in ginocchio all’ingresso della chiesa e vidi San Francesco dipinto nel seno di Cristo, mi disse: «Così ti terrò stretta e molto di più di quanto si possa vedere con gli occhi del corpo.
Ora, figlia dolce, mio tempio, mia delizia, è tempo che adempia ciò che ti ho predetto; riguardo a questa consolazione ti lascio, ma non ti abbandonerò mai, se mi vorrai bene».
Tali parole, sebbene amare, mi procurarono massima dolcezza; allora guardai, per vedere qualcosa con gli occhi del corpo e quelli dell’anima.

Poiché a quel punto le chiesi: – Cosa vedesti? –, lei rispose: – Vidi una cosa piena, una maestà immensa che non so descrivere; ma mi sembrò che fosse Ogni Bene. Quando partì da me, mi rivolse parole dolci con immensa soavità e si allontanò pian piano, lentamente. Allora, dopo la sua partenza, cominciai a urlare e senza alcuna vergogna gridai: «Amore non conosciuto, e perché?», cioè: «Perché mi lasci?».
Non potevo dire di più; solamente urlavo senza vergogna, dicendo: «Amore non conosciuto, e perché e perché e perché?».
Tuttavia le mie parole erano così coperte dalle grida, che non se ne capiva neppure una. A quel punto egli mi lasciò con la certezza assoluta che era Dio.
Io volevo morire, e perciò urlavo e provavo gran dolore, perché non cessavo di vivere e tutte le giunture del mio corpo si scompaginarono.


2. Verso Foligno

Partita da Assisi con quella grandissima dolcezza, mi incamminai verso casa e lungo la via parlavo di Dio.
Per me era una gran pena tacere, ma, come potei, cercai di stare zitta, per rispetto nei confronti dei miei compagni.
Per strada egli, tra le altre cose, mi disse: «Per dimostrare che sono io che ti parlo e ti ho parlato, ti do un segno, metto cioè in te la croce e l’amore di Dio; esso sarà con te in eterno».
Io sentii subito la croce e l’amore nella mia anima e avvertii fisicamente la croce e, percependola, l’anima si sciolse nell’amore di Dio.


3. Un ricordo

Egli sulla strada verso Assisi mi aveva detto: «Tutta la tua vita, il mangiare, il bere, il dormire e ogni altra cosa mi piace».


4. A Foligno

Tornata a casa, provai una dolcezza pacificante, tanto grande, che non so parlarne, e desiderai morire.
A causa di tale dolcezza pacificante, quieta e piacevole, la vita fu una pena così grande che non so descriverla; per non perderla e possederla pienamente, desiderai lasciare questo mondo.
La vita fu per me una pena superiore al dolore provato per la morte di mia madre e dei miei figli e a ogni dolore immaginabile.
Per otto giorni stetti a letto in questa grandissima consolazione e in questo languore.
Una volta l’anima gridò: “Signore, abbi pietà di me e non permettere che resti ancora in questo mondo”.


5. Ricordo

Egli sulla strada verso Assisi mi aveva predetto tale piacevole e indicibile consolazione con queste parole: «Quando sarai ritornata a casa, proverai un’altra dolcezza mai sperimentata e allora non mi sentirai parlare, come è accaduto finora, ma farai esperienza di me».


6. A Foligno

Io cominciai a sperimentare questa consolazione ineffabile, pacificante e quieta, tanto grande che non so descriverla, e per otto giorni stetti a letto, potei parlare poco e non fui in grado di dire il «Padre nostro» e neppure di stare a lungo alzata.


7. Ricordo

Sulla strada verso Assisi mi aveva detto: “Io stetti molte volte con gli apostoli ed essi mi videro con gli occhi del corpo, ma non provarono ciò che gusti tu; tu non mi vedi, ma fai esperienza di me”.


8. A Foligno

Quando queste cose stavano finendo, egli partì molto piacevolmente e disse: «Figlia mia, a me cara più di quanto io lo sia a te».
Ripeté pure quello che mi aveva detto a San Francesco: – Mio tempio, mia delizia –, e non volle che, alla sua partenza, rimanessi coricata; così, a queste parole, stetti in piedi.
Mi disse ancora: «Tu hai l’anello del mio amore e sei stata presa da me in pegno e non ti allontanerai mai più da me. Ricevete, tu e la tua compagna, la benedizione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
Parlò così, mentre partiva, perché gli avevo chiesto una grazia per la mia compagna; poi aggiunse: «A lei faccio un’altra grazia». Quando disse: «Non ti allontanerai mai più da me», la mia anima esclamò: e Oh!, non peccherò mortalmente», ma egli osservò: «Non ti ho detto questo».

Successivamente avvertii spesso odori indicibili e le esperienze furono tante che non potrei mai raccontarle e, se posso riferire poco delle parole, non posso proprio esprimere la dolcezza e il piacere che sperimentai. Simili discorsi mi furono fatti molte volte, ma non con questa calma, così profondamente e con tanta dolcezza. Ritornata da Assisi, mentre era coricata, come già ho detto, la sua compagna, che era di una mirabile semplicità, purezza e verginità, udì una voce, che per tre volte le disse: «Lo Spirito Santo è in L.» ; per questo andò da lei e iniziò a domandarle: «Dimmi quello che hai, perché mi è stato detto tre volte così e così.»
La fedele rispose: – Se ti è stato riferito così, mi fa piacere – e confermò quello che la compagna aveva affermato e da allora le comunicò maggiori informazioni sui segreti divini.
La sua compagna successivamente mi riferì che, mentre la fedele era in estasi e stava coricata sul fianco, lei vide una stella rotondissima, mobilissima, di innumerevoli colori splendenti.
Da essa procedevano raggi spessi e raggi sottili di meravigliosa bellezza, che, uscendo dal suo petto si piegavano e poi salivano in alto verso il cielo. Vide questo con gli occhi del corpo, da sveglia, verso l’ora terza, e mi disse che la stella era molto grande.


9. La risposta sulla santissima Trinità

Una volta io, che indegnamente riferisco queste parole divine, le domandai come mai nella precedente rivelazione le era stato detto: «Io sono lo Spirito Santo» e poco dopo: «Io per te fui crocifisso».
Dopo questa domanda andò a casa e, ritornata da me, mi rispose così: – Quando arrivai a casa, cominciai a riflettere, in quanto avevo dei dubbi su quello che mi avevi chiesto. Quando, infatti, mi viene detto qualcosa di particolare, dubito, perché me ne vedo assolutamente indegna.
In quella situazione di incertezza mi fu data questa risposta: «Chiedi a lui, cioè a frate A., com’è che la Trinità è già venuta in te. Digli: “Già è venuta, già è venuta”. Domandagli come è potuta venire».

Allo stesso tempo mi fu dato di capire che, sebbene la Trinità fosse venuta in me, tuttavia era restata in cielo e non era discesa.
Poiché io ancora non capivo bene e mi sembrava che non mi avesse risposto in modo comprensibile e completo, allora aggiunse: «Digli che, quando ti sono state rivolte quelle parole, cioè: “Io sono lo Spirito Santo” e dopo: “Io per te fui crocifisso”, allora c’era in te il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo».
Poiché dubitavo di questo, cioè che il Padre fosse venuto in me, tanto indegna, insieme al Figlio e allo Spirito Santo, e pensavo che forse c’era di mezzo un inganno, allora più volte egli ripeté: «La Trinità era venuta in te», e aggiunse: «Chiedigli come è potuta venire».
Egli affermò che in quella rivelazione c’erano il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Allora mi sentii dire – mi sembra – che la Trinità è una realtà unita insieme e mi fu proposto l’esempio del sole e anche un altro esempio, ma io li rifiutai, perché, quando mi vengono dette cose tanto grandi, le respingo, temendo di non esserne degna.
Vorrei che Dio mi desse la sicurezza che in questo non c’è inganno.

La promessa: «Tutta la Trinità verrà in te» è annotata nel passo precedente, cioè alla fine del diciannovesimo, e si è realizzata in questo.
La fedele mi disse: – Una volta pensavo al grande dolore che Cristo soffri sulla croce e ai chiodi che, come avevo sentito dire, portarono nel legno un po’ della carne delle mani e dei piedi.
Desideravo almeno vedere quel poco di carne di Cristo che i chiodi portarono nel legno, e allora provai un così grande dolore per la pena di Cristo, che non potei restare in piedi, ma mi piegai, mi misi a sedere e reclinai il capo sopra le braccia distese a terra.
Cristo allora mi mostrò la gola e le braccia e la precedente tristezza si mutò in una gioia così grande, che non ne posso dire nulla e fu diversa dalle altre e non vedevo né udivo né sperimentavo altro. Fu un’esperienza tanto chiara nella mia mima, che non ne dubito né dovrei cercarne spiegazioni.

Essa lasciò nella mia anima il segno della gioia, che era così sicuro che credo di non perderlo più. La bellezza della gola era tanta che capivo che proveniva dalla divinità; per questo mi sembrava di vedere, attraverso essa, la divinità di Cristo e di stare davanti a Dio, ma non mi veniva rivelato di più.
Io non so paragonare quello splendore a qualche cosa o a qualche colore di questo mondo, ma solamente allo splendore del Corpo di Cristo, che vedo talvolta durante l’elevazione.
Quando stavo uscendo da quella visione, cominciai a pensare un po’ a me stessa, ma questo durò pochissimo; sono però sicura che, quando ebbi tali pensieri, ero già fuori da quella visione.


10. Le visioni nel contesto eucaristico

Quando sentii – per volere divino – quella parola sul Corpo di Cristo, la fissai subito nel mio cuore e chiesi alla fedele e la obbligai a raccontarmi cosa mai avesse visto nel Corpo di Cristo, e lei, così costretta, cominciò a dire: – Talvolta vedo l’Ostia, come vidi la gola, con grande splendore e grande bellezza, che sembra provenire dalla divinità, ed è più grande del fulgore del sole.
Da tale bellezza capisco, per grazia, di vedere senza alcun dubbio Dio; comunque, in casa, nella gola vidi una bellezza ancora maggiore, tanto grande, che non credo di perdere più la gioia di quella visione e non so descriverla, se non paragonandola all’Ostia del Corpo di Cristo, dove si manifesta una bellezza molto più grande di quella che appare nel sole. L’anima però prova una gran pena, per il fatto che non può manifestarla.
Ella disse anche che talvolta vede l’Ostia in un altro modo, cioè vi scorge due occhi splendidissimi, così grandi che dell’Ostia sembrano rimanere soltanto gli orli.

Una volta, stando in cella, quindi non mentre guardavo l’Ostia, mi furono mostrati gli occhi con maggiore bellezza e tanto piacevole, che non credo di perder più la letizia di quella visione, come quando mi fu mostrata la gola.
Non so però se avvenne nel sonno o nella veglia; comunque mi ritrovai in una gioia massima e ineffabile, tanto grande che credo di non perderla più.
Un’altra volta disse che nell’Ostia vide Cristo con le sembianze di un ragazzo, che però appariva grande e maestoso, simile a un re: Sembrava che, sedendo in trono, tenesse in mano qualcosa come segno di comando, ma non so dire cosa fosse.
Lo percepii con gli occhi del corpo; e anche quello che ho detto riguardo all’Ostia, lo vidi sempre con gli occhi del corpo.
Allora, quando gli altri si misero in ginocchio, io non mi ci misi e non so bene se corsi fin vicino all’altare o se non mi potei muovere, a causa del piacere e della contemplazione, e provai grande rincrescimento per il fatto che il sacerdote ripose troppo rapidamente l’Ostia sull’altare.
Cristo era molto bello e splendente e sembrava un ragazzo di dodici anni. Quella visione mi dette una gioia così grande che credo di non perderla in eterno, e fu tanto certa che non ne dubito in alcun modo né per nessun motivo; non è quindi necessario che tu la riporti
Il piacere fu tanto, che non chiesi a Cristo di aiutarmi, e non dissi qualcosa di buono o di cattivo, ma solamente mi dilettai nel vedere quell’inestimabile bellezza.



Capitolo IV
Il ventunesimo passo


1. “Tu sei piena di Dio”

La fedele disse: – Un anno dopo le rivelazioni sulla strada verso Assisi, mentre ero in preghiera e volevo dire il «Padre nostro», improvvisamente udii nella mia anima una voce che disse: «Tu sei piena di Dio».
Allora realmente sentii tutte le membra del corpo colme del piacere di Dio e desideravo morire, come quando andai ad Assisi, e, come quella volta, svenni nella cella.
La compagna disse che le lacrime mi uscivano dagli occhi aperti.
Mi fu detto che Dio abbracciava l’anima e sentii che era veramente così. Mi sembra che noi ora diciamo tutto questo quasi per burla, perché le cose stavano diversamente da come si può raccontare e io mi vergogno di parlare in modo più espressivo.


2. Un ricordo

L’anno prima, sulla via di San Francesco, Cristo mi aveva detto: «Io farò in te cose grandi al cospetto delle genti e attraverso te sarò conosciuto e grazie a te il mio nome sarà lodato da molti popoli».


3. Angela chiede un segno

Ultimamente di nuovo, mentre ero in preghiera, improvvisamente mi furono rivolte queste parole molto piacevoli: «Figlia mia, cara a me molto più di quanto io lo sia a te, mio tempio, mia delizia, il cuore di Dio onnipotente sta ora sul tuo cuore».
Io, ascoltandole, gustai un piacere divino molto più grande di quello sperimentato in passato. Anche tutte le membra del corpo provarono questo diletto e svenni.
Egli aggiunse: «Dio onnipotente ti ama tanto, più di qualsiasi altra donna della tua città, e si compiace in te ed è soddisfatto di te e della tua compagna. Fate in modo che la vostra vita sia luce per tutti coloro che la vogliono contemplare. Per quelli che ammirano tale luce e non agiscono, ci sarà un duro giudizio».
L’anima capì che esso sarà spietato più per le persone istruite che per quelle ignoranti, perché loro, attraverso la Scrittura, conoscono le cose di Dio e tuttavia le disprezzano. «Tanto grande è l’amore che Dio onnipotente ha posto in voi, che sta continuamente con voi, senza però concedere questi piaceri, e i suoi occhi ora vi guardano».
Con gli occhi dell’anima mi sembrò di vedere quegli occhi, che mi dilettarono più di quanto possa dire, e mi dispiace che ora noi raccontiamo così, per burla, queste cose.
Allora, sebbene la gioia fosse grande, mi tornarono in mente i miei peccati e mi resi conto che in me non c’era alcun bene. Pensai anche di non aver mai fatto qualcosa di gradito a Dio e mi ricordai dei dispiaceri che gli avevo procurato e ritenni così di dover dubitare delle cose tanto grandi che mi venivano dette.

Poi cominciai a chiedere: «Se tu sei il Figlio di Dio onnipotente, perché la mia anima, avvertendo la tua presenza in me così indegna, non prova una gioia ancora maggiore, impossibile da sopportare?». Egli rispose: «Se la gioia è limitata, è perché non voglio che in te ce ne sia una più grande»; e aggiunse: «È vero che tutto il mondo è pieno di me».
Allora vidi che ogni creatura era piena di lui, ed egli mi disse: «Io posso fare tutto: che tu mi veda, come mi vedevano gli apostoli quando son vissuto con loro, e non faccia esperienza di me, oppure che faccia esperienza di me e non mi veda, come avviene ora». Sebbene non esprimesse tutto questo con parole, tuttavia la mia anima capiva che diceva queste e altre cose molto più grandi e mi rendevo conto che era proprio in quel modo.

Quando le domandai: – Come? – lei rispose: – Io avevo sperimentato che la mia anima capiva che era proprio in quel modo.

L’anima poi gridò: «Se sei Dio onnipotente e queste cose sono vere e, come dici, sono tanto grandi, dammi un segno, perché sia sicura che sei tu; liberami dal dubbio».
Tuttavia mi meravigliai che in me ci fosse qualche incertezza, sebbene molto piccola. Chiesi allora che mi desse un segno fisico, visibile, cioè mi mettesse in mano una candela o una pietra preziosa o qualunque altro segno, e dissi: «Se vuoi, non lo farò vedere a nessuno».
Egli rispose: «Ciò che chiedi è un segno capace di procurarti gioia tutte le volte che lo vedi e lo tocchi, ma non ti libererebbe dal dubbio e ti ci potresti ingannare».
Quando mi disse queste cose, le capii tutte più a fondo di quanto possiamo riferire, e allo stesso modo mi fu dato di comprendere molte più cose di quante ne raccontiamo e con un gusto e un piacere, di cui non diciamo assolutamente nulla. Dio voglia che non mi sia imputato come peccato, se narro queste cose così male e difettosamente.

Egli aggiunse: «Ti do un segno migliore di quello che chiedi, che sarà continuamente con te, nella tua anima; grazie ad esso farai esperienza di Dio e sarai calda dell’amore di Dio e interiormente capirai che solo io posso farlo.
È questo il segno che lascio nella tua anima, migliore di quello che hai chiesto: l’amore per me, che renderà la tua anima continuamente calda di me. Sarà così fervente che, se qualcuno ti rivolgerà parole cattive, tu le considererai una grazia e ti protesterai indegna di essa. Io l’ho provato e l’amore per voi fu tanto grande, che sopportai tutto con pazienza.
Allora capirai che sono in te. Se nessuno ti rivolgerà parole cattive, ne avrai un gran desiderio. Questo è il segno certo della grazia di Dio, perché io ho sofferto così, con grande umiltà e pazienza».


4. L’unzione divina

Ecco, ora ti ungo con l’unguento siricoso, come spesso ho fatto a un santo di nome Sirico e anche a molti altri santi».
Improvvisamente sentii quell’unzione con tanta dolcezza che desiderai la morte, e una morte piena di tormenti fisici. Pensai che questo sarebbe stato niente, perché i santi sopportarono martìri strazianti, e allora desiderai e bramai che tutto il mondo mi insultasse e che morissi nei tormenti, e fu per me molto piacevole pregare Dio per coloro che mi avrebbero inflitto tutti questi mali.
Mi meravigliai di quei santi che pregarono Dio per coloro che li perseguitavano e uccidevano, perché per loro non solo dovevano pregare, ma anche chiedere a Dio una grazia speciale; così avrei voluto supplicare Dio per coloro che mi avrebbero fatto queste cose e amarli con grande affetto.

Allora, in quella unzione, gustai tanto piacere, dentro e fuori, quanto mai ne avevo provato, e non posso parlarne né poco né molto. Fu una consolazione diversa dalle altre, perché in esse desideravo andarmene subito dal mondo, mentre in questa bramai che la mia morte fosse lenta, piena di tormenti, e che in ogni membro ci fossero tutti i supplizi del mondo.
Nondimeno tutto questo mi sembrò assolutamente niente e l’anima comprese che quella consolazione era un piccolo incendio rispetto ai beni promessi, conosciuti in modo certissimo.
Se tutti i sapienti del mondo dicessero diversamente, non ci crederei, e se giurassi che tutti coloro che vanno per questa strada si salvano, non mentirei. Il Figlio di Dio lasciò nella mia anima questo segno sicuro e chiaro, con tanta luce, che credo che affronterei il martirio prima di ammettere che le cose stanno in modo diverso, e lasciò il segno, che avverto continuamente, della via diritta che porta alla salvezza: amare voler soffrire per amor suo.
Io le dissi: – Tu, ora, vorresti essere insultata? – Ella rispose: – Poco lo vorrei; nel passato, invece, provai perfino vanagloria, quando mi fu rivolto qualche insulto.

Chi parlava in me disse: «Se dubiti di questo segno, cioè di questa unzione, parlane con il tal frate; qualche volta gliel’ho concessa, ma lui l’ha compresa poco. Le parole che hai ascoltato sono così profonde che non mi dispiace che ne dubiti, perché altrimenti la tua gioia sarebbe troppo grande, e mi fa piacere che ne abbia scrupolo, perché sono molto, molto alte. Comunque, se io volessi, non dubiteresti».


5. Visione di Dio

Io vidi Dio.

Poiché le chiesi come e che cosa avesse visto e se aveva contemplato qualcosa di fisico, rispose: – Vidi una pienezza, uno splendore di cui mi sentii tanto colma che non riesco a parlarne, e non so dire assolutamente a che cosa somigliasse.
Neppure so specificare se vidi qualcosa di fisico; egli era come è in cielo, cioè una bellezza tanto grande che non so dirti nient’altro se non che era la Bellezza e Ogni Bene. Tutti i santi stavano davanti alla sua maestà e lo lodavano, ma mi sembra che in questo ci rimasi poco.

Precedentemente mi aveva rivolto queste parole: «Figlia mia, molto più cara a me di quanto io lo sia a te». Spesso disse: «Mia amata figlia, a me cara, tutti i santi del paradiso e mia Madre nutrono per te un amore speciale e io ti unirò a loro».
Questo riferimento ai santi e a sua Madre mi sembrò molto poco ed io mi dilettai pienamente in lui, tanta fu la dolcezza che mi procurò. Poi aggiunse: «Io ti nascondo, a causa dei tuoi difetti, qualcosa del grande amore che nutro per te, perché non potresti sopportarlo».
Io le feci una domanda e lei rispose: – Puoi capire che era Ogni Bene dal fatto che fui chiamata a vedere i santi che stavano davanti a quella Maestà, e mi fu detto di guardare anche gli angeli che sembravano stare al di sopra dei santi, ma poiché capii che ogni bene dei santi e degli angeli veniva da lui ed era in lui, Sommo Bene, mi compiacqui solamente in lui e non mi curai, né potevo farlo, di guardare i santi e gli angeli.
Egli mi disse: «Io ti nascondo qualcosa del grande amore che nutro per te», e l’anima comprese che mi svelava molto poco, quasi niente, dell’amore che aveva per me.

L’anima chiese: «Perché senti tanto amore per me, che sono così peccatrice, e perché provi tanto piacere in me, che sono così insensata e ti ho offeso tanto in tutta la mia vita?».
A quel punto mi resi conto che quanto avevo fatto di buono, l’avevo compiuto con grande difetto.
Egli rispose: «L’amore che ho riposto in te è tanto grande che non mi ricordo dei tuoi difetti e i miei occhi non li guardano. Io ho nascosto in te un grande tesoro».
Allora l’anima comprese che era verissimo, tanto che non ne dubitò affatto, e capì e vide che la guardavano gli occhi di Dio, nei quali gustò tanto piacere che nessuno, neppure un santo disceso dal cielo, potrebbe parlarne e manifestarlo.
Quando mi disse che mi nascondeva il suo grande amore perché non potevo sopportarlo, l’anima osservò: «Se sei Dio onnipotente, puoi far sì che io riesca a sopportarlo».
Egli rispose: «Per il fatto che in questo amore qualunque cosa volessi, l’otterresti e non avresti più fame di me, non voglio farlo; anzi, voglio che in questo mondo tu abbia fame e desiderio di me e che provi languore per me».


6. Un ricordo

Sulla via di San Francesco, nella prima rivelazione, quando disse: «Figlia mia dolce, amami, perché io ti voglio bene molto di più di quanto me ne vuoi tu», e io confessai i miei peccati e difetti e riconobbi di non essere degna di quel grande amore, egli aggiunse: «L’amore che nutro per l’anima, che mi vuol bene senza malizia, è grande», e mi sembrò che egli voleva che l’anima avesse, secondo la sua possibilità, un po’ di quell’amore che lui nutrì per noi; se lei soltanto desiderasse averlo, glielo concederebbe.
In quella rivelazione precisò che allora erano pochi i buoni e poca la fede, e mi sembrò che se ne lamentasse; e aggiunse: «Tanto è l’amore che nutro per l’anima che mi vuol bene senza malizia, che a lei e a chiunque avesse veramente il mio amore ora farei una grazia molto più grande di quella che ho concesso ai santi, quando operai in loro molte cose grandi».


7. Dio è l’amore dell’anima

Non c’è nessuno che possa portare scuse, perché chiunque può amare Dio, ed egli non chiede all’anima se non che gli voglia bene, perché egli l’ama ed è il suo amore. La fedele mi disse: – Come sono cupe, cioè profonde, queste parole, vale a dire che Dio non chiede all’anima se non che gli voglia bene.
Dopo, per spiegare, aggiunse: – Chi è colui che, se ama, può tenere per sé qualcosa? –
Successivamente, per chiarire l’altra affermazione, che cioè Dio è l’ amore dell’anima, affermò: – Che Dio ami l’anima e sia il suo amore, me l’ha dimostrato lui stesso con una prova convincente; infatti, lui, che era tanto grande, venne nel mondo e mori sulla croce.
Egli mi spiegò tutto, cioè il suo avvento, la passione di croce e la sua grandezza e aggiunse: «Vedi se in me c’è altro che amore!».
Prima specificò da chi fu mandato e perché venne e disse che egli era grande e in modo esplicito indicò la sua passione, la sua croce e tutte le cose, di cui ho parlato. Alla fine io vidi e l’anima comprese in modo certissimo che lui non è altro che amore.
Io qui, a causa della fretta, ho scritto in forma molto ridotta e abbreviata; delle più belle argomentazioni del mondo ho preso solo alcune parole, abbreviandole, cioè non riportando tutte le cose che lei diceva.


8. Un ricordo (continuazione)

La fedele disse: – In quella rivelazione, sulla via di San Francesco, mi sembrò che il Figlio di Dio si lamentasse, perché trovava ben poche persone in cui poter effondere la sua grazia.
Perciò affermò che a quelli che l’amano è pronto a fare una grazia molto più grande di quella concessa ai santi del passato. – Poi aggiunse: – Avrei il rimorso di riferire queste cose, se non mi fosse stato assicurato che quanto più ne riferirò, tanto più ne rimarrà a me.


9. Approvazione divina

Mi disse: – Oggi e ieri non ho voluto ricevere molte cose, ma ho avuto il rimorso d’aver parlato del segno, che mi è stato concesso e che ti ho detto di possedere, e d’aver affermato, come hai scritto, che amavo le tribolazioni.
Ho anche avuto il timore che non fosse tutto vero quello che ti ho confidato di me e che hai registrato; allora ho ricevuto subito questa risposta: «Tutte le cose scritte sono vere e non c’è in esse una parola falsa, anche se i fatti avevano un significato molto più denso e tutto è stato riportato in modo difettoso».
Aggiunse che lo scrittore aveva riferito in modo ridotto e imperfetto. Mi dimostrò anche che avevo quel segno e disse: «Dio è presente in tutte le cose che scrivete ed è lì, con voi».
L’anima comprese e sperimentò che Dio se ne compiaceva. Questo mi fu detto per il fatto che avevo avuto il rimorso per le cose riferite, perché ne avevo dette molte, su cui, per la loro chiarezza, non c’era da chiedere consiglio.


10. La divina misericordia

Dopo che ebbi scritto le cose precedenti, la fedele mi disse: – Ora nuovamente mi ha rivelato una cosa e me l’ha così impressa nel cuore e dimostrata tanto chiaramente, che a fatica posso trattenermi dal gridarla a tutti.
È questa: nessuna persona potrà portare scuse in ordine alla salvezza, perché non c’è bisogno che faccia se non come fa con il medico il malato, che gli manifesta la malattia e si prepara a mettere in atto le cose che gli dice.
Così, non è necessario che una persona faccia di più o che si procuri altre medicine; deve soltanto mostrarsi al medico e disporsi a fare tutto quello che lui gli dice; e si guardi bene dal mischiarvi cose contrarie.